lunedì 26 gennaio 2015



Aveva passato tutta la notte a scopare, la povera Gina. Non ce la faceva proprio più! Quella casa era un continuo via vai di gente, venivano in continuazione, senza sosta. Da dove prendevano tutte quelle energie, nemmeno Gina sapeva spiegarselo. Comunque, a lei non dispiaceva scopare, d’altronde era ciò che sapeva far meglio e quindi… via la tuba, giù con la tromba, piano e forte, nei posti più bui e sperduti dove nessun umano aveva mai osato avventurarsi. Gina era una grandissima avventuriera, le piaceva esplorare luoghi nuovi per riscoprire i gusti più disparati, ogni volta sempre diversi perché si scocciava di mangiar sempre le stesse cose. Sì, era anche golosa di calippo! Ah, che sbadato. Ho dimenticato di descrivervi il personaggio di cui stiamo parlando. Gina era un cazzo.

E così, mentre Gina và alla scoperta di nuovi gusti e sapori, noi spostiamoci verso l’altro protagonista della nostra storia, Nello, e vediamo se riuscite a stare attenti e scoprire chi è il nostro amico, che di professione fa il pittore!

Nello, a differenza di Gina, non amava molto spolverare. Non aveva poi ‘sta gran necessità, usava spesso l’aspirapolvere. Molti di voi potrebbero pensare che Nello fosse una persona solitaria, ma tutt’altro! A Nello piaceva tanto conversare con cazzi, culi, tette e fighe diverse, solo che non riusciva proprio a trovare la sua giusta dimensione! Alla fine, cazzi culi e tette per lui non facevano differenza, per lui erano tutti uguali. Il suo cespuglio barboso necessitava sempre un po’ di cura in più, ma non tanto quanto necessitavano gli altri cespuglietti, e a lui seccava che nessuno si accorgesse che i suoi capelli pubici fossero speciali. Si sentiva uguale a tanti altri ma allo stesso tempo diverso! Cioè, il suo mondo era fatto da gente di varia natura, cercava di diffidare da chi era cazzo e faceva il cazzo e da chi era la vagina e faceva la vagina. Lui era una vagina, ma era molto cazzo, così come Gina era un cazzo ma era molto figa. Insomma, non c’erano molti giochi di ruolo, e lui era felice di ciò! Anche se, ahimè, non aveva ancora trovato un cazzo che fosse molto figa inside. Ebbene, lui lo stava per trovare. Trovò Gina, anche se Gina… beh, qui entriamo nel vivo della storia!

Come abbiam già detto, a Gina piaceva cambiare tanti sapori e non perdeva tempo a scopare. Non si faceva poi tanti problemi! Fin quando aveva il rispetto per sé stessa, che male c’è? E provava di tutto, cazzi fighe culi tette… ma proprio tutto tutto tutto! Ciò aveva fatto di lei un’esperta di vita, ma aveva provocato in lei un forte senso di smarrimento, e si sentiva solo… ecco. Sì sentiva sola, anche se non lo dava a vedere. Un giorno, mentre era di ritorno da un’orgia con tre cazzi, cinque fighe e un vibratore, incrociò Nello e fu amore a prima vista! Chi l’avrebbe mai detto! Nello rimase a bocca aperta, voleva offrirle un caffèsborra, ma era troppo impietrito, gli capitava sempre quando incontrava chi realmente gli piaceva. Gina, dall’alto della sua esperienza, con la sua schiena inarcata, decise di far lei il primo passo e gli offrì uno Squirtz (vino e acqua frizzante) e così riuscirono a rompere il ghiaccio! Era così bello, sembravano fatti l’uno per l’altra, ed entrambi lo sapevano! Alla fine scoprirono che erano tanto diversi, ma erano fatti della stessa consistenza. E in più, lui era una figa ma dentro un cazzo, mentre lei un cazzo ma dentro figa, era un rapporto perfetto! I due si frequentarono, erano così tanto felici, ma poi… eh, poi Nello si impaurì quando scoprii che Gina s’era fatta praticamente tutta Sborrolandia e decise di rompere. Gina gli corse dietro, cercando spiegazioni e rivelandogli, tra le righe, che a lei importava veramente tanto di lui, e il fatto di aver messo apposto casa con una scopa anziché con un aspirapolvere, mezzo più rapido e meno efficace seppur tecnologico, non voleva assolutamente dir nulla, e che anzi.. magari gli avrebbe insegnato! Ma niente, Nello era ottuso, e scappò via, lasciando Gina incazzata. Così incazzata che alla fine pensò “sticazzi” e continuò a far quello che faceva prima. Nello, che guardava sempre da lontano, si chiedeva perché si comportasse così.

Poi l’illuminazione. Capii tutto.

Lei era un cazzo nell’involucro, ma in realtà era figa. Si mostrava cazzo solo perché Sborrolandia era un luogo infido pieno di persone malvage. E così scoprì che lui, nel suo involucro di figa, era un grandissimo cazzo alla John Holmes, e allora si decise. Corse subito da lei e scoparono così tanto che Sborrolandia sbiancò. Fine.



Quella notte, era una come tante altre nelle strade di Londra. La pioggia batteva forte, sui vetri delle finestre, e le strade erano desolate per via del coprifuoco. Vigeva un silenzio assoluto, che venne rotto solo dalle grida acute di una donna; una donna che, come suo ultimo atto, donò la vita a due gemelle, il cui nome si è andato a perdere nel tempo, perdendo anche la loro importanza, di fronte alla leggenda che le due avrebbero creato attorno a loro.

Le due bambine non crebbero di certo in un clima tranquillo; cresciute in fasce dalla loro zia, che morì poco dopo che le bambine compiessero due anni, furono poi affidate dal padre alcolista, il quale le lasciava spesso e volentieri in compagnie di donne di facili costumi. Le due sorelle crescevano quasi ignorando che quel mondo fatto di gente eccentrica, sbandata e decisamente poco affidabile fossero il “lato brutto” della società; non essendo mai uscite dal loro quartiere, non potevano sapere cosa ci fosse al di là dell’incrocio che il padre espressamente vietava alle due di visitare.

Le due bimbe crescevano l’una sulle spalle dell’altra, le loro uniche amiche erano le prostitute e le tossiche, delle giovani ragazze adolescenti che erano finite per un motivo o per un altro sulle strade a battere. Le storie che si sentivano raccontare per andare a dormire, erano racconti di sesso, droghe e omicidi; racconti che a qualsiasi bambino avrebbe inciso in maniera negativa, ma non a loro. All’età di 8 anni, con la scomparsa del padre, le due iniziarono a frequentare spesso il “mondo esterno”, per la precisione, il parco giochi situato a due passi da casa loro; chiunque le guardasse, si chiedeva cosa ci facessero due ragazzine così piccole, con l’aria innocente, da sole in un posto malfamato come quello. E di fatti, non si fece aspettare il primo pedofilo, che, intenzionato a portarsi a casa almeno una delle due gemelline, provò ad avvicinarsi alla più piccola offrendole un gelato, approfittando dell’assenza momentanea della sorella. Sarebbe potuta andare molto peggio, quella volta, ma in quell’occasione la fortuna assistette la ragazzina che venne salvata da Lucy, una giovane prostituta molto vicina alle due ragazze (e che talvolta fungeva anche da insegnante privata), che portò le due sorelline con sé e diede loro dei coltelli mettendole in guardia dei pericoli che avrebbero potuto trovare nel quartiere.

Quei coltelli, furono la loro rovina.

La più grande era solito fissare il coltello, come se ne stesse studiando la forma, mentre l’altra iniziò ad usarlo per infilzare qualsiasi cosa trovasse a tiro, provando un morboso piacere nello sbudellare gatti. Quando la più grande scoprì cosa stesse facendo la sorella, tentò di fermarla, salvando un piccolo gattino (ma, ahimè, non il suo occhio), che da lì divenne il suo miglior amico. Quell’evento, cambiò definitivamente il loro rapporto. Le due bimbe diventarono ragazzine, e con l’uscita dalla fase infantile in quella adolescenziale, i loro interessi iniziarono a mutare. A 13 anni, persero la verginità assieme, nello stesso momento, con lo stesso uomo. Una semplice dimostrazione di quanto le due fossero unite. Ma in realtà, tra le due c’era parecchia rivalità, soprattutto per parte della più piccola. Al loro 15esimo compleanno, decisero di uscire finalmente dal loro quartiere. Raccattarono qualche soldo rubandoli dalle borse delle loro “amiche”, e presero la metro. La serata non fu delle migliori. Vestite proprio come prostitute, perse nella metro di Londra, furono fermate da un gruppo di ragazzi che tentarono uno stupro di gruppo. Non andò come sperato. Le due non avevano mai smesso di girare con i coltelli, e non ebbero paura di utilizzarli. Soprattutto la più piccola delle gemelle. Se la prima uccise gli assalitori con precisione quasi chirurgica, per fare in modo di non sporcarsi di sangue, l’altra non aveva problemi a sgozzarli senza pietà, e a infierire ulteriormente su di loro una volta a terra; provava una morbosa eccitazione, nell’omicidio. La sorella la fermò in tempo, e la convinse di forza a tornare a casa, dove ebbero una lite molto accesa che finì con l’uccisione del povero gatto, ancora in vita da quello spiacevole incidente di pochi anni fa. La sorella, era colma di rabbia, ma si trattenne e non mosse un muscolo, mentre l’altra, resasi conto del suo errore, prese in braccio la carcassa del micio, corse di fuori, e lo seppellì nel parco. La sorella la seguì, ma non proferì parola. “Scusa…” mormorò la ragazza, con la voce rotta dalle lacrime. Non ricevette risposta, le due tornarono a casa. Dinnanzi la porta di casa, trovarono una sorpresa: un uomo robusto, con barba incolta e capelli bianchi, fermo ad aspettarle. Si avvicinò poi alle due, e mise una mano sulla spalla alla gemella più grande.

“Vi ho visto, alla metro. Ho visto cosa avete fatto a quegli uomini. Lo hanno visto tutti. Non sapevate delle telecamere, vero? No, ovviamente. Come potevate, cresciute in un modo barbaro come questo? Eppure, la barbaria stessa può diventare raffinata. Voi non meritate di marcire in prigione. Avete un dono. Vedete il mondo in maniera differente, e questo vi rende speciali. Presto verranno a cercarvi, e le vostre abilità verranno sprecate in maniera indecente. Venite con me. Vi mostrerò la via della perfezione, vi aiuterò a migliorare ciò che realmente siete”. Disse l’uomo, con le due ragazze che lo fissarono come pietrificate.

Una pattuglia passò nelle vicinanze. Non c’era tempo per decidere. Presto o tardi le avrebbero trovate. Queste due ragazze, senza nome e identità, dovevano prendere una decisione: vivere da criminali per tutta la vita, o scegliere di unirsi a quest’uomo misterioso. La scelta finale, si può facilmente dedurre.

Scoprirono che l’uomo in realtà era uno dei maestri di un’antica setta segreta di assassini al servizio di uomini potenti. Una sorta di organizzazione mercenaria al servizio di politici e figure di spicco dell’alta società inglese, o almeno era così che l’uomo la descrisse. Le due gemelle affinarono l’arte nell’uso dei coltelli; i maestri insegnarono loro come essere silenziose, letali, e precise. Dieci maestri, insegnarono loro l’arte di uccidere.

La ragazza più grande era la preferita del Gran Maestro; con i suoi movimenti sinuosi, felini, quasi “graziosi”, mischiata ad una capacità naturale di rendere un omicidio pulito, preciso, divenne l’assassina perfetta. L’unica rivale, era proprio sua sorella, che peccava di un comportamento fin troppo impetuoso; era sin da piccola che era desiderosa di sangue, di uccidere, e questa sua passione per la violenza si trasformò in una vera e propria perversione. Ciò la spinse, in età matura, a divenire l’amante dell’uomo che recuperò lei e sua sorella dalla strada. Le due sorelle, si separarono proprio per colpa di questa unione; era la prima volta che non condividevano qualcosa assieme. Il loro legame si spezzò, la rivalità tra le due stava finalmente per prendere forma. Nella testa della gemella primogenita, tale atto era visto, tuttavia, in maniera più chiara e limpida: conosceva sua sorella, sapeva che il suo era un atto di trasgressione, che in realtà aveva iniziato ad odiarla, e che sentiva la necessità di distaccarsi da lei, e fare di tutto per riuscirci. Lei voleva salvarla, perché sapeva che allontanandosi, la sorella non sarebbe durata a lungo.

La mattina del loro 23esimo compleanno, ci fu una festa atta a festeggiare il loro ingresso ufficiale nella loro setta. Le due migliori assassine dopo decenni, tuttavia, non potevano coesistere, non potevano essere allo stesso livello, necessitava la presenza di un superiore e del suo secondo. Necessitava una sfida. La sorella minore, non vedeva l’ora di affrontare il suo stesso sangue; da tanto aspettava quel giorno. Ma tanta preoccupazione c’era da parte dell’altra, e questa traspariva agli occhi di tutti. La sfida, ebbe inizio. Iniziarono con una serie di colpi a vuoto, atti a “sgranchirsi” prima di iniziare la vera lotta; la primogenita non era sicura di ciò che stava per fare, ma l’altra sì: farle male, forse sarebbe arrivata anche ad ucciderla. Un colpo, sulla spalla. Uno solo, causò una lieve ferita. Capì che la sorella minore stava facendo sul serio; questa iniziò ad attaccarla con veemenza, e la sorella, in preda al panico, chiuse gli occhi, la disarmò, e la buttò a terra con solo due semplici mosse. Una volta a terra, prese il coltello e glielo poggiò alla gola. “Sorella, basta”. Il Gran Maestro, aveva visto abbastanza. Nominò la primogenita caporale, senza volere ulteriori dimostrazioni, e tuttavia, la sorella sarebbe rimasta la sua seconda.

Questa situazione, non le andò a genio, ma la affrontarono come tutte le altre cose. Fu un anno intenso, persero il conto di quante persone uccisero. Molte di loro era gente altolocata, ben vestita e dell’alta società, ma c’erano quei rari casi in cui le vittime erano solo dei poveri. Spesso, erano anche costrette a far fuori dei bambini innocenti, e anche se indossavano una maschera, la sorella maggiore sapeva perfettamente che sotto di essa, sua sorella rideva. Godeva, nell’uccidere, e non le importava chi fosse. Una sera, si fermò a guardare fuori dalla finestra, presa dai suoi pensieri. Quell’uomo che li prese dalla strada, l’amante di sua sorella, si avvicinò, e le chiese che cosa avesse. Ebbe anche la sfacciataggine di parlarle affermando di essere “come un padre” per lei.

“È mia sorella. Ho paura per lei. Ho sempre saputo chi fosse, siamo l’una parte dell’altra, abbiamo vissuto assieme per tutta la vita, e so esattamente cosa pensa e cosa prova, in ogni istante della giornata. Ma, per quanto gemelle, io e lei abbiamo reagito in maniera differente alle avversità della vita. Questa vita, non mi appartiene. Forse nemmeno a lei, anche se a volte mi rendo conto di come uccidere sia la sua unica ragione di vita. Io non ho mai voluto questa strada. Tutta la mia vita, sono stata a proteggere mia sorella. Da piccola, aveva questa strana fissa con lo scuoiare gatti; ne salvai uno. Era Felix, il mio migliore amico. Mi seguiva ovunque, e credo che io fossi l’unica persona che quel gatto che avesse mai amato. Ne passò veramente tante. Gli diedi la forza di andare avanti; quando lo trovai era messo male, pensavo sarebbe comunque morto di lì a poco, e invece con la mia presenza, lui si riprese e decise di lottare per vivere. È vissuto per tanti anni, fin quando mia sorella non lo uccise per una stupida lite. Fu la stessa notte in cui incontrai te. Quella notte, smisi di amarla. Giuro… non ce la faccio più a guardarla negli occhi. La odio. Eppure, rimane sempre mia sorella, e sento di volerla aiutare. Quella notte, la seguii senza proferire parola, fino al giardino in cui seppellì Felix. Non perché volevo dirle che non mi importava, e che la volevo perdonare… in realtà, ero lì per proteggerla. Non volevo che qualcuno le facesse del male. Volevo esserci, per lei. Per questo ho seguito lei fin qui, in questo posto. Volevo seguirla, proteggerla. Volevo restarle vicino, convinta che potessi persuaderla, e darle uno scopo di vita, come feci con Felix. Ma, così facendo, ho tolto la vita a me stessa, e non sono riuscita a salvarla”.

L’uomo le disse che non era colpa sua, e che lei ormai era diventata migliore di sua sorella. Frasi di circostanza. L’uomo non aveva la benché minima idea di cosa avesse detto la ragazza finora. Provò a baciarla sul collo, ma prima ancora che la ragazza (che aveva un’aria molto infastidita) potesse girarsi e allontanarlo, entrò la sorella che gli conficcò il coltello nella schiena. Lo estrasse e lo colpì ripetutamente. “No, basta! Fermati!” disse la sorella. “Stà zitta, ne ho anche per te!”, rispose. La immobilizzò a terra, e iniziò a farle scivolare il coltello sul viso, fino a fermarsi all’occhio. “Amavi quel gatto più di tua sorella, allora?” disse con le lacrime agli occhi, ormai aveva perso la ragione. “Forse ti sentirai più a tuo agio se assomigliassi più a lui che a me”. Le strappò via l’occhio e lo schiacciò tra le dita. “L’ordine mi disconoscerà. Sarò esiliata, alle buone, ma io credo opteranno per darmi la caccia. Ho ucciso uno dei Maestri, è alto tradimento. Spero che sia tu a darmi la caccia, sorella”, disse andando via pulendo il coltello con uno straccio, lasciando la sorella sanguinante a terra, senza occhio.

Come predetto, l’Ordine dichiarò guerra alla ragazza, incaricando personalmente la sorella di occuparsene. Non solo, sapeva della setta, ma rischiava di mettere al servizio di persone inappropriate quanto appreso tra quelle mura. Ciò non poteva accadere, secondo il loro Codice. Lei accettò, a malincuore. Non poteva fare altro.

La caccia durò anni, 3 per l’esattezza. Scoprirono che si nascondeva in una locanda in Norvegia, lontana da occhi indiscreti. Fece l’errore di lasciare il marchio di fabbrica degli assassini che la addestrarono, era questione di tempo prima che arrivassero a lei seguendo le sue tracce. Nei primi tre mesi, fu inattiva. Decise di guadagnarsi da vivere in maniera onesta, adoperando una parrucca e degli occhiali, lavorando in un pub inglese; la notte, condivideva la camera con alcuni studenti, trovata dopo che la ragazza “persuase” uno di questi facendosi offrire un rifugio. Racimolato qualcosa, girò l’Inghilterra, guadagnandosi da vivere in modo pulito. Quando riconobbe un membro della setta, capì che le stavano alle costole, e che forse erano arrivate a lei da molto tempo. Molto probabilmente, la sorella decise di farle guadagnare tempo e non attaccarla subito. Decise di scappare, e si imbarcò di nascosto sulla prima nave che trovò; lì ebbe la fortuna di incontrare un ricco uomo che la nascose nella sua cabina, attirato dalle forme della ragazza. La nave era diretta in Norvegia, dove l’uomo aveva una grande villa. Forse, trovò la fortuna di sistemarsi a vita. L’uomo, se pur non affascinante, godeva di una certa ricchezza che a lei faceva molto comodo, e anche di parecchi “amici di famiglia” che trovava molto interessanti. Fece la bella vita per 2 anni e mezzo, fin quando un giorno, origliò una conversazione tra l’uomo e uno dei suoi più fedeli amici. Parlavano di uccidere qualcuno. L’amico, era in guai seri con l’amante e cercava chi potesse uccidere sua moglie per lui; lui lo liquidò in malo modo, dicendo che non si sarebbe mai immischiato in certe faccende, ma altro discorso era per la sua “compagna”.

Scese in giardino di nascosto, e si avvicinò all’uomo senza farsi vedere. Entrarono in auto e le propose l’affare. Due milioni, per uccidere la moglie e farlo sembrare suicidio. I due trattarono, e trovarono un accordo. Fece il lavoro in maniera pulita, ritrovò l’antico piacere dell’omicidio, e fu ripagata. Ma fece un grosso errore: fare in modo che si spargesse la voce sul suo conto. In 6 mesi, ricevette un discreto numero di offerte, ma l’inesperienza ripagò a caro prezzo: lasciò tracce riconducibili a lei alla polizia, e cosa ancor peggiore, alla setta.

Di fatti, a Londra, avevano occhi e orecchie bene aperti, e le modalità di quegli omicidi erano chiaramente sul loro stile di agire. Bastava dare un’occhiata ai minimi dettagli. Sua sorella, quindi, partì per la Norvegia. Quando finalmente trovò la sua abitazione, dopo mesi di ricerche, fu battuta dal tempo: la polizia aveva già fatto irruzione poche ore prima. Numerosi cadaveri erano presenti in casa. La ragazza, insanguinata e con una katana tra le mani, uscì allo scoperto e sorrise quando vide la sorella. “Oh, sorellina cara. Quasi ti avevo scambiato per il tuo gattino. Sei venuta qui a fare cosa? Salvarmi? Oppure uccidermi?”.

- “Ho smesso di cercare di salvarti molto tempo fa. Ormai, sei già persa”, rispose la sorella.
- “In quanti siete, lì fuori? Centinaia? Mille? In dieci?”
- “Solo io. Mi hanno incaricato di ucciderti personalmente”
- “E sono così sicuri che tu ce la possa fare? AH AH AH!”

La primogenita socchiuse l’unico occhio che le rimase, pronta a parlare, ma la sorella la attaccò ferocemente, spingendola a tirare fuori il coltello. Coltello contro katana. Incredibilmente, la sorella riusciva a tenerle testa, sebbene la sua lama fosse decisamente più piccola. Quello che ne seguì, fu una battaglia all’ultimo respiro, dove nessuno riuscì a spuntarla. Si ferirono a vicenda, persero tanto sangue, ma erano alla pari. “Io non ti ucciderò. Ma non ho intenzione di salvarti”, disse la sorella maggiore. “Puoi solo salvare te stessa. Io ne ho abbastanza. Avevo intrapreso questo viaggio solo per dirti questo, ma tu… sembra che non voglia ascoltarmi. A questo punto va bene così. Ho addosso il marchio del mio… del tuo fallimento, e per me è sufficiente”.

“Sai… se solo tu decidessi di fingerti morta, e iniziare da capo la tua vita, mi darebbero l’opportunità di lasciare l’Ordine. Ho giurato fedeltà, e ho avuto modo di dimostrare la mia fiducia a loro. Si fidano di me. Se ora torno a mani vuote, e tu resti in vita… mi aspetta la morte”.

Rimase ferma dando le spalle alla sorella, quasi come se fosse in attesa di una ulteriore attacco alle spalle. Ma la reazione fu inaspettata. “Siamo già morte. Dal momento in cui siamo state messe al mondo. Non c’è niente di vivo. Siamo morte, questa è la verità”. Disse la sorella, lasciando scivolare la katana per poi andarsene. Una lacrima sul volto della primogenita scese lentamente, mentre la sua gemella spariva nell’ombra.

Tornata  a Londra, fu accolta da una suora, in realtà una sua compagna della setta in incognito. “Ti aspetta la morte”, disse. “Non so quando, ma il Gran Maestro vorrà esserci di persona. Penso voglia…. Ascolta, mi ha detto che ti aspetterà in un luogo pubblico, a te molto importante. Così ha detto. Io non so altro. Sei stata un grande leader. È stato un piacere combattere al tuo fianco”. Un abbraccio inusuale. Sapeva donare voglia di vivere.

Il messaggio, era tuttavia chiaro. Il parco dove lei e la sorella giocavano era il luogo che più significava per lei. Lì, oltre ai ricordi gioiosi della sua infanzia trascorsa con la gemella, era seppellito anche il suo migliore amico, Felix. Il quartiere era più silenzioso del solito. Probabilmente era evacuato. Il Gran Maestro non si fece attendere, e si presentò davanti alla ragazza.

“Qui fosti concepita. Due giovani consumarono il proprio amore proprio qui, in questo parco. Poco più avanti, sei stata data alla luce con tua sorella. Una delle due, uccise sua madre, al momento del concepimento. L’altra, nacque quando essa era già morta. Come faccio a saperlo, non è mistero. La Setta ha occhi ovunque, e tu e tua sorella siete state osservate molto da vicino. Nulla, nella vostra vita è stato casuale. Il vostro destino era già stato scritto dal momento in cui la morte fu fonte della vostra vita. È questo il nostro segreto, ed è questo che rende speciali i nostri adepti. Ognuno di noi è nato dalla morte stessa. Ma voi siete speciali; voi, personificate la Morte stessa. La Morte dello spirito, nell’animo, nell’essenza stessa. Ma tu, mia cara, sei ancora più speciale. Tu sei capace di dare Vita a chi ti sta attorno; quella vita che tu stessa strappi dalle tue vittime. E tu, figlia mia, sei l’assassina perfetta. Racchiudi Morte e Vita, e hai doti naturali per donare entrambe. Persone come te, nascono una volta ogni millennio. Sei la prescelta!”

“Io non ho questo dono”, esclamò la ragazza. “Avrei salvato mia sorella, se lo avessi avuto realmente”.

“No, mia cara.”, replicò il vecchio. “A discapito di quanto ti hanno voluto far credere, sei sempre stata la secondogenita, quella nata dalla Morte. Non puoi apprezzare qualcosa, se non te la si strappa via. Tua sorella, ha ucciso tua madre, ed ha servito al suo scopo: far nascere te, e renderti ciò che sei! E non puoi salvarla, perché non c’è niente da salvare, in lei!”

Le parole del vecchio erano pieno di delirio, e la ragazza non le accettava. Erano solo un mucchio di stupidaggini. “A me non importa di nessun altro, se non di mia sorella”, disse. “Devi ancora comprendere il significato del Grande Disegno, figliola”, rispose l’anziano. “E non le comprenderò mai. Non voglio farlo, perché ai miei occhi sono un mucchio di grosse puttanate!”

L’anziano scosse la testa, e fece un cenno ai suoi uomini, che in tutta fretta portarono la gemella, legata. “Speravo tu fossi pronta per condividere il tuo dono con noi”, disse il vecchio, “Ma credo che tu debba ancora decidere da che parte stare. Ora, hai di fronte l’ultima prova: donerai Vita o Morte? Quale scelta, secondo te, porterà tua sorella alla salvezza?”

La ragazza rimase a fissare la sorella in silenzio, che a sua volta era in lacrime, e spaventata. Guardò il luogo dove era sepolto Felix, e poi di nuovo la sorella. Chiuse l’occhio, e pensò. “Scegli saggiamente”, disse il vecchio. Il silenzio fu lunghissimo, durò parecchi minuti. L’unica cosa a spezzare quel silenzio, era la pioggia. Dopo vari minuti, la ragazza parlò.

“Sia ben chiaro. Non credo a tutte queste cazzate, e mi rifiuto di credere che io sia destinata ad un ruolo superiore. Io non sono Dio, e non spetta a me decidere chi vive o muore. Io non sono la personificazione di un bel niente. Sono una ragazzina strappata via alla Vita, e che ha passato la sua intera esistenza a cercare di aiutare la propria sorella. Avrei potuto scegliere una vita migliore, onesta, nonostante gli sbagli che avrei commesso, ma ho scelto di stare al fianco di mia sorella, per salvarla. Per darle uno scopo di vita. Quando la strappò via a Felix, interpretai quel gesto come un totale disprezzo verso di essa. Ma, mi rendo conto che lei non è mai stata attaccata a tutto ciò. Ed è solo oggi, quindi, che tutto ciò può avere realmente valore, ed incidere positivamente su di lei. Ho dato via me stessa per lei, e un ultimo gesto estremo potrà soltanto donarle consapevolezza; se andrà male, il mio sarà un gesto esclusivamente egoista, poiché io non ce la faccio più, a vivere in questo modo. Ogni ragazzino ucciso, diamine, anche ogni porco riccone che uccido… se ne va via un pezzo di me. L’unica cosa che posso fare, è aiutare mia sorella. E chiedo un ultimo favore, e so che lo manterrete perché credete nell’onore: cancellate il suo tradimento, datele nuova identità, e lasciatela in pace. Merita una vita lontano da tutto questo male. Che impari a vivere, con questo mio ultimo atto. Uccidetemi, perché è ciò che voglio. Per me, e per mia sorella”


L’anziano fece cenno con la testa, visibilmente addolorato. “Così sia”, disse. Gli uomini chinarono il capo della donna, ed estrassero una spada. La sorella, con le lacrime agli occhi, chiuse per la prima volta i suoi occhi di fronte ad una scena del genere. Per la prima volta, pianse, non vide la testa della sua gemella rotolare a terra. Smise di godere, all’odore del sangue. L’anziano e i suoi adepti andarono via, ordinando di slegare la ragazza, che rimase in ginocchio, piegata su se stessa, a piangere.