venerdì 4 novembre 2016


Il bar del paese era frequentato da anni dalla solita gente. Per lo più uomini dai 45 anni a salire, persino qualche persona anziana, qualche uomo rimasto vedovo o qualcuno che semplicemente staccava dalla lunga giornata di lavoro per godersi una birra in compagnia, magari guardando insieme una partita di calcio alla TV. Era il bar di Antonio, l’unico luogo di ritrovo rimasto su quel paesino in collina. Chiunque entrasse da quella porta era riconoscibile. Aiden, però, non era solito frequentarlo. Aveva 25 anni e frequentare un bar pieno di gente col doppio della sua età non gli andava molto a genio. Innanzitutto perché non riusciva a legare con la loro mentalità bigotta, poi non amava neanche il calcio ergo non avrebbe neanche trovato un argomento in comune. Aveva frequentato un istituto d’arte, tempo addietro, e l’arte era ciò che amava; oltre a dipingere, si dilettava a realizzare sculture con ogni materiale a sua disposizione, ma per quest’ultima non ne trovava mai il tempo. Aiden fece ritorno al paesino a 22 anni, abbandonando l’Accademia d’Arte dopo che il padre fu colto da un infarto che gli rese impossibile la vita, andando ad abitare con lui nella sua piccola e umile casa su tra le colline. Suo padre era come lui, un artista, non di grande fama ma nell’ambiente era abbastanza conosciuto al punto da potersi permettere di costruire casa su suolo privato, isolato dal mondo. Era invero un uomo solitario, forse un po’ egoista anche se con una profondità d’animo non indifferente, qualità che fece innamorare la donna con cui ebbe quel figlio che avrebbe poi seguito le sue orme. Lei fu portata via dal cancro quando Aiden aveva 13 anni. Suo padre, scosso dalla perdita, si abbandonò nell’alcol. Aiden, sebbene suo padre non gli faceva mancare mai nulla, lo odiò per un po’ a causa del suo autolesionismo ma quando arrivò quell’infarto non potette tirarsi indietro, era sempre suo padre. Lo stesso uomo che, nonostante tutto, aveva fatto di tutto per lui, come vendere ogni sua opera per far sì che suo figlio potesse studiare e prendere la sua strada. Una scelta nobile ma fine a sé stessa, visti i risvolti, finendo col vedersi costretto a prendersi cura di lui dovendo rinunciare alla sua vita e ai suoi amici, giù in città. Al suo intero futuro, forse. Aiden, un aspirante artista, un ragazzo da una profonda sensibilità, si vide costretto ad abbandonare i suoi sogni e di lavorare per poter mantenere le cure del padre e le spese della casa.

Non era un mistero, per la gente del paese, che Aiden, “l’artista” come usavano chiamarlo in tono sbeffeggiativo, fosse un ragazzo poco sveglio, inadatto al lavoro. Aiden non sapeva fare niente, aveva solo le sue doti artistiche, ma lì erano sprecate e, per quanto lui volesse tornare in città, il padre non voleva abbandonare la sua dimora, fatta costruire con il sudore versato in gioventù. Suo figlio, anche se adirato, rispettava questa scelta. Allora sacrificò tutto per lui, tanto ormai per lui tutto smise di avere importanza. Trovò lavoro in una ditta di distribuzione di materiale promozionale: volantinaggio, in poche parole, che gli forniva uno stipendio abbastanza agevole per poter mantenere le spese di cura del padre, la sua pensione copriva il resto, lasciando pochi spiccioli alle spese futili. La vita tra padre e figlio era monotona, si parlavano appena oramai e Aiden oramai era stanco. Il paese non aveva nulla da offrirgli, i suoi coetanei erano fuggiti e quelli rimasti era gente già sposata, cresciuta con la mentalità che lui tanto ripudiava quindi neanche lontanamente si sarebbe permesso di frequentarli. Gli amici fatti in città avevano detto che sarebbero rimasti, ma oramai frequentavano l’ambiente artistico, un disgraziato che si prende cura di suo padre in una casa sperduta in montagna non era più loro interesse. Buffo come la gente si dimentichi degli altri, ma c’è anche da dire che Aiden non faceva mai nulla per tenersi strette le persone, nonostante il carisma derivante dal suo lato artistico, non riusciva a stringere legami affettivi, perciò restò solo.

Nel bar di Antonio, quella sera, Aiden provò a farci un salto dopo il lavoro. Aveva bisogno di staccare, di provare a vedere se poteva in qualche modo distrarsi legando anche superficialmente con quella gente… ma non riusciva. Parlavano di calcio tutto il tempo, lui non aveva la benché minima idea di come il Napoli dovesse schierare i suoi giocatori e neanche gli interessava. I primi 45 minuti li passò in silenzio, fissando la figlia di Antonio il proprietario del bar, che era l’unica sua coetanea rimasta single in quel paesino. Giulia era una bella ragazza ma con una pessima reputazione in paese a causa delle sue abitudini sessuali un po’ troppo immorali per la mentalità di quel paese. Suo padre la “proteggeva dagli uomini”, anche se anche lui stesso provava vergogna per lei e, dal canto suo, Giulia sapeva cosa faceva e non aveva bisogno di protezione. Tuttavia, aveva deciso che sua figlia, la peccatrice, non avrebbe fatto altro che lavorare al bar senza rivolgere parola ai clienti. Aiden la fissava. Non la giudicava per ciò che era, forse lui era anche peggio, nella sua breve esperienza in città frequentando cerchie di amicizie e locali, si era lasciato andare e aveva sperimentato diverse cose. Per lui, il sesso non era un problema, anzi, ma quella vita solitaria gli aveva fatto male, si rese conto che non provava altro che desiderio fisico per quella ragazza, allontanandolo da quella sua profonda interiorità che tanto si vantava di avere. Per questo si limitava a fissarla. La notte si toccava pensando a lei, salvo poi rinnegare il desiderio ad atto concluso. Si chiedeva del perché lo facesse, ma la risposta era chiara. Quella solitudine, quella sensazione di alienazione lo stava distruggendo. La solitudine si mischiava al desiderio carnale e le due cose, dentro di sé, andavano fortemente in contrasto. Quando finì il primo tempo della partita, Aiden smise di guardare Giulia, abbassando lo sguardo mentre attorno a lui c’era gente che ordinava da bere, discuteva delle azioni della partita, usciva fuori a fumare. I discorsi che facevano neanche gli interessavano, però ascoltò inevitabilmente l’uomo che gli si sedette vicino. Il panettiere del paese, per lo specifico. L’uomo parlava ad alta voce dicendo come, per far vincere il Napoli, avrebbero dovuto lanciare una sorta di incantesimo o qualcosa del genere. Quel dialetto stretto non lo aveva mai capito, ma il concetto era chiaro così come era chiaro che il barista, Antonio, gli rispose di recarsi dalla “vecchia strega”, una anziana signora che di tanto in tanto si vedeva in giro per il paese e che aveva fatto spostare la sua casetta in mezzo ai boschi per restare vicina alla natura e praticare la magia, suscitando l’ilarità e gli sfottò dei compaesani. Aiden, colto da una inspiegabile curiosità, chiese se appunto si trattasse della vecchia in questione e i due uomini, ridendo, glielo confermarono aggiungendo che avrebbe dovuto recarsi da lei, magari avrebbe trovato un po’ di spirito e smetterla di comportarsi come uno snob. Il panettiere aggiunse anche dell’altro, un’offesa personale riguardante suo padre riferendosi a lui come “l’artista” nello stesso modo offensivo con cui la gente faceva con lui, fortunatamente non ci badò anche se l’alcol gli aveva preso la testa abbastanza da renderlo più sincero con sé stesso, facendogli provare vergogna e frustrazione per la situazione in cui viveva. Aiden finì la sua birra d’un sorso, pagò e fece per andarsene non prima, però, d’aver scambiato un ultimo sguardo con Giulia. Richiuse la porta dietro di sé tornando in strada, mentre tutti si radunarono nuovamente davanti la TV per veder cominciato il secondo tempo.

Il sole si alzò e Aiden era già in piedi. L’orario di lavoro era dalle 6 alle 19 e quel giorno, come gli tutti gli altri, avrebbe dovuto spostarsi in un altro paesino e fare chilometri e chilometri a piedi e il solo pensiero lo affaticava, ma quando passò nella camera del padre per salutarlo e lasciargli le medicine che avrebbe dovuto prendere, tirò un respiro e si preparò ad affrontare la giornata. Si recò quindi alla sede, recuperò il “materiale promozionale” e, presi gli ordini in incarico, cominciò il suo lungo giro che si sarebbe fermato soltanto per un’ora, per il tempo della pausa pranzo. Pausa pranzo che, però, arrivò quando lui era in strada, adiacenti ai boschi. Quando incrociò uno svincolo che portava ad una piccola stradina, si ricordò della vecchia di cui si parlava il giorno prima. La “strega”, che dicevano avesse dei poteri magici. Spinto dalla pura curiosità, svoltò per la stradina e si fermò davanti la sua dimora. Una casa fatiscente che non si sarebbe neanche potuto dire se avesse mai visto giorni migliori. Trovò la vecchina di lato alla casa che raccoglieva ramoscelli, qualcosa di veramente strano ma ancora più strano fu che la vecchia lo salutò, dicendo che lo aspettava da tempo. Disse qualcosa su come finalmente la Dea avesse deciso di portarlo in questa direzione. Lo invitò a prendere da mangiare ma Aiden rifiutò, lei insistette e lui voltò le spalle. La vecchia, per fermarlo, si allontanò dalla porta di ingresso e tentò uno scatto in avanti ma scivolò dallo scalino e cadde in terra. A quel punto, il ragazzo, per pura educazione tornò sui suoi passi e l’aiutò a rialzarsi e nel farlo, la vecchia continuava con i suoi deliri. Gli disse che la Dea le aveva parlato dicendo che lo aveva toccato, che quella sera stessa sarebbe venuto da lui. Aiden ignorò le sue parole e la congedò. La vecchina rispose come se sapesse con certezza che lo avrebbe risentito ma Aiden non ci badò, per lui erano soltanto deliri di una vecchia, chissà perché poi si era recato lì. Lasciò il bosco, mangiò il suo pranzo a sacco e continuò il suo lavoro fino alle 19, tornando a casa in tempo per la cena non prima, però, aver accudito nelle piccole faccende il padre. Dopo cena, prese il computer, fece il login su Facebook e tentò di fare conversazione con alcuni suoi dei vecchi amici, ma non fecero altro che parlare dei loro progetti e provò solo nostalgia. Così come provò nostalgia nel vedere che si sarebbero organizzate mostre e concerti a cui avrebbe voluto partecipare, ma oramai anche se ce l’avesse fatta con i soldi, avrebbe dovuto affrontare viaggi, stanchezza e molto probabilmente si sarebbe ritrovato solo. Gli passò anche la voglia di guardare un film alla TV, lo sconforto gli prese al punto che cominciò a rigirare per casa nervosamente. Decise quindi di riprendere la sua attrezzatura artistica e riprendere a dipingere. Non sapeva bene cosa, ma avrebbe voluto farlo. La temperatura fuori era serena, non c’era umidità e non tirava un fil di vento, quindi decise che avrebbe anche potuto dipingere all’esterno con le sole luci del vialetto a illuminargli la tela. Tela che fissò per qualche istante, tentando di trovare una ispirazione. Ripensò alle parole della donna anziana, del fatto che l’aspettasse, della Dea. Così, lasciandosi guidare dall’istinto, cominciò a disegnare alla destra del foglio una figura femminile con indosso un lungo vestito seduta ad un tavolo. Aveva i capelli raccolti e uno sguardo amorevole, gli ispirava serenità. Decise che i suoi capelli sarebbero diventati biondi e il vestito bianco, sarebbe stata di carnagione chiara e un effetto di luce avrebbe avvolto la sua figura. Notò però che l’immagine aveva soltanto preso la parte destra allorché cominciò a pensare a cosa altro aggiungere allo scenario ma facilmente la sua mente cominciò a fantasticare su quella figura amorevole, su quella Dea. La immaginava dolce, sensibile, capace di farlo sentire felice anche solo con un sorriso. Fu un pensiero però che ripudiò alla svelta, come se stesse fuggendo via da certe sensazioni, era quasi sul punto di strappare via la tela ma non lo fece. In un modo del tutto istintivo, disegnò alla sinistra della “Dea” una immagine speculare, un’altra figura femminile nella stessa posa di quella precedente ma decisamente l’opposta. Disegnò Giulia, la ragazza del bar, la ragazza oggetto del suo desiderio più nascosto. Un’altra sensazione ripudiata, qualcosa che non voleva assolutamente sentire. Stavolta la voglia di strappare il disegno era ancora più forte, ma decise che concettualmente era un bel disegno, contrapporre del fuoco, attorno alla figura di Giulia e della luce bianca avvolgere la Dea creava un bell’effetto nella sua mente. Le due immagini speculari guardavano verso di lui, una con sguardo amorevole l’altro malizioso, entrambe erano sedute su di uno sgabello, il tavolo era chiaramente un bancone di legno da bar. Non dormì, quella notte. Finì il dipinto quando ormai spuntò il sole, sarebbe dovuto andare a lavoro con una totale stanchezza e lo fece. Portò il dipinto sul pianerottolo all’esterno della casa e riprese la sua routine giornaliera, rischiando più volte di addormentarsi al volante, quando prese l’auto per recarsi in un paesino a qualche chilometro dal suo. Prima di tornare a casa, passò a prendere le medicine per il padre, fece un po’ di spesa e tornò a casa a mangiare, anche se non ne aveva voglia. Non lavò i piatti, si mise subito a dormire, fortunatamente era sabato e di domenica avrebbe potuto dormire anche di più. Ma così non fu. Un gran fracasso lo svegliò al mattino, suo padre aveva avuto l’ennesimo malore. Non fu un infarto, fortunatamente, ma aveva preso una brutta caduta. Aiden lo portò in ospedale, dove gli dissero che avrebbe necessitato di almeno due giorni di riposo sotto sorveglianza, viste le condizioni del suo cuore. Aiden fu colto dall’ennesimo senso di frustrazione. Quelle responsabilità che non voleva avere, quelle decisioni che non avrebbe potuto prendere da solo, lo assillavano. Avrebbe voluto fuggire via, scappare da quella situazione. Decise che suo padre sarebbe potuto restare da solo in un letto d’ospedale, tanto avrebbe avuto chi se ne prendesse cura. Mise in moto l’auto e decise di andare via, tornare a casa forse, non sapeva esattamente dove volesse andare, stava solo scappando da lì. Giunto più o meno a metà strada, si ritrovò di nuovo nei pressi del bosco dove abitava la vecchia e cominciò a rallentare, passando davanti al sentiero per osservare la casetta da lontano. Vide la donna anziana seduta sulla veranda, non distingueva bene la figura ma chiaro era che fosse lei così come fu chiaro che gli fece un cenno con la mano come per salutarlo. Aiden accelerò e tornò a casa, perso tra i suoi pensieri, caricò il dipinto che aveva realizzato la notte scorsa e tornò dalla vecchia, stavolta parcheggiando l’auto nella stradina. La donna non si meravigliò della sua venuta, d’altronde se l’aspettava che sarebbe tornato. Aiden, senza neanche salutarla, chiese chi fosse la Dea di cui parlava e lei gli rispose che la Dea è la notte e il giorno, la Dea è colei che regna su ogni cosa. Gli spiegò come essa scegliesse pochi eletti per essere mariti o mogli e che lui, in qualche modo, era stato scelto. Gli chiese, infine, in che modo essa si fosse manifestata e Aiden tirò fuori il dipinto. La vecchia lo osservò con uno sguardo deluso, dicendo sottovoce “quindi è questo che vuoi”, portandolo con sé sulla veranda. Disse che la Dea forse avesse un progetto speciale, augurando a sé stessa e alla Dea che ne potesse valere la pena, congedando infine il ragazzo dandogli appuntamento tra due giorni. Aiden non le fece alcuna domanda, fece passare quei due giorni e, dopo aver riaccompagnato il padre a casa dall’ospedale, tornò da lei che gli consegnò una specie di fagotto che avvolgeva foglie secche e legnetti. La vecchia le proibì di aprirlo, gli disse di portarlo in un luogo sicuro e aspettare le prime luci dell’alba, che la Dea potesse accontentare la sua richiesta. Ovviamente, Aiden non sapeva minimamente di cosa stesse parlando e le chiese di essere più chiara e la vecchia acconsentì. Gli rivelò che la Dea si era manifestata a lui mostrandogli la sua dualità, fuoco e aria, corpo e spirito. Il fagotto che gli aveva dato sarebbe stato il luogo dove si sarebbe risvegliato come forma spirituale, separandolo dalla carne, rendendo le due parti libere l’uno dall’altra. Si raccomandò ulteriormente di metterlo al sicuro e aspettare l’alba cosa che Aiden fece. Lo poggiò nel capanno degli attrezzi adiacente alla sua casa mentre lui si recò nella sua stanza a riposare. Il giorno dopo si risvegliò nudo, avvolto da una piccola coperta, foglie e legnetti.

Aiden uscì dal capanno, dove vide un essere uguale in tutto e per tutto a sé stesso che gli porse dei vestiti per poi recarsi verso l’auto, come faceva egli stesso ogni giorno. Aiden era confuso, sebbene la vecchia il giorno prima gli aveva chiaramente spiegato che sarebbe cosa sarebbe accaduto. Si chiese se non fosse un fantasma, quindi la prima cosa che fece fu recarsi in casa dal padre e gli rivolse la parola. Rispose. Non era un fantasma, in più era tangibile, riusciva a toccare gli oggetti. Aiden corse per strada e fece diversi chilometri a piedi verso la casa della vecchia che incrociò intenta ad andare a fare la spesa in paese. Le chiese cosa stesse accadendo, chi fosse e come funzionasse questa magia. La vecchia sorrise, lo invitò ad accompagnarla alla fermata dell’autobus e gli spiegò come non si trattasse di magia, ma di intervento divino. Rivelò che lei non fosse altro che un tramite, di venerare la Dea e di esserle servitrice. Disse al ragazzo che aveva appena avuto modo di assistere ad una rinascita; separando lo spirito dalla carne ora era libero di amare, di creare, senza alcun vincolo terreno, senza alcuna preoccupazione verso il mondo esterno. Disse che il suo corpo lo avrebbe servito, avrebbe fatto tutto ciò che ritenesse opportuno per garantire la felicità dello spirito, ma che fosse ugualmente un individuo a sé, privo di amore, regole e morale. Gli suggerì di tenerlo sott’occhio, di vivere quella situazione non in senso unilaterale, che la Dea gli avesse offerto questo strano dono per un motivo che lei stessa non comprendeva. L’autobus arrivò, le porte si aprirono e la vecchia si accompagnò a fatica al suo interno, rivolgendosi al ragazzo per un’ultima volta ricordandogli che spirito e carne sono ormai separati e, per quanto fossero due entità autonome, l’una è dipendente dalle esigenze dell’altra. Aiden fece un cenno alla vecchia, mentre l’autobus richiuse le sue porte e ripartì. Restò fermo a pensare, realizzò che aveva corso per tutto quel tempo senza mostrare alcun segno di fatica, forse aveva ragione. Quella magia, o atto divino, funzionava realmente. Aiden notò come, al posto di fatica e stanchezza, sentiva soltanto gioia, amore e una serie infinita di emozioni che non riusciva a dargli un nome. Corse così ritornando a casa, colmo di felicità. Mentre il suo corpo svolgeva al posto suo ciò che aveva fatto da 2 anni a questa parte tutti i santi giorni.

Arrivato a casa, prese tela e pennelli, senza farsi sentire dal padre convinto che stesse al lavoro e si recò in un angolo solitario del giardino, lontano dalla visuale delle finestre per cominciare a dipingere. Dipinse tutto il giorno, fu incredulo di quanto fosse ispirato, di come riuscisse a toccare ogni angolo sensibile della sua anima per riuscire a creare opere ai suoi occhi meravigliose. Passò diversi giorni a farlo. Di sera si metteva sul pianerottolo, di giorno cominciò a spostarsi in angoli più remoti, lontano da casa e più vicino alla natura. Non sentiva necessità di mangiare o dormire, in lui c’erano soltanto emozioni, sensazioni accentuate che necessitava di esternare. In poche settimane, realizzò una enorme quantità di dipinti e sculture in legno, che realizzava lontano da casa, in creta e anche con elementi semplici quali carta e legnetti. Molte opere sicuramente non sarebbero state valutate valide, quindi decise di catalogarle e di portarle in città quando ne avrebbe avuto occasione. In quell’arco di tempo in cui dipingeva, poche volte si incontrò con il suo doppio e in ogni occasione lui appariva sempre più stanco e provato, ma lui non ci fece caso e le loro vite proseguivano parallelamente. Il suo corpo ogni giorno si recava al lavoro, comprava le medicine, faceva la spesa, poi passava ore nella sua camera, immobile, fino ad addormentarsi. A prendersi cura del padre restò lui, la sua “forma più pura”, perché così aveva deciso. Quella situazione così assurda sembrava funzionare per tutti, tranne che per il suo corpo che, al contrario di lui, ogni giorno era sempre più provato e ricolmo di tic nervosi e scatti di violenza che avvenivano in solitaria sul posto di lavoro.

Passò addirittura un mese. Aiden raccolse “la sua arte” e prese un bus per la città, prendendo i soldi messi da parte dalla sua forma corporea che nel frattempo si faceva ancora carico di tutte le sue responsabilità, come da accordi presi prima di partire. Arrivò in città, riprese contatti con alcuni suoi professori chiedendo se fosse possibile rivendere i suoi lavori. E questi accettarono, valutarono i suoi lavori positivamente e improvvisamente, quella cerchia di amici che quando lui si trasferì lo abbandonarono, tornarono da lui come se nulla fosse, come se fosse una rockstar. Aiden provava fastidio verso questa cosa così come provò una enorme sensazione di rabbia nei confronti di atteggiamenti falsi e adulatori. In quella forma, ogni sua emozione era accentuata ma ne riusciva a tenere il controllo e a non cedere in scatti d’ira. Affrontò la situazione con garbo, educazione e pacatezza mentre, in una casa sperduta in montagna, la sua controparte si svegliò in un impeto di ira e iniziò ad urlare. Aiden non poteva sapere che ogni qualvolta lui ignorasse un sentimento, il suo corpo ne risentisse. Fu così con la rabbia ma anche con altre emozioni come la tristezza. Aiden, sebbene riuscì a raggiungere quella libertà, si sentiva spesso solo, senza amore. Ma come un artista vive le sue emozioni sfruttandole in maniera creativa, un essere fatto solo di istinti e pressioni psicologiche non può far altro che chiudersi a riccio, in una camera buia, piangendo sonoramente.

Passarono altri due mesi. In quel lasso di tempo riuscì a vendere alcune sue opere, riuscì a dedicarsi alla scultura come a lui piaceva. Ricominciò a frequentare l’ambiente artistico, a conoscere gente nuova e interessante, ma nessuno che stimolasse la sua emotività. Fin quando conobbe Giulia, una stupenda ragazza dai capelli biondi e gli occhi chiari con la quale stabilì un rapporto d’interesse reciproco molto intenso. Cominciarono a frequentarsi, a passare tantissimo tempo insieme. Aiden cominciò a sentirsi felice di nuovo, trovò finalmente ciò che riusciva a donargli quella felicità che tanto ricercava. Riconobbe in Giulia quella Dea del suo dipinto e una sera, riaccompagnandola a casa, era più che intenzionato a dar voce i suoi sentimenti con un bacio. Quando i due si sfiorarono solo con le labbra, però, Aiden fu colto da un malore, una forte fitta al petto, come se gli mancasse il respiro, cosa strana visto che era da tanto tempo che non provava alcun tipo di fastidio fisico. Giulia si preoccupò, ma Aiden riuscì a riprendersi e tornò a casa. Pensò tutta la notte a cosa potesse essere accaduto, ma non trovò risposta, l’unica che trovò era che l’evento era senz’altro collegata a quella sorta di magia. Decise di tornare a casa da suo padre e ritornare dalla vecchia per avere risposte ma prima voleva essere chiaro con Giulia e passò un’intera serata con lei travolto da emozioni contrastanti che non riusciva bene a distinguere, non comprendeva cosa stesse accadendo: lo avrebbe saputo, se avesse avuto un corpo. Sapeva che aveva a che fare col desiderio di avere qualcosa di carnale con la ragazza con cui stava, motivo in più per tornare a casa per ottenere risposte. Il giorno dopo prese l’autobus e una volta giunto in paese, si accorse di avere tutti gli sguardi puntati contro. Alcuni di loro si scambiavano sottovoce parole al veleno. Qualcosa era accaduto.

Tornò a casa e si recò dal padre, non trovò sé stesso in quanto era sicuramente al lavoro. Quando il padre lo vide questi non gli rivolse nemmeno la parola, in qualche modo ce l’aveva con lui. Le uniche parole che gli rivolse riguardavano il suo abbigliamento, che nel frattempo era cambiato totalmente da quando risiedeva in casa col padre. Capì che qualcosa non andava, decise quindi di tornare dalla vecchia, ma non la trovò. Aspettò fino a sera, ma non si fece viva quindi ritornò indietro dove incrociò sé stesso cogliendo l’opportunità di chiedergli spiegazioni. La reazione fu inaspettata, con voce lamentosa lo respinse via, in lacrime, intimandogli di lasciarlo stare, che era stanco di lui e di sentirsi in quel modo. Aiden restò con gli occhi spalancati, come poteva lui sentirsi in quel modo? Non avrebbe dovuto avere emozioni, così gli disse la vecchia. Tentò di prendere l’auto e scendere in paese, ma non aveva le chiavi e decise di arrivarci a piedi. Entrò nel bar di Antonio dove questo gli chiese di andare via, minacciandolo con una scopa. Fu la figlia, Giulia, a “salvarlo” e portarlo fuori da lì. Era chiaro che tra sé stesso e Giulia ci fosse stato qualcosa, e gliene diede conferma quando gli accarezzò le parti basse dicendogli sottovoce che aveva conosciuto in internet un tipo che avrebbe acconsentito a realizzare una certa fantasia, cosa che fece sobbalzare Aiden allontanando la ragazza in malo modo. Giulia restò perplessa, gli chiese se non fosse un altro dei suoi attacchi d’ira immotivati ma Aiden anziché risponderle chiese che fine avesse fatto la vecchia che viveva nella casetta nel bosco. Giulia gli rise in faccia e disse che dopo essere svenuta in piazza, un mese prima, fu portata in ospedale. Aiden chiese se poteva accompagnarlo ma la ragazza si rifiutò categoricamente accusandolo di essere strano. Aiden tornò quindi a casa e si recò in camera sua, incurante del padre ancora sveglio, dove trovò sé stesso nudo procurarsi dei tagli profondi sul petto. Lo fermò, preoccupato di cosa stesse facendo, lo coprì con una coperta e gli chiese le chiavi dell’auto. Le prese e chiuse sé stesso a chiave nella camera da letto ma si trovò davanti il padre che aveva capito ci fosse qualcosa che non andasse. I due ebbero un forte diverbio, con il padre che cominciò ad accusarlo di essere stufo dei suoi atteggiamenti irascibili, perversi e irrispettosi. Chiese cosa stesse accadendo in camera sua ma Aiden si rifiutò di farlo entrare, così che il padre lo scostò di forza e sfondò la porta. Quando trovò suo figlio avvolto in una coperta, pieno di graffi, la sua reazione fu mista: da un lato c’era l’ovvia incredulità, ma nasceva in lui anche una forte preoccupazione verso le condizioni del figlio. Lo shock, ad ogni modo, non gli fu in grado di razionalizzare e il cuore cedette facilmente. Aiden gridò contro sé stesso chiedendogli cosa avesse fatto per aver ridotto loro padre in quel modo, ma la sua rabbia, in lui controllata, esplose in uno scatto violento da parte del suo doppio che si avventò contro di lui, prendendolo a pugni urlandogli come fosse tutta colpa sua e delle sue emozioni. Aiden non provava dolore dai colpi del suo doppio, riuscendo quindi a liberarsi dalla sua presa con facilità, tentò quindi di farlo ragionare dicendo che avrebbero dovuto portare il loro padre in ospedale e che avrebbero parlato dopo. L’altro Aiden si rivestì e insieme caricarono il padre in auto e una volta giunto in ospedale, Aiden lasciò il padre ai medici che lo portarono via in barella, mentre chiese all’altro di restare in auto.

Nell’attesa che gli venissero date informazioni sulle condizioni del padre, Aiden chiese la stanza della vecchia, spacciandosi per il nipote. Anche se non era orario di visite, riuscì comunque a passare in quanto, a detta dell’infermiera, nessuno era venuto a trovarla in un mese e molto probabilmente le mancava poco da vivere. Entrò quindi nella sua camera, dove i lettini adiacenti erano vuoti, c’era solo lei, intubata. Aiden le chiese come si sentisse ma la vecchia ignorò la domanda e lo rimproverò di aver abbandonato le sue responsabilità in quel modo, di aver abbandonato sé stesso. Aiden, stanco dei messaggi criptici della vecchia, le chiese cosa fosse accaduto e la vecchia gli rivelò che nella sua nuova forma, ogni emozione vissuta fosse accentuata ma dal momento in cui essa venisse repressa, sia il fisico a risentirne. Ogni volta che avesse provato rabbia e l’avesse repressa, il suo corpo accumulava tensione, passando dai tic nervosi a dei veri e propri atti di violenza nei confronti degli altri. Gli parlò di come in tre mesi avesse causato alcune risse, di come se le fosse cercate appositamente per sfogare il suo istinto. La vecchia disse infine che lei era a conoscenza solo degli atti di violenza, ma nel paese si parlava di cose disdicevoli che lei neanche sapesse di cosa trattassero, fatto sta che ogni sua singola repressione ha causato una reazione al suo corpo. Era una sua responsabilità, la Dea voleva renderlo libero ma non si è liberi se non si è responsabili e coscienti di sé stesso. Aiden pensò a tutte le volte che aveva provato rabbia verso qualcuno o qualcosa, tutte le volte che avrebbe voluto piangere… emozioni che aveva vissuto ma non a pieno, in quanto mancanza di un corpo. Realizzò che in quel momento odiava sé stesso. Scambiò uno sguardo con la vecchia, non si parlarono. Aiden corse via, uscì dall’ospedale per recarsi all’auto, ma la trovò vuota e con i vetri rotti. In quel momento sperò soltanto che il suo desiderio di non morire si trasferisse alla sua controparte, passò al setaccio l’intera zona e finalmente ritrovò sé stesso. Seduto sul ciglio della strada, in lacrime.

Aiden si sedette accanto a lui, tentò di darsi conforto e per la prima volta notò come il suo corpo si fosse deteriorato dalla stanchezza e dallo stress. Notò che aveva ormai pochi capelli e il suono della sua voce era oramai spezzato, come vuota, senz’anima. Gli disse che tutto ciò che voleva era liberarsi di quelle emozioni, agire e sentirsi libero di essere ciò che era, rimarcando come le sue emozioni, la sua morale, lo avessero finito col distruggere. Aiden ascoltò in silenzio mentre il suo doppio continuò a parlare rivelando che aveva il desiderio di ucciderlo per essere finalmente libero ma che, ancora, le sue emozioni lo bloccassero. Aiden cominciò a provare pietà verso sé stesso e l’altro, in lacrime, cominciò ad elencare tutte le sue azioni compiute dal momento in cui si erano separati. Gli disse della gente picchiata, delle sue scappatelle con Giulia, di altre sue scappatelle con donne più grandi e persino con uomini. Gli disse dei soldi rubati dalla pensione e delle offese rivolte al padre rinfacciandogli di avergli rovinato la vita. Ancora, parlò di come avesse minacciato il suo datore di lavoro per fargli avere più soldi e lavorare poco. E la lista continuava, all’infinito, cose disdicevoli, cattiverie rivolte ad anziani e bambini nel paese, atti vandalici. L’odio di Aiden verso sé stesso cresceva a dismisura. Il suo doppio, che aveva nascosto un pezzo di vetro dell’auto, improvvisamente si tagliò la gola. “Dovresti esserci tu, al mio posto”, disse.

Il corpo si era accasciato a terra e tutt’attorno si formò una larga pozza di sangue. Aiden pensava che di lì a poco sarebbe sparito anche lui, morto assieme alla sua controparte. Ma così non fu, evidentemente la magia non funzionava in quel modo. Passarono diversi minuti, poi decise di lasciare lì il suo corpo e sparire. Le sue emozioni erano sempre accentuate ma non riusciva più a dar loro un nome. Pensò a suo padre, pensò alla Giulia che aveva lasciato in città. Aveva ormai importanza, chi dei due Aiden avesse conosciuto? Camminò tutta la notte, deciso a non curarsi più di quella vita che si stava lasciando alle spalle. Nella sua testa si riversarono mille domande, ma la più rumorosa riguardava quali intenzioni avesse avuto la Dea dal principio, se mai ci fosse stata una Dea. Nel frattempo, un medico uscì alla ricerca di Aiden per dirgli che a suo padre sarebbe rimasta una settimana o due, che le sue condizioni erano diventate inspiegabilmente critiche. Ma non trovò nessuno. Poco dopo, degli infermieri che uscivano dall’ambulanza, notarono un cadavere sul ciglio della strada pochi metri più avanti.

Si fece l’alba, Aiden ritrovò la stradina che conduceva alla casa della vecchia. Tornare a casa non sarebbe servito, quindi entrò nella casetta e riprese il dipinto che aveva consegnato alla vecchia mesi prima. Sperava che trovasse delle risposte ma restò deluso. L’unica cosa che realizzò fu l’incredibile somiglianza tra quella Dea da lui dipinta e la Giulia conosciuta in città. Forse c’era un disegno divino in tutto questo, si chiese. Continuò a guardarsi intorno, mentre nel frattempo la vecchia in ospedale giunse al suo ultimo battito. Aiden trovò un album di famiglia molto vecchio, probabilmente appartenuto ai genitori o ai nonni della presunta strega. Sfogliando le foto, si chiese se a quella sua forma spirituale, distaccata dal corpo, fosse data la possibilità di invecchiare o morire. In tal caso, il pensiero dell’immortalità lo spaventava ma aveva paura anche di togliersi la vita una seconda volta. Continuò a sfogliare l’album, poi notò qualcosa di strano che lo portò a sfogliare di nuovo l’album da capo. Era incredibile la somiglianza da lui riscontrata; le foto erano datate ma i lineamenti erano quelli della vecchia, ne era sicuro. Prese l’ultima foto dall’album, la data segnata era 15/12/1816.


Aiden posò l’album, prese poi una sedia e restò fermo a fissare il suo dipinto.

mercoledì 26 ottobre 2016



È grazie a Batman che ho cominciato a leggere in maniera più assidua i fumetti. Grazie alle sue storie, ho avuto modo di avvicinarmi ai supereroi, all'Universo DC di cui sono tanto appassionato. E di Batman ho letto parecchio. Così tanto che dopo un po', mi ha stufato. Perché credo che con Batman sia stato fatto tutto: è stato un vampiro, una Lanterna Verde, Superman stesso, è stato un Cavaliere della Tavola Rotonda, un viaggiatore spaziale. Ancora, è stato spezzato, è morto, è tornato dalla morte e ha viaggiato nel tempo... insomma. Che cosa non è stato fatto con Batman? Quando ho visto che la DC avrebbe pubblicato Batman: Europa mi si è accesa la curiosità: un Batman fuori non solo dalla sua Gotham ma addirittura oltreoceano! Una speranza di poter leggere qualcosa di differente, di nuovo, scritto nientemeno che da un autore nostrano, Matteo Casali accompagnato dai layout (e dai disegni, per un capitolo) di Giuseppe Camuncoli. Ebbene, la mia speranza di leggere qualcosa di interessante, bello e soprattutto di nuovo non è stata affatto accontentata. Batman: Europa è un fumetto anonimo, che non racconta nulla di nuovo e che ha la sfortuna di avere una grossa somiglianza con Batman: Arkham City.

Ma andiamo per gradi e ricordiamo sempre che i gusti personali non si discutono.
Non parliamo di soggettività, però, su quanto affermato poc'anzi: Europa è praticamente Arkham City, con le dovute e ovvie differenze, ma la sostanza è praticamente quella: Batman e Joker sono affetti da un virus e sono costretti a collaborare per trovare una cura. In Arkham City, era Joker a iniettare il suo sangue nel corpo di Batman costringendolo a cercare una cura per lui mentre qui i due sono stati semplicemente manipolati da un misterioso nemico che, alla fine, si rivelerà essere un volto noto a noi lettori. La storia è abbastanza semplice, Batman e Joker viaggiano per l'Europa alla ricerca di una cura, visitando Berlino, Praga, Parigi e Roma. Alla fine, una volta scoperto l'identità del villain e delle sue motivazioni, sono rimasto come un fesso in quanto, a mio avviso, non ha il benché minimo senso per quel nemico agire in quel determinato modo per dimostrare ciò che voleva dimostrare. A discapito di quello che vuole essere l'opera completa, Europa, preso a sé stante è una storia scialba, povera, che si regge a malapena e che, soprattutto, non racconta nulla di nuovo né tanto meno riesce ad aggiungere un aspetto interessante alla narrazione.

Una narrazione che mi aspettavo ruotasse attorno ad un Batman in terra straniera, in una città che non fosse sua, totalmente spaesato ed indebolito... e invece no. Ogni numero, ambientato in una città differente, è semplicemente una guida turistica e contrappone quanto accade ai due protagonisti/rivali ad un paragone storico riguardo la città in questione. In maniera molto boriosa, aggiungerei. Volendo essere buoni, potrebbe anche risultare un'opera interessante da un punto di vista artistico  in quanto è sicuramente ben curato sia per i disegnatori coinvolti che per l'impaginazione, basti guardare l'impaginazione alla francese nella storia ambientata a Parigi (con dei disegni, che almeno a mio avviso, fanno venire soltanto il mal d'occhio, secondo me le qualità di Latorre sono andate sprecate per quel tipo di layout) ma manca una narrazione solida. In sostanza Batman: Europa è debole, è noioso e ad un lettore casuale può risultare anche pesante in quanto ha la pretenziosità (apparente?) di voler essere un fumetto per "palati fini". Forse io non avrò un palato fine, ma a me ha assolutamente annoiato e i dialoghi, fin troppo articolati per i miei gusti, hanno reso la lettura addirittura pesante.

Insomma, in poche parole, boccio completamente Batman: Europa in quanto lo reputo una guida turistica e non un fumetto e perché, nonostante le basi veramente interessanti, non ha sostanza. L'unico tema "Batmaniano" che affronta è il solito trito e ritrito rapporto tra Batman e Joker e di come uno possa sopravvivere solo grazie all'altro. Emozioni zero, noia tanta. Se volete comprarlo, spero che voi abbiate un palato più fine del mio.

giovedì 20 ottobre 2016


Quanto scritto di seguito sono commenti a caldo dopo aver visionato forse uno dei più bei film che questo 2016 ci ha regalato. E non parlo di film di genere, intendo dire il migliore tra tutti!


Prendo fiato, perché ammetto che è dura restare obiettivi e senza alcun tipo di emozione.
Da dove comincio? Sausage Party è un film di animazione sulla falsariga di un qualsiasi film della Pixar dove troviamo articoli da supermercato -per lo più cibo- parlanti intraprendere un'avventura esilarante e piene di emozioni. Cosa lo differenzia da un Cars o un Toy Story qualunque? Che non è un film per bambini, ovviamente - basti pensare che il protagonista è una salsiccia e il cattivo un irrigatore vaginale. Ah, e che sceneggiatura e produzione sono opera di Seth Rogen ed Evan Goldberg, da sempre una garanzia di qualità per film politicamente scorretti, mai banali e sempre sul pezzo.

C'è poco da riassumere con Sausage Party. Non starò qui a raccontare la solita trama perché credo che sia veramente inutile farlo, essendo un film che si presenta già di per sé come un qualcosa di originale, senza aver bisogno di introduzioni sulla trama. Scopritelo da soli! Parliamo piuttosto di cosa lo rende speciale. Innanzitutto, il cast è eccellente, abbiamo Seth Rogen, Kristen Wiig, Edward Norton, James Franco e Salma Hayek, per dirne alcuni. La storia è esilarante, piena di allusioni sessuali, razzismo, violenza e delle stupende tanto quanto spaventose scene da film horror dove praticamente non avviene assolutamente nulla di strano ma contestualizzate assumono un'ilarità non indifferente. Credo che se la Pixar non realizzasse film per la Disney, sarebbe proprio su questo genere che si muoverebbero. Film animati per adulti, con scene altamente demenziali e goliardiche (che funzionano!!!) e con tematiche tutt'altro che banali.

La tematica, ecco qualcosa di cui approfondire.
Sausage Party è un film che sostanzialmente demolisce la struttura morale della società americana per poi ricostruirla pezzo per pezzo e farci capire perché un semplice panino ha bisogno di credere che ci sia un al di là piuttosto che morte sicura. Nel farlo lancia un messaggio fondamentalmente di "leggerezza" e apertura mentale, di amore se vogliamo. Critica sociale, sì, che non dà ragione a nessuna delle parti, scagliandosi violentemente contro il terrorismo e non solo quello islamico. Non a caso, l'intera storia si svolge alla vigilia del 4 luglio. E la bellezza di tutto ciò è che, con le sue allusioni sessuali, con la rinnovata voglia di vedere i nostri due eroi finalmente far sesso, riesce a lanciare questa critica all'apparenza (se destrutturata) incoerente riuscendo ad intrattenere e, ai più sensibili, riflettere.

In definitiva.
Consiglio di guardare Sausage Party, meglio ancora se in lingua originale per non perdere eventuali doppi sensi che nel doppiaggio italiano spariranno o si riadatteranno male al 90%. Lo reputo un film imperdibile, geniale. Non farò spoiler ma ritengo che abbia la miglior sequenza finale di tutta la storia del cinema. Se non mi credete, guardate per credere. E se non siete d'accordo, siete dei fottuti stupidi.

domenica 16 ottobre 2016


Holy bat-trap, Batman!
Diciamoci la verità, da quando la DC Comics ha ottenuto i pieni diritti della serie TV di Batman del 1966 si è data parecchio da fare. Basti pensare le numerose action figures rilasciate, i cofanetti blue-ray, le repliche della Batmobile, i DLC di Batman: Arkham Knight per non menzionare la serie regolare a fumetti che può persino vantare di un crossover con Green Hornet scritto nientemeno che da Kevin Smith! Per non farci mancare altro, nel mese di ottobre è stato rilasciato un film animato, Batman: Return of the Caped Crusaders che vede il ritorno di Adam West, Burt Ward e Julie Newmar nei ruoli (di doppiaggio, ovviamente) rispettivamente di Batman, Robin e Catwoman in quella che, oltre ad essere una sorta di revival, risulta un vero e proprio omaggio alla famosissima serie se non addirittura all'intera storia editoriale e non del Cavaliere Oscuro! Come? Beh, scopriamolo assieme.

La storia è abbastanza semplice: Batman e Robin sono alle prese con le loro nemesi più famose, ovvero il Joker, Pinguino, Riddler e Catwoman i quali hanno rubato un'arma capace di duplicare tutto ciò che si desidera. Il Dinamico Duo ovviamente riesce a fermarli ma Batman viene drogato da Catwoman e poco a poco subisce una metamorfosi che arriverà a farlo diventare "cattivo". Semplice ed efficace, con numerosi grattacapi risolti in maniera del tutto casuale come la serie TV ci ha abituato (e per la quale ogni appassionato l'ha amata), tante battute tristemente divertenti e, ovviamente, le immancabili botte onomatopeiche! Holy faster pussycat, kill kill!

C'è ben poco da dire su Return of the Caped Crusaders. Non aspettiamoci il film animato serio e cupo bensì un'ora e mezza di demenzialità e nonsenso accompagnato da un doppiaggio a dir poco nostalgico per chi è cresciuto con (o ha conosciuto) le voci di Adam West e Burt Ward e la caratterizzazione iconica dei coloriti personaggi. Mancano giusto i baffi del Joker sotto il trucco ma per il resto è pura emozione. Quelli che non mancano invece sono i riferimenti alla serie (quello più geniale, riproporre le tre attrici che hanno interpretato Catwoman!) compresi i vari "holy..." di Burt Ward/Robin e alcuni nemici apparsi sporadicamente nel corso degli anni. Non sono da meno neanche i riferimenti esterni ad essa, come ho detto in partenza risulta un omaggio anche alla storia di Batman come icona pop, sfruttando l'espediente del Batman malvagio per esplorare il suo passaggio da eroe buonista e frivolo a quella versione cupa e oscura che è diventata nel corso della sua storia editoriale, arrivando persino a citare l'opera più famosa scritta da Frank Miller: Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. Non basta? Ci sono riferimenti anche più nascosti, quello che ho più apprezzato (per simpatia, più che altro) è quello del recentissimo The Dark Knight Rises, terzo capitolo della trilogia di Christopher Nolan.

In definitiva.
Avete amato il Batman del 1966 e volete rievocare l'atmosfera demenziale e leggera che si respirava guardandone un episodio? Fa al caso vostro, non delude per nulla le aspettative. Godibile, simpatico e divertente. Ancora più bello è per i fan del Crociato Incappucciato che hanno la possibilità di poter analizzare la mutazione di Batman nel corso degli anni. E se guardandolo vi viene voglia di vederne ancora, la DC ha già annunciato un sequel per il 2017. La storia dovrebbe riguardare uno dei lost episodes della serie TV e vedrà l'introduzione di Harvey Dent, alias Due Facce. E io non vedo l'ora!


PS: sì, c'è anche il Batussi!


Solitamente quando si ricerca un horror ci si aspetta sempre un film che ci regali una tensione costante, che ci faccia saltare dalla sedia e che, a pellicola conclusa ci si renda conto di quanto quel film ci abbia realmente spaventato. Io sono un po' contrario a questa tipologia di film, ritengo che far spaventare le persone sia soggettivo, c'è chi si spaventa per una casa infestata e chi invece per un maniaco omicida in maschera, così come ci si spaventa per delle pentole lanciate per la cucina. Può funzionare ma anche no, il più delle volte è solo fine a sé stesso. Ciò che ricerco io in un film horror è una sorta di "tesi sulle fobie", quando una fobia viene analizzata dal punto di vista psicologico o almeno venga messa in risalto utilizzando espedienti quali entità sovrannaturali o eventi claustrofobici tendenti al realismo. Il film che voglio andare a recensire oggi non è per niente di questo genere, anzi si discosta per bene ed è un film quasi interamente incentrata sulla tensione. Man in the Dark è il titolo dato in Italia per Don't Breathe (più azzeccato del titolo in italiano, poi andrò a spiegare perché), film diretto da Fede Alvarez già conosciuto per aver diretto il remake di Evil Dead (La Casa) e la serie tv Dal tramonto all'alba, ed è a mio avviso uno dei migliori film horror usciti in questo 2016.

La trama del film è veramente molto semplice: Money, Alex e Rocky sono tre ragazzi di Detroit che si dilettano a svaligiare case per accumulare abbastanza soldi per riuscire a fuggire dalla città. Quando scoprono che un vecchio cieco veterano di guerra nasconde una enorme quantità di denaro nella sua casa, posta in un quartiere completamente disabitato, i tre decidono di compiere l'ultimo colpo della loro vita. Durante il furto, però, l'uomo li scopre e i tre dovranno vedersela con lui. E qui mi fermerò evitando spoiler perché, a mio avviso, dovreste godervelo poco a poco, senza sapere oltre.

Qual è la particolarità di questo film?
Una trama più che semplice e una caratterizzazione dei personaggi povera riescono a rendere un film più che interessante. Don't Breathe è l'esempio calzante di come un film possa riuscire bene nonostante si utilizzino pochi elementi, quanto bastano per dare un senso all'intero contesto senza dover necessariamente inserire mille spiegazioni a cosa stia accadendo intorno. Il film si muove su dei binari a velocità spedita, molte scene sappiamo già come andranno a finire ma non sappiamo mai quale strada imboccherà. Una scena di tensione, almeno secondo il mio punto di vista, funziona quando si sa sfruttare bene il cosiddetto jump-scare nei momenti più inaspettati - o non farlo avvenire quando ce lo si aspetta... e Don't Breathe ci riesce alla perfezione. Continuo a riferirmi al film col titolo originale non perché sono un hater di tutto ciò che gli italiani fanno su titoli dei film americani ma perché a mio avviso, anche il titolo gioca il suo ruolo: invito chiunque a guardare questo film tenendo bene a mente che il titolo originale è Non respirare anziché L'uomo nel buio... poi capirete la differenza. Se non aumenterà la vostra tensione, sarà puramente soggettivo. A me ha fatto restare tutto il tempo col fiato sospeso, immedesimandomi in dei personaggi che in un primo momento sai bene che non dovresti fare il tifo per loro (stanno svaligiando sempre una casa) ma più avanti si va col film, più avviene quel senso di immancabile immedesimazione nei protagonisti... fino alla fine.

In definitiva.
Come già detto in partenza, reputo Don't Breathe uno dei migliori film horror di quest'anno. Con una trama semplicissima e un ottimo lavoro di regia si è fatto veramente tanto dandoci la dimostrazione che non c'è bisogno di esagerare con effetti sonori o atmosfere per regalarci qualche brivido. Una buona regia e un buon lavoro sulla sceneggiatura, che non manca affatto di colpi di scena e approfondimenti (sempre semplicistici e funzionali!), possono rendere un film più che spettacolare e risultare godibile anche a chi dell'horror ha una diversa concezione. Consigliato.


lunedì 10 ottobre 2016



Restò fermo a leggere il cartello appeso all’ascensore: “Fuori servizio”. Mario aveva appena staccato dal lavoro che odiava, da quel luogo in cui aleggiava un tanfo così forte da causargli nausea. Ma doveva pur mantenere uno scopo nella sua vita e quella sera in particolare la giornata era stata più dura del solito, tanto da portarsi dietro quel puzzo fin nell’androne del condominio in cui abitava. E l’ascensore era fuori servizio per la sesta settimana consecutiva. Forse sarebbe stato il caso di fare un reclamo all’amministratore, ma se il suo condominio avesse avuto o meno un amministratore Mario non lo sapeva, non era mai solito lamentarsi e anche stavolta avrebbe percorso i suoi otto piani a piedi e a testa bassa, senza nemmeno un accenno di lamento. Giunse a fatica fino alla porta di casa. La targhetta segnava il suo cognome, “Rossi”. Mario Rossi, un nome qualunque per una persona qualunque.

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domenica 9 ottobre 2016



È passato un anno da quando la famosa e fortunata saga videoludica della Capcom Dead Rising ha visto il debutto della sua prima trasposizione su pellicola con Dead Rising: Watchtower, film di cui ho già avuto modo di parlare nel settembre 2015. Settembre 2016 ha visto il debutto, sempre per mercato digitale e home video, del sequel: Dead Rising: Endgame. Del primo film ne parlai benissimo, descrissi come a mio avviso non si presentasse come un buon film su di un videogioco bensì come uno dei migliori film di zombie. La critica e la fanbase di Dead Rising, però non è stata d'accordo con me, andandolo a stroncare completamente. Gusti, ovviamente. Ciò nonostante, il finale del primo film era aperto ad un sequel... ed eccolo qua. Con Tim Carter ancora alla sceneggiatura, la regia passa a Pat Williams. È stato fatto un buon lavoro? Andiamolo a scoprire.

Ricordate come finì Watchtower? Vi consiglio un re-watch perché la trama parte direttamente da lì, due anni dopo il finale del primo film, con Chase Carter (interpretato sempre dal buon Jesse Metcalfe) ancora alla ricerca della sua collega scomparsa Jordan Blair e l'esercito americano che ha oramai preso il controllo totale sulla popolazione americana con i suoi chip carichi dell'antidoto Zombrex impiantati in tutti i cittadini. Compito di Chase diventa quindi, non solo scoprire che fine abbia fatto Jordan, ma smascherare i loschi piani dell'esercito e fermare una misteriosa operazione chiamata Afterlife. E per farlo, dovranno vedersela con l'intelligence militare e una nuova razza di zombie.

Ebbene sì, una trama completamente differente da quella del primo film e se da una parte ci potrebbe anche stare, per certi versi fa un po' storcere il naso. Ma andiamo per gradi. Il primo film, Watchtower, si può dire che abbia soltanto gettato i semi per la costruzione di un universo narrativo più complesso, permettendo così di esplorare più a fondo il "problema zombie". Ora non sono a conoscenza di quanto sia esplorato a dovere l'universo all'interno del videogioco, fatto sta che a mio parere (da amante di film zombie) questa cosa stona parecchio, ma volendo essere meno critico, potrebbe anche starci. Il primo film si basava sulla semplice sopravvivenza dei protagonisti, ripetere la solita forma sarebbe stato molto azzardata in mancanza di idee innovative, tutte esaurite a mio avviso già nel primo film con la costruzione di armi e gli omicidi fantasiosi, quindi ben venga un cambio di rotta. Poi arrivano gli esperimenti sugli zombie e qui cominciano ad arrivare gli zombie che corrono, cosa che personalmente odio con tutto me stesso e che mi allontana dall'avere un parere oggettivo sull'argomento. Ci può stare? Secondo me, no. Vaffanculo agli zombie che fanno jogging. Endgame si allontana dall'idea Romeriana degli zombie (quelli lenti e che di tanto in tanto manifestano intelligenza tale da utilizzare armi di varia natura) e abbraccia quella vaccata di morte frenetica giustificandola come esperimenti. Proprio no.

Sfogo a parte, vorrei quanto meno restare obiettivo.
Dead Rising: Endgame è, tutto sommato, un film realizzato discretamente ma ha numerose pecche e su tutte la mancanza di un'anima, di una personalità. Watchtower si reggeva su un'ironia sottile, quasi misantropa e senza cura di regalare buonismo random, qui di questa ironia non c'è traccia - forse forse nella scena della bambina zombie ma nient'altro. Poi, il cambio di rotta è ben accettato pur se si fosse trovato qualche espediente interessante, ma qui non c'è. Endgame è solo un film in cui seguiamo i protagonisti fuggire e completare la missione. Nessun phatos, nessun colpo di scena. Niente di niente. Resteranno delusi chi si aspetterà un film di zombie, qui appaiono in totale per 20 minuti e di omicidi fantasiosi e/o armi assurde ce ne sono pochissime. Tutto il resto è una palla, esploriamo un universo narrativo che, personalmente, non sentivo ce ne fosse bisogno. A dare la mazzata finale a questo film sono sia le quasi 2 ore del primo film ridotte a dei miseri 90 minuti che gli zombie che corrono e saltano le auto. Ah, ma erano sperimenti, scusate.


lunedì 3 ottobre 2016



Nella tua vita, ti hanno raccontato decine di storie, ma quante di queste erano realmente senza pietà?
Questo è quanto recita il retro di copertina di Storie Brevi e Senza Pietà e se dovessi rispondere a questa domanda sarebbe nessuna. Regalatomi da una mia amica, Storie brevi e senza pietà è un fumetto realizzato da Marco Taddei e Simone Angelini, che già collaborano insieme per vari progetti e di cui io ero a conoscenza del solo Anubi. Di Storie brevi e senza pietà, invece, non ne avevo mai sentito parlare. E se di mio, Anubi non mi ha mai entusiasmato più di tanto, questo volume mi ha dato una reazione totalmente opposta. In un primo momento, mi ha affascinato per i disegni, leggendolo mi ha colpito sempre più, man mano che sono andato avanti con le pagine. Senza perdere tempo, dunque, andiamo a vedere di cosa si tratta.

Storie Brevi e Senza Pietà è un titolo più che azzeccato visto che raccoglie 9 storie autoconclusive, brevi e con finali amari, senza pietà, appunto. Si parla di una strana razza mutante che vive per almeno due generazioni sulla riva di un paesino,di un uomo seduto al bar a bere Campari, di una invasione di gatti, di un anziano intento a far crescere una agave. E ancora, di un re così pigro da farsi tagliare le mani, dell'esodo, dell'ultimo dinosauro rimasto in vita, di un angelo caduto in un pozzo e, infine, della giornata tipo di un uomo qualunque. Non c'è un vero e proprio tema riguardo ogni singola storia, ognuna è a sé stante, ognuna col suo stile di disegno appropriato. Qualche storia narra di un'avventura - alcune avvengono, altre no. E i finali sono sempre amari, anche quando vige l'ottimismo e si lascia presagire un lieto fine.

Una lettura cinica che, nonostante i temi affrontati e la narrazione tutt'altro che leggera, risulta scorrevole e interessante, intrinseca di una poetica straziante tanto quanto malinconica. E non si limita soltanto a descrivere lo squallore e/o la crudeltà dell'essere umano, ma della società stessa, di come questa funzioni e, a parer mio, questa viene rappresentata alla perfezione nel primo racconto. Il resto è puro cinismo, e non di quelli distruttivi... semplicemente è la pura realtà. Proprio per questo sono senza pietà, i due autori non ci parlano di un punto di vista che possa essere condivisibile o meno, ma della semplice e pura realtà, così com'è. E se qualcuno di noi è come l'anziano che a tutti i costi insegue ciò in cui crede, se una invasione di gatti avverrebbe tutti noi ci ritroveremmo inermi, senza sapere cosa fare.

martedì 27 settembre 2016


Cosa succede quando si ha il coraggio di trasformare in un film una hit musicale?
Domande a cui sarebbe meglio non rispondere, soprattutto se si pensa che stiamo parlando di Laura non c'è, canzone famosissima che rese famoso il cantante Nek nell'ormai lontano 1997 e titolo dell'omonimo film ad essa ispirata uscito nel 1998. Ora non chiedetevi perché l'abbiano fatto, erano gli anni '90 e basti pensare ad un'altra pellicola uscita sempre in quell'anno, Jolly Blu, film degli 883. Quando lammerda (o trash, come vogliate chiamarlo) regnava sovrano nel panorama italiano e a nessuno importava. Ad ogni modo, perché sono qui a parlare di Laura non c'è? Io, che in questo blog tratto sempre o di film horror o di fumetti, tra l'altro. Ebbene, un mio amico ha festeggiato da qualche giorno i suoi 25 anni e ha ricevuto in regalo proprio questo DVD (con una cover realizzata veramente male, al punto che il dorso non combacia con la custodia!) e, da amanti del cinema di merda, non abbiamo perso tempo decidendo di gustare questa perla - forse rimasta nell'anonimato, non saprei. Io di certo neanche sapevo che avessero fatto un film su quella canzone! Ad ogni modo, il film è veramente brutto, ma tant'è che son qui e devo dare un senso al tempo sprecato, proseguiamo prima con la classica sintesi del film. Partendo direttamente dalla fine.

Nek è un disegnatore che sta realizzando una storia a fumetti: quella del film che avete appena finito di vedere in quella dolorosa ora e mezza composta da dialoghi imbecilli, umorismo becero e regia fatta alla cazzo di cane. Ad ogni modo, 'sto fumetto che sta girando non c'entra proprio nulla con il testo della canzone, se non per una scena. Il personaggio protagonista del film (e del fumetto di Nek) è tal Lorenzo, un disegnatore di fumetti che gira col maggiolone di Dylan Dog e perenne sfigato e innamorato cronico dell'amore anche se, anziché essere un dongiovanni (e potrebbe esserlo, visto che è belloccio) si innamora di ragazze che conosce per 2 minuti. Salvando questa ragazza, Laura, da alcuni tipi che... beh, la strattonano, viene menato per poi venir curato da Laura. Sì, non ci ho capito un cazzo perché la sequenza è fatta veramente di merda, comunque 'sta Laura lo porta a casa sua (di Lorenzo, mica la sua) e il tipo s'è innamorato perso. Però Laura non è proprio un tipo che si capisce cosa voglia: ha strane teorie sull'occultismo e sulla reincarnazione, se la fa con Amadeus e un vecchio che le fa le dosi di insulina perché diabetica che poi si scopre essere il fratello che Lorenzo scambia per l'amante che la picchia e infatti per questa cosa litigano. Ad ogni modo, la storia è contorta e non ha senso, non si sa perché Lorenzo si sia innamorato di Laura (forse perché lo abbandona mentre lui fa una telefonata a caso dopo aver accarezzato un gatto) e Laura comunque se la tira dicendogli quando decide di sparire dalla sua vita: "Hai perso il l'amore più importante della tua vita!". Convinta lei. Ad ogni modo fanno pace nonsisaperché e lei muore di diabete. Una volta seppellita in un cimitero con le croci blu (e nel cimitero è sempre notte) si reincarna in un gatto e Lorenzo si strombazza il gatto, probabilmente. Ah, e la sua carriera di fumettista comunque decolla, almeno il bel finale. Non si sa se lavora per la Bonelli o la Star Comics, è abbastanza confuso. Lorenzo adora Lazarus Ledd ma il suo editore (un tipo che era così povero che suo padre usciva di casa e sparava a cazzo nel nulla) afferma che 'sto fumetto che ha creato diventerà più famoso di Lazarus Ledd! La fine del film, poi, riprende la "vita reale", cioè Nek che incontra tutti i personaggi disegnati nel fumetto (boh) e poi trova le palle per andare da 'sta Laura e baciarla a caso. Il film s'interrompe, probabilmente il personaggio di Nek verrà arrestato per molestie sessuali.

Siete confusi?
Bene, perché si è confusi nel momento in cui il film parte, con sequenze totalmente a casa di mafiosi che sparano in una discoteca e personaggi caricaturiali che, ok, fatti apposta, ma tristi e inutili. Un nano che ogni volta che appare dice a una tizia "se mi baci divento un principe" e mangia Smarties urlando "ME DROGO ME DROGO" (e altre citazioni improbabili su di un suo fantomatico utilizzo di droghe che vabbè, se lo dicono loro è così). Un padrone di casa che, per chiedere l'affitto, si comporta come un mafioso. Il miglior amico del protagonista che parla un finto romanaccio ed è un autentico morto di figa. E poi, i protagonisti che sono tutto dire: Lorenzo è Nicholas Rogers, attore australiano che chi ha avuto il coraggio di guardarsi tutti e 5 i Fantaghirò si ricorderà per il personaggio di Tarabas (grazie, Wikipedia). Mentre Laura è Gigliola Aragozzini di cui stavo per parlare male, ma ho appena letto che è morta a 23 anni di leucemia quindi mi asterrò da commenti negativi. Se non dire che quel film le ha portato sfiga. Ad ogni modo, nemmeno a parlarne di caratterizzazione dei personaggi, perché non c'è, non esiste una caratterizzazione così solida da poter spendere qualche parola. Il film è confuso e i protagonisti sono più anonimi dei comprimari e delle comparse, le quali queste ultime (per quanto penosi) hanno più carisma del protagonista.

Commento tecn-seh, vabbè.
Ammetto di non essere affatto il più adatto ad un commento tecnico ma in questo film anche un cretino potrebbe notare quanto tutto faccia schifo. Inquadrature inutili, inquadrature tagliate, effetti scenici esagerati e un montaggio sonoro messo su con una semplice sovraesposizione audio. Per non parlare dei tagli e delle transizioni, passaggi da uno scenario all'altro senza scopo e senso, rendendo la storia soltanto confusa. Si passa dalla notte al giorno come se fosse niente con i personaggi che danno così l'impressione di aver speso 12 ore a parlare dello stesso argomento. Per non parlare di una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti e che trova espedienti ridicoli, tipo sul finale in cui Lorenzo vede per l'ultima volta Laura e poi si addormenta per 48 ore senza sapere che poi lei il giorno dopo è morta. Il punto di forz... no, mi viene da ridere, diciamo così che il regista (Antonio Bonifacio) ha dato un'impronta fumettistica all'intera pellicola, sfruttando situazioni statiche e sequenziali basati su semplici dialoghi che spesso e volentieri si spostano di scenario in scenario con personaggi che compiono azioni diverse. Una formula che in un fumetto ci può anche stare, non disturba la lettura ed è funzionale... ma in un film? In un film è lammerda, tutto appare confuso e non c'è un filo narrativo solido che potrebbe, almeno in parte, giustificare l'azione che avviene. Giusto alcuni intervalli "disegnati a fumetti" lasciano intuire che sia quella l'intenzione del regista e se non ci fossero stati, ne dubito si sarebbe capito. Ad ogni modo resta una scelta interessante ma è realizzata un bel po' male. Gli stessi dialoghi sono molto caricaturali, ricordando un po' le dinamiche fumettistiche già citate, non ha almeno la pretesa di prendersi troppo sul serio anche se le battute e l'umorismo è veramente tanto, tanto, tanto, tanto, tanto triste. Non manca, comunque, la strizzatina d'occhio alle fangirl con l'attore belloccio inespressivo che però è bello quindi chissenefotte, e la classica scena strappamutande con lui che s'affaccia al balcone per mostrare a Laura un cartello con su scritto "Laura sei grande".

In definitiva.
Fa cagare.

Non manca il mio consueto tentativo di salvare il salvabile, però davvero non mi va di ribadire il concetto che, se fatto diversamente sarebbe stato interessante ma... stiamo parlando del film su una canzone di merda di un cantante mediocre (e non me ne vogliano i suoi anzi le sue fan) che ha fatto il suo tempo ad inizio degli anni 2000. Fa schifo, punto.

L'unica domanda che mi pongo è: le ragazze, fan di Nek, che all'epoca erano adolescenti, cosa hanno pensato di questo film? Come sono cresciute? Cosa fanno ora? Si drogano? Sono diventate persone serie? Se a leggermi è stata una fan di Nek a fine anni '90 me lo faccia sapere, grazie.


giovedì 22 settembre 2016



Up, up and away!
Apro così, con questa frase iconica legata al personaggio di Superman, sia per restare in tema con la recensione che andrò a trattare sia perché è con questo che festeggio il post n° 100 di questo blog. Nessun numero speciale, una recensione come un'altra come ormai sono abituato. E ovviamente ringrazio quei pochi, silenziosi, lettori che ogni tanto si fermano a leggere. Insomma, bando ai convenevoli e parliamo di Supergirl, serie TV ideata da Greg Berlanti e Andrew Keisber (gli stessi di Arrow, Flash, Vixen e Legends of Tomorrow) e prodotta dalla CBS. Almeno questa prima stagione, la seconda è ufficialmente promossa da CW, lo stesso che manda in onda le già citate serie DC. Allacciate le cinture e partiamo con questa recensione.

Di Supergirl c'è ben poco da sapere: cugina più grande di Kal-El, viene spedita sulla Terra dai genitori per prendersi cura del cugino ma un incidente sulla sua navicella la catapulta quasi 30 anni dopo il suo arrivo, trovandosi quindi un Kal-El non più piccolo ma cresciuto e che ha già assunto l'identità di Superman. Le origini qui si discostano parecchio dalle numerose che sono già state raccontate, non vengono accennati gli avvenimenti di Argo City e Supergirl arriva sulla Terra e, anziché seguire le orme del cugino, decide di restare nell'anonimato e comportarsi come una qualsiasi terrestre... salvo poi rinunciare per seguire la sua ispirazione più grande e vestire il manto di Supergirl. Da qui, l'intera serie è strutturata su un modello procedurale, con il cattivo della settimana da sconfiggere, ma allo stesso tempo un un'unica trama che fa da cornice. Non diverso insomma da The Flash. Gli episodi, di base, ripescano e rivisitano numerosi nemici di Superman e Supergirl così come le storie, in particolare un episodio si rifà a Per l'uomo che ha tutto di Alan Moore, il ché rende la cosa molto più interessante. Se volessimo, infine, riassumere l'intera stagione di Supergirl basterebbe dire che Kara Zor-El è alla scoperta del suo ruolo da supereroe, coadiuvata dall'aiuto dei suoi colleghi James Olsen e Winn e dal DEO, cui fa parte anche la sua sorellastra, Alex, e insieme -tra un nemico e un gattino salvato da un albero- tentano di fermare dei criminali fuggiti dalla Zona Fantasma (dalla quale la stessa Kara era rimasta imprigionata e congelata). Non mancano, ovviamente, i problemi esistenziali che fanno parte della sua quotidianità, su tutti la vita sentimentale e il lavoro come assistente a Cat Grant, interpretata da un'ottima Calista Flockhart, l'ex Ally McBeal.

Se volessimo deframmentare l'intera serie, direi che fortunatamente Supergirl riesce a differenziarsi dai vari Arrow e The Flash, mantenendo non solo un distacco fortemente sentito a causa dell'universo narrativo separato dall'Arrow-verse, ma per le tematiche stesse che questo affronta. Abbandonato quindi il mondo cupo di Arrow e quello più fanciullesco di The Flash, Supergirl rispecchia alla perfezione l'ideale del supereroe, ciò che esso rappresenta (in primis, ovviamente, la figura di Superman). Tanto di cappello, quindi, agli ideatori che hanno riuscito a trasmettere emozioni, a commuovere e far sorridere, anche se con un buonismo tirato ma che calza a pennello se lo affianchiamo al contesto quale è un mondo in cui esiste Superman. Ancora più riuscito è il presupposto con cui si sarebbe (e si è) dovuta sviluppare il concept: dare al pubblico un personaggio femminile forte, indipendente e che fosse alla pari con un personaggio della caratura di Superman, sia per forza/poteri che per ideale. E Melissa Benoist calza a pennello in questo ruolo, riuscendo a dare l'impressione di una ragazza qualunque, semplice e ordinaria alla stessa stregua di un supereroe fortissimo e che ispiri la gente. Su numerosi aspetti, reputo che Supergirl sia una serie ben riuscita, i personaggi sono caratterizzati non dico fedelmente (Jimmy Olsen nero, bello, palestrato, vabbè...) ma con spessore. Il personaggio di Cat Grant spicca tra tutti, perché se da un lato verrebbe da chiedersi chi è più Supergirl, Cat o Kara?, con il proseguire della storia e l'approfondimento del personaggio, viene fuori come sia realmente d'ispirazione la figura di Supergirl Kara, sempre a riuscire a tirare fuori il meglio delle persone. Come suo cugino.

Però, non mancano le note dolenti.
A fronte di una caratterizzazione dei personaggi ben riuscita, alle meccaniche di narrazione interessanti, personaggi veramente interessanti (avevo troppa voglia di vedere Red Tornato in un live action!) non mancano i difetti. I buchi nella sceneggiatura, i numerosi plot-holes che Berlanti e Kreisberg si lasciano via via in ogni serie che toccano. L'impressione è che per riuscire a fare qualcosa di riconoscibile al pubblico e che affascini, si dimenticano pezzi per strada o ignorano delle domande più che logiche: se il DEO è una base segreta nel deserto, perché la gente entra ed esce quando vuole e quanto tempo impiegano i vari civili a raggiungere l'avamposto? E poi, che sicurezza di merda c'è? E le prigioni sono prigioni o è solo una stanza? Queste e altre domande, ma difetti ci sono anche nel narrare le vicissitudini in chiave rosa tra i personaggi che, a mio dire, alla lunga stancano perché ripetono sempre la stessa formula ragazza lascia ragazzo per motivo scemo e scappa via. Tutto questo, comunque, incide veramente poco sulla qualità dello show che ad ogni modo si concentra più su Kara supereroe e gli effetti che ha sul mondo. Ed intelligentissima l'idea di non mostrare mai Superman. È una serie su Supergirl, un supereroe messo in ombra solo perché sembra essere solo un rip-off di un personaggio preesistente che deve dare dimostrazione che lei non è la cugina di Superman. Lei è Supergirl.

In definitiva.
Supergirl, se preso così com'è, non è affatto male. Mi ha divertito ed appassionato, nonostante io avessi dei seri dubbi visto che Berlanti e Kreisberg mi hanno veramente deluso, ma sembra che gli errori compiuti in Arrow e nella seconda stagione di Flash siano stati imparati, anche se ancora con qualche notevole difetto. Ma ci sta, non stiamo parlando di serie con un certo spessore come lo sono quelle Marvel prodotte da Netflix, il paragone non regge nemmeno. Certamente da fan DC mi piacerebbe vedere qualcosa del genere, ma risulterebbe complicato raggiungere un pubblico di massa, e fondamentalmente per ora Supergirl funziona così com'è. Almeno la prima stagione, dalla seconda in poi sarà prodotta da CW e, viste le esperienze passate, temo il peggio visto che andranno già a spezzare ciò che ha caratterizzato alla perfezione il telefilm: mostreranno Superman e per me non è un buon presupposto, ma staremo a vedere.

Lontani i fan che ricercano un prodotto maturo e strutturato in maniera coerente, Supergirl è una serie carina ma pieno di imperfezioni che se viste con una certa leggerezza, però, non incidono molto sul prodotto finale. La scena memorabile e che più mi è piaciuta? Supergirl che resta senza poteri e, rischiando di morire come una mortale, ferma una rapina a mano armata.

Questa, signori, è Supergirl.
E speriamo che non facciano la cazzata di rovinarci anche questa.

lunedì 5 settembre 2016


Le Tartarughe Ninja sono tornate!
E stavolta la recensione arriva con qualche mese di ritardo, per il semplice motivo che non me la sono proprio sentita di vederlo al cinema. Del primo film ne ho già parlato, restando su toni imparziali e molto contenuti - non mi era piaciuto, ma grosso modo non ne avevo voglia di parlarne completamente male. Potrei benissimo fare un copia e incolla perché questo secondo capitolo non si discosta molto dal primo film, qualitativamente parlando, l'unica differenza sta nell'inserimento di numerosi elementi presenti nella serie animata di fine anni '80.

Il film riprende subito dopo gli avvenimenti del primo film: le Tartarughe hanno salvato New York da Shredder, ma i meriti se li è presi Vernon, il cameraman di April O'Neil, come parte di un accordo preso con le tartarughe che hanno deciso di restare nascoste nell'ombra "perché sono ninja, agiamo nell'oscurità" salvo poi andarsene in giro con un camion della nettezza urbana molto pacchiano e che dà fin troppo nell'occhio. Ad ogni modo, Shredder riesce a fuggire dal carcere con l'aiuto di Baxter Stockman, uno scienziato geniale quanto sfigato (sarà perché è dedito al crimine anziché a ricerche scientifiche più serie?) e anche grazie a Rocksteady e Bebop, due criminali un po' tonti e che amano far rissa con una strana ammirazione per il leader del Clan del Piede. Shredder durante la fuga viene rapito da Krang, sì insomma il cattivone alieno che vive nella pancia del robottone, e gli dice che in passato aveva intenzione di conquistare il pianeta ma con scarsi risultati quindi gli propone di trovare alcuni pezzi di un dispositivo sparsi sulla Terra e in cambio, gli verrà dato il dominio del pianeta. Shredder, che paradossalmente è ancora più anonimo che nel primo film, si fomenta e decide di accontentarlo. Ed è compito ancora una volta delle Tartarughe Ninja fermare il tutto, combattendo sia contro i cattivi che contro loro stessi in quanto Leonardo non riesce a tenere in riga i tre fratelli ammettendo che non funzionano come una squadra. Neanche a dirlo, le Tartarughe Ninja escono fuori dall'ombra e pongono fine alla minaccia di Krang. E di Shredder non si sa più niente.

Trama ancora una volta infantile, buchi di sceneggiatura enormi e tanta pochezza di contenuti. Eppure gli spunti ci sono per approfondire argomenti come il legame di sangue, l'emancipazione, l'isolamento e la solitudine e, più importante di tutti, il lavoro di squadra. Di tutto questo c'è giusto qualche accenno ma nessun approfondimento, l'idea generale è che questo franchise si stia muovendo veramente per far presa su di un pubblico infantile, anche se questa volta strizza l'occhio ai fan più cresciuti con elementi come il Turtle-Van, Krang, Baxter Stockman e soprattutto Rocksteady e Bebop. Peccato sia una strizzata d'occhio e niente più, perché proprio il film non si regge affatto in piedi se non per quell'ironia già precedente nel primo film che se non altro funziona. Almeno quella.

Qui corro davvero il rischio di ripetermi con la recensione del primo film, ma davvero i personaggi sono caratterizzati scarsamente, Abbiamo finalmente Casey Jones interpretato da un legnoso Stephen Amell (che ci sa anche fare, ma è un pezzo di legno espressivamente parlando) e caratterizzato abbastanza fedelmente a cui viene dato poco spazio e quel poco a lui affidatogli è soltanto una goccia nell'oceano. April O'Neil è soltanto una bambolina, come d'altronde lo è Megan Fox già di suo. Molto ridicola e che mi ha fatto storcere il naso la scena in cui manda avanti Vernon per eliminare alcuni nemici dando come scusa "io ho le tette perciò non posso picchiarli io". Gli unici personaggi veramente simpatici e caratterizzati bene sono proprio Bebop e Rocksteady (il secondo interpretato dal wrestler WWE Sheamus) per i quali ho veramente desiderato vederli in ogni dannata scena. Perché, di nuovo, è l'umorismo che tiene in piedi l'intera pellicola.

In definitiva, cos'altro aggiungere? Personalmente a me questo film non è piaciuto, fai per la poca sostanza e i buchi di sceneggiatura (anche banali, tipo Raffaello che si separa dal gruppo e misteriosamente riappare insieme a loro) ma ciò nonostante quando hanno avuto l'intento di strappare qualche sorriso c'è riuscito. Mettiamola così, ancora una volta poteva uscire qualcosa di peggio e questo secondo capitolo riesce nella volontà di essere un filmetto tutta CGI, qualche risata e poco più. Passi la poca caratterizzazione dei personaggi, i siparietti inutili e i villain anonimi... almeno Tartarughe Ninja è un film di supereroi che non si porta dietro tanta distruzione come fanno i vari Avengers e Superman. Almeno quello.

domenica 4 settembre 2016


A volte le migliori idee sono quelle che ricevono poche attenzioni.
Il film di cui andrò a parlare in questa recensione è un caso speciale: Clinger è un film che ha alla base un'idea interessante ma sviluppata discretamente e concepita molto male. Scritto da tre autori emergenti (Chennisi, Steves e Bubba Fish) e diretto da Michael Steves che esordisce con il suo primo lungometraggio, Clinger non è altro che una semplice commedia horror del 2012 che ha come tema l'adolescenza e l'approccio verso la propria emancipazione, soffermandosi maggiormente sui primi amori adolescenziali.

Fern è una adolescente all'ultimo anno del liceo con le idee ben chiare sul suo futuro: vincere una borsa di studio per poter entrare all'MIT. Durante uno dei suoi allenamenti, conosce Robert, un ragazzo dolce e gentile con la passione della musica: è amore a prima vista per entrambi e i due decidono di mettersi assieme diventando, di fatto, il loro reciproco primo amore. Tuttavia, l'attitudine di Robert, possessivo e decisamente troppo melense (al punto da festeggiare anche un avversario settimanale!), portano ad un allontanamento da parte di Fern che decide di rompere il suo rapporto con lui ma nel momento in cui lo fa, Robert si distrae e finisce decapitato accidentalmente. Fern viene colta dal senso di colpa ma in qualche modo riesce a percepire la sua presenza e quando viene a scoprire che Robert è diventato un love ghost (fantasmi che si rifiutano di attraversare l'aldilà perché mossi da un forte sentimento d'amore) lo evoca e da lì il fantasma la perseguiterà con la stessa gelosia e possessività che aveva in vita.

Il film, di base, è veramente molto leggero ma si sviluppa su un'idea abbastanza interessante e con un messaggio finale non convenzionale: il cosiddetto primo amore non esiste, le persone passionali sono egoiste e il miglior approccio nel periodo adolescenziale non è una vera e propria relazione ma "uscire e divertirsi". Al diavolo quindi l'idea che l'amore deve vincere e si va avanti per innamorarsi ancora una volta, eccetera. Questo è un aspetto che alla fine del film si riesce a percepire e, seppure sia un concetto abbastanza scontato e privo di originalità, ci può stare. Ma Clinger presenta numerosi punti deboli e il primo in assoluto è la mancanza di creatività sul come sviluppare l'intera storia muovendosi su quelle basi premesse in partenza. Non è mia intenzione distruggere completamente la pellicola, il film è tutto sommato divertente, ha parecchie trovate che fanno sorridere ed è un film godibile che, sì, riesce a far ridere, però è abbastanza chiara e trasparente la difficoltà di muoversi su quel filo narrativo adottato e se ne sente maggiormente durante la sequenza finale dove vivi e fantasmi si battagliano con armi fantascientifiche. Fa storcere il naso, non è di peso perché fortunatamente c'è dell'ironia di contorno e ciò che accade non viene messo in secondo piano dal punto di vista dello spettatore, ridicolizzando anche quanto stia accadendo a chi, di fatto, non riesce a vedere i fantasmi, ma ugualmente è una sequenza buttata un po' a caso. Se da un lato questa scelta può essere ugualmente presa come originale per tentare qualcosa di differente, dal mio punto di vista c'è una forzatura che spezza la narrazione di per sé. Passino i pupazzetti posseduti, ma poi...

Un altro aspetto da non sottovalutare è la cura per la pellicola. Ribadisco come il film segni il debutto in un lungometraggio del regista Michael Steves che in un certo senso giustifica (ma fino a un certo punto) certi errori. Innanzitutto, una fotografia poco curata, sequenze comiche un po' troppo lunghe al punto da far percepire il momento in cui si dovrebbe ridere tipo 30 secondi prima e alcuni errori di scena abbastanza evidenti. Anche la scelta degli attori è abbastanza casuale, con quasi tutti che proprio non ce la fanno a entrare nella parte, a differenza dei due protagonisti (Vincent Martella e Jennifer Laporte). Inoltre, la mancanza di caratteristi è un errore in quanto in questo film ci sarebbe stata bene un po' di eccentricità in più, un personaggio sullo stile di F'resnel in Hell Baby, interpretato da Keegan-Michael Key. Ma questo è più un parere personale. Una piccola nota sulla scelta della colonna sonora, dico solo che alcuni brani sembrano usciti da uno spot di qualche barretta energetica.

In definitiva, come riassumo Clinger?
Personalmente mi è piaciuto, nonostante presenti degli errori abbastanza evidenti, una poca cura a livello registico e di sceneggiatura dettata dall'evidente mancanza di esperienza da parte della troupe. Però tutto sommato, le battute ci sono, il film riesce a far ridere nonostante alcune sequenze sono buttate un po' a caso. E questo, a mio parere, è importante. Lo consiglio, ma con la consapevolezza che non si sta guardando un film realizzato bene. Senza alcuna pretesa e a mente libera, si può anche guardare. Ah, il film non è mai stato distribuito in Italia, quindi se qualcuno ha provato a guardarlo, mi faccia sapere nei commenti!

lunedì 15 agosto 2016



L'Universo Cinematico DC si delinea col primo film senza Superman.
L'argomento di discussione che spesso divide i fan sui cinecomics supereroistici è sempre quello, chi è meglio, la Marvel o la DC? La seconda è decisamente la più giovane e tenta di differenziarsi ai metodi "Marvelliani", a detta di molti anche in maniera scadente e caotica. Per quanto mi riguarda, invece, a mio avviso la DC sta attuando un piano abbastanza lineare e coerente: ogni film si svolge in funzione a ciò che avverrà dopo. O almeno così spero, ad ogni modo i presupposti ci sono tutti. Suicide Squad, infatti, nasce proprio a seguito degli eventi di Batman v Superman. Attenzione agli spoiler, se non avete visto quest'ultimo, per quanto riguarda Suicide Squad, invece, mi conterrò molto con essi.

Come visto nel finale di Dawn of Justice, Superman è morto. La sua morte ha lasciato spiazzato il Governo americano che, coscienti che il mondo stia cambiando e che la minaccia metaumana è incombente, dopo che questi sono usciti allo scoperto dopo l'arrivo di Superman, decide di mettere su una squadra di metaumani per fronteggiare un'eventuale minaccia simile a quelle di Zod e Doomsday. Ma come rispondere alla distruzione che questi super-esseri causano ogni volta che si fronteggiano? Semplice, dare il compito a super-criminali sui quali far ricadere la colpa. Impiantando loro una microbomba nel collo per farli sottostare al loro volere, Amanda Waller mette su la Task Force X, conosciuta ufficiosamente come la Suicide Squad. All'incombere di una minaccia che rischia di porre fine al mondo come lo conosciamo, la squadra viene quindi assemblata e gettata sul campo, guidata dal Colonnello Rick Flagg. Ma non solo: sulle tracce della Suicide Squad c'è anche il Joker, con la sua personale missione di recuperare l'amata Harley Quinn.

Le aspettative di questo film? Altissime, per quanto mi riguarda. Con David Ayer alla regia, fresco del successo di Fury, il film si preannunciava divertente, diverso dai soliti cinecomics dovuto proprio grazie alla capacità del regista di dare forte spessore ai personaggi. Soprattutto quelli fuori di testa (vedi Fury, appunto). Sono molto rattristato nel dire che dopo averlo visionato sono rimasto abbastanza deluso. Non per la mancanza di una caratterizzazione dei personaggi, questa c'è ma si nota ma non si percepisce. L'intero film è incentrato su due personaggi: Deadshot e Harley Quinn, viene dato un po' di spazio a El Diablo e a Captain Boomerang vengono date delle scene comiche. Il resto è soltanto di contorno. Come giusto che sia, ok, ma mi sarei aspettato qualcosa di più. Con questa premessa, diamo un attimo uno sguardo ai personaggi.

Deadshot e Harley Quinn: come detto, i due protagonisti assoluti del film. Deadshot è ok, in quanto il leader storico della Task Force X. Personaggio che è in linea con Will Smith in quanto simile a molti interpretati dall'ex Fresh Prince of Bel-Air. Harley Quinn, invece, è l'elemento inserito per far felici le fangirl - ma non incoerente, in quanto protagonista dell'ultima incarnazione fumettistica della Squadra Suicida. I loro background sono delineati, non approfonditi, ma vengono narrate le loro origini e motivazioni personali. Per Deadshot è l'amore verso sua figlia mentre per Harley è il desiderio di avere una vita normale col suo Puddin'. Interessante l'aver visto sprazzi del rapporto tra i due clown che risulta sembrare abbastanza fedele all'idea datagli da Paul Dini in passato, avrei voglia di approfondirlo magari vedendoli in qualche pellicola futura, magari appunto nella futura trilogia di Batman diretta da Ben Affleck,

Captain Boomerang: interpretato da Jay Courtney, è la scheggia impazzita. Il folle, lo stronzo per antonomasia nonché membro storico della Suicide Squad e quella che gli americani definirebbero wild card. Peccato, però, che gli è stato dedicato poco spazio. Ingiustamente, se consideriamo il fatto che lui ha più storie come membro della Task Force X che come villain di Flash. Per quanto riguarda la sua caratterizzazione, invece, non credo siano stati molto fedeli, facendo più pressione sul suo lato stupido che malvagio (Digger Harkness è viscido, opportunista ed egoista) risultando l'elemento comico del gruppo. Interpretazione grandiosa, direi, ma è lasciato a metà e questa cosa mi ha un po' lasciato interdetto.



Rick Flag e Incantatrice: due personaggi che hanno ruoli l'uno in funzione dell'altro e niente più. Uno è un soldato incaricato di tenere a bada la Task Force X, l'altra è una strega millenaria che mette a rischio l'intero progetto della squadra suicida. Geniale l'inserimento di Flag, personaggio che ogni tanto la DC pesca fuori a caso dandogli ogni volta un ruolo differente.

Amanda Waller, El Diablo e gli altri: qui cercherò di essere più sintetico possibile. Amanda Waller, interpretata da Viola Davis, è semplicemente perfetta, in linea col personaggio dei fumetti (nell'era moderna, almeno, non nella versione obesa pre-New 52). Leader incontrastata e donna con le palle. El Diablo, invece, è l'unico membro della squadra che ha un tantino di spessore in più, ci si lascia avvicinare allo spirito del personaggio, alle sue emozioni. Personaggio giovanissimo, considerato che nasce nel 2011 sulle pagine di Suicide Squad, il quale risulta veramente ben curato. Poco curati invece sono Katana, Killer Croc e Slipknot. La prima è soltanto un personaggio affascinante, di lei viene spiegato veramente poco ed è un peccato, vista la natura folle e mistica; Killer Croc funziona al suo scopo ma non va oltre al ruolo assegnatogli. Infine, Slipknot, un personaggio così irrilevante nei fumetti che nel film serve soltanto ad una cosa. No spoiler, tranquilli.



La formazione della squadra, se siete appassionati di fumetti e conoscete la storia, è mista tra la primissima formazione e quella moderna con l'aggiunta di qualche personaggio batmaniano. Come notato, non ho specificato chi sia il cattivo della storia, scelta che ho volutamente condiviso con i trailer del film i quali si sono tenuti ben saldi dal volercelo mostrare. Se conoscete minimamente le origini editoriali della Suicide Squad, vi basti sapere che si basa sulla mini-saga Nightshade Odyssey di Ostrander (il quale viene anche omaggiato nel film!) del 1988, una delle primissime storie della Suicide Squad. Infine, non ho parlato di Joker. Per quello, aspetterò di vedere la versione in lingua originale perché davvero non ho ben capito l'interpretazione datagli da Leto. Visivamente è un tamarro e pappone e potrebbe stonare, ma il ruolo affidatogli è quello: Joker è un boss del crimine, un terrorista con le mani in pasta ovunque. Quindi quel ruolo datogli è azzeccato anche se fa strano a guardarlo, ma per un'analisi completa aspetterei di vederlo in lingua originale.

Considerazioni generali.
Come dicevo, il film mi ha lasciato un po' deluso. Innanzitutto perché si preannunciava come un film con una personalità tutta sua, con una sorta di stile. Ma così non è stato, anzi si è mostrato come un cinecomic da manuale, con scene caotiche e qualche dialogo sopra le righe. Le presentazioni dei personaggi sono l'unica cosa che veramente funziona, soprattutto quella di Harley Quinn, peccato che quella scelta stilistica si ferma su quella serie di flashback facendo perdere tutta la magia. Credo che la produzione abbia penalizzato fortemente la pellicola, in quanto il lavoro minuzioso di Ayer sui personaggi si nota, ma non traspare e per quanto riguarda il lavoro nell'insieme, non sembra proprio avere, appunto, identità. Ed è per questo semplice motivo che ne resto deluso. Non è esclusa però una seconda visione, soprattutto quando è palese che ci sarà una versione estesa, come in Batman v Superman che colmerà quei buchi di sceneggiatura palesi e sto parlando di scene che non hanno il benché minimo senso, Boomerang per un attimo lascia il gruppo e poi riappare a caso nella sequenza successiva. Insomma, la produzione ha scazzato nuovamente e che sia voluta o meno non ci è dato sapere fatto sta che, nonostante Suicide Squad stia accumulando consensi, anche questa volta mi vedo andare controcorrente e per la prima volta con un giudizio negativo.

Suicide Squad non mi è piaciuto.
Non ha identità, è sì divertente, sì ha funzionalità nella costruzione dell'Universo Cinematico DC e sì, ha una cura dei personaggi che volevo. Ma, lo ripeto per l'ennesima volta: la mancanza di una sua identità lo rende uguale a un qualsiasi cinecomic.

E avrei voluto vedere più Captain Boomerang.