domenica 6 settembre 2015



Cassie Hack è tornata!
Dopo l'avventura al fianco di Ash Williams in Army of Darkness vs. Hack/Slash (e ricordiamo, ogni crossover di Hack/Slash è canonico!), l'intrepida cacciatrice di slasher ritorna in una nuova miniserie di sei volumi, Son of Samhain, scritta stavolta da Michael Moreci e Steve Seeley sui disegni di Emilio Laiso con le cover di Stefano Caselli, co-creatore della serie insieme a Tim Seeley il quale, è da notare, che abbandona per la prima volta le redini della serie. Hack/Slash: Son of Samhain è quindi un inizio tutto nuovo, una sorta di esperimento di rilancio, senza cancellare quanto ciò è stato fatto nella serie regolare. Serie regolare, però, che dopo un buon inizio si perse totalmente e creò un calderone caotico di vari elementi estranei alla saga, spezzando il tono mantenuto agli inizi per dar luce a qualcosa fin troppo differente da come fu proposto in principio. Con il crossover con Army of Darkness si è tentati di restituirci il buon sano vecchio fumetto divertente (ma non Vlad, sigh), questo nuovo rilancio sarà all'altezza? Scopriamolo.

Le vicende di Hack/Slash: Son of Samhain sono ambientate qualche anno dopo la conclusione della regolare e del crossover con Army of Darknes. Cassie oramai ha rotto la sua relazione con Georgia, dopo che i servizi sociali han portato via loro il figlio di Chris e Lisa, e per vivere ora fa la cacciatrice di taglie. Durante uno di questi lavori, s'imbatte in Delroy, un suo collega... ma collega del suo vecchio lavoro. Anche Delroy dà la caccia a creature demoniache, ma se Cassie era alle prese con gli slasher e la Black Lamp Society, lui è alle prese con qualcosa di più grosso, di un male antico tanto quanto l'uomo. I due, quindi, si uniscono insieme per salvare October, il figlio di Samhain, l'antagonista-barra-interesse amoroso di Cassie nella serie regolare, da una setta di mostri atta a risvegliare il Dio Mostro Attan-Soolu, bandito nelle viscere della Terra dagli uomini molti secoli prima. Una volta messo Ocky in salvo, i tre si uniscono per dar battaglia all'orda di mostri, guidata da Morinto, per sventare una minaccia che potrebbe porre fine per sempre all'umanità.





Son of Samhain, in linea generale, è una vera e propria ventata di aria fresca all'intera serie di Hack/Slash. Non dimenticandosi di quanto fatto da Tim Seeley, Moreci e Steve Seeley ci narrano di una Cassie Hack ancora incasinata, ma molto più matura e coscienziosa di sé stessa; superato il dolore per la perdita di Vlad (anche se con qualche ovvia cicatrice), Cassie decide di intraprendere una strada solitaria lasciandosi alle spalle Georgia proprio perché sa chi è e per cosa è nata. Come recita il detto, non puoi fuggire da ciò che sei, ed è la stessa cosa che recita Delroy il quale si presenta come un affascinante modo di comparazione tra due personaggi simili ma con esperienze differenti. Delroy, un personaggio che se pur all'apparenza volesse sembrare sostituire Ash vista la buona dinamica tra i due personaggi descritta nel crossover, si rivela essere ben altro che un personaggio frivolo e comico; non è nemmeno una spalla, semplicemente è un personaggio che ben si affianca a Cassie senza né soccombere al suo carisma restando anonimo, tanto meno cercando di affossarlo imponendolo con la forza. Tutt'altro. Non diverso il discorso è per October, il figlio di Samhain il quale appunto appare nel titolo della mini-serie stessa, con una funzione ben diversa da quella che si può presagire. Inoltre, da apprezzare tantissimo l'abilità con cui gli autori riescano a contrapporre le figure dei tre personaggi a passato, presente e futuro. Il primo è rappresentato da Ocky, figlio di un pazzo omicida - esattamente come Cassie; il futuro è rappresentato da Delroy, il quale potrebbe rappresentare un po' come si evolverà Cassandra. Fondamentale e rappresentativo a quanto appena detto, è proprio l'interazione tra i tre personaggi: Cassie dice a Ocky che non deve spaventarsi dall'essere figlio di un mostro e che può decidere lui stesso se esserlo a sua volta o fare del bene, mentre Delroy insegna a Cassie che per quanto possa provare a fuggire sarà inutile, lei è ciò che è e non deve dimenticarselo. E questo insegnamento lo si vede in atto quando Cassie propone a Ocky di fuggire via che in tutta risposta gli dice che ha deciso di fare del bene, facendo così in modo, e del tutto indirettamente, di ricordare a Cassie chi è lei.

Insomma, Son of Samhain non è solo una storia a sé stante. Rappresenta un nuovo punto di inizio, viene mostrata un'evoluzione del personaggio a partire dalle apparenze: abbandonati gli abiti succinti e appariscenti, Cassie ha ora un look più maturo ma pur sempre badass. C'è poi la crescita stessa del personaggio, non solo una prosecuzione di ciò che è sempre stato, anche se su questo ci sarebbe da ribattere. Il personaggio di Cassie Hack è cresciuto man mano con la sua storia, ed è per questo che a mio parere è uno dei meglio riusciti nel mondo dei fumetti. Oltre alla questione del personaggio, come già detto, rappresenta anche una ventata di aria fresca, viene allargato l'universo narrativo introducendo elementi come appunto l'introduzione del male antico Attan-Soolu che non risulta affatto scontato ma anzi, è una scelta coerente e ben pensata, che lascia nuovi spunti narrativi e getta le basi per una continuazione, come si evince anche nell'epilogo, lasciandoci presagire che il viaggio di Cassie è tutt'altro che finito.

Insomma, Hack/Slash: Son of Samhain è in definitiva un fumetto da non perdere, se si è amata la serie dagli inizi e la si è proseguita nonostante le scarse idee presentate dal momento in cui la serie approdò alla Image. Con la parentesi fuori luogo della lega dei supereroi, delle sette segrete operanti su isole altrettanto segrete, Tim Seeley ci diede un finale emotivamente sconvolgente con la morte di Vlad, e nell'opera successiva, Army of Darkness vs. Hack/Slash, fu l'occasione per mostrarci come Cassie ha reagito alla perdita di Vlad e, chiuso quel capitolo, Son of Samhain è riuscito a raccontarci ancora di più, riuscendo a far evolvere Cassie verso un'ulteriore maturità. Insomma, non è una trovata commerciale atta soltanto a vendere vista la popolarità del personaggio, in quanto è una storia che ha diversi elementi funzionanti: delle solide basi sul quale costruire narrazione, storia e personaggi, il riuscire a raccontare qualcosa di nuovo allargando gli orizzonti tenendo fede alla continuity nella sua totalità e il tutto contornato dalla capacità di mantenere alcuni elementi tipici della saga, come l'elemento splatter.


Son of Samhain è stato pubblicato dalla Image nel 2014 e vede già pubblicato il tutto in un unico volume. Io ho acquistato i sei numeri tramite comiXology e devo dire che è stata un'esperienza veramente interessante. Adoperando la funzione di ingrandimento sulle singole vignette, si ottiene un effetto visivo veramente niente male, creando delle emozioni in più nella lettura. Consigliata anche la lettura tramite App di comiXology.


lunedì 31 agosto 2015



Il film che andrò a "recensire" quest'oggi mi ha lasciato pareri contrastanti.
Innanzitutto, cominciamo col dire che The Revenant non è il classico film sugli zombie. A dire il vero, non è nemmeno un film di zombie. Come concetto, sembra basarsi sulla figura del Revenant, ovvero una creatura ritornata in vita dopo la morte, simile a un vampiro. Ed è proprio col vampiro che il Revenant in questione assume più similitudini, piuttosto che con lo zombie. Interpretato da David Anders (il Blaine di iZombie!) e Chris Wylde, The Revenant è una sorta di commedia grottesca un po' splatter che parla, sostanzialmente, di un'amicizia. Quella tra i due protagonisti, rispettivamente Bart e Joey.

Bart è un sergente militare che muore durante un conflitto a fuoco in Iraq e che, una volta ritornato in patria ed eseguito il suo funerale 3 settimane dopo, ritorna dal mondo dei morti insudiciato e putrefatto. La sua prima tappa è dal suo migliore amico, che nel frattempo a sua insaputa ha "consolato" la sua ragazza, e una volta fattasi un'idea sommaria su cosa stia accadendo a Bart, questi lo aiuta a reperire del "cibo", ovvero sangue umano, per far sì che non finisca col decomporsi del tutto. Ovviamente, non tutto andrà a buon fine. I due iniziano una sorta di carriera da vigilanti, in quanto Bart decide di non voler aggredire gente innocente ma solo criminali, ma è questione di tempo prima che finiscano nei guai e nel frattempo, dovranno avere a che fare anche con Janet, la ragazza di Bart che ha scoperto il suo segreto grazie a Matty, la sua migliore amica, che non è per niente d'accordo sull'aiutare Bart arrivando a suggerire di tagliargli la testa e ucciderlo definitivamente.

Il film, sommariamente, è abbastanza atipico. Spazia su numerosi generi; principalmente si presenta come una commedia, cadendo parecchio sul demenziale e non mancano elementi drammatici e d'azione spezzando, però, spesso e volentieri il ritmo del film. Il tutto resta godibile, a tratti è divertente e si vede l'impegno del regista che riesce comunque a produrre qualcosa di ben fatto che non risulti un filmetto da quattro soldi, ma l'elemento che più stona è appunto lo spezzarsi del tono, senza una benché minima dissolvenza. In un momento è pura demenzialità e in quell'altro è estremamente serio. Anche il finale, puramente esagerato, arrivato a quel punto del film sembra più buttato a caso ma che ci sta, se restiamo nell'ottica che vuol comunque essere un film grottesco. Un finale che, se pur nelle prime fasi può far storcere il naso, si conclude con un riferimento al Return of the Living Dead di O'Bannon, e tutto questo è molto bello.

Sostanzialmente, reputo The Revenant un film che va visto, anche se ha numerose pecche. Bisogna stare a vedere se sia stata una decisione del regista o un errore, lo spezzarsi dei toni che cambia continuamente la direzione del film. In linea di massima, apprezzo il film per l'originalità, per il riuscire ad aver creato qualcosa di differente, a partire dalla concezione stessa dello zombie/vampiro/risorto. Un film che gli amanti del genere non dovrebbero assolutamente perdersi. A mio avviso, eh.


domenica 30 agosto 2015



Recensione un po' insolita, stavolta.
Insolita perché a discapito delle altre volte, in cui mi son ritrovato a recensire film di nuova uscita o comunque film poco conosciuti, ho deciso di parlare di uno dei miei film horror preferiti: The Blair Witch Project del 1999. Tutto è cominciato quando quest'oggi, mettendo in ordine gli scaffali di casa, mi sono imbattuto in un paio di VHS, ricordi di quando ero piccolo e a casa si compravano solo VHS originali. Tra i vari cartoni-barra-ricordi d'infanzia, mi sono imbattuto appunto in questo film e, stupito di come fosse ancora in ottimo stato mi è salita la voglia di guardarlo. Non tanto per l'effetto nostalgia, si tratta comunque del mio primissimo horror, ma perché ritengo che sia uno di quei film che ingiustamente sono finiti nel dimenticatoio. The Blair Witch Project fu un capolavoro di quegli anni, riuscì ad attirare l'attenzione in maniera clamorosa, ebbe un enorme successo a livello mediatico in tutto il mondo e, a mio avviso, è un'esperienza terrorizzante.

Tra le pagine del mio blog, più volte ho avuto modo di parlare dei mockumentary, genere che ha praticamente conquistato il genere horror, anche se film di maggior successo è riconducibile solo alla saga di Paranormal Activity, però non dimentichiamoci tutti che The Blair Witch Project è stato un po' l'apripista, almeno per quanto riguarda le due ultime decadi, a questo particolare sottogenere dell'horror, riuscendo comunque a restare un film unico nel suo genere e - a mio avviso - nessun altro film è riuscito ad eguagliare la sua qualità. Innanzitutto, prima di andare a far luce su quale sia la vera chicca che rende il film unico e particolare, cominciamo a dire che il punto di forza di The Blair Witch Project è proprio la capacità di rendere la storia realistica, questo non solo grazie ad una sceneggiatura che riesce a giustificare il continuo uso delle telecamere amatoriali, ma anche al background di fondo. Completamente realizzato con videocamere amatoriali e con attori sconosciuti, i quali possiamo dire che nella pellicola interpretano sé stessi, c'è da annotare che al momento del rilascio nei cinema, ci fu una pesante e originalissima campagna mediatica atta a pubblicizzare il film, riuscendo a spacciare il tutto per verosimile, creando una sorta di leggenda urbana. Non solo il fatto di utilizzare tre attori al loro esordio e sconosciuti al pubblico con un appeal decisamente fuori da ogni canone cinematografico contribuì alla riuscita di ciò, ma anche il coinvolgere una reale leggenda urbana, quella di Elly Kedward, ed ambientarla in una località ben conosciuta nel Maryland giocarono il loro ruolo.

Certo, stiamo comunque parlando del 1999, quando internet non era alla portata di tutti e il pubblico si riusciva ad abbindolare in una maniera a dir poco semplicissima, ma la campagna creatasi attorno al film fu unica. Basti pensare anche come questo successo proseguì: numerosi furono gli appassionati del film a visitare davvero i boschi di Burkittsville, luogo in cui è ambientato il film, tant'è che la contea nel Maryland ebbe e ha ancora tutt'oggi un'assoluta rivalutazione del territorio, divenuta oramai meta turistica per ogni appassionato di horror. E su questa cosa, ci giocarono intelligentemente anche nel sequel, Book of Shadows, purtroppo non pari al successo del predecessore ma comunque a mio avviso un'opera rimasta un tantino incompresa. Ad ogni modo, il rilascio di The Blair Witch Project fu accompagnata da questa assurda campagna pubblicitaria, atta a far sembrare gli avvenimenti del film reali, con tanto di finta inchiesta e materiale fotografico della presunta scomparsa dei tre attori; qualcosa di banale, probabilmente, ma la cosa riuscì alla perfezione. Divenne virale senza l'ausilio di social network o di internet!


Il film, di base, racconta dell'escursione di tre ragazzi alle prese con un documentario su una leggenda urbana riguardante Elly Kedward, la strega di Blair, che si vide coinvolta negli anni 40 nell'omicidio di numerosi bambini, e dal giorno dopo la sua uccisione, il suo spirito si dice ne infesti il bosco. I tre giovani, quindi, una volta addentratisi nel bosco, si perderanno e avranno a che fare con degli strani fenomeni, probabilmente legati proprio a questa "strega".

E qui voglio parlare della vera chicca della pellicola.
E se il film non lo avete ancora visto (e dovreste vergognarvi) e vi sto mettendo voglia di guardarlo, consiglio di saltare questo paragrafo. Insomma, dicevo, la vera chicca di The Blair Witch Project è che tutta la suspence che viene creata, tutto il terrore che riesce a trasmettere, non è limitata all'apparizione di una presenza o, come accade in Paranormal Activity, a quale oggetto volante. Assolutamente. Se lì il tutto era costruito solamente per creare l'attesa che qualcosa avvenga per poter finalmente cagarsi in mano (seh) all'apparizione dello spettro, The Blair Witch Project riesce a terrorizzare facendoci entrare nella psiche dei personaggi, farci percepire il loro stress e soprattutto riesce a farlo senza mai farci vedere questo presunto poltergeist! Il ché per molti potrebbe essere una delusione, ma al contrario è quel qualcosa che manca a moltissimi horror: la paura non legata necessariamente a qualcosa di visivo, di brutto, o scatenato dall'effetto sorpresa che - a dirla tutta - così è anche peggio!

Insomma, in conclusione, possiamo dire che The Blair Witch Project è l'horror definitivo. Uno di quei film purtroppo finiti nel dimenticatoio se non ricordato da alcuni pochi fan, e che scommetto che adesso molti ne parlino con sufficienza, ma secondo me non dovrebbe essere così. È un horror come un horror dovrebbe essere, cioè che vede l'orrore rispecchiato dallo stato psichico dei protagonisti con una recitazione che, diciamocelo, è impeccabile... la ripresa a metà volto è divenuta un classico. Il mio film horror preferito, anche a distanza di anni. E sarà che ne parlo così bene perché sarà stato anche il primo film horror, ma averlo rivisto dopo anni... beh, è riuscito ancora a mettermi ansia. Non credo sia poco!

sabato 29 agosto 2015



Perché in ogni film di zombie, nessuno ha mai sentito parlare di zombie?
Scommetto che questa è la domanda che almeno una volta ognuno di noi si è domandato. E se la risposta è anche abbastanza logica, ma per una volta reprimerò il mio lato da vero rompiballe e asseconderò la cosa. Benvenuti a Zombieland fu una commedia che, per l'appunto, girava proprio attorno alle cosiddette "regole di sopravvivenza all'apocalisse zombie", regalandoci una sorta di novità. E in Shaun of the Dead (vale a dire L'alba dei morti dementi) la questione viene palesemente messa a tacere perché "non è carino dire la parola che inizia per Z", cercando di darci una risposta, la domanda proprio non riesce a venir repressa. Ma, parliamoci chiaro, numerosi film (parodistici e non) hanno cercato di introdurre il concetto di zombie all'interno delle loro pellicole, come se i protagonisti già conoscessero il fenomeno, e con scarsi risultati, ma se dobbiamo parlare di originalità e di belle idee, I Survived a Zombie Holocaust è decisamente una pellicola che riesce a lasciare il segno in maniera intelligente. Scopriamo come!

Produzione neozelandese con dei trascorsi un po' travagliati, il quale è stata richiesta una lavorazione di ben cinque anni, I Survived a Zombie Holocaust è scritto e diretto dal debuttante Guy Pigden, e vede come protagonista Wesley Pennington (interpretato da Harley Neville), un nerd un po' sfigato col sogno di diventare un giorno sceneggiatore e produrre il suo personale film di zombie e che si ritrova sul set di Tonight They Come, uno zombie movie, con il ruolo di runner, vale a dire un tuttofare. Ben presto, il set del film si trasformerà in una vera e propria carneficina in quanto subentreranno dei veri zombie che creeranno scompiglio e genereranno numerose scene esilaranti, facendo il verso ai film d'azione americani e arrivando ad omaggiare numerose opere di zombie, dai film di Romero (Night of the Living Dead) a 28 Giorni Dopo. Il tutto condito con una non tanto velata critica nerd il quale appunto rende gli zombie "reali nella loro finzione" e da una storia d'amore, insolita per un film di zombie, tra Wesley e Susan (Jocelyn Christian).


Come detto, il film di base fa un po' il verso al genere americano. Dialoghi improponibili, personaggi sopra le righe (al di fuori dei protagonisti, s'intende) e violenza gratuita. Violenza che viene anche ripresa e criticata attraverso quelle "critiche nerd" che il protagonista si porta dietro durante tutto il film. Ma attenzione che comunque non stiamo parlando di un film che si basa solo sul lato nerd, perché bensì il film sia un'accozzaglia di violenza e ilarità, vede anche una sottile critica al cinema di genere e al mondo del cinema in generale e di come vengano etichettati erroneamente i film sugli zombie. Non è per niente d'impronta romeriana, se non per i classici "zombie lenti", ma di base il suo messaggio ce l'ha e si sa far ascoltare adoperando però un tono molto più ironico e meno dissacrante. Sì, perché il rispetto per i film di zombie comunque c'è, e tanto e lo si può notare dai già citati omaggi alle opere zombie che sono per lo più scenari e scene palesemente identiche. Scene che, bizzarramente, vede anche degli omaggio un po' insoliti al primo Resident Evil e al film giapponese Zombie Ass - Toilet of the Dead! O, se la cosa non sia voluta, c'è una scena molto simile che automaticamente mi ha fatto creare questo collegamento.

In conclusione, ritengo che I Survived a Zombie Holocaust non sia proprio un'opera geniale o imperdibile, ma resta un film godibile in quanto poco scontato e parecchio divertente. Ciò che per me non lo rende un film must-see è la mancanza di scene memorabili, di quelle che rimangono impresse. Nemmeno la danza maori buttata a cazzo verso il finale ci riesce. Ad ogni modo, ci tengo a ribadire che questo non causa un declassamento della qualità. Il trucco degli zombie è un po' scarso ma gli effetti speciali sono più che ottimi, gli smembramenti e le interiora dei morti sono davvero molto, molto realistici. Non un must-see, ma decisamente degno di essere visionato, in qualche modo si riesce a ridere dall'inizio alla fine.

sabato 22 agosto 2015



Della serie: "anche Danjel legge libri".
Ebbene sì. Ma non sono molto propenso a scriverne su queste pagine, a meno che non sia una di quelle cose non alla portata di tutti, esattamente come è My Life As A White Trash Zombie, primo libro di una saga urban fantasy a tema zombie scritta da Diana Rowland, autrice statunitense ed ex coroner appassionata di horror, demoni e - appunto - zombie. L'avvicinamento a questa serie di libri è avvenuta grazie a comicbookgirl19, la quale, oltre a prestare la sua immagine per le illustrazione delle copertine, in un suo video affiancò quest'opera ad un'altra di mio assoluto gradimento: iZombie, precisamente alla serie tv, facendo notare alcune similitudini. Similitudini di cui andrò ad affrontare anche io. Ma per il momento, cominciamo a parlare del libro e dei miei pensieri al riguardo.

My Life as a White Trash Zombie è traducibile in italiano come La mia vita come uno zombie povero, anche se ciò è impropriamente incorretto. Nello slang, l'espressione white trash è usata per indicare quel tipo di persone che solitamente vivono in periferia, solitamente all'interno di camper o roulotte, pochi inclini all'igiene personale i quali spendono i propri soldi in oggetti costosi quali impianti stereo o tv anziché badare alle tasse e che quasi sempre sono sotto dipendenze di alcol e/o droghe. Questo tipo di persone solitamente è di carnagione bianca. Questo è il quadro d'insieme della definizione di white trash. E Angel Crawford, la protagonista di questa storia, è proprio una di queste disadattate; picchiata dal padre perennemente ubriaco, fidanzata con un perdente con il quale una sera sì e l'altra pure ci fa a botte, Angel si renderà conto che dovrà morire, per rimettere apposto la sua vita.
"Yeah, right. I'm finally getting my life together. Too bad I had to die first."
Angel è stata presumibilmente violentata e mandata in overdose, poi è stata ritrovata nuda sul ciglio della strada, ritrovata da un agente di polizia e portata in salvo. Ma di tutto questo, Angel non ricorda assolutamente nulla, se non aver litigato col Randy, il suo ragazzo, la sera prima ed aver bevuto qualche cocktail con uno sconosciuto solo per farlo ingelosire. Come se non bastasse, una lettera misteriosa le rivela che in realtà lei è morta e che se non si ciba di cervelli ogni qualvolta avrà "Fame" potrebbe ritrovarsi in seri guai, ovvero perdere la ragione e diventare un vero e proprio zombie, senza identità alcuna. Oh, questo e che ha ottenuto un lavoro in obitorio come autista e aiuto del coroner. Ottenendo così facile accesso ai cervelli, cibo primario e fondamentale per uno zombie, Angel scoprirà vantaggi e svantaggi dell'essere uno zombie, in più verrà coinvolta in una serie di indagini riguardanti dei cadaveri decapitati commessi presumibilmente da un altro zombie! Tutto questo, ovviamente, di contorno al personaggio di Angel, la quale come già detto si ritroverà a rimettere in piedi la sua vita sistemando i casini col padre, i suoi problemi con droghe e alcol e riflettendo sull'intero senso della sua vita. O quella che è. E ci riuscirà grazie a personaggi comprimari, come i detective Marcus Ivanov ed Ed Quinn e al coroner Dr. LeBlanc, oltre all'intero staff dell'obitorio che riusciranno a farla sentire più "normale" e meno freak.

Quel che Diana Rowland racconta attraverso 310 pagine in My Life As a White Trash Zombie è una sorta di thriller drammatico con elementi horror (gli zombie, duh), dove si va ad esplorare non solo un personaggio nella sua interezza e totalità emotiva, ma anche un mondo immaginario dove gli zombie vivono tra noi e che addirittura hanno costruito uno schema sociale per sopravvivere nel mondo e, ultimo ma non ultimo, la Rowland per dare un tocco di realismo alla struttura narrativa, utilizza un ambiente da lei ben conosciuto, l'obitorio (l'autrice, come già detto, ha lavorato in un obitorio!) andando ad inserire piccole curiosità su come si svolgano autopsie più altre varie sul come funziona grosso modo il sistema americano riguardo a morti e funerali organizzati dallo Stato. Il tutto tenendo un tono lievemente cinico, riuscendo a dare un'identità forte al racconto. Identità che si ha anche grazie al modo di esprimersi molto pittoresco della protagonista, Angel, il quale - viste le sue origini sociali - si esprime in maniera piuttosto colorita ma mai volgare, risultando quindi anche divertente, su certi aspetti. Diana Rowland, per dirla in sommi capi, fa un lavoro molto particolare con My Life as a White Trash Zombie, dalla presentazione ed evoluzione del personaggio analizzandone ogni aspetto caratteriale dovuto allo shock della scoperta dell'essere uno zombie, alla struttura narrativa che, sebbene sul finale sembra voler spingere forzatamente sull'acceleratore pur di concludere, risulta molto solida. Insomma, non annoia. E se devo essere sincero, ho acquistato i quattro libri andando un po' a fiducia, avendo però paura che si rivelasse un'opera troppo adolescenziale, semplicistica e priva di contenuti. Ebbene, mi sono dovuto in parte ricredere. Semplicistica sì, contenuti ce ne sono e non sono per niente banali e frivoli, e non mi è risultata affatto adolescenziale, anche se comunque non è che stiamo parlando proprio di un'opera "adulta".

comicbookgirl19 ha prestato la sua immagine
per l'illustrazione delle cover, realizzate da Dennis Hansbury
Purista o meno?
Questa è una domanda che mi sono posto ripetutamente. Diciamo che, in linea di massima, per quanto riguarda gli zombie io sono un purista. Se sono cannibali, Romero senza batter ciglio. Senza andare troppo nel dispersivo, diciamo che sono molto legato alla versione classica dello zombie, vale a dire completamente morto, putrefatto, lento e senza alcuna capacità di pensare. Così come nelle storie, il mio tipo di film preferito sono quelli dove appunto gli zombie sono più un contorno alla storia, dove non sono presenti solo per fare inutili spargimenti di sangue. Però, è anche vero che il mito degli zombie non si è mosso solo grazie a Romero. Come non dimenticare Dan O'Bannon e il suo The Return of the Living Dead (Il Ritorno dei Morti Viventi), pietra miliare dei film trash, dove non solo è famoso per scene cult come quella in cui uno zombie poliziotto prende una radio della polizia e chiede esplicitamente "servono più poliziotti" ma anche per aver introdotto il mito dello zombie mangia-cervelli - è di fatti di conoscenza comune che gli zombie mangino cervelli, ma in realtà questo è solo nelle trasposizioni pariodistiche (vedi I Simpson), in tutte le altre pellicole mangiano semplicemente carne, umana e non. Quindi, ritornando alla domanda se è giusto essere puristi o meno giudicano My Life As a White Trash Zombie la risposta resta un no, nonostante numerosi elementi come la società formata da zombie e il loro traffico di cervelli sono palesemente fuori contesto in quanto lo schema strutturale è molto simile a quello dei vampiri. E vampiri e zombie non c'entrano praticamente nulla, tra di loro. Gli zombie sono più fighi, i vampiri fanno schifo. Okay, questo era un parere personale non richiesto, ad ogni modo che l'opera di Diana Rowland si distacchi di parecchio dalla concezione originale degli zombie è palese, ma considerando comunque che ci sia l'elemento parodistico (cervelli) che tenta di smorzare un po' il tono che rischia di sembrare troppo serioso, questo non fa solo che riuscire a dare un'identità forte al romanzo. Non è assolutamente qualcosa che pretende di essere un libro da best seller, semplicemente cerca di essere qualcosa di maledettamente diverso e che risulti divertente, qui l'inserimento anche del personaggio e dell'elemento white trash messo in risalto anche nel titolo.

Il paragone con iZombie.
E qui siamo al piatto forte. Ebbene, il paragone qui ci sta tutto ma - attenzione - non va fatto con l'opera a fumetti di Allred e Robinson, che nel loro tono voleva essere un'accozzaglia di elementi horror buttati nella mischia per creare un caos pandemonico che generasse ilarità e follia allo stato puro, ma con la serie TV. Per chi se lo fosse perso, io ho fatto già un'analisi completa della serie tv iZombie, dove ho già avuto modo di esporre le differenze tra serie tv e fumetto; dal momento in cui iZombie è stato deciso solo dopo l'uscita dei quattro romanzi, questo ci lascia proprio un punto interrogativo enorme. La serie tv a cosa si ispira, al fumetto o al romanzo di Diana Rowland? Se la risposta non è tutte e due, mi chiedo se sia stata voluta dagli autori, senza citare la Rowland o ringraziarla per l'idea, o che sia stato casuale. Il fumetto di iZombie, ricordiamo, parlava di Gwen Dylan, becchina che si procurava cervelli riesumando cadaveri, mentre la serie TV vede Liv Moore lavorare in un obitorio, come Angel. Ma non solo, la faccenda non si limita solo a questo. L'esplorazione del sottomondo degli zombie, il traffico di cervello per far sopravvivere la comunità degli zombie e convivere in segreto con gli umani non è qualcosa di unico creato per la serie TV; in vie trasverse, con modalità un po' più differenti, Diana Rowland inserisce questo concetto per prima. Insomma, non è ben chiaro se la serie TV di iZombie abbia presto spunto dalla saga White Trash Zombie, fatto sta che la Rowland ci ha pensato prima, anche se questo non va a intaccare assolutamente nulla. iZombie e My Life As a White Trash Zombie sono comunque due opere distinte, con due personaggi differenti che si muovono in elementi analoghi ma non uguali.

In definitiva.
Insomma, dopo questa disanima sulle analogie con iZombie, e sugli zombie come icone culturali, passiamo al mio parere definitivo sull'opera in argomento. Come già detto, mi aspettavo che My Life As a White Trash Zombie fosse una lettura un po' più adolescenziale, come ogni urban fantasy che si rispetti. E invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. I toni vagamente cinici, quel tentativo ben riuscito di uscire fuori da ogni schema e l'adoperazione di un personaggio decisamente fuori dalle righe sono un qualcosa che riesce a dare identità al romanzo. In poche parole, è scritto così bene che anche essendo un romanzetto del cazzo riesce a soddisfare le aspettative. Sempre se le aspettative siano quelle di leggere un racconto drama-thriller con elementi horror, sia chiaro.


Se per caso parlandone sono riuscito a interessare qualcuno, ecco le indicazioni su come poter leggere My Life As a White Trash Zombie. Innanzitutto, iniziamo col precisare che non è una pubblicazione italiana ma americana, quindi solo lingua originale sorry. Detto ciò, la saga incentrata su Angel Crawford di Diana Rowland vede al momento quattro libri e sono disponibili su Amazon.it. Per ogni informazione, il sito della Rowland è più dettagliato e in più c'è anche il link per ascoltare il libro su Audible, nel caso vi stanchiate troppo a leggere.

giovedì 20 agosto 2015



Ciò di cui andrò a parlare oggi è un fumetto che custodisco gelosamente. Il mio piccolo tesoro.
Ho dovuto aspettare anni per reperirlo. Ho dovuto metterci tanti soldi e, ancora, ho dovuto aspettare. Perché ne parlo come se quest'opera fosse oro? Perché il Flash di Geoff Johns è parecchie cose. Non solo è il fumetto che ha consacrato definitivamente Johns come autore di punta di casa DC, ma rappresenta anche una delle migliori run in assoluto sul Velocista Scarlatto seconda solo a quella di Mark Waid, se non addirittura superiore. L'Omnibus, pubblicato da Planeta diversi anni fa, è un "fumettone" di un migliaio di pagine (800 effettive) che raccoglie i numeri dal 165 al 200 della seconda pubblicazione di Flash americana, più due speciali: Iron Heights e DC Special: Flash vs. Superman. La prima, nemmeno a dirlo, è forse la storia che ha servito a mitizzare concretamente il supereroe Scarlatto, introducendo il penitenziario di Iron Heights che sarebbe un po' l'Arkham Asylum di Central City e Keystone.

Ma freniamo un attimo e passiamo ad una descrizione più o meno dettagliata. Quest'Omnibus, come già detto, è l'opera di riferimento per Geoff Johns il quale subentra in primis come autore passeggero in attesa di trovarne uno affermato da affiancare alla testata, ma che ne diventa l'autore di punta vista la bravura e la sua innata capacità di raccontare storie avvincenti e piene di fantasia. Affiancato, quindi, dal disegnatore Scott Kolins per tutta la serie (eccetto per i due speciali), da' vita a un'incredibile run piena di colpi di scena, sentimenti e personaggi carismatici. Il Flash protagonista di queste storie non è, ovviamente, Barry Allen ma Wally West - ex Kid Flash, nipote della moglie di Barry, Iris e successore dell'eredità dello zio dopo che questi sacrifica la sua vita durante Crisi sulle Terre Infinite. Stiamo parlando quindi di un Flash decisamente diverso, meno cupo e forse il supereroe meno segnato dalla tragedia e di questo Geoff Johns non si dimentica mai; il modo in cui dipinge Wally è magistrale, mette in risalto la sua solarità, il suo lato divertente e meno cupo rispetto a tanti suoi "colleghi". Racconta di un supereroe che vive la sua vita senza nascondere la sua identità di supereroe, tutti sanno che Wally West è Flash e la sua vita è perfetta così com'è. E Wally non è più un ragazzino testardo o irruento ma un adulto, un Flash più maturo che, nonostante viva una vita altrettanto perfetta, accoglie il suo potere e quindi la sua responsabilità di supereroe senza alcun peso. Flash è un eroe positivo, nonostante le cose brutte che tentano di stravolgere la sua vita, lui ne esce sempre a testa alta, sempre pronto a rimediare ai suoi errori e a migliorarsi. Questa è la figura che Johns riesce a dare a Wally West. In maniera impeccabile.

Ma Flash non è soltanto l'unico personaggio di cui ci viene data una coerenza narrativa perfetta; anche sua moglie, Linda Park, viene descritta in maniera egregia. Una giornalista che decide di mettere da parte il suo lavoro da reporter pur di non intralciare la vita da supereroe del marito. Il detective Chyre, testardo ma uno dei migliori poliziotti anche ha un ruolo marginale, ma è sempre presente ed è uno dei personaggi che Johns riesce a farci amare. Altri personaggi introdotti da Johns sono nuovi Nemici, come Cicada, Blacksmith e il nuovo Anti-Flash, il Professor Zoom, ma di lui ne parleremo più avanti. Johns introduce questi nuovi cattivi riuscendo comunque a dare loro uno spessore, basti pensare a Blacksmith che è praticamente l'antagonista principale della saga Rogues War, una metaumana che riesce a metter su un'attività criminale senza eguali capace di mettere in scacco il buon Wally - salvato soltanto da una minaccia più grande: il Pensatore, altro villain introdotto a sorpresa e che risulta un po' come il Brainiac della situazione, capace di ribaltare la storia e renderla meno prevedibile possibile. Insomma, personaggi che si muovono all'interno di una storia che riesce ad appassionare ogni pagina sfogliata. Personaggi che, alla fine di tutto, risulterebbe difficile dimenticarsene, per quanto bene sono caratterizzati. Ma la miglior caratterizzazione di tutti i Nemici, forse, è quella di Leonard Snart alias Captain Cold, sempre in bilico tra il bene e il male, carismatico al punto da riuscire a trasmettere quel carisma anche agli altri colleghi rendendo i Nemici di Flash affascinanti tanto quelli di Batman. Nemici che in questa run vede ben due incarnazioni: la prima quella di Blacksmith che vede come membri Girder, Magenta, Mirror Master, il Mago del Tempo, Catrame, Murmur e il nuovo Trickster, Axel Walker; la seconda, invece, capitanati da Captain Cold vede la reunion dei Nemici classica, eccezione del Pifferaio, Heat Wave e del primo Trickster, James Jesse, passati tutti e tre "al lato dei buoni" (il primo, addirittura alleato di Flash!).

E se Johns riesce a introdurre nuovi villain dando loro un più che buono spessore, non si dimentica di valorizzare i nemici classici. Oltre al già citato Cold, ritroviamo anche Gorilla Grodd, il mio villain preferito; intelligente, spaventoso e distruttivo, Grodd appare in una breve storia in tre parti, ma lascia il segno. Il tutto, per portarci alla conclusione della run di Johns, quella che ha visto la sua costruzione lentamente, sin dai primi numeri (nel caso dell'Omnibus, dalle prime pagine): l'introduzione del nuovo Anti-Flash, il Professor Zoom. Il villain definitivo, quello capace di portare alla strema l'eroe e smontare il suo intero mondo, metterlo in dubbio, quello capace di aver vinto anche se subisce una sonora sconfitta. Wally, supereroe solare e sempre positivo, dopo lo scontro cio Zoom si vedrà costretto a prendere una decisione difficile, forse la più difficile tra tutte, ovvero rinunciare ad essere Flash, o meglio a ciò che rappresenta.

Questa è la motivazione del perché io reputo quest'Omnibus un'opera da custodire gelosamente. Il Flash di Johns è un'opera che è più che giusto raccoglierla in un unico volume, anche se risulta scomodissimo da leggere. Un'opera che va assaporata per intera, che deve essere presa nella sua interezza e non per ogni singola mini-storia presente tra le sue pagine. Un'opera perfetta, un volume da custodire come oro. La storia del supereroe definitivo, di un supereroe diverso che lotta contro nemici che tentano di far crollare il suo mondo sotto i piedi. Ma anche una storia in cui ogni singolo avvenimento, anche quello apparentemente più futile, ha il suo preciso scopo. Questa si chiama coerenza narrativa. E tutto questo è Geoff Johns.



Si ritorna a parlare di DC Universe Original Animated Movies.
E in effetti era da parecchio che non lo facevo, in quanto -e devo essere sincero- da quando si è optato per il rilancio del Nuovo Universo Animato, la qualità è scesa parecchio. I film di Batman sono osceni, quelli della Justice League divertenti ma privi di sostanza, ma fortunatamente dei tre film annuali previsti, quelli "fuori continuity" con storie originali (e non) sono parecchio apprezzabili. Assault on Arkham, con protagonisti la Suicide Squad ambientato nell'Arkhamverse è stato godibile, e nel futuro ci aspettano numerose chicche come un probabile adattamento di Superman: Red Son e il già annunciato riadattamento di The Killing Joke di Alan Moore; nel presente, tuttavia, c'era parecchia curiosità sul tentativo di proporre qualcosa di nuovo con Bruce Timm a tenere le redini con un progetto tutto suo. Sto parlando, ovviamente, di Justice League: Gods and Monsters un vero e proprio elseworld animato che propone la Trinità della DC sotto nuove, originali e inusuali spoglie raccontandoci una storia che attraversa un mondo completamente nuovo.

Esattamente, novità è la parola chiave per Gods and Monsters. Diciamocelo, la DC è odiosa: se da una parte ci propina sempre le solite storie banali che fan venire voglia di abbandonarla, dal nulla tira fuori delle genialate originali che riesce a rialzare il livello. Questa cosa avveniva sempre con i fumetti, stavolta è un discorso che fa capolino anche nell'ambito film animati. In un Universo DC totalmente diverso da come lo conosciamo, Bruce Timm ci presenta Superman, Batman e Wonder Woman... in maniera del tutto differente. L'ultimo figlio di Krypton non è Kal-El, bensì il figlio di Zod, Batman è un vampiro nonché il Dr. Kirk Langstrom (nell'Universo DC classico è Man-Bat) e Wonder Woman è la nipote di Altopadre, sposa di Orion, proveniente da Apokolips. I tre sono decisamente diversi dalle loro controparti che conosciamo; oltre alle loro origini, anche i loro metodi si distinguono: loro uccidono, loro sono al potere in un mondo che non vede bene la loro presenza sulla Terra. Per capirne un po' i toni sul quale si muove la storia, propongo uno dei tre cortometraggi rilasciati su Machinima, quello dedicato a Batman alle prese con una inquietante Harley Quinn.


Ebbene, come si può da subito notare, oltre al tratto indistinguibile di Bruce Timm, la storia è caratterizzata da dei toni decisamente più maturi, così come l'intero film animato. Dalle battutine a sfondo sessuale alla violenza, Gods and Monsters non è il tipo di film animato DC che siamo abituati a vedere. Numerosi elementi sono presenti nella caratterizzazione dei personaggi, la più di impatto forse riguarda il triangolo amoroso con annessa bisessualità di uno dei protagonisti, piccole cose che, a mio parere, riescono a rendere interessante maggiormente un lavoro che sostanzialmente ha una storia che sarebbe potuta essere più articolata ma che viene comunque ben raccontata in un'ora e dieci di film. Insomma, se non fosse la novità a riuscire ad attirare l'attenzione, sono i contenuti, quelle piccole cose che riescono a ridimensionare quel mondo che tutti noi conosciamo attraverso i fumetti a fare il resto del lavoro. Il tutto sposandosi con coerenza e impeccabile logica, richiamando numerose volte il DC Universe originale per poi rielaborarlo in un'ottica del tutto nuova.

Della storia, come vedete, ne ho parlato ben poco. Questo perché credo che Justice League: Gods and Monster vada vissuto come esperienza nuova, perché è esattamente ciò che la DC ha proposto: novità. Qualcosa di cui abbiamo disperatamente bisogno, qualcosa che si può ancora ottenere anche manipolando ciò che è già tra le nostre mani raccontando la storia in maniera diversa.

Il mio parere? È da non perdere.

venerdì 7 agosto 2015



E dopo un anno, torniamo a parlare di Faith Erin Hicks.
Quasi un anno fa parlai di Zombies Calling proprio tra queste pagine, in cui lodai l'autrice canadese anche se in quel fumetto era abbastanza chiaro che questa fosse alle prime armi sia a livello di sceneggiatura che di disegni; ciò che apprezzai maggiormente era la sua genuinità e il suo tentativo di risultare "originale e particolare" omaggiando numerosi film horror, in quell'opera. Oggi, a distanza di un anno appunto, torno a parlare di lei ma stavolta di Friends With Boys, graphic novel pubblicato nel 2012, vale a dire 5 anni dopo Zombies Calling, dove possiamo guardare una Hicks più matura e con più esperienza.

Faith Erin Hicks usa un espediente della sua vita reale in Friends With Boys; Maggie, come l'autrice, è una ragazza che ha avuto un'istruzione scolastica a casa, con la madre da insegnante. Ritrovatasi poi a dover affrontare le superiori per la prima volta, Maggie dovrà vedersela con le sue paure nel dover affrontare un'esperienza tutta nuova per lei. Ad aiutarla, comunque, ci sarà il fratello maggiore Daniel. La particolarità di Maggie è che è praticamente cresciuta solo tra maschi, tra tre fratelli (di cui due gemelli) e il padre, un poliziotto della sua cittadina. Una volta a scuola, Maggie fa amicizia con Lucy e suo fratello Alistair, due emarginati che l'accompagneranno nella sua bizzarra avventura per rubare la protesi di una mano appartenuta al capitano della Reaper, una nave che vide scomparire il suo equipaggio misteriosamente alcuni secoli prima. Tutto questo per far sì di scoprire l'identità del fantasma che segue Maggie da quando era piccola, probabilmente la moglie proprio del capitano della nave. Friends With Boys si muove, come si può facilmente notare, su dei ritmi bizzarri; la stessa famiglia di Maggie viene presentata in maniera alquanto particolare. I temi affrontati in questo fumetto sono numeresosi e tra questi spicca appunto la diversità ma forse più di tutti il saper affrontare dei cambiamenti.

L'opera d Hicks stavolta è decisamente un po' più matura, se a tratti il tutto può sembrare troppo buonista e in qualche modo "perfettino" per quanto riguarda il modo in cui i personaggi interagiscono tra loro, non viene comunque messo da parte il cosiddetto "mondo reale", dove le persone si comportano in maniera stupida e crudele in maniera immotivata, soprattutto nelle high school americane. Tuttavia, la storia si circonda di un'esasperante ottimismo e da una genuinità pura da parte dei personaggi coinvolti, e forse è proprio questo che Faith voleva far trasparire. Maggie cresce in un ambiente difficile, a lei non piacciono le cose che piacciono alle comuni ragazze. Lei ama gli horror, il suo film preferito è Alien e, come Sigourney Weaver, lei non vuole essere la principessa che viene salvata bensì l'eroina che prende parte all'azione. Un tema che a me sta molto a cuore, la distruzione dei canoni sessisti. La Hicks riesce a parlare di tutto questo mettendo in risalto l'emotività della protagonista, mostrando come in fin dei conti ognuno ha le proprie debolezze e non c'è bisogno di nascondersi dietro uno stereotipo per giustificarle o tentare, appunto, di nasconderle.

Come in Zombies Calling, i disegni ricordano un po' quelli di Bryan Lee O'Malley, un po' manga ma con tratti più occidentalizzati, ma stavolta si vedono notevoli miglioramenti rispetto l'opera già citata. In definitiva, Friends With Boys è un fumetto che parla di alienazione, di cambiamenti e soprattutto di amore, fraterno, tra amici e romantico, il tutto in maniera genuina. Come, d'altronde, dovrebbe essere il nostro mondo. Senza tante complicazioni, vedere tutto in maniera positiva anche se la vita ci ha soltanto riservato esperienze catalogabili come negative.


giovedì 6 agosto 2015



Reinterpretazione dei classici.
Questa è la parola chiave che da un decennio a questa parte è diventato quasi un tormentone. In un periodo in cui è difficile trovare nuove idee o riuscire ad accattivare il pubblico, prendere un concept conosciuto e stravolgerlo completamente è quasi una regola per far sì che il lettore medio occasionale venga attratto da un'opera. Nulla di dispregiativo, io stesso son stato attirato da quest'opera per lo stesso motivo. Pinocchio - Storia di un bambino è un fumetto italiano scritto e disegnato da Ausonia, nome d'arte di Francesco Ciampi che racconta in chiave moderna e grottesca la favola di Pinocchio, il quale da burattino di legno viene trasformato da ammasso di carne marcia.

Ausonia, in quest'opera, non si limita a raccontare una versione distorta della fiaba di Collodi, anzi lo ribalta completamente, lo rende opposto. Geppetto è un burattino che costruisce da un pezzo di carne parlante il figliolo Pinocchio, il quale viene rappresentato come l'unico "umano" in un mondo di burattini. Il suo naso, anziché crescere quando questi dice una bugia, gli cresce quando accade l'opposto, quando dice la verità. La Fata Turchina non è colei che aiuta Pinocchio a divenire un bambino vero, ma colei che lo sfrutta per poter far sì che a suo discapito lei si arricchisca per poter vivere una vita adagiata. Pinocchio diventa quindi una fiaba inquietante, dai toni pesantemente grotteschi (basti vedere la sua immagine, come viene presentato, un ammasso di carne putrida) e con una forte critica sociale. Ed è proprio sull'ultimo punto che s'incentra l'intera opera: Pinocchio, paradossalmente a quanto scritto da Collodi, è l'unico essere vivente che adopera la sincerità e l'onestà in un mondo dove addirittura queste sono considerate fuori legge ed è proprio qui che Ausonia propone la sua visione di (in)giustizia sia a livello sociale che burocratico, mostrando come il mondo si regga sulle bugie e come le persone preferiscano vivere, appunto, come burattini.

In definitiva, il Pinocchio di Ausonia è un'opera validissima, l'autore riesce ad esprimere il suo punto di vista sul mondo in maniera egregia e riesce a lasciare il segno, sia a livello narrativo che grafico, il quale direi che l'intera opera si regga proprio sui disegni. Cinico e grottesco al punto giusto, Pinocchio - Storia di un bambino è stato pubblicato dalla RW Lion sotto l'etichetta Lineachiara, io ci farei un pensiero perché - a mio parere - è uno di quei fumetti che se riescono ad attirare la propria attenzione, è giustissimo acquistarlo per custodirselo gelosamente.

martedì 16 giugno 2015



Ultimamente sto un po' facendo pena, riguardo i film.
Ne sto vedendo pochissimi, molti dei quali sono film un po' vecchiotti (mi sto un po' rifacendo) ma ogni tanto trovo del tempo per alcuni horror, che è un po' il genere che nell'ultimo anno ho riscoperto un po' come il mio genere preferito. Tra titoli visionati e gettati nella spazzatura, altri di cui vorrei parlare ma ho un po' paura a farlo (potrebbe risaltare la mia ignorantosità!) ho scelto The Pyramid perché 1) l'ho visto solo ieri, 2) anche se non mi è piaciuto molto, mi sono reso conto che effettivamente ne vale la pena parlarne. E siccome stasera avevo voglia di scrivere, eccoci la mia consueta pseudo-recensione!

The Pyramid è uno pseudo mockumentary horror ambientato in Egitto e gira attorno alla scoperta di una nuova piramide la cui particolarità è che questa abbia tre lati. Perché "pseudo mockumentary" ci arriverò più tardi. Ritengo ci sia poco da scrivere a riguardo, in quanto la cosa bella di questo film è che gran parte dell'hype su questo film lo ha fatto il trailer, cosa da non sottovalutare. Ultimamente si è un po' perso il senso del trailer, il quale fondamentalmente dovrebbe dare uno spunto per far interessare la gente a vedersi il film mentre ora c'è quel tentativo di creare hype con millemila trailer diversi dove, alla fine, ci si spoilera mezzo film. Insomma, spariamoci 'sto trailer (ve lo metto in italiano, perché so che quei miei 3-4 lettori abituali sono, almeno 2 o 3, pigri).



Interessante? No? Ci ho provato.
The Pyramid parte con questa presupposta delle antiche leggende "reali" che ancora oggi si tramandano e che sono entrate nell'immaginario più comune, ma nel film non c'è traccia, anzi la storia si concentra proprio sulla scoperta di questa nuova piramide e non c'è traccia alcuna di insulsi spiegoni, buttandoci direttamente all'interno del film che, ricordiamo, è diretto da Grégory Levasseur sulla sceneggiatura di Daniel Meersand e Nick Simon. Prodotto da quelli de Le colline hanno gli occhi, piccola nota inutile ma comunque da annotare.

Il film, come già detto, dovrebbe essere un mockumentary ovvero, quei film che vogliono farci credere che sia tutto un filmato amatoriale. Però, tendo a precisare che dovrebbe esserlo, in quanto a tratti prima e per gli ultimi 10 minuti di film poi, i registi si saran dimenticati cosa stavano girando e il film ha ripreso a scorrere come un film qualunque; potrebbe risultare anche una scelta stilistica voluta, ma secondo me spezza parecchio. Ci ritroviamo in un film dove sembra ci vogliano regalare qualcosa di curioso, introducendo la telecamera dal "robottino" Shorty, che altri non è che una di quelle sonde che inviano su Marte, per poi passare alla ripresa più classica da "telecamera in spalla e via". Di solito odio a morte i paragoni, però qui è dovuto visto che le atmosfere ricordano molto quelle di Necropolis, film bellissimo che consiglio a tutti (anziché guardarvi The Pyramid!), solo che qui le aspettative calano parecchio. Da degli effetti che ricordano una computer grafica  da inizio anni 2000 a una trama che, se pur nel fascino da "antico mistero", finisce nel banale in maniera molto grezza. Non mi sento di salvare molto di questo film, lo reputo come un qualcosa che può facilmente lasciarsi scivolare via e perderselo senza nemmeno essersene pentiti, però credo sia un peccato perché elementi interessanti nella sceneggiatura ce ne sono eccome.

Oltre proprio al già citato fascino che possa ispirare l'antico Egitto (io stesso ne sono accanito), la storia introduce delle origini sugli antichi déi che spaziano da antiche culture popolari di epoche antiche anche di tribù differenti all'astrologia. Anubi (l'amatissimo dio cane, sì sono caduto anche io in questa battuta ignorante e scontata ghgh) viene rappresentato come un dio "cattivo" proveniente, forse, dallo spazio ed è interessante notare a riguardo come non abbiano nemmeno voluto dare una spiegazione vera e propria lasciando intendere due spiegazioni differenti di diversa natura, mistica o ufologica (si può dire?) che sia. Insomma, gli elementi ce li ha tutti per risultare un bel film, ma nel complesso credo che non ci si perda assolutamente nulla perché, appunto, numerose sono le pecche di questo film, compresi dei grossolani buchi di sceneggiatura o alcune illogicità. Peccato.

In conclusione, The Pyramid lo consiglio per una serata tranquillissima e a chi guardando un film non ha molte pretese. Dal canto mio, che cerco sempre di non buttar via nulla di ciò che guardo, dico che purtroppo ci ritroviamo a un genere di film che vuole ricalcare il successo di altre pellicole trattanti lo stesso tema da "antico mistero" risalente a culture popolari e leggende metropolitane, ma ci riesce proprio poco. Una bella idea sviluppata un po' malaccio, ma tant'è.

giovedì 11 giugno 2015



Giuro che stavolta non so da dove cominciare.
Allora, iniziamo col dire che io, iZombie, l'ho adorato. E sto parlando del fumetto di Roberson e Allred (ne scrissi anche in passato, elogiandolo a dovere). Questa serie TV, diciamocelo, non ha NIENTE a che vedere con la serie se non per: il titolo, l'idea, la sigla - che è disegnata da Mike Allred. Fine, nient'altro. Detto ciò, è possibile che un fissato come me con l'idea che una qualsiasi opera derivante da un fumetto debba almeno avvicinarsi di parecchio alla sua base si appassioni ad una serie che parla praticamente di tutt'altro? La risposta è un . Direi meno di un no, anzi, perché lì dove la serie decide di perdere parte della sua identità che ha decretato il successo riesce comunque a cavarsela bene e a proporre qualcosa che si adatti maggiormente al gusto di un pubblico di massa, cosa che fondamentalmente, diciamocelo, è necessario per far soldoni ma soprattutto per mandare avanti una serie, senza però perdere quel tocco di originalità che riesca ad accattivare e a tenere incollati allo schermo ogni settimana. Ma come al solito, andiamo per gradi.

La protagonista di iZombie è Olivia "Liv" Moore, studentessa di medicina che dopo una festa in barca vede la sua vita completamente sconvolta. Dopo esser stata graffiata da uno zombie, questa viene infettata e tramutata in uno di questi; nonostante il suo aspetto da morta-vivente, Liv riesce a mantenere la sua umanità. Come? Mangiando cervelli! Oltre a riuscire a mantenere il controllo di sé, questa particolare dieta le conferisce anche momentaneamente i ricordi della vittima e alcuni tratti della sua personalità. Quest'ultima è l'elemento che causerà numerosi siparietti divertenti nel corso della serie, mentre il primo dono sarà quello che permetterà a Liv di vivere in pace con sé stessa aiutando le vittime a scoprire i loro assassini, perché a proposito, Liv oramai lavora in obitorio insieme al collega Ravi (che conosce il suo segreto) ed è a stretto contatto col detective Babineaux che, sebbene non conosca la vera natura di Liv, si serve di lei credendola una sensitiva. Questi tredici episodi ci hanno raccontato, in breve, un caso da risolvere in ogni puntata, i rapporti di Liv con la sua coinquilina, col suo ex-fidanzato Major, con la sua famiglia e infine una battaglia contro Blaine, lo zombie che l'ha tramutata che nel frattempo ha infettato mezza città creandosi una sorta di piccolo impero sul traffico di cervelli umani. Non mancano ovviamente le storie d'amore e le multinazionali che ci sono dietro all'epidemia zombie.

Per chi avesse familiarità col fumetto,
ha appena notato che con esso la serie TV non c'entra assolutamente N I E N T E. Gwen Dylan è diventata Liv Moore, i ricordi sulla sua vita passata svaniti mentre Liv addirittura è ancora in contatto con la sua famiglia; niente cani mannari o fantasmi spuntati dagli anni '50, niente mummie, vampiri, Abramo Lincoln e via dicendo. Tutto questo, però, trova un riscontro positivo in quanto il fumetto proposto da Chris Roberson è effettivamente troppo folle per un pubblico di massa, facendo di conseguenza in modo che il tutto venisse fatto in modo che il pubblico potesse digerire quell'accenno di folle che comunque la serie innegabilmente possiede, una piccola porzione rispetto al caos generatosi nel fumetto. Quindi niente persone reincarnate in scimpanzé parlanti o cervelli nelle caffettiere, sì a una società di zombie senzienti che si muovono all'interno della società all'oscuro di tutti e di una detective improvvisata che cambierà atteggiamento verso il mondo in ogni episodio generando un personaggio poco complesso, forse, ma decisamente ironico e carismatico. Personaggio, comunque, che per dovere di notifica che per critica, viene ricomposto prendendo anche un po' spunto dal personaggio di Angela Crawford della serie di My Life as a White Trash Zombie di Diana Rowland, serie di libri mai arrivata in Italia che narra di una ragazza zombie, emarginata dalla società e con lo stesso problema di Gwen e Liv, la quale per avere libero accesso ai cervelli decide di lavorare in un obitorio. Esatto, proprio come Liv, al contrario di Gwen che lavorava in un cimitero, una scelta decisamente più macabra rispetto all'obitorio.


Per chi non lo avesse letto,
invece, iZombie è una serie che gioca un po' con il cinismo anche se non del tutto in maniera pesante. Ha anche del black humor, ma non esagera mai. È una serie che fa del grottesco un'arma di ironia irriverente, un elemento che riesce a donarle un'identità tutta sua e che, se pur mantenendo dei toni molto leggeri, può risultare godibile anche per chi l'adolescenza l'ha superata anni e anni fa, come me appunto. Sicuramente non ci si trova di fronte ad una serie che possa rivoluzionare il modo di fare TV, forse non arriva nemmeno ad essere una di quelle che riesce ad appassionare a tal punto da non vedere l'ora che esca l'ultimo episodio ma dal canto suo riesce ugualmente a creare suspance, i climax sono gestiti in maniera coerente e lineare, in poche parole non cerca di superare le aspettative e non è una nota negativa, tutt'altro. Anziché strafare, cerca di restare coerente, e questo non può che essere una cosa bella.

In definitiva.
Ho sempre paura quando devo dare il mio parere, perché quasi sempre riesco a dare due pareri contrastanti che possano sembrare il mio modo di pensare incoerente. Cominciamo col dire le cose che non mi sono piaciute. Avrei voluto vedere Gwen Dylan, il terrier mannaro ed Ellie - soprattutto Ellie. Tuttavia, come già premesso poco su, capisco i motivi della scelta di eliminare alcune caratteristiche della serie quindi diciamo che queste note negative le ho superate e ho cercato di godermi la serie, che ad essere sincero, per me ci ha messo tanto a decollare. Sono stato in stand-by per i primi sette episodi, cercando di capire su cosa volesse puntare la serie e quando l'ho capito, non sono rimasto molto colpito, ad essere sincero è capitato moltissime volte di essermi distratto, però tutto sommato mi ha divertito. Non c'entrerà un cazzo col fumetto, ma è una serie TV che è riuscita a possedere un'identità tutta sua, che sia andata anche oltre al target adolescenziale sul quale vuole puntare. Forse di detective dell'ignoto (scusa DyD) ne abbiamo visti a bizzeffe... ma uno zombie, mai. E non con l'umorismo grottesco che possiede iZombie. A braccia aperte attenderò questa seconda serie, perché a dirla tutta, Rose McIver ci sta dannatamente bene nei panni di Liv Moore, e nel complesso mi sono divertito. Commento finale: iZombie non è una serie che tenta di stupire, è semplicemente qualcosa di dannatamente nuovo che è adatto per una serata tranquilla per chi si è stufato di serie TV che possiedono fin troppe pretese.

martedì 9 giugno 2015



Continua la carrellata di emozioni.
C'è chi direbbe che magari sono io in un periodo di eccessiva sensibilità, ma ciò di cui parlerò stavolta è un'altra opera che a mio avviso merita di esser letta. Sia chiaro, ben lungi dall'essere quell'opera matura ed epica a-là Wonder Woman di Azzarello, tutt'altro; stiamo parlando comunque di un fumetto con toni se vogliamo adolescenziali, molto più leggera. E stavolta non stiamo nemmeno parlando dei Nuovi 52, bensì del pre-Flashpoint (o pre-reboot, che dir si voglia) e vale a dire le avventure dell'ultima Batgirl, Stephanie Brown, prima di sparire nell'oblio con il reboot che ha restituito il mantello a Barbara Gordon, la Batgirl originale della Silver Age (perché, ricordiamo, la prima Batgirl è in realtà Betty Kane).

La storia di questa nuova Batgirl va a ripescare un personaggio ricorrente nelle storie di Batman; Stephanie Brown, che in passato si era fatta un nome con l'identità di Spoiler prima e passato un giorno come Robin poi. Personaggio che fu tutt'altro che di nicchia, in quanto protagonista nella famosissima Trilogia della Guerra narrata da Bill Willingham. In quell'occasione, Stephanie arriva addirittura a vestire il manto di Robin rischiando quasi la vita. La storia narrata da Brian Q. Miller fa numerosi accenni a quanto avvenuto, ma precisamente ha il suo inizio nel momento in cui Cassandra Cain, la precedente Batgirl, decide di abbandonare l'identità di Batgirl dopo la morte di Bruce Wayne avvenuta sulle pagine di Crisi Finale. È quindi Stephanie che ne raccoglie l'eredità, e tenta di riscattare sé stessa sia nella sua vita privata, dove si è riconciliata con la madre e frequenta l'università, sia nei panni di Batgirl, dove grazie all'aiuto di Oracolo/Barbara Gordon riuscirà ad ottenere più fiducia in sé stessa e finalmente ad avere il controllo totale della sua vita.

Come già accaduto in passato con Helena Bertinelli (Cacciatrice) e Cassandra Cain, Barbara non accetta con facilità che qualcun altro si appropri dell'identità da lei costruita nel passato e tenta in ogni modo di dissuaderla, fin quando non accetterà anche lei la verità, ovvero che Stephanie è un'ottima erede per quel ruolo che una volta fu suo. Affiancata da Oracolo e dalla figlia di Calculator, Proxy, Stephanie Brown intraprende questo viaggio affrontando sia nemici classici del bat-verso (Clayface, Roxy Rocket, Dr. Phosphorus) che una setta segreta creata apposta dall'autore che vedrà tra le proprie fila un personaggio ben noto e tutt'altro che scontato. Con dei toni molto leggeri, le avventure di Batgirl vengono raccontate con una leggerezza disarmante, dove l'umorismo che ne fa cornice è un tocco in più che è capace di far amare il personaggio di Stephanie Brown al punto da far rimpiangere la sua scomparsa nei Nuovi 52, nonostante la sua ricomparsa solo due anni dopo ma con il manto di Spoiler, perdendo un po' quell'aura magica e divertente attorno al personaggio tra le pagine di Brian Miller.

Aver letto questa run mi ha causato nuovamente il rammarico di aver abbandonato il vecchio Universo DC in un momento in cui tutto stava riacquistando coerenza e aveva autori decenti nella stragrande maggioranza delle testate. Non solo Batgirl è a sé stante una run molto divertente che, se pur leggera, ha una filosofia di base accattivante ma riesce anche a incastrarsi in una continuity non molto facile da gestire: quella della Batman Inc., dove si vedono numerosi personaggi di Gotham City coinvolti. La capacità, poi, di utilizzare personaggi esistenti anziché crearne di nuovi come ora sta accadendo nel Nuovo Universo DC il quale crea solo scompiglio e caos, è ancora di più un'idea intelligente in quanto va a ripescare personaggi carismatici nati dalle serie TV, come Livewire e Roxy Rocket, e non, evitando così di farli cadere nel dimenticatoio e dare ai lettori una voglia in più di leggerli. Voglio dire, meglio Roulette che un altro villain a caso di cui non sentiremo la mancanza perché probabilmente non verrà più rivista, no? A tal proposito, degno di nota anche come l'intera serie tenti di omaggiare il buon caro The Adventures of Batman degli anni '90 arrivando anche a inserire non solo i personaggi già citati, ma anche Gray Ghost, personaggio televisivo fittizio nato per l'appunto nella serie animata.

Insomma, Brian Miller ci regala l'ultima Batgirl, una ragazza solare e impossibile da non amare. Ci dona delle storie fantastiche, una di quelle che i fumetti al giorno d'oggi hanno disperatamente bisogno, e a dimostrazione di ciò è proprio l'ultimissmo numero della run dove c'è un ultimo omaggio nientemeno che a Per l'uomo che ha tutto di Alan Moore. Tra nemici bizzarri, dialoghi che spezzano la quarta parete in maniera intelligente e team-up divertenti, ricordiamo questa run come l'ultimo addio, almeno per il momento, ad un personaggio carismatico e, non da meno, alla fantasia.




Quante storie avete letto di Wonder Woman?
Che siano "tutte" o solo quelle importanti, la run di Azzarello rientra a mani basse fra le migliori storie di Wonder Woman mai raccontate. E non parliamo di una run come quella di Straczinsky con Odissea, che ben riuscito a celebrare la storia di Diana donandole un nuovo appeal, e nemmeno di un George Pérez o di un qualsiasi autore che sia approdato su Wonder Woman e abbia fatto bene. Azzarello, in una run durata ben tre anni è riuscito ridefinire l'eroina ridimensionandola e allo stesso tempo celebrarla inserendo lei stessa e la mitologia da cui il personaggio stesso deriva nell'epoca moderna.

Quando nel 2011 la DC Comics rilanciò tutte le sue testate ai numeri uno, cancellando quanto fatto finora in 75 anni, Wonder Woman non fece parte di quei pochi (Batman e Lanterna Verde) che non dovettero subire l'azzeramento totale. Forte dall'ultima run già sopra citata di Straczinsky, la DC Comics ebbe la buona idea di affidare l'eroina ad Azzarello e al suo collega disegnatore Cliff Chiang la testata dandogli campo libero, senza dover a tutti i costi far partecipare la testata ai vari crossover e agire di testa sua. Il risultato è un'opera al pieno del suo potenziale, che la sua interezza va esplorata sin dalle prime pagine dei primi numeri, cosa che va scovata ovviamente una volta rilettasi l'intera opera (cosa che io ho fatto) sia dal punto di vista narrativo, che stilistico che nella caratterizzazione dei personaggi. Ma andiamo per gradi, senza correre troppo.

La storia.
La storia di Azzarello parte su uno scenario desolato, una casetta sperduta in Virginia e una strana donna che decapita dei cavalli per poi farli rinascere come centauri solo per uccidere una giovane donna, Zola. Al suo fianco, uno strano uomo blu con i piedi d'uccello, Ermes il messaggero degli dèi, che mette in salvo la donna inviandola da Wonder Woman la quale mette alla fuga i due centauri e inizia così la sua missione. Scopre, così, che Zola porta in grembo l'ultimo figlio di Zeus, il quale è ben noto per le sue scappatelle terrene già nella mitologia, e viene a sapere non solo che proprio Zeus è scomparso ma anche di una profezia che vede un trono dell'Olimpo minacciato da un nuovo dio che ne ucciderà un altro. Per questo, sulle tracce del bambino non ancora nato di Zola ci sono Era, la quale ha come missione l'uccisione di ogni figlio bastardo nato da una relazione fedifraga del marito infedele, e Apollo il quale ambisce al trono stesso ponendo fine alla vita del bambino in modo tale da cancellare la profezia. Abbiamo, quindi, una prima fase della storia dove si andranno a scoprire i personaggi quali ruoteranno attorno alla storia (Diana, Zola, il fratellastro Lennox sempre nato da una relazione di Zeus con una mortale), le rivisitazioni degli dèi del Pantheon riadattati visivamente all'epoca moderna, e infine vengono rivelati i legami di sangue, ovvero una sorta di presentazione alle varie faide familiari che magari chi conosce la mitologia ne è già a conoscenza. Ultima ma non ultima, infine, vengono svelate le nuove origini di Diana, ovvero non più una statua di argilla ma figlia di Zeus e Ippolita.

Dopo aver esplorato l'Olimpo, l'Ade e fatto conoscenza col Re dei Mari, la seconda parte vede l'introduzione del villain, il Primogenito, colui che darà filo da torcere all'Amazzone e che reclama l'Olimpo per sé. Nel mentre, Azzarello decide di introdurre anche una chicca, ovvero i Nuovi Dèi di Nuova Genesi, nello specificio Orion il quale si risulterà un perfetto alleato per Diana e soci. Con l'aiuto di quest'ultimo, infatti, la seconda fase si conclude con la prima caduta del Primo Genito e il passaggio di ruolo di dio della Guerra da Ares a Diana. Infine, c'è una terza fase che avrà come centralità la preparazione della guerra e il rivelarsi della profezia già narrata nel primo numero. Non mancano i colpi di scena nel finale, uno di quelli che davvero è capace di creare un nodo alla gola, non tanto per le emozioni che riesce a dare anche per la capacità con cui, alla fine e con un po' di memoria ricordandosi frasi dette e avvenimenti nei numeri precedenti, tutto scorre in maniera logica e soprattutto coerente. [SPOILER] Atena, l'unica dèa lasciata da parte in tutta la storia e di cui si fa solo un accenno a metà storia, si rivela essere Zola anche se questa ne è ignara, mentre il suo figlio, Zeke, altri non è che una reincarnazione di Zeus, tutto questo solo per il suo semplice "sfizio", uno di quegli infiniti giochi da immortali che noi non potremo mai capire perché "non sappiamo cosa voglia dire convivere con l'immortalità", proprio come accadeva nei vecchi canti greci. [FINE SPOILER]

I personaggi.
La vera chicca di questa run, oltre alla coerenza e alla linearità narrativa, è nello sviluppo dei personaggi. Non solo perché ogni personaggio ha una sua individualità forte e incisiva ma anche il modo in cui questi interagiscono in maniera del tutto naturale tra loro. Questo crea dei siparietti divertentissimi tra, per esempio, Diana e Orion o Zola ed Era quando quest'ultima viene tramutata in mortale da Apollo e, paradossalmente, diviene amica della stessa ragazza che aveva tentato di uccidere. Personaggio di Zola che, alla fin fine, è protagonista assoluta capace di incidere positivamente su Diana stessa, dotata di una forza tanto quanto lo è la principessa delle Amazzoni anche senza mai entrare veramente in battaglia. Ben fatto anche la capacità di rendere questi personaggi completi, ovvero non soltanto mostrati unilateralmente, ma anche nei loro difetti oserei dire nella loro completezza. Non c'è personaggio che questi non vengano messi in discussione, Era compresa pur trattandosi di una dèa e ovviamente anche la protagonista Wonder Woman che dovrà fare i conti più volte con i suoi toni troppo freddi e autoritari che infastidiranno un po' tutti. Vorrei poter continuare, ma rischierei veramente di soffermarmi su ogni singolo personaggio, cosa che non voglio fare per problemi di spazio. L'unica nota la voglio spendere su Eris, dea della discordia, una figura onnipresente che crea solo casini ovunque vada che definire neutrale non è neanche giusto. Come giusto che un dio faccia, agisce solo per la sua natura e suo divertimento, il ché rende tutto più stuzzichevole.

Il "cattivone di turno".
E il personaggio del Primogenito merita un paragrafo tutto suo. Introdurre nuovi personaggi è un azzardo, così come ridefinirli. Se nelle storie classiche di Wonder Woman abbiamo un Ares come nemesi, qui ne è alleato, una figura quasi paterna che addirittura cede il suo trono a lei. Anziché cadere sul banale, quindi, la scelta è ricaduta sull'introduzione di un nuovo villain: il Primogenito, appunto. Primo figlio di Zeus ed Era, il primo decide di esiliarlo quando viene a sapere che questi potrebbe spodestarlo dal suo trono; questo però non basta a fermare il Primogenito il quale prima dichiara guerra all'Olimpo scatenando una carneficina e poi viene esiliato da Ade e Nettuno al centro della Terra, dove per settemila anni scava fino alla superficie e fa il suo ritorno. Perché è un personaggio riuscito? Perché la prima regola di un villain perfetto è che questo debba essere la versione opposta all'eroe protagonista, e qui viene rispettata alla grande. Non mancano le somiglianze tra i due personaggi: entrambi lottano per la verità e la coerenza di sé stessi, con la differenza è che se Wonder Woman è mossa dall'amore e dalla compassione, il Primogenito vive solo di odio. Se pur banale, la contrapposizione dei due personaggi vi è anche nelle piccole cose: Diana è conosciuta con il suo nome, come Regina delle Amazzoni, Dea della Guerra, Wonder Woman.. mentre il Primogenito non ha un nome. Aspetto messo in risalto stesso da Azzarello in maniera del tutto spudorata, ma ecco sono anche queste piccole cose che danno la loro impronta incisiva!

Scelte stilistiche.
Se Azzarello nella sceneggiatura ha cercato di tener fede al mito greco raccontandoci le bizzarre avventure narrate nei canti antichi, lo stesso i disegnatori han cercato di restare coerenti con quanto cercato di fare nell'opera in toto. Il disegnatore di punta, Cliff Chiang, accompagna Wonder Woman sin dagli inizi, alternandosi con Toni Akins, Kano e tantissimi altri che insieme tentano, anzi riescono perfettamente a dare dei tratti "greci" ai disegni, quasi a rivivere delle raffigurazioni dell'epoca ma a fumetti. Menti poco squadrati, nasi a punta, profili ben studiati... insomma, ci siam capiti. Le scelte stilistiche, ad ogni modo non si fermano qui, perché sempre a livello di sceneggiatura Azzarello riesce a spaziare anche in una piccola parentesi "classicheggiante" da fumetto Golden Age nel numero zero, dove vengono narrate le avventure della giovane Diana dando l'impressione di leggere appunto un fumetto anni '50. Piccole chicche anche nei tratti di alcuni personaggi: se il personaggio di Milan, Brian Azzarello ha dichiarato chiaramente di aver omaggiato il jazzista Wesley Willis, il disegnatore Cliff Chiang ha bizzarramente omaggiato Azzarello stesso dando ad Ares le sue stesse sembianze.

In definitiva.
Ecco, non credo ci sia bisogno di dare un parere definitivo. Ho decantato le lodi di questa run dall'inizio e dire che mi è piaciuta è riduttivo. Molti, spulciando vari commenti in rete, non sono rimasti contenti di questa run perché ha abbandonato i toni classici di Wonder Woman, dando più spazio al Pantheon che ai vari villain storici come Cheetah, Giganta o il Dr. Psycho. Sicuramente ne abbiam sentito la mancanza, Wonder Woman ha ben pochi nemici carismatici, ma quei pochi fanno, per così dire, la loro porca figura, io stesso vorrei vedere più storie con Cheetah e Giganta, ma sticazzi. L'opera di Azzarello è qualcosa di unico, un qualcosa che ha ridefinito Wonder Woman per quello che è in realtà, stiamo pur sempre parlando di un'eroina che ha le sue origini nella mitologia greca, il fatto di aver esplorato questo suo aspetto rende già di suo interessante questa run, il modo lineare e coerente rende tutto perfetto. Ogni avvenimento, ogni personaggio che appare anche per una sola pagina ha la sua finalità (il Minotauro!!!) e se nel finale mi è scappata una lacrima non ho vergogna di dirlo. Quindi, voglio chiudere questa recensione allo stesso modo con cui Brian Azzarello ha concluso la sua run.

GRAZIE.