sabato 28 febbraio 2015



Okay, mi ero ripromesso di evitare per un po' le recensioni, ma eccomi qui.
Quello di cui voglio parlare oggi è l'adattamento a fumetti del famosissimo romanzo di Stieg Larsson Uomini che odiano le donne curato da Denise Mina per la Vertigo. Andando per gradi, inutile dire che questa è un'opera che mi piace moltissimo; ho conosciuto prima il film del 2011 con Daniel Craig e Rooney Mara e solo da poco ne ho letto il libro acquistato assieme, appunto, alla graphic novel. Assortito dalla lettura, ho a dir poco amato il romanzo tanto che ho iniziato, appena conclusolo, il graphic novel. Ebbene, recensirò questo tralasciando, magari, il mio consueto riassunto della trama sicché The Girl With The Dragon Tattoo (questo il titolo in lingua inglese) va letto esclusivamente se si conosce il romanzo.

Ed è appunto da questa mia ultima affermazione che voglio partire. Per leggere il graphic novel bisogna aver letto prima il romanzo per capire cosa stia succedendo. Sì, perché le azioni si spostano su un piano molto frettoloso, tralascia parecchi dettagli e arriva a conclusioni senza dar alcuna spiegazione. Diamine, non dico debbano per forza seguire i ritmi a rilento del libro, ma un po' d'aiuto al lettore? Ho trovato una pecca assurda e cioè quella di lasciar poco spazio ai racconti dei singoli personaggi della famiglia Vagner, come per esempio - il fatto che Herald era un nazista convinto così come il fratello qui viene accennato più in là ma nemmeno preso più di tanto in considerazione, così come la scarsa considerazione dei genitori di Harriett e Martin verso i propri figli. Ma fin qui, possiamo anche chiudere un occhio, perché in fin dei conti il tutto cerca di essere fedele al racconto originale. Se non che, beh, se non che salti delle parti fondamentali come il primo atto di sottomissione di Lisbeth, costretta dal suo nuovo tutore a praticargli del sesso orale; il graphic novel invece accenna un semplice interesse (mano sul seno) e quando Lisbeth è a casa dell'avvocato è già munita di telecamera che filma il suo stupro. Perché Lisbeth era già pronta con la telecamera? Non era pronta, seguendo la logica della sceneggiatura applicata al fumetto. Ma ad ogni modo, la scena della vendetta di Lisbeth sul suo tutore chiude praticamente il primo volume, mentre il secondo ne vede la conclusione. Una conclusione che, beh, è completamente diversa da quella del film e tutto perché? Perché han voluto incentrare la sceneggiatura sul personaggio di Lisbeth. Fin qui tutto bene, visto che è lei il personaggio principale nella saga Millennium, ma ahimè, qui viene completamente ridimensionato.

Se nel libro Lisbeth viene messa in risalto per il suo modo di fare taciturno e per il suo evidente problema di autismo, Denise Mina ha deciso che Lisbeth deve essere un personaggio autonomo e non convenzionale. In poche parole, prende il personaggio unico di Lisbeth e lo trasforma in un anti-eroe quasi conformista, con spiccate doti sociali e una psicologia indipendente che, levati, non ha bisogno di niente e di nessuno. Esattamente, smontando così la complessità psicologica data da Larsson nel suo romanzo originale. La relazione tra Lisbeth e Mikael era sincera, almeno da parte sua. Lisbeth tenta di allontanarlo perché si rende conto che ne è innamorata. Qui, invece, decide di smettere di far sesso con Mikael perché lo ha deciso lei (poi perde anche la fidanzata, Minni, che nel libro non è che una semplice compagna di giochi) e inchioda Wennerström solo per il suo spiccato senso di giustizia. E sì, va beh che Vertigo è casa DC Comics, ma non è che il complesso del supereroe lo debbano avere anche i personaggi Vertigo. Oltre a questo, non ho ben capito il perché della censura sugli abusi di Harriett perpetuati dal fratello, questo è inspiegabile e smonta totalmente la trama rendendo la fuga della ragazza quasi suerflua. Boh.

In linea di massima, reputo The Girl With The Dragon Tattoo un graphic novel discreto, sicuramente quasi immancabile per i fan della saga Millennium visto che i disegni di Leonardo Manco e Andrea Mutti (che si sono dedicati rispettivamente e unicamente alla parte su Lisbeth e Mikael) sono un qualcosa di magnifico agli occhi. Anche se, a parer personale, ho preferito molto di più i disegni di Leonardo Manco anche se, beh, la caratterizzazione storpiata e pompata di Lisbeth non mi è andata proprio giù. Insomma, la sceneggiatura pecca - si riesce a seguire perfettamente se si conosce il libro, i disegni sono magnifici. Io lo custodirò gelosamente solo perché amo le copertine di Lee Bermejo.

lunedì 26 gennaio 2015



Aveva passato tutta la notte a scopare, la povera Gina. Non ce la faceva proprio più! Quella casa era un continuo via vai di gente, venivano in continuazione, senza sosta. Da dove prendevano tutte quelle energie, nemmeno Gina sapeva spiegarselo. Comunque, a lei non dispiaceva scopare, d’altronde era ciò che sapeva far meglio e quindi… via la tuba, giù con la tromba, piano e forte, nei posti più bui e sperduti dove nessun umano aveva mai osato avventurarsi. Gina era una grandissima avventuriera, le piaceva esplorare luoghi nuovi per riscoprire i gusti più disparati, ogni volta sempre diversi perché si scocciava di mangiar sempre le stesse cose. Sì, era anche golosa di calippo! Ah, che sbadato. Ho dimenticato di descrivervi il personaggio di cui stiamo parlando. Gina era un cazzo.

E così, mentre Gina và alla scoperta di nuovi gusti e sapori, noi spostiamoci verso l’altro protagonista della nostra storia, Nello, e vediamo se riuscite a stare attenti e scoprire chi è il nostro amico, che di professione fa il pittore!

Nello, a differenza di Gina, non amava molto spolverare. Non aveva poi ‘sta gran necessità, usava spesso l’aspirapolvere. Molti di voi potrebbero pensare che Nello fosse una persona solitaria, ma tutt’altro! A Nello piaceva tanto conversare con cazzi, culi, tette e fighe diverse, solo che non riusciva proprio a trovare la sua giusta dimensione! Alla fine, cazzi culi e tette per lui non facevano differenza, per lui erano tutti uguali. Il suo cespuglio barboso necessitava sempre un po’ di cura in più, ma non tanto quanto necessitavano gli altri cespuglietti, e a lui seccava che nessuno si accorgesse che i suoi capelli pubici fossero speciali. Si sentiva uguale a tanti altri ma allo stesso tempo diverso! Cioè, il suo mondo era fatto da gente di varia natura, cercava di diffidare da chi era cazzo e faceva il cazzo e da chi era la vagina e faceva la vagina. Lui era una vagina, ma era molto cazzo, così come Gina era un cazzo ma era molto figa. Insomma, non c’erano molti giochi di ruolo, e lui era felice di ciò! Anche se, ahimè, non aveva ancora trovato un cazzo che fosse molto figa inside. Ebbene, lui lo stava per trovare. Trovò Gina, anche se Gina… beh, qui entriamo nel vivo della storia!

Come abbiam già detto, a Gina piaceva cambiare tanti sapori e non perdeva tempo a scopare. Non si faceva poi tanti problemi! Fin quando aveva il rispetto per sé stessa, che male c’è? E provava di tutto, cazzi fighe culi tette… ma proprio tutto tutto tutto! Ciò aveva fatto di lei un’esperta di vita, ma aveva provocato in lei un forte senso di smarrimento, e si sentiva solo… ecco. Sì sentiva sola, anche se non lo dava a vedere. Un giorno, mentre era di ritorno da un’orgia con tre cazzi, cinque fighe e un vibratore, incrociò Nello e fu amore a prima vista! Chi l’avrebbe mai detto! Nello rimase a bocca aperta, voleva offrirle un caffèsborra, ma era troppo impietrito, gli capitava sempre quando incontrava chi realmente gli piaceva. Gina, dall’alto della sua esperienza, con la sua schiena inarcata, decise di far lei il primo passo e gli offrì uno Squirtz (vino e acqua frizzante) e così riuscirono a rompere il ghiaccio! Era così bello, sembravano fatti l’uno per l’altra, ed entrambi lo sapevano! Alla fine scoprirono che erano tanto diversi, ma erano fatti della stessa consistenza. E in più, lui era una figa ma dentro un cazzo, mentre lei un cazzo ma dentro figa, era un rapporto perfetto! I due si frequentarono, erano così tanto felici, ma poi… eh, poi Nello si impaurì quando scoprii che Gina s’era fatta praticamente tutta Sborrolandia e decise di rompere. Gina gli corse dietro, cercando spiegazioni e rivelandogli, tra le righe, che a lei importava veramente tanto di lui, e il fatto di aver messo apposto casa con una scopa anziché con un aspirapolvere, mezzo più rapido e meno efficace seppur tecnologico, non voleva assolutamente dir nulla, e che anzi.. magari gli avrebbe insegnato! Ma niente, Nello era ottuso, e scappò via, lasciando Gina incazzata. Così incazzata che alla fine pensò “sticazzi” e continuò a far quello che faceva prima. Nello, che guardava sempre da lontano, si chiedeva perché si comportasse così.

Poi l’illuminazione. Capii tutto.

Lei era un cazzo nell’involucro, ma in realtà era figa. Si mostrava cazzo solo perché Sborrolandia era un luogo infido pieno di persone malvage. E così scoprì che lui, nel suo involucro di figa, era un grandissimo cazzo alla John Holmes, e allora si decise. Corse subito da lei e scoparono così tanto che Sborrolandia sbiancò. Fine.



Quella notte, era una come tante altre nelle strade di Londra. La pioggia batteva forte, sui vetri delle finestre, e le strade erano desolate per via del coprifuoco. Vigeva un silenzio assoluto, che venne rotto solo dalle grida acute di una donna; una donna che, come suo ultimo atto, donò la vita a due gemelle, il cui nome si è andato a perdere nel tempo, perdendo anche la loro importanza, di fronte alla leggenda che le due avrebbero creato attorno a loro.

Le due bambine non crebbero di certo in un clima tranquillo; cresciute in fasce dalla loro zia, che morì poco dopo che le bambine compiessero due anni, furono poi affidate dal padre alcolista, il quale le lasciava spesso e volentieri in compagnie di donne di facili costumi. Le due sorelle crescevano quasi ignorando che quel mondo fatto di gente eccentrica, sbandata e decisamente poco affidabile fossero il “lato brutto” della società; non essendo mai uscite dal loro quartiere, non potevano sapere cosa ci fosse al di là dell’incrocio che il padre espressamente vietava alle due di visitare.

Le due bimbe crescevano l’una sulle spalle dell’altra, le loro uniche amiche erano le prostitute e le tossiche, delle giovani ragazze adolescenti che erano finite per un motivo o per un altro sulle strade a battere. Le storie che si sentivano raccontare per andare a dormire, erano racconti di sesso, droghe e omicidi; racconti che a qualsiasi bambino avrebbe inciso in maniera negativa, ma non a loro. All’età di 8 anni, con la scomparsa del padre, le due iniziarono a frequentare spesso il “mondo esterno”, per la precisione, il parco giochi situato a due passi da casa loro; chiunque le guardasse, si chiedeva cosa ci facessero due ragazzine così piccole, con l’aria innocente, da sole in un posto malfamato come quello. E di fatti, non si fece aspettare il primo pedofilo, che, intenzionato a portarsi a casa almeno una delle due gemelline, provò ad avvicinarsi alla più piccola offrendole un gelato, approfittando dell’assenza momentanea della sorella. Sarebbe potuta andare molto peggio, quella volta, ma in quell’occasione la fortuna assistette la ragazzina che venne salvata da Lucy, una giovane prostituta molto vicina alle due ragazze (e che talvolta fungeva anche da insegnante privata), che portò le due sorelline con sé e diede loro dei coltelli mettendole in guardia dei pericoli che avrebbero potuto trovare nel quartiere.

Quei coltelli, furono la loro rovina.

La più grande era solito fissare il coltello, come se ne stesse studiando la forma, mentre l’altra iniziò ad usarlo per infilzare qualsiasi cosa trovasse a tiro, provando un morboso piacere nello sbudellare gatti. Quando la più grande scoprì cosa stesse facendo la sorella, tentò di fermarla, salvando un piccolo gattino (ma, ahimè, non il suo occhio), che da lì divenne il suo miglior amico. Quell’evento, cambiò definitivamente il loro rapporto. Le due bimbe diventarono ragazzine, e con l’uscita dalla fase infantile in quella adolescenziale, i loro interessi iniziarono a mutare. A 13 anni, persero la verginità assieme, nello stesso momento, con lo stesso uomo. Una semplice dimostrazione di quanto le due fossero unite. Ma in realtà, tra le due c’era parecchia rivalità, soprattutto per parte della più piccola. Al loro 15esimo compleanno, decisero di uscire finalmente dal loro quartiere. Raccattarono qualche soldo rubandoli dalle borse delle loro “amiche”, e presero la metro. La serata non fu delle migliori. Vestite proprio come prostitute, perse nella metro di Londra, furono fermate da un gruppo di ragazzi che tentarono uno stupro di gruppo. Non andò come sperato. Le due non avevano mai smesso di girare con i coltelli, e non ebbero paura di utilizzarli. Soprattutto la più piccola delle gemelle. Se la prima uccise gli assalitori con precisione quasi chirurgica, per fare in modo di non sporcarsi di sangue, l’altra non aveva problemi a sgozzarli senza pietà, e a infierire ulteriormente su di loro una volta a terra; provava una morbosa eccitazione, nell’omicidio. La sorella la fermò in tempo, e la convinse di forza a tornare a casa, dove ebbero una lite molto accesa che finì con l’uccisione del povero gatto, ancora in vita da quello spiacevole incidente di pochi anni fa. La sorella, era colma di rabbia, ma si trattenne e non mosse un muscolo, mentre l’altra, resasi conto del suo errore, prese in braccio la carcassa del micio, corse di fuori, e lo seppellì nel parco. La sorella la seguì, ma non proferì parola. “Scusa…” mormorò la ragazza, con la voce rotta dalle lacrime. Non ricevette risposta, le due tornarono a casa. Dinnanzi la porta di casa, trovarono una sorpresa: un uomo robusto, con barba incolta e capelli bianchi, fermo ad aspettarle. Si avvicinò poi alle due, e mise una mano sulla spalla alla gemella più grande.

“Vi ho visto, alla metro. Ho visto cosa avete fatto a quegli uomini. Lo hanno visto tutti. Non sapevate delle telecamere, vero? No, ovviamente. Come potevate, cresciute in un modo barbaro come questo? Eppure, la barbaria stessa può diventare raffinata. Voi non meritate di marcire in prigione. Avete un dono. Vedete il mondo in maniera differente, e questo vi rende speciali. Presto verranno a cercarvi, e le vostre abilità verranno sprecate in maniera indecente. Venite con me. Vi mostrerò la via della perfezione, vi aiuterò a migliorare ciò che realmente siete”. Disse l’uomo, con le due ragazze che lo fissarono come pietrificate.

Una pattuglia passò nelle vicinanze. Non c’era tempo per decidere. Presto o tardi le avrebbero trovate. Queste due ragazze, senza nome e identità, dovevano prendere una decisione: vivere da criminali per tutta la vita, o scegliere di unirsi a quest’uomo misterioso. La scelta finale, si può facilmente dedurre.

Scoprirono che l’uomo in realtà era uno dei maestri di un’antica setta segreta di assassini al servizio di uomini potenti. Una sorta di organizzazione mercenaria al servizio di politici e figure di spicco dell’alta società inglese, o almeno era così che l’uomo la descrisse. Le due gemelle affinarono l’arte nell’uso dei coltelli; i maestri insegnarono loro come essere silenziose, letali, e precise. Dieci maestri, insegnarono loro l’arte di uccidere.

La ragazza più grande era la preferita del Gran Maestro; con i suoi movimenti sinuosi, felini, quasi “graziosi”, mischiata ad una capacità naturale di rendere un omicidio pulito, preciso, divenne l’assassina perfetta. L’unica rivale, era proprio sua sorella, che peccava di un comportamento fin troppo impetuoso; era sin da piccola che era desiderosa di sangue, di uccidere, e questa sua passione per la violenza si trasformò in una vera e propria perversione. Ciò la spinse, in età matura, a divenire l’amante dell’uomo che recuperò lei e sua sorella dalla strada. Le due sorelle, si separarono proprio per colpa di questa unione; era la prima volta che non condividevano qualcosa assieme. Il loro legame si spezzò, la rivalità tra le due stava finalmente per prendere forma. Nella testa della gemella primogenita, tale atto era visto, tuttavia, in maniera più chiara e limpida: conosceva sua sorella, sapeva che il suo era un atto di trasgressione, che in realtà aveva iniziato ad odiarla, e che sentiva la necessità di distaccarsi da lei, e fare di tutto per riuscirci. Lei voleva salvarla, perché sapeva che allontanandosi, la sorella non sarebbe durata a lungo.

La mattina del loro 23esimo compleanno, ci fu una festa atta a festeggiare il loro ingresso ufficiale nella loro setta. Le due migliori assassine dopo decenni, tuttavia, non potevano coesistere, non potevano essere allo stesso livello, necessitava la presenza di un superiore e del suo secondo. Necessitava una sfida. La sorella minore, non vedeva l’ora di affrontare il suo stesso sangue; da tanto aspettava quel giorno. Ma tanta preoccupazione c’era da parte dell’altra, e questa traspariva agli occhi di tutti. La sfida, ebbe inizio. Iniziarono con una serie di colpi a vuoto, atti a “sgranchirsi” prima di iniziare la vera lotta; la primogenita non era sicura di ciò che stava per fare, ma l’altra sì: farle male, forse sarebbe arrivata anche ad ucciderla. Un colpo, sulla spalla. Uno solo, causò una lieve ferita. Capì che la sorella minore stava facendo sul serio; questa iniziò ad attaccarla con veemenza, e la sorella, in preda al panico, chiuse gli occhi, la disarmò, e la buttò a terra con solo due semplici mosse. Una volta a terra, prese il coltello e glielo poggiò alla gola. “Sorella, basta”. Il Gran Maestro, aveva visto abbastanza. Nominò la primogenita caporale, senza volere ulteriori dimostrazioni, e tuttavia, la sorella sarebbe rimasta la sua seconda.

Questa situazione, non le andò a genio, ma la affrontarono come tutte le altre cose. Fu un anno intenso, persero il conto di quante persone uccisero. Molte di loro era gente altolocata, ben vestita e dell’alta società, ma c’erano quei rari casi in cui le vittime erano solo dei poveri. Spesso, erano anche costrette a far fuori dei bambini innocenti, e anche se indossavano una maschera, la sorella maggiore sapeva perfettamente che sotto di essa, sua sorella rideva. Godeva, nell’uccidere, e non le importava chi fosse. Una sera, si fermò a guardare fuori dalla finestra, presa dai suoi pensieri. Quell’uomo che li prese dalla strada, l’amante di sua sorella, si avvicinò, e le chiese che cosa avesse. Ebbe anche la sfacciataggine di parlarle affermando di essere “come un padre” per lei.

“È mia sorella. Ho paura per lei. Ho sempre saputo chi fosse, siamo l’una parte dell’altra, abbiamo vissuto assieme per tutta la vita, e so esattamente cosa pensa e cosa prova, in ogni istante della giornata. Ma, per quanto gemelle, io e lei abbiamo reagito in maniera differente alle avversità della vita. Questa vita, non mi appartiene. Forse nemmeno a lei, anche se a volte mi rendo conto di come uccidere sia la sua unica ragione di vita. Io non ho mai voluto questa strada. Tutta la mia vita, sono stata a proteggere mia sorella. Da piccola, aveva questa strana fissa con lo scuoiare gatti; ne salvai uno. Era Felix, il mio migliore amico. Mi seguiva ovunque, e credo che io fossi l’unica persona che quel gatto che avesse mai amato. Ne passò veramente tante. Gli diedi la forza di andare avanti; quando lo trovai era messo male, pensavo sarebbe comunque morto di lì a poco, e invece con la mia presenza, lui si riprese e decise di lottare per vivere. È vissuto per tanti anni, fin quando mia sorella non lo uccise per una stupida lite. Fu la stessa notte in cui incontrai te. Quella notte, smisi di amarla. Giuro… non ce la faccio più a guardarla negli occhi. La odio. Eppure, rimane sempre mia sorella, e sento di volerla aiutare. Quella notte, la seguii senza proferire parola, fino al giardino in cui seppellì Felix. Non perché volevo dirle che non mi importava, e che la volevo perdonare… in realtà, ero lì per proteggerla. Non volevo che qualcuno le facesse del male. Volevo esserci, per lei. Per questo ho seguito lei fin qui, in questo posto. Volevo seguirla, proteggerla. Volevo restarle vicino, convinta che potessi persuaderla, e darle uno scopo di vita, come feci con Felix. Ma, così facendo, ho tolto la vita a me stessa, e non sono riuscita a salvarla”.

L’uomo le disse che non era colpa sua, e che lei ormai era diventata migliore di sua sorella. Frasi di circostanza. L’uomo non aveva la benché minima idea di cosa avesse detto la ragazza finora. Provò a baciarla sul collo, ma prima ancora che la ragazza (che aveva un’aria molto infastidita) potesse girarsi e allontanarlo, entrò la sorella che gli conficcò il coltello nella schiena. Lo estrasse e lo colpì ripetutamente. “No, basta! Fermati!” disse la sorella. “Stà zitta, ne ho anche per te!”, rispose. La immobilizzò a terra, e iniziò a farle scivolare il coltello sul viso, fino a fermarsi all’occhio. “Amavi quel gatto più di tua sorella, allora?” disse con le lacrime agli occhi, ormai aveva perso la ragione. “Forse ti sentirai più a tuo agio se assomigliassi più a lui che a me”. Le strappò via l’occhio e lo schiacciò tra le dita. “L’ordine mi disconoscerà. Sarò esiliata, alle buone, ma io credo opteranno per darmi la caccia. Ho ucciso uno dei Maestri, è alto tradimento. Spero che sia tu a darmi la caccia, sorella”, disse andando via pulendo il coltello con uno straccio, lasciando la sorella sanguinante a terra, senza occhio.

Come predetto, l’Ordine dichiarò guerra alla ragazza, incaricando personalmente la sorella di occuparsene. Non solo, sapeva della setta, ma rischiava di mettere al servizio di persone inappropriate quanto appreso tra quelle mura. Ciò non poteva accadere, secondo il loro Codice. Lei accettò, a malincuore. Non poteva fare altro.

La caccia durò anni, 3 per l’esattezza. Scoprirono che si nascondeva in una locanda in Norvegia, lontana da occhi indiscreti. Fece l’errore di lasciare il marchio di fabbrica degli assassini che la addestrarono, era questione di tempo prima che arrivassero a lei seguendo le sue tracce. Nei primi tre mesi, fu inattiva. Decise di guadagnarsi da vivere in maniera onesta, adoperando una parrucca e degli occhiali, lavorando in un pub inglese; la notte, condivideva la camera con alcuni studenti, trovata dopo che la ragazza “persuase” uno di questi facendosi offrire un rifugio. Racimolato qualcosa, girò l’Inghilterra, guadagnandosi da vivere in modo pulito. Quando riconobbe un membro della setta, capì che le stavano alle costole, e che forse erano arrivate a lei da molto tempo. Molto probabilmente, la sorella decise di farle guadagnare tempo e non attaccarla subito. Decise di scappare, e si imbarcò di nascosto sulla prima nave che trovò; lì ebbe la fortuna di incontrare un ricco uomo che la nascose nella sua cabina, attirato dalle forme della ragazza. La nave era diretta in Norvegia, dove l’uomo aveva una grande villa. Forse, trovò la fortuna di sistemarsi a vita. L’uomo, se pur non affascinante, godeva di una certa ricchezza che a lei faceva molto comodo, e anche di parecchi “amici di famiglia” che trovava molto interessanti. Fece la bella vita per 2 anni e mezzo, fin quando un giorno, origliò una conversazione tra l’uomo e uno dei suoi più fedeli amici. Parlavano di uccidere qualcuno. L’amico, era in guai seri con l’amante e cercava chi potesse uccidere sua moglie per lui; lui lo liquidò in malo modo, dicendo che non si sarebbe mai immischiato in certe faccende, ma altro discorso era per la sua “compagna”.

Scese in giardino di nascosto, e si avvicinò all’uomo senza farsi vedere. Entrarono in auto e le propose l’affare. Due milioni, per uccidere la moglie e farlo sembrare suicidio. I due trattarono, e trovarono un accordo. Fece il lavoro in maniera pulita, ritrovò l’antico piacere dell’omicidio, e fu ripagata. Ma fece un grosso errore: fare in modo che si spargesse la voce sul suo conto. In 6 mesi, ricevette un discreto numero di offerte, ma l’inesperienza ripagò a caro prezzo: lasciò tracce riconducibili a lei alla polizia, e cosa ancor peggiore, alla setta.

Di fatti, a Londra, avevano occhi e orecchie bene aperti, e le modalità di quegli omicidi erano chiaramente sul loro stile di agire. Bastava dare un’occhiata ai minimi dettagli. Sua sorella, quindi, partì per la Norvegia. Quando finalmente trovò la sua abitazione, dopo mesi di ricerche, fu battuta dal tempo: la polizia aveva già fatto irruzione poche ore prima. Numerosi cadaveri erano presenti in casa. La ragazza, insanguinata e con una katana tra le mani, uscì allo scoperto e sorrise quando vide la sorella. “Oh, sorellina cara. Quasi ti avevo scambiato per il tuo gattino. Sei venuta qui a fare cosa? Salvarmi? Oppure uccidermi?”.

- “Ho smesso di cercare di salvarti molto tempo fa. Ormai, sei già persa”, rispose la sorella.
- “In quanti siete, lì fuori? Centinaia? Mille? In dieci?”
- “Solo io. Mi hanno incaricato di ucciderti personalmente”
- “E sono così sicuri che tu ce la possa fare? AH AH AH!”

La primogenita socchiuse l’unico occhio che le rimase, pronta a parlare, ma la sorella la attaccò ferocemente, spingendola a tirare fuori il coltello. Coltello contro katana. Incredibilmente, la sorella riusciva a tenerle testa, sebbene la sua lama fosse decisamente più piccola. Quello che ne seguì, fu una battaglia all’ultimo respiro, dove nessuno riuscì a spuntarla. Si ferirono a vicenda, persero tanto sangue, ma erano alla pari. “Io non ti ucciderò. Ma non ho intenzione di salvarti”, disse la sorella maggiore. “Puoi solo salvare te stessa. Io ne ho abbastanza. Avevo intrapreso questo viaggio solo per dirti questo, ma tu… sembra che non voglia ascoltarmi. A questo punto va bene così. Ho addosso il marchio del mio… del tuo fallimento, e per me è sufficiente”.

“Sai… se solo tu decidessi di fingerti morta, e iniziare da capo la tua vita, mi darebbero l’opportunità di lasciare l’Ordine. Ho giurato fedeltà, e ho avuto modo di dimostrare la mia fiducia a loro. Si fidano di me. Se ora torno a mani vuote, e tu resti in vita… mi aspetta la morte”.

Rimase ferma dando le spalle alla sorella, quasi come se fosse in attesa di una ulteriore attacco alle spalle. Ma la reazione fu inaspettata. “Siamo già morte. Dal momento in cui siamo state messe al mondo. Non c’è niente di vivo. Siamo morte, questa è la verità”. Disse la sorella, lasciando scivolare la katana per poi andarsene. Una lacrima sul volto della primogenita scese lentamente, mentre la sua gemella spariva nell’ombra.

Tornata  a Londra, fu accolta da una suora, in realtà una sua compagna della setta in incognito. “Ti aspetta la morte”, disse. “Non so quando, ma il Gran Maestro vorrà esserci di persona. Penso voglia…. Ascolta, mi ha detto che ti aspetterà in un luogo pubblico, a te molto importante. Così ha detto. Io non so altro. Sei stata un grande leader. È stato un piacere combattere al tuo fianco”. Un abbraccio inusuale. Sapeva donare voglia di vivere.

Il messaggio, era tuttavia chiaro. Il parco dove lei e la sorella giocavano era il luogo che più significava per lei. Lì, oltre ai ricordi gioiosi della sua infanzia trascorsa con la gemella, era seppellito anche il suo migliore amico, Felix. Il quartiere era più silenzioso del solito. Probabilmente era evacuato. Il Gran Maestro non si fece attendere, e si presentò davanti alla ragazza.

“Qui fosti concepita. Due giovani consumarono il proprio amore proprio qui, in questo parco. Poco più avanti, sei stata data alla luce con tua sorella. Una delle due, uccise sua madre, al momento del concepimento. L’altra, nacque quando essa era già morta. Come faccio a saperlo, non è mistero. La Setta ha occhi ovunque, e tu e tua sorella siete state osservate molto da vicino. Nulla, nella vostra vita è stato casuale. Il vostro destino era già stato scritto dal momento in cui la morte fu fonte della vostra vita. È questo il nostro segreto, ed è questo che rende speciali i nostri adepti. Ognuno di noi è nato dalla morte stessa. Ma voi siete speciali; voi, personificate la Morte stessa. La Morte dello spirito, nell’animo, nell’essenza stessa. Ma tu, mia cara, sei ancora più speciale. Tu sei capace di dare Vita a chi ti sta attorno; quella vita che tu stessa strappi dalle tue vittime. E tu, figlia mia, sei l’assassina perfetta. Racchiudi Morte e Vita, e hai doti naturali per donare entrambe. Persone come te, nascono una volta ogni millennio. Sei la prescelta!”

“Io non ho questo dono”, esclamò la ragazza. “Avrei salvato mia sorella, se lo avessi avuto realmente”.

“No, mia cara.”, replicò il vecchio. “A discapito di quanto ti hanno voluto far credere, sei sempre stata la secondogenita, quella nata dalla Morte. Non puoi apprezzare qualcosa, se non te la si strappa via. Tua sorella, ha ucciso tua madre, ed ha servito al suo scopo: far nascere te, e renderti ciò che sei! E non puoi salvarla, perché non c’è niente da salvare, in lei!”

Le parole del vecchio erano pieno di delirio, e la ragazza non le accettava. Erano solo un mucchio di stupidaggini. “A me non importa di nessun altro, se non di mia sorella”, disse. “Devi ancora comprendere il significato del Grande Disegno, figliola”, rispose l’anziano. “E non le comprenderò mai. Non voglio farlo, perché ai miei occhi sono un mucchio di grosse puttanate!”

L’anziano scosse la testa, e fece un cenno ai suoi uomini, che in tutta fretta portarono la gemella, legata. “Speravo tu fossi pronta per condividere il tuo dono con noi”, disse il vecchio, “Ma credo che tu debba ancora decidere da che parte stare. Ora, hai di fronte l’ultima prova: donerai Vita o Morte? Quale scelta, secondo te, porterà tua sorella alla salvezza?”

La ragazza rimase a fissare la sorella in silenzio, che a sua volta era in lacrime, e spaventata. Guardò il luogo dove era sepolto Felix, e poi di nuovo la sorella. Chiuse l’occhio, e pensò. “Scegli saggiamente”, disse il vecchio. Il silenzio fu lunghissimo, durò parecchi minuti. L’unica cosa a spezzare quel silenzio, era la pioggia. Dopo vari minuti, la ragazza parlò.

“Sia ben chiaro. Non credo a tutte queste cazzate, e mi rifiuto di credere che io sia destinata ad un ruolo superiore. Io non sono Dio, e non spetta a me decidere chi vive o muore. Io non sono la personificazione di un bel niente. Sono una ragazzina strappata via alla Vita, e che ha passato la sua intera esistenza a cercare di aiutare la propria sorella. Avrei potuto scegliere una vita migliore, onesta, nonostante gli sbagli che avrei commesso, ma ho scelto di stare al fianco di mia sorella, per salvarla. Per darle uno scopo di vita. Quando la strappò via a Felix, interpretai quel gesto come un totale disprezzo verso di essa. Ma, mi rendo conto che lei non è mai stata attaccata a tutto ciò. Ed è solo oggi, quindi, che tutto ciò può avere realmente valore, ed incidere positivamente su di lei. Ho dato via me stessa per lei, e un ultimo gesto estremo potrà soltanto donarle consapevolezza; se andrà male, il mio sarà un gesto esclusivamente egoista, poiché io non ce la faccio più, a vivere in questo modo. Ogni ragazzino ucciso, diamine, anche ogni porco riccone che uccido… se ne va via un pezzo di me. L’unica cosa che posso fare, è aiutare mia sorella. E chiedo un ultimo favore, e so che lo manterrete perché credete nell’onore: cancellate il suo tradimento, datele nuova identità, e lasciatela in pace. Merita una vita lontano da tutto questo male. Che impari a vivere, con questo mio ultimo atto. Uccidetemi, perché è ciò che voglio. Per me, e per mia sorella”


L’anziano fece cenno con la testa, visibilmente addolorato. “Così sia”, disse. Gli uomini chinarono il capo della donna, ed estrassero una spada. La sorella, con le lacrime agli occhi, chiuse per la prima volta i suoi occhi di fronte ad una scena del genere. Per la prima volta, pianse, non vide la testa della sua gemella rotolare a terra. Smise di godere, all’odore del sangue. L’anziano e i suoi adepti andarono via, ordinando di slegare la ragazza, che rimase in ginocchio, piegata su se stessa, a piangere.

giovedì 18 dicembre 2014


La guardavo tutte le mattine alla fermata del bus.
La notai perché rispecchiava il mio gusto per le ragazze “alternative”.
Capelli tinti color verde acqua, magra, poco seno.
Non ricordo gli occhi, perché sono una di quelle persone che non ci da importanza.
C’è chi dice siano lo specchio dell’anima, ma io noto ben altro.
Di fatti, notai il suo portamento composto.
Da ragazza educata, “a modo”.
Ne ebbi conferma quando la sentii parlare in perfetto italiano, con alcune sue amiche.

Non so chi fosse, vorrei saperlo.

Eravamo al terminal dell’università. Lei eri di fronte a me, a studiare.
Indossava dei leggings, degli anfibi e un completino bordeaux.
Era proprio graziosa.

Non so perché ho questo termine in mente.
Potrei dire che era bella, ma no. “Graziosa” è quello che sento più appropriato a lei.

Potevo avvicinarla. Volevo farlo. E dirle che pensavo fosse molto bella.
Ma il mondo è una merda, e io non so come qualcuno potrebbe reagire, se mi presentassi così.

Se fossi sembrato idiota? Se mi avesse riso in faccia?
O se anche avesse apprezzato, avrebbe avuto senso quell’approccio?

Oggi, provo a immaginare una scena in cui io ho il coraggio di avvicinarmi.
In maniera molto impacciata, le dico che è molto carina.
Lei mi guarda con aria stranita, ma poi mi sorride. Mi trova adorabile.

E io inizio a parlare a ruota, per far vedere che non sono solo un ragazzo timido e impacciato.
Poi non so come va a finire.
Pensarci mi fa star male.

Dio, eri così bella…

giovedì 4 dicembre 2014



Harry e Lloyd sono tornati!
Dopo la bellezza di ben 20 anni, Jim Carrey e Jeff Daniels tornano a ricoprire il ruolo "dei due scemi" protatonisti di uno dei film cult della storia del cinema, Scemo & Più Scemo 2, sequel diretto della prima pellicola (perché quell'altro prequel ce lo vogliamo dimenticare tutti) dove regia e sceneggiatura sono affidati agli stessi del primo film, Peter e Bobby Farrelly.

Sarò brevissimo, questa volta. Anche perché non è che ci sia molto da dire, ma non che il film sia stato un completo disastro, anzi. Scemo & Più Scemo 2 inizia già col botto, e in un certo senso parte esattamente da dove finì il primo, con una delle migliori gag del film (secondo me, rovinata dal trailer, ma tant'è). Subito dopo apprese le basi della trama, ovvero Harry scopre di avere avuto una figlia in gioventù e decide di andare a scoprire chi è, il film parte e si avvia verso numerose gag divertentissime, e a tantissimi richiami alla prima pellicola, per poi concludersi in una sequenza ai limiti del non-sense con una parodia ad un determinato tipo di film (non faccio spoiler).

Ero al cinema, quando ho visto Scemo & Più Scemo 2, e sono riuscito a godermelo nonostante avessi un gruppo di ragazzetti alle mie spalle che commentavano (e a volte spiegavano) ogni battuta; sì, insomma non ho perso le staffe, perché personalmente odio chi parla al cinema, e tutto questo è per dire che alla fine sì, fa ridere, non scade mai nella volgarità gratuita e le battute non sono forzate, a differenza di una o due situazioni dove -a discapito del riproporre la stessa comicità nel primo- i fratelli Farrelly hanno provato ad utilizzare una comicità nonsense tipica "dei giorni nostri" che, a mio parere, stona parecchio con quanto provato a fare per l'intero film, e chi lo ha visto magari potrebbe capire di che parlo se faccio riferimento a quella sorta di riferimento a Breaking Bad. Insomma, a parte questo, Scemo & Più Scemo 2 ripercorre esattamente gli stessi passi del primo film, attraverso situazioni analoghe, riferimenti e riciclaggio di battute ma con dovute modifiche apportate. In linea di massima, non credo che Scemo & Più Scemo 2 sia un totale fallimento, più che altro un tentativo fiacco di un elogio ad un film cult che ha fatto la storia, che poi si rivela solo un film sbiadito rispetto al precedente, ma che comunque riesce a far ridere, ma neanche più di tanto.

Insomma, Scemo & Più Scemo 2 è un film che andrebbe comunque visto, però non tanto da spendere soldi al cinema. Io personalmente ho riso parecchio, ma non mi ha molto entusiasmato. Mi sarei aspettato qualcosa in più; va bene, era ovvio che avrebbero ripercorso la stessa strada del primo, ma anziché basare l'intero film su quello mi sarei aspettato un qualcosa di "epico", ai pari della comicità del primo film. Ma tuttavia, siamo in un periodo storico in cui è davvero difficile far ridere senza per forza tirare le battute forzatamente, e in questo il film riesce abbastanza bene.

sabato 29 novembre 2014



Era il mese di maggio quando recensii i primi due capitoli di V/H/S.
Quella volta ne parlai veramente bene, anzi sebbene non mi entusiasmò il secondo capitolo, riuscii in qualche modo ad apprezzarlo, tant'è che espressi il desiderio di vederne altri, comparandolo ed elogiandolo per originalità ad altre saghe horror di successo. Ne avrei voluto vedere una serie, ebbene è uscito il terzo film, e già mi sono ricreduto.

Andando per gradi, riassumiamo il tutto? V/H/S: Viral non ripercorre le vicende come i due precedenti film, o meglio, abbandonato il tema delle cassette su V/H/S stavolta hanno prediletto il digitale, e in un susseguirsi di uccisioni caotiche in giro per la città, i vari cortometraggi vengono trasmessi in maniera virale su ogni cellulare della città, quasi come a fare una critica sulla società di massa che, di fronte a un evento drammatico, preferisce filmare il tutto anziché intervenire, quasi come una sorta di voyeurismo macabro. I cortometraggi, per l'appunto, questa volta ne son veramente pochi, ne contiamo tre in tutto: Dante the Great, Parallel Monsters e Bonestorm. Il primo, narra di un mago e del suo "mantello magico" posseduto da un'entità maligna che divora le sue assistenti; girato interamente come se fosse un documentario, inizialmente può risultare anche carino e originale. Ma tutto scade sul finale, quando il documentario stesso diventa una ripresa diretta in cui il senso stesso di mockumentary va a farsi fottere grazie al continuo stacco delle riprese. Perché la troupe continua a riprendere? E com'è che c'è addirittura una colonna sonora in sottofondo? Mistero. Il secondo corto, invece, ci parla di un bizzarro "scambio di mondi": un tipo costruisce nel suo scantinato un macchinario che apre un varco in una realtà parallela (LOL) dove si scambia col suo opposto solo per farsi ammazzare la moglie mentre dall'altra parte trova una società al rovescio dove la gente ha dei peni antropomorfi tra le gambe. E con questa, stendiamo un velo pietoso, che per quanto di base l'idea è caruccia e divertente, si poteva fare di meglio. Il terzo e ultimo episodio è interamente girato con delle Gopro attaccate ai caschi di ragazzini che si dilettano a fare skate. L'episodio più brutto di tutti perché privo di ogni significato e logica di base, dove anche se l'idea sarebbe potuta svilupparsi meglio perché -e qui bisogna dirlo- il trucco dei demoni è veramente fatto bene, il tutto scade per vari motivi: introduzione lunghissima e pressoché inutile, facce di cazzo dei protagonisti inespressivi sulla quale le riprese si soffermano fin troppo tempo, dialoghi veramente scemi e personaggi che alla vista di mostri, anziché scappare attraverso vie di fughe liberissime, si divertono a uccidere i mostri.

Ora, sembra ci stia prendendo gusto a recensire film brutti, il fatto è che avrei benissimo evitato perché no, non sono in un periodo apatico, semplicemente quest'ultimo V/H/S non ha niente di interessante, ha delle idee che potrebbero anche andare bene, ma sono sviluppate così male che potrebbero piacere soltanto a chi ama vedere film senza seguire la sceneggiatura. E a proposito di sceneggiatura, l'episodio che trascina l'intero film è scritto e diretto da Marcel Sarmiento, lo stesso di Deadgirl, altro film che ho lodato un bel po' di tempo fa; sceneggiatore che, in un'intervista rilasciata addirittura prima di avergli affidato V/H/S: Viral dichiarò che per lui i mockumentary sono sì spettacolari, ma hanno stancato. E questo la dice tutta su quanta voglia e quale spirito ci abbiano messo nella realizzazione di ques'ultimo capitolo. Insomma, terzo capitolo lasciato al caso, sviluppato completamente male, ma così male che anche i titoli di coda son stati orribili.


E non credo che debba aggiungere altro.

sabato 22 novembre 2014



Per la prima volta provo a recensire un libro. O almeno ci provo.
Iniziamo alla grande recensendo "Tank Girl: Armadillo", giusto perché io non leggo cose comuni, e amo così tanto il personaggio di Tank Girl da averne letto anche il libro. Libro che, neanche a dirlo, è scritto dal suo stesso creatore, Alan C. Martin e vede la nostra eroina preferita alle prese con mirabolanti e ultra-violenti avventure ai limiti del nonsense esattamente come nelle sue storie a fumetti, ma stavolta con una dietrologia più fine e un po' di romanticismo. Ovviamente, non nel senso comune del termine.

Iniziamo subito col dire che Tank Girl: Armadillo è suddiviso in due parti: la prima è Armadillo, una storia in 56 parti che segue un filo conduttore non-proprio-così-logico, mentre la seconda è The Bushel, una raccolta di piccole storie, poesie e sceneggiature di storie di Tank Girl mai pubblicate. In definitiva, è una raccolta di non-sense puro, una esaltazione del personaggio da parte del suo autore che non nasconde il suo immenso amore verso la sua ragazza, attraverso delle storie che chi conosce il fumetto sa ben riconoscere; situazioni assurde, dialoghi infarciti di espressioni fantasticamente volgari, caotico e con poca cura verso i comuni standard di narrazione. Tra una storia e l'altra possiamo trovarci delle poesie che, per un buon 98% son incentrate sui protagonisti delle storie, si distaccano un tantino, trovano nel nonsense lo spirito libero che l'autore cerca di trasmettere, perché in fin dei conti quando si parla di Tank Girl è questo, quello che traspare: anticonformismo e la libertà di poter fare/interpretare le cose come ca**o vogliamo.

Vorrei soffermarmi principalmente sulla prima parte, Armadillo, storia di cui veramente si può riassumere l'essenziale, perché è l'essenziale che conta. Tank Girl, Booga, Barney, Jet Girl, Sub Girl e Zulu si ritrovano a far la guerra ad una cittadina di nome Chankers a causa di Booga e del suo passato in quella città, dove da piccolo veniva deriso da un tale Huckeblerry (denominato amorevolmente Fuckleberry). In un primo momento, Tank Girl seminerà distruzione nella cittadina solo per salvare Booga tenuto in ostaggio, poi per rapinare una banca con lo scopo di raccogliere 6 milioni per riparare il carrarmato distrutto goffamente da Booga, e infine per vendicarsi dopo che Fuckleberry tortura il disgraziato canguro e ruba una copia di Mad Magazine. E in tutto questo, si viene a conoscenza del vero nome di Barney e dei suoi genitori in una serie di eventi quasi esilaranti tanto demenziali, dove alla fine dei conti sembra proprio che tutto sia girato intorno a lei, e non alle vicende di Booga e Tank Girl!

Il titolo Armadillo non è una scelta casuale, lo stesso Martin ne spiega il senso nell'introduzione (subito dopo la lista delle recensioni negative sul libro). La parola "armadillo", ci dice, è composto da arma e dillo; la prima vuol dire armour ovvero armatura, quella in cui il simpatico animale è completamente avvolto e si rintana in esso quando è in pericolo. Tolta l'armatura, rimane solo il dillo, ovvero l'essenza stessa dell'animale. Martin ci spiega, attraverso le sue associazioni di pensiero, che tutti noi siamo degli armadillo; l'armatura è ciò che ci costruiamo noi attorno alla nostra essenza per sopravvivere alla società, alle idee che ci vengono imposte. Non smettiamo mai di essere noi stessi, semplicemente ci rintaniamo nella nostra armatura per sopravvivere al mondo esterno, tenendo scoperto pochissimo di noi stessi. E attraverso le avventure nonsense di Tank Girl e compagni, la storia gira attorno a quest'idea, di come quest'armatura diventa così parte di noi stessi che spesso dimentichiamo chi siamo veramente; ma non è impossibile esserlo. Armadillo è un inno alla spensieratezza, forse all'adolescenza perduta e messa da parte una volta cresciuti, alle cose che amiamo e di quanto ce ne rendiamo conto soltanto quando le perdiamo. Strano a dirsi, viste le abitudini anti-sociali e libertine di Tank Girl, è anche una storia d'amore, una di quelle non convenzionali, una storia di amore puro col suo canguro Booga, il quale riscoprirà l'amore che ha nei suoi confronti una volta che lo avrà perduto e nella pancia dell'"armadillo", ovvero dentro il carrarmato scortato da un esercito di pancakes (ebbene sì).

Inutile dire che Tank Girl: Armadillo non sia una storia priva di senso logico o violenta ai limiti dell'inopportuno, perché non è assolutamente vero. Battute scadenti, infantili, logica narrativa lasciata da parte per far spazio solo al nonsense puro e al caos, proprio come Tank Girl ci piace. Il libro, in conclusione, al momento non è mai stato tradotto. Io l'ho letto in inglese, e spero che molti di voi lo mastichino perché ho intenzione di chiudere questa recensione con dei versi posti a conclusione del libro, che a mio avviso racchiudono l'intera essenza di Armadillo e dell'ideale di Martin, che non posso far altro che rispecchiarmi in toto.

I love everything.

That's not just the booze talkin'.

I know I spend a lot of time killing and torturing,
that just goes to show
I'm as screwed up as everybody else.

I want this world to work,
I really do,
but I get so fuckin' angry
because all I ever see
is greed
and intolerance
and stupidity
and people mooing
and bleating
like fuckin' cattle,
"I want I want I want" is the anthem of the age.

Well fuck them.
Fuck all that shit.

Come back.
Come on in.
Come back to nature,
back to trees and grass and animal and the sky and shit.
It's sacred.
It's what you've lost.
It's why you're feeling lost.
It's that fuckin' simple.
You cannot buy it, steal it or claim it.
Just come back to it,
while it's still there to come back to.
Throw everything else away.
It's irrelevant.
It's just shit.
Nothing more.

Come back.

I love you.

T.G.

giovedì 20 novembre 2014



Jane Vasko è tornata, e stavolta ci riporta anche le 22 Brides!
Painkiller Jane - The 22 Brides è la nuova mini-serie in tre numeri dedicata all'ex agente di polizia Jane Vasko, scritta da Jimmy Palmiotti e disegnata da Juan Santacruz, team già sperimentato nella precedente mini a cavallo tra il 2013 il 2014, The Price of Freedom, di cui ho già avuto modo di parlare. Le copertine, al solito, son disegnate dalla moglie di Palmiotti, Amanda Conner, e mi chiedo perché non le lascino disegnare gli interi albi a lei...

Painkiller Jane - The 22 Brides vuole provare a far rilanciare quel gruppo di femministe cazzute e fuori dalle righe nato nel 1996 e che diede vita a Painkiller Jane. Ora, non è un mistero che PKJ abbia avuto più successo delle 22 Brides, ma farsi una domanda, no? Okay, parto prevenuto perché a me di base non son mai piaciute, ma più per il fatto che son troppi personaggi e ho sempre faticato a ricordarmi i loro nomi, nonostante avessero ognuna una particolarità differente. Comunque sia, credo sia chiaro che a me quest'ultima mini-serie non è proprio piaciuta, e vi confesso che non ho nemmeno voglia di scriverne la trama, perché è banale. Terroristi a New York, Maureen chiede aiuto alle 22 Brides perché loro conoscono bene New York e la malavita, e invece fanno un casino insieme a Jane, tra mille esplosioni e tante tette in bella mostra.

Sì, perché quest'ultima mini-serie è solo tette. Io in passato ho elogiato tantissimo Palmiotti, ma mi sa che il suo nuovo progetto, la PaperFilms, che consiste nella realizzazione indipendente (appoggiandosi alla Marvel Icon) di progetti personali suoi e dei suoi amici a tema più adulto, senza limiti di censura imposti dagli editor, faccia cagare. Voglio dire va bene, a volte gli editor smorzano la creatività degli sceneggiatori ed è giusto cercare di esprimersi come meglio si crede... purché quei cazzo di fumetti non diventino pretesto per disegnare tette e culi in bella vista. Ma fosse questo il problema, in The Price of Freedom Jane venne snaturata e il tutto sembrava volesse girare attorno al sesso, ma tutto sommato aveva una trama sensata e una buona dose di divertimento. Qui, invece, no. La trama è banale, non ha risvolti interessanti, ed è tutto un buon pretesto per inserirci parolacce, slang e tette. In passato ho apprezzato la volontà stessa di Palmiotti di fare dei dialoghi lunghissimi; come lui stesso dichiarato sulla sua pagina Facebook, preferisce realizzare un fumetto con tanta roba scritta piuttosto che delle splash-page con disegni spettacolari. E fin qui son d'accordo, tanto Santacruz disegna di merda e non può fare chissà cosa, ma se i dialoghi devono essere riempiti di parolacce in uno slang un po' troppo eccessivo, il tutto diventa inopportuno e la qualità del fumetto scende.

Palmiotti scende troppo in basso, insomma, e mi dispiace. Ma forse ho compreso che è sì un gran bravo sceneggiatore... fin quando ha un editor che gli ponga dei freni. Questa miniserie la boccio, e boccio anche la mini-storia in appendice del primo albo. Non voglio star qui a dire che rivoglio la Painkiller Jane finita nel 2007 con Everything Explodes, cambiare ogni tanto ci sta... ma se i risultati devono essere brutti disegni, dialoghi lunghi infarciti di parolacce, una storia trita e ritrita che affronta per l'ennesima volta l'argomento terrorismo, allora sì che rimpiango le vecchie storie.



Christopher Nolan finalmente abbandona Batman, e ritorna con i suoi filmoni!
Eh, sì. Nulla da togliere all'epicità della sua trilogia, ma l'essere incatenato con i progetti della DC Comics, un po' ci ha fatto mancare il Nolan di Memento, The Prestige o Inception. Interstellar è il suo personale "2001, Odissea nello spazio", ma senza scimmie e inquadrature di quaranta minuti nel nulla. Un film che ho potuto notare che ha ricevuto critiche contrastanti, sia all'uscita dal cinema che nel web, ed è l'ora che dica la mia!

Siamo in un futuro dove ormai le risorse naturali sono ridotte al minimo e la razza umana quasi sull'orlo dell'estinzione. Le regole sociali sono cambiate, non si ricerca più la scienza o le arti, bensì servono agricoltori per far in modo di produrre il massimo per poter far sopravvivere l'umanità. Cooper, il protagonista del film, attraverso dei messaggi criptici trovati nella camera della figlia, scoprirà che la NASA è ancora attiva e che sta attuando un piano per far sopravvivere l'umanità spedendola in un'altra Galassia. Ritrovatosi in un viaggio spaziale ai limiti dell'assurdo, si vedrà sottoposto alle leggi dello spazio-tempo, visiterà pianeti sconosciuti e scoprirà cosa vuol dire veramente ritrovarsi all'altro lato dell'Universo. E qui non mi voglio più sbilanciare, perché il film va visto! Dovete vederlo!

Di base, l'idea del film mi è veramente piaciuta. Nolan ama moltissimo proporci storie tra il fantastico e il realistico, mischiando in questo caso la scienza della relatività del tempo e "forze che trascendono ogni concezione della realtà che percepiamo", vale a dire, l'amore. Un'idea quasi banale, ma che risulta poetico, commovente. In fin dei conti, Interstellar non è solo un film fantascientifico, ma è innanzitutto un film che ci parla di amore. Dell'amore di un padre verso sua figlia, o di una ragazza per il suo amato disperso su chissà quale pianeta; siamo tutti spinti verso qualcosa che amiamo, e non riusciamo a razionalizzarlo, perché l'amore trascende ogni cosa che noi possiamo teorizzare scientificamente. Ed è su questo significato che il film si muove, attraverso scenari incredibili quali la ricostruzione stupefacente di mondi sconosciuti, o il viaggio verso l'ignoto e nei meandri dello spazio. Il tutto per arrivare ad un semplice messaggio, arrivare al punto A al punto B. Ma come ci siamo arrivati, forse, avrò un po' da ridire.

Ciò che mi è sempre piaciuto dei film di Nolan, è che nei finali ci ha quasi sempre dato quel senso di incertezza, ci ha lasciato quel punto interrogativo tralasciato volutamente nonostante gli spiegoni. Spiegone, che in Interstellar non manca, ma che stavolta spiega proprio tutto. Per carità, nulla si toglie alla qualità del film che rimane comunque bellissimo e spettacolare, anzi a dire il vero non è nemmeno una nota negativa, solo non ho molto gradito il dover volutamente spiegare anche quelle piccole cose che potevano essere tralasciate e lasciate intendere da solo allo spettatore (in primis, il discorso sull'amore).

Ma in definitiva, a me Interstellar è proprio piaciuto un sacco! Christopher Nolan è tornato, anche se con lo spiegone forzato, forse per voler mandare a cagare i critici che non capiscono 'na sega accusandolo di lasciare buchi nella sceneggiatura? Chi lo sa, comunque sia, diciamo pure che Interstellar è adatto a tutti, anche a chi come me non ama la fantascienza. Epico, emozionante e profondo. Uno dei film più belli di questo 2014! Da non perdere!



P.S.: Una nota in conclusione per una lamentela: ho sentito parecchi "intelligentoni" che all'uscita dal cinema han criticato apertamente il film dicendo quanto tutto fosse scontato, e avrei voluto sputare in un occhio a questa gente. Perché aver capito in anticipo cosa sarebbe successo, non toglie nulla al film, più che altro, è solo un segno di ottima percezione di chi guarda il film, ma se volete togliere anche la magia di vedere come ci si arriva, e guardare un film in maniera apatica, restatevene a casa.




Una persona, in media, utilizza il 10% della sua capacità cerebrale. Oggi lei arriverà al 100%.
Questa la tagline di Lucy, ultimo capolavoro firmato da Luc Besson con protagonista la bella (a detta di molti, a me non piace) Scarlett Johansson, uscito nelle sale italiane lo scorso settembre. E io ero lì. Con un po' di ritardo, ma la recensione arriva.

Per chi non l'avesse già visto, la trama è pressoché semplice: Lucy, una 24enne come le altre con un futuro incerto e che ama divertirsi nei festini rave, viene coinvolta "grazie" al suo ragazzo in un traffico di droga sperimentale, in cui si vedrà costretta a dover portare negli Stati Uniti da Taipei un grosso carico di droga, la CPH4 (ovvero una sostanza ricavata da una sostanza che viene rilasciata al feto durante la gravidanza, che ha come effetto un aumento delle capacità cerebrali)... dentro il suo stomaco. Una volta effettuata l'operazione, uno scagnozzo che molto probabilmente utilizza il 3% del suo cervello, dà un pugno allo stomaco a Lucy col risultato che il pacchetto si sfascia e la ragazza va in overdose, acquisendo così dei "superpoteri", o meglio le sue capacità cerebrali aumentano. Diventando di botto più intelligente e più cosciente di sé stessa, Lucy si libera e va alla ricerca dell'altra droga per riuscire ad arrivare al 100% delle sue capacità per evitare di sparire e dissolversi, e ci riuscirà grazie ad un agente della polizia di Parigi, Del Rio (Amr Waked), e al biologo che -guarda caso- teorizza, venendo anche deriso, le capacità del cervello umano se questo venisse sfruttato nel pieno del suo potenziale, Samuel Norman interpretato da Morgan Freeman. Alla fine, Lucy sconfiggerà i cattivi (chi aveva prodotto la droga) e scoprirà i segreti dell'Universo trasformandosi in una chiavetta USB. Fine.

Il film, tutto sommato, è bello. Chi conosce Luc Besson sa bene che non è uno di quelli che ama fare cose banali o scontate. Un po' di azione spettacolare, qualche effetto speciale niente male, e una storia che non risulta banale per quanto pompata quasi come se fosse un filmetto da quattro soldi, quale non è. Per non parlare del significato a cui si arriverà nel finale. Lucy è uno di quei film che va a esplorare il fascino delle teorie scientifiche andandole a mescolare con fattori che lasciano poi senza parole se ci si riflette un po' su, come per esempio il personaggio di Lucy stessa, da ragazza inutile a strafiga che prende a calci in culo chiunque. Il cervello umano ha delle barriere, o meglio, siamo noi a porcele; superare queste barriere aumenta la nostra conoscenza e la consapevolezza in noi stessi. Ma la conoscenza ci fa perdere l'umanità, diventa una corsa contro il tempo per riuscire ad assimilare più di quel che possiamo naturalmente comprendere prima di svanire nel nulla. Quant'è poetico, eh? Non reputo il senso del film banale, e nemmeno l'azione frenetica in cui si susseguono le azioni, perché in fin dei conti Lucy è uno di quei film che una volta finito ti fa venir voglia di vederlo e rivederlo ancora, o almeno è stato così per me! Il finale stesso, in cui Lucy si trasforma in un super-computer una volta raggiunto il suo potenziale massimo, rende perfettamente l'idea: viene esplorato l'Universo, e tutto resta affascinante, stupendo, ma non rimane sul banale; di punto vediamo la materia, l'anti-materia, e tante altre cose cui non si riesce bene a comprendere. Ci mostra la natura stessa dell'Universo, composto da caos e ordine, Lucy ne scoprirà i segreti e li lascerà all'umanità. A noi non c'è dato sapere. Il ché è anche logico, però la sensazione di vuoto, di fame di conoscenza che lascia alla fine del film è incommensurabile. Bello. Mi è troppo piaciuto. Passando al cast, al di là ora che a me la Johansson proprio non piace e son un po' stufo di vedere Morgan Freeman incatenato nel solito ruolo da scienziato/intelligentone/saggio/Dio, il cast non è per niente male, i personaggi seppur caratterizzati pochissimo, non toglie nulla al resto del film, anche perché alla fine gira tutto intorno a Lucy, duh.

In definitiva, Luc Besson a mio avviso ha fatto proprio un bel colpo. In un periodo in cui spopolano al cinema supereroi e i cinecomics, ci ha regalato un film che è proprio un misto tra i due. Un po' supereroe e un po' fumetto, Lucy ci dimostra che le idee originali possono ancora rivelarsi, adattarsi al cinema con gli standard di adesso (quello dei cinecomics, appunto). E, ovviamente, apre la strada a un altro supereroe dei fumetti, che personalmente adoro, e che ha un paio di similitudini con Lucy; sto parlando di Painkiller Jane, la cui regia verrà affidata alle gemelle Soska. Ma questa è un'altra storia. Chiudiamo come si deve: stanchi dell'ennesimo supereroe targato Marvel, con film che in fin dei conti, sono solo pugni volanti e poca consistenza? Lucy di Luc Besson vi regalerà emozioni e riuscirà nell'intento di farvi uscire dal cinema con la mente affamata di conoscenza.


giovedì 6 novembre 2014



Sì, dai. Ci sto prendendo gusto con le recensioni negative.
Il prossimo film di cui parlerò ha come protagonista un'altra stella della WWE, Glenn Jacobs a.k.a. Kane, ovvero See No Evil 2 il sequel del film conosciuto in Italia col titolo de Il Collezionista d'occhi, diretto dalle Soska Sisters.

Premessa: non so quanta gente segua assiduamente il mio blog, in ogni caso avevo già avuto modo di parlare delle gemelle registe, astri nascente del cinema horror ed exploitation, addirittura ne avevo decantato le lodi e nutrendo buone speranze per il sequel di un film che, se pur sapeva di già visto, non mi era dispiaciuto poi tanto. Fai un po' perché fu un parere da fan di wrestling e un po' perché tutto sommato non era maluccio, insomma... non era da buttare! E con Jen e Sylvia alla regia, ero tutto fomentato! E invece... eh, invece ahimè mi son trovato davanti a un film che poteva esser decisamente fatto meglio se non avessero puntato all'autocelebrazione. Ma andiamo per gradi, partendo dalla trama.

Siamo praticamente a pochissime ore dalla fine del primo film, in tv si parla degli omicidi perpetuati da Jacoob Goodnight (Kane) il quale cadavere viene trasportato nell'obitorio dell'ospedale locale, misteriosamente deserto e alla vigilia del compleanno della protagonista Amy (Danielle Harris). L'arrivo del cadavere di Goodnight causa una brutta conseguenza: lei non può uscire con gli amici e quindi sono gli amici che vanno all'obitorio a festeggiare il suo compleanno. Tra gli amici, oltre al fratello, abbiamo anche la bellissima Katharine Isabelle nel ruolo di Tamara, non un ruolo importante, ma questa informazione tornerà utile più in là. Insomma, qui è tutto chiaro come andrà a finire, d'altronde cosa ci si può aspettare da uno slasher movie? Jacob Goodnight si sveglia e fa fuori tutti, fine. Grosso modo, le cose vanno così. Trama più scontata di quella del primo, ma c'era da aspettarselo, alla fine era una trovata commerciale, no? Bene, ora passiamo alle dolenti note.

Essendo uno slasher movie, la trama non dovrebbe importare poi granché, non quando parliamo di slasher movie americani, almeno. Tutto gira intorno alle uccisioni e ai metodi fantasiosi in cui essi avvengono, cosa che purtroppo non accade in See No Evil 2. Tralasciando una morte ironica del tipo sulla sedie a rotelle, il film non è né crudo né fantasioso, semplicemente è fine a sé stesso. Avendo assodato ormai che la trama è scontata, tale che non dobbiamo nemmeno scoprire chi è l'assassino, sarebbe dovuto restarci giusto qualche scena violenta gratuita, ma no. Il film è intervallato di continuo da scene del primo film, e sinceramente non ho neanche capito il perché di questa scelta, e alla fine di tutto, mi è sembrato il tutto un po' autocelebrativo. Mi spiego. Le ambientazioni, le riprese, la fotografia, il lato tecnico è perfetto, le Soska Sisters ci sanno fare, ma insistono sul puntare sulla bravura degli attori, su scelte stilistiche nel girare le scene e danno poco conto alla parte più importante del film: la storia! Ma poi, che le Soska Sisters amino molto autocelebrarsi era palese già da Dead Hooker in a Trunk e in American Mary dove addirittura son volute apparire come personaggi eccentrici all'inverosimile pur di riuscire a "bucare lo schermo" e a catturare l'attenzione. Ma ci sta, con American Mary c'erano riuscite alla grande, grazie soprattutto a Katharine Isabelle, e qui arriverò a parlare di lei in See No Evil 2.

Le gemelle Soska amano molto far vedere allo spettatore il personaggio eccentrico, amano far divertire, e la Isabelle non è una cattiva attrice, ma qui andiamo all'over-acting, ovvero ha un po' strafatto, nel senso che nella sua rappresentazione del personaggio di Tamara, un po' fuori dagli schemi, un po' eccentrica e molto zoccola ha una recitazione che più che rimanere impressa fa venir voglia di entrare nel film e prenderla a schiaffi. Scusa, Katharine. Su di lei ci tenevo tantissimo a lasciare un commento, anche perché è l'unica attrice veramente brava lì in mezzo, ma non che gli altri siano cani, solo hanno ruoli meno memorabili: che le Soska avessero voluto far centrare l'attenzione su Katharine Isabelle perché tutti l'hanno adorata in American Mary? Eheh, chi lo sa. Ritornando alla scelta di voler puntare sulla caratterizzazione dei personaggi, hanno scelto di far recitare anche Kane se pure con pochissime battute e tutte uguali. Va beh, che lui sia bravo sia nella recitazione che nell'espressività è risaputo, ha a che fare con queste cose da 20 anni anche se nell'ambito del wrestling, dove la mimica e la recitazione è pane quotidiano, quindi sfondiamo un portone già aperto. Il personaggio di Jacob Goodnight, tuttavia, manca di psicologia; nel primo aveva un modus operandi univoco, riconoscibile, ed era spinto da qualcosa. Non andava ad uccidere a caso! Qui, invece, sì e ha anche perso la sua abitudine a cavare via gli occhi. Jacob è un semplice slasher carico d'odio che uccide tutti, punto. Se poi vi siete dimenticati del perché uccidesse, ci sono quegli inutili flashback del primo film che ve lo ricordano, mica si vuole perder tempo a ricordarlo al pubblico? Eh, no.

In linea di massima, beh. Non è poi 'sto granché.
Insomma, trama scontata che si sarebbe anche potuta tralasciare se ci fossero stati "ammazzamenti" fantasiosi e/o ultra-violenti, ma mancano anche quelli quindi nisba. Cast buono, le Soska volevano forse creare un film che potesse dare quell'aria da film di nicchia ma d'autore ma hanno dimenticato dei pezzi importanti alla buona riuscita di un film, e questo ne risente molto, ma veramente troppo... peccato, a questo punto temo il peggio per Painkiller Jane. Soska Sisters, vi ho decantato le lodi, ora vedete di scegliere uno script migliore e fatelo funzionare anziché giocare a fare le dive! Con See No Evil 2 avete proprio toppato alla grande, e ascoltatemi voialtri: se non lo vedete non vi perdete proprio nulla.

mercoledì 5 novembre 2014



Quanti film brutti ho recensito?
Pochi, anzi forse zero. Anche con il reboot delle Tartarughe Ninja son stato fin troppo buono, se pur non nascondendo il disappunto. Ma Leprechaun: Origins? Posso risparmiarlo? No. Assolutamente no. E badate bene che nella cover ho inserito la prima immagine promozionale che uscì del film, con l'attore che impersona il Leprecauno in carne e ossa, ovvero Dylan Postl meglio noto col nickname Hornswoggle ai fan del wrestling WWE; attore che, sebbene effettivamente "recita" nella pellicola non appare mai. Iniziamo bene, vero? Aspettate un attimo, non è tutto.

Come (forse) tutti sapranno, Leprechaun: Origins vorrebbe essere una sorta di reboot della famosa saga di Leprechaun interpretata da Warwick Davis in tutte le sue pellicole, e nientedimenoché rappresenta un cult della cultura trash horror del secolo scorso, grazie alle sue situazioni grottesche e al di fuori del senso comune di buongusto. Detto ciò, domanda cruciale: che cosa avevano in mente quando hanno deciso questo reboot in chiave dark? Dubito che la risposta ci verrà mai data, sicuro è che i produttori si son calati brutte droghe che non gli hanno nemmeno fatto effetto, e probabilmente regista e sceneggiatore erano delle vere e proprie capre. Il titolo è Leprechaun: Origins, ma di "origini" non ha un granché (origini de che, de chi, perché, tanto per capirci) e non ha nemmeno un cazzo di Leprecauno!

Come appunto ho detto poco sopra, al lavoro su questo film ci sono state per forza capre, innanzitutto perché ha una trama scontatissima e delle scene a cazzo di cane, come una di quelle finali in cui i protagonisti si infilano in un furgoncino e non hanno le chiavi, e anziché uscire e scappare mentre il "leprecauno" fa un casino della madonna sfondando tettuccio e parabrezza, decidono di perder 2 minuti interi a urlare per poi dire "dobbiamo uscire!"; per non parlare poi della scelta stilistica di puntare sempre su quel cavolo di cliché degli amici in vacanza che si rinchiudono in una casetta nei boschi! Ma il punto forte è, appunto, il cosiddetto Leprecauno che Leprecauno non è ma solo una bestia amorfa senza neanche un volto, che induce a pensare "mi dicono che lì ci sia Hornswoggle, ma per me potrebbe anche esserci Michael Jordan" visto che non mettono in mostra né il volto né la bassezza della creatura, che - a proposito - tutto ciò che fa è ringhiare e staccare orecchini, piercing e collane alla gente che gli sceneggiatori ci vogliono far credere siano tutti d'oro, come se tutti si facessero dei piercing d'oro alla lingua... Va beh. Da non tralasciare nemmeno l'errore madornale della traduzione di Túatha Dé Danann, che secondo loro vuol dire Leprecauno e non Tribù della Dea Danu nome, invece, di una delle prime civiltà celtiche, che hanno ben poco a che vedere coi Leprecauni se non per un mero collegamento sull'etimologia del termine Leprecauno:
Un'altra provenienza del termine (Leprecauno) potrebbe essere da luch-chromain, "piccolo storpio Lugh", dove Lugh è il nome del capo del mitico popolo gaelico dei Tuatha Dé Danann. (fonte: Wikipedia)
Insomma, dove si siano documentati questi non si sa. Forse volevano far finta di essere intellettuali, e hanno anche trovato una rappresentazione sbagliata di un Leprecauno visto che, invece dell'omino barbuto, dispettoso e vestito di verde c'è un mostro deforme che ringhia... e che ha una vista alla Predator. Però una cosa va detta, alla fine una peculiarità del Leprechaun originale ce l'ha: ricerca l'oro che gli hanno sottratto. Mh. Alla fine, anziché fermarlo restituendoglielo, la protagonista lancia le monete all'aria e gli taglia la testa. Sì, chi se ne frega dello spoiler, tanto non merita nemmeno di essere visto. A conclusione della scena, la tizia che scappa via nei boschi, un ennesimo ruggito del mostro, e dei titoli di coda accompagnati da immagini pressoché inutili che non danno neanche un senso al film, e non riempiono nessun buco.

Conclusione? 'Sto film fa acqua da tutte le parti.
Già l'idea di dargli un tono dark ad una saga che era puramente trash mi aveva fatto storcere il naso, ma dopo averlo visionato... non saprei, non è neanche un film horror decente alla quale potrei chiudere un occhio pensandolo a una roba a sé stante, scollegata dalla saga. È... boh. Cioè, sì dai: è una merda! E non sono solito a commenti del genere, questo film si merita questo e anche peggio!

martedì 28 ottobre 2014



Doppia recensione anche oggi.
I spit on your grave è il titolo di ben due film, uno del 1978 conosciuto in Italia come Non violentate Jennifer, il secondo è del 2010 e trattasi del remake del primo e che vanta un sequel del 2013. A dire il vero, I spit on your grave ha avuto diversi sequel e riadattamenti, ma mai nessuno degno di nota, se non il più recente diretto da Steven R. Monroe. Trattasi di un film principalmente horror, con tematica rape and revenge ovvero stupro e vendetta è un film degno di nota, soprattutto per i suoi contenuti forti e discutibilmente "pesanti".

Siamo negli anni '70, e l'argomento stupro nonché considerato ancora troppo forte, era abbastanza forte nella cinematografia dell'epoca, basti pensare a film come Thriller o il premio Oscar Deliverance, noto in Italia come Un tranquillo weekend di paura. Sebbene il genere d'exploitation ci abbia marciato parecchio sul rape and revenge, I spit on your grave è senz'altro uno di quelli più importanti e "pesanti" vista la sua natura. Ma andiamo per gradi. La storia parla di Jennifer Hills, una giovane ragazza che affitta una casa sul lago nel tentativo di scrivere il suo primo libro che finisce vittima di un gruppo di ragazzi che la importunano di continuo e che finiranno, ahimè, con uno stupro di gruppo. Tra di loro, un giovane ragazzo timido e con evidenti problemi mentali nonché anch'egli complice degli altri tre, incaricato di porre fine alla vita della ragazza ma che per paura e - forse - un briciolo di rimorso, non riesce nell'intento e la lascia in vita. Questo fa in modo che la ragazza, una volta ripresa, escogiti un piano per avvicinare ogni singolo individuo ed ucciderli uno alla volta, passando dall'impiccagione alla più cruenta evirazione, forse la parte più pesante della pellicola del 1978.

Il messaggio è chiaro. L'assalitore, per difendersi, confessa alla ragazza che le sue azioni erano del tutto giustificabili: lei se ne va in giro scollata, o camminando in maniera - a detta sua - provocante, stimolando la fragilità dell'uomo. Poi questa rifiuta le avances, e lascia l'uomo deluso. Giustificabile? Ovviamente no, ma è una mentalità che purtroppo portiamo ancora avanti, ed è la stessa che va a giustificare uno stupro. Fortunatamente, questo nel film viene evirato e lasciato sanguinare fino alla morte, ma la realtà dei fatti è tutt'altro che diversa. In una società dove lo stupro è ancora oggi giustificabile con una mentalità del genere, questo film andrebbe visto in chiave molto critica; la vittima che si trasforma in assalitore verso coloro che l'hanno assalita per prima altri non è che uno specchio di ciò che può accadere all'interno di una persona vittima di tale violenza, oltre a quella di un chiaro senso di "risentimento" che va a trasformarsi in pura vendetta. E se nel film del '78 l'argomento è abbastanza forte e le modalità in cui Jennifer uccide i suoi stupratori possono essere cruenti solo per l'epoca, il remake del 2010 è ancora più scioccante.

Inutile ripetere la trama, è pressoché la stessa, aggiungendo però l'inserimento di un ulteriore personaggio, lo sceriffo, che anch'esso si aggiunge allo stupro di gruppo. Qui l'orrore è raddoppiato. Se nella prima pellicola lo stupro (censurato nella versione italiana) è comunque velato dalla censura dell'epoca, in I spit on your grave il tutto è molto più diretto, e le dinamiche dello stupro sono più realistiche e più disgustose. Un qualcosa d'impatto. E non viene mostrato solo lo stupro vero e proprio, ma la violenza psicologica subita anche prima della violenza, l'umiliazione che arriverà alla conclusione di quell'orribile atto perpetrato anche da chi meno se l'aspettava (Matthew, il ragazzo ritardato). Rispetto a Non violentate Jennifer la psicologia è predominante, e si riesce ad arrivare fin dentro le sensazioni della vittima, fino al volerla incoraggiare nella sua tremenda vendetta, che qui sono molto più cruenti e "poetiche" rispetto alla pellicola originale. Anche qui c'è la scena dell'evirazione solo con un "tocco in più": una volta tagliatogli il membro, Jennifer lo infila nella bocca del suo stupratore, che tanto apprezzava il fatto di infilargli di tutto nella bocca della ragazza.

Anche qui il messaggio è pressoché lo stesso, ma vuole darlo con un maggiore impatto, e ci riesce benissimo. Non credo si possa trattare di un film adatto a tutti, è decisamente forte per i suoi contenuti espliciti, e anche se c'è una leggera esagerazione nell'esecuzione degli omicidi, il tutto è ovviabile al fatto che lo spettatore possa pensare che quel trattamento è ciò che quelle persone si meritano. Certamente, film del genere non serviranno di certo a cambiare il mondo, però potrebbero servire a far aprire gli occhi, e a far capire ad una donna che bisogna lottare, contro certe mentalità.

Tuttavia, al di là di discorsi decisamente pesanti, che purtroppo non vedranno mai luce, finché esisterà l'orrore che solo l'uomo sa creare, ritorniamo al film. Non violentate Jennifer è sicuramente un film da non perdere per gli amanti del cinema, I spit on your grave è lo stesso, solo molto più intenso con contenuti anche fin troppo forti. Consigliato a chi non si lascia disgustare facilmente.