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venerdì 23 ottobre 2026

 


In questa noia autunnale, noia prettamente mentale, ho dedicato un po' di tempo ad alcuni rewatch, particolarmente alla filmografia di Kevin Smith, un regista sul quale avrei molto da dire e che per farla breve, il mio parere oggi si riassumerebbe in una volta era bravo, ora no. Rimando la questione ad un futuro prossimo, ma voglio agganciarmi a questo pensiero proprio perché proprio riguardando alcuni dei suoi lavori recenti mi sono imbattuto in alcune critiche su quello che, a mio parere, sia il secondo film più riuscito del regista del New Jersey, Chasing Amy (secondo, ovviamente, solo a Clerks).

Procedo, come sempre, a narrare prima della trama, prima di proseguire alle mie argomentazioni.

La storia, in breve.
Holden McNeal e Banky Edwards(Ben Affleck e Jason Lee) sono due fumettisti che stanno raggiungendo l'apice del loro successo con il loro fumetto Bluntman and Chronic, basati su due personaggi di loro conoscenza, nonché loro spacciatori (e già conosciuti in Clerks) Jay e Silent Bob (Jason Mewes e Kevin Smith). Durante una convention di fumetti, fanno la conoscenza di Alyssa Jones (Joey Lauren Adams), anche lei fumettista. Holden se ne innamora perdutamente solo per scoprire poi che Alyssa è lesbica. I due intraprendono un rapporto idilliaco che passa dall'amicizia pura fino ad un amore romantico, rovinato, però, dalla rivelazione sul passato di Alyssa che fa crollare tutte le convinzioni di Holden su Alyssa e porta, infine, ad un dramma vero e proprio che si ripercuote sulla sua stessa persona.

Considerazioni.
Un po' la trama contiene spoiler, lo so. Il bello di questo film, a mio parere, è scoprirlo poco alla volta. Ad ogni modo, Chasing Amy non è semplicemente un film romantico, è un film che parla di fragilità maschile tradotta in stupidità e ottusità. Un film che racconta principalmente l'incapacità di un uomo di accettare una sessualità e un'esperienza sentimentale che non riesce a ricondurre alle proprie categorie mentali.

Come detto in partenza, ho sentito la necessità di parlare di Chasing Amy a seguito di alcune critiche lette online, oggi nel 2026. C'è chi oggi lo etichetta come un film ingenuo, se non sbagliato. Un film che pretende di poter parlare per conto di una donna queer con una voce prettamente maschile (come alle femministe di oggi piace dire, cis etero). Descrizioni che, per quanto possa non essere d'accordo, trovo comunque valide. Se nonché, Chasing Amy è comunque un film del 1997, un'epoca dove determinati discorsi su orientamenti sessuali erano ben lontani dall'orecchio comune. Il problema che viene sottolineato è: Alyssa si presenta come una donna con un'identità lesbica ben definita, Holden è il maschio che è convinto di poterla cambiare e, per un breve periodo, ci riesce. Poi viene introdotta la presunta (anche se direi più "palese") bisessualità di Alyssa e il discorso sul suo orientamento cambia, nonostante si insista con l'etichettarla come lesbica. Ciò che, a mio parere, disturba in realtà è proprio il discorso sull'etichetta. Forse Smith fu ingenuo, nel 1997, forse davvero è una visione filtrata da un pensiero maschile tipicamente etero, ma davvero vogliamo soffermarci sulle etichette? Nel 2026, Chasing Amy potrebbe aver inserito una linea di dialogo in cui si avrebbe potuto dedurre che Alyssa fosse bisessuale se non pansessuale. E quindi? Un discorso sulle etichette non può compromettere un buon film che, comunque, nel 1997 parlava di diversità in maniera del tutto normale e non forzatamente in cui, ahimè, al giorno d'oggi sembra che tutti stiano facendo (non tutti, ovviamente, ma gran parte).

Chasing Amy non ha il focus sul personaggio di Alyssa. Ha il focus su Holden. Un uomo convinto che la sessualità, se non i rapporti in generali, seguano delle regole specifiche. Un uomo che si sente inadatto perché ha di fronte una persona che la sua identità l'ha ricercata e non l'ha data per scontato solo per un insegnamento inculcato da una società che ragiona solamente in maniera binaria. E se ciò non bastasse, il personaggio di Banky, il miglior amico di Holden, sboccato, sopra le righe e con le idee più controverse, serve come contraltare alla voce del protagonista. Lui è quella parte più schietta, più ottusa, volgare e soprattutto rumorosa che Holden trattiene. Questa è buona scrittura. Se vogliamo mandare all'aria il lavoro di un regista che, all'epoca, faceva buoni film, il discorso sulle etichette non può essere preso in considerazione. Certamente, in alcuni dialoghi si intravede molta ingenuità da parte di Smith, ma era comunque un regista/sceneggiatore che è riuscito a raccontare una storia diversa da quelle che Hollywood proponeva in quegli anni. E, ingenuità o meno, ha anche accennato un pizzico di bi-fobia, fenomeno che realmente esiste anche nelle comunità LGBTQ+.

In conclusione.
Kevin Smith, col suo terzo film della Trilogia del New Jersey, parlò di fragilità e stupidità maschile. Nient'altro. Il personaggio di Alyssa, che sia funzionale solo allo sviluppo di Holden potrebbe essere una critica valida, ma non dobbiamo dimenticarci che il focus principale era qualcos'altro. Kevin Smith, in quegli anni, era sulla cresta dell'onda: uno dei più grandi e bravi registi indipendenti americani, ha raccontato la realtà suburbana del New Jersey, di giovani disillusi incastrati in una vita che non aevano scelto, della difficoltà di entrare nell'età adulta, utilizzando un linguaggio sboccato, volgare e incorniciato da un bel po' di cultura nerd, con dei dialoghi (che sono sempre stati il punto forte di Smith) divertenti e brillanti. E nel mentre, ha costruito il primo universo condiviso cinematografico (il View Askewniverse) prima che fare universi condivisi andasse di moda. Un piccolo gioiellino cinematografico che, forse, nel 2026 non cambierà la vita, ma può far spegnere il televisore soddisfatti.

Poi, sul declino di Kevin Smith, sia cinematografico che intellettuale, possiamo riparlarne. Così come il suo autoreferenzialismo spudorato in Clerks III e Jay e Silent Bob Reboot, che tra l'altro ci mostra in maniera non necessaria il destino proprio dei personaggi di Holden e Alyssa, sono argomenti che meriterebbero un post a parte e tanti sospiri di delusione.

lunedì 5 ottobre 2026

 

La storia dietro la distribuzione nei cinema di Coyote vs. ACME è storia risaputa. Non mi perderò in chiacchiere a spiegarne la storia travagliata che ha visto la realizzazione, poi cancellazione e poi l'acquisizione dei diritti di distribuzione di Ketchup Entertainment. Così come non spiegherò nei dettagli la trama, che si riassume pressappoco così: Will E. Coyote decide di fare causa all'ACME, marchio apparso per oltre mezzo secolo sui suoi accessori che utilizza per tentare di catturare il suo acerrimo rivale Road Runner, che per decenni gli ha inviato solo prodotti non funzionanti; rappresentato dal suo avvocato Kevin Avery (Will Forte), sfida legalmente il colosso. Tutto qui, il resto è una scoperta per lo spettatore.

Avevo molto hype per questo film, le aspettative forse erano alte ma posso dire con il cuore rilassato che non sono state tradite. Coyote vs. ACME è un film ricco di idee, fantasia e soprattutto amore per ciò che i cari vecchi Looney Tunes ci hanno (forse) voluto raccontare da sempre: le situazioni possono letteralmente esploderti in faccia, si può fallire, si può anche riderne, ma l'importante è rialzarsi e continuare a riprovare. Inconsciamente, credo che una parte di Will E. Coyote sia sempre stata dentro di me, la sua tenacia, la sua testardaggine, la sua fame (letterale e metaforica) possono essere di ispirazione, in una vita dove sono sempre i più deboli a subire e i forti, quelli incravattati e al potere, a vincere. Che il fallimento non avviene necessariamente per la propria incapacità, ma perché fuori c'è un mondo che sembra essere costruito per farci fallire.

Può sembrare una retorica trita e ritrita, forse un po' spicciola, ma è questo il vero cuore di Coyote vs. ACME, quello che alle apparenze è solo un filmetto per famiglie, con qualche risata facile. Un film che ricostruisce alla perfezione lo spirito dei cartoni animati, dove ci si fa male e ci si rialza, dove il mondo si piega alla fantasia. Quest'ultima parte ne è anche la forza principale del film, ogni scena d'azione o assurda è piegata alla fantasia pura, idee semplici che riescono a risultare geniali (come un fucile che spara uova e schivarne i "proiettili" chiudendoli in un freezer).

Un plauso, per me, va anche a John Cena che si rivela un performer eccezionale, nel ruolo di un cattivo che a primo impatto non sembrerebbe scritto per lui ma che interpreta alla perfezione. La sua capacità di non prendersi sul serio è un punto di forza, perché sembra riuscirgli naturale, il dialogo tra lui e Titti ne è la riprova (consiglio di vederla in originale).

Piccolo fun fact: il personaggio di Pepé Le Pew (la puzzola che parla francese, per intenderci) nel corso degli anni è stato vittima di controversie. Mettiamola così: un personaggio invecchiato male, così male che è stato quasi del tutto cancellato. Non faccio spoiler, ma il suo cameo è quello che mi ha fatto veramente ridere di più, in tutto il film.

In definitiva.
Che dire? Coyote vs. ACME è la dimostrazione che, con idee solide, originali e piene di fantasia alla base, anche uno stupido film che sulla carta è solo un altro "film coi cartoni" può riuscire. Perché a volte basta non sforzarsi neanche troppo per trovare le idee, tipo leggere un articolo di giornale ironico (Coyote v. ACME era il titolo di un articolo apparso sul The New Yorker nel 1990). Oh, e un altro punto di forza è il pubblico a cui  si rivolge, ossia gli sfigati, i falliti, parlando loro senza romanticizzare troppo il fallimento, "messaggio" tipico della scrittura di James Gunn, che ne ha co-scritto il soggetto.

Altro da aggiungere?
That's all, Folks!

martedì 29 settembre 2026

 


Parlare di sentirsi intrappolato in una vita, o in un corpo, non proprio, non è propriamente facile. Non perché sia impossibile trattare l'argomento, bensì far arrivare al pubblico quelle esatte emozioni è un qualcosa di pressoché arduo, perché nessuno in verità riesce davvero a comprenderlo fino in fondo. Chi ci riesce bene è Jane Schoenbrun con I Saw the TV Glow (titolo in italiano Ho visto la TV brillare). Una storia dai tratti horror, drammatica, straziante, che parla di disforia di genere (e non solo) con un linguaggio emotivo forte accompagnata da una fotografia che, nel caso non fosse già chiaro, rende visivamente palese ciò di cui si parla.
Prendiamoci una piccola pausa e parliamo del film.

La storia, in breve.
Anno 1996, Owen e Maddy sono due adolescenti che hanno in comune la passione per una serie TV trasmessa il sabato sera dalle 22:30 alle 23: The Pink Opaque. La serie TV parla di due amiche che combattono il mostro della settimana, inviato dalla loro nemesi, Mr. Melancholy, che vive sulla luna. Maddy ha un'ossessione particolare per questa serie TV, confonde la vita reale da quella della fiction ed è convinta che anche Owen ne faccia parte. La successiva scomparsa di Maddy coincide con la chiusura alla quinta stagione della serie TV. Owen prosegue la sua vita, fin quando Maddy fa il suo ritorno ancora ossessionata dalla serie TV. Da quel momento, la connessione di Owen alla serie TV si fa sempre più forte e la realtà e quella della serie TV cominciano a mescolarsi.


La storia è pressoché questa. Parlare di come l'intero film sia una grossa metafora della disforia di genere è inutile, perché solo guardandolo può arrivare ciò che Schoenbrun vuole raccontare. Disforia di genere, ovviamente, è una chiave di lettura. Il film è anche, e soprattutto, un film che vuole invogliare a vivere seguendo sé stessi, non secondo le regole di chi, dall'alto (rappresentato da Mr. Melancholy) giudica e vi impone uno stile di vita che può non appartenervi.
Un film che, inoltre, racconta di come da piccoli vediamo il mondo con occhi differenti e percepiamo le cose in maniera amplificata. Una serie TV scadente può apparire a un bambino come qualcosa di magnifico, di molto più profondo di quanto sia in realtà, perché riesce a trasmettergli qualcosa di vero riguardo alla propria identità. E di come il potere di chi impone agli altri il proprio modo di vivere possa condizionare l'individuo, fino a portarlo a reprimere sé stesso.
Il tutto, infine, accompagnato da una fotografia che ricalca due linee cromatiche: il blu e i colori della bandiera trans, rappresentati attraverso le luci al neon.

Le mie sensazioni.
I Saw the TV Glow non è un film horror classico, non si muove seguendo linee narrative standard. E dovrò essere onesto, di base un film del genere io lo terrei alla larga. Non mi piacciono film in cui la narrazione è completamente sacrificata al senso del film, diventando completamente e unicamente metaforico. Ma qui, si fa l'eccezione. Sarà la regia, la fotografia, la bravura degli attori (di Owen, soprattutto, interpretato da Justice Smith), ma questa roba rimane incollata addosso. Personalmente, ho percepito durante tutta la durata del film un senso di oppressione, sono stato male. E credo che sia questa la vera forza del cinema. E, per fortuna, Jane Schoenbrun ci riesce alla grande.

Sarei potuto star qui a sottolineare di quanto non mi piacciano film sacrificati al "messaggio" e ai dialoghi che secondo me sarebbero potuti essere un po' limati, ma sai che vi dico? Sticazzi. Se tutti i film parlassero con lo stesso linguaggio di I Saw the TV Glow, si potrebbe essere più permissivi.

Consigliato a chi è interessato all'argomento ma anche ai nostalgici degli anni '90, a chi è cresciuto con serie discutibili ma formative, come Buffy, X-Files e compagnia bella.

lunedì 21 settembre 2026

 

Avete mai visto un film con ottime premesse, restare delusi già a metà film, sperare che le cose prendano una piega interessante e, più si va avanti, più la delusione è in crescendo? Beh, se volete vivere questa esperienza mistica, vi consiglio di guardare The Drama, film del 2026 scritto e diretto da Kristoffer Borgli, regista svedese classe 1985 che fa questa esperienza nel cinema americano, con due ottimi attori, adattandosi perfettamente alla loro cultura dell'approssimazione fatta di banalità, politicamente corretto e prosciutto sugli occhi.

Sì, ho spoilerato già dall'inizio cosa penso di questo film, ma non fa niente. Non voglio invogliare nessuno a guardarlo, piuttosto esprimere le mie perplessità riguardanti il film. Come ho detto, The Drama ha un ottimo cast di protagonisti, Robert Pattinson e Zendaya, due attori che a mio parere col tempo hanno dato delle ottime prove attoriali. Ma lì dove un film è scritto con i piedi, non va fino in fondo negli argomenti messi sul tavolo per poi cadere nei soliti cliché da drama americano, il cast fa ben poco a salvare un'opera. Ma andiamo con calma, raccontiamo un po' il film riempendoci di spoiler.

Il film, in breve.
Charlie ed Emma sono prossimi al matrimonio. La loro è una storia d'amore che sembra partire molto teneramente, al limite del film d'amore americano: lei è seduta in un bar leggendo un libro, lui si avvicina a lei fingendo di aver letto quel libro, lei magicamente ci sta e hanno un primo appuntamento. E lui subito ammette di non aver mai letto quel libro, che era una scusa per avvicinarsi a lei. Lei ci passa sopra e, a quanto pare, stanno per sposarsi. Durante una cena con i testimoni del matrimonio, viene fuori un gioco: dite la cosa peggiore che avete mai fatto in vita vostra. Charlie racconta di aver cyberbullizzato un ragazzino a quattordici anni, Emma invece parla di come, al liceo, portò un fucile a scuola dopo aver organizzato un'uccisione di massa. Il gesto, tuttavia, non viene compiuto in quanto quello stesso giorno avviene un'altra sparatoria in città, in un centro commerciale, vanificando i tentativi. La damigella di Emma, Rachel, resta indignata in quanto sua cugina è rimasta paralizzata proprio in seguito ad una sparatoria di massa al college.
Charlie comincia a dubitare di Emma, comincia a credere di non aver conosciuto chi fosse veramente la donna che stava per sposare e il rapporto tra i due, poco alla volta, si incrina. Lei è onesta con lui, racconta persino di come, dopo l'evento, fu trascinata dai compagni di scuola in alcune manifestazioni diventando poi attivista contro le armi da fuoco. Per quanto Charlie tenti di difendere Emma, questa notizia sembra aver incrinato il loro rapporto. Prova persino a chiavarsi la wedding planner, ma non va fino in fondo. Poi, al matrimonio, sputtana tutto e i fatti vengono fuori perché lui è un pesce a brodo e si piglia pure un cazzotto in faccia dal compagno della wedding planner perché il genio, in presa ad una crisi, ammette pure il tentativo di cornificazione.
Scena successiva, lui da solo in un diner ed Emma che lo segue e prosegue il loro gioco fittizio, ripreso sia dal loro primo incontro che a metà film del "facciamo finta che ci stiamo conoscendo per la prima volta". E vissero insieme felici e contenti.

Un po' di idee sparse.
Due cose ha di buono questo film: raccontare in breve, sin dall'inizio, com'è il rapporto tra Charlie ed Emma: piccole verità scomode che vengono a galla perché sono onesti l'uno con l'altro. L'altra è la scena in cui Emma, da giovane, sta cercando di registrare un video che giustifica le proprie azioni e gli aggiornamenti di Windows continuano a disturbare la registrazione. E basta, tutto qua.
Sarò onesto, non sono tipo da trailer ma questo mi era capitato e mi aveva dato vibes a-là Perfetti Sconosciuti, cosa che ovviamente non è neanche lontanamente paragonabile a The Drama. Ora, c'è da mettere sul piatto il piano culturale. Io, italiano, non vivo davvero con il peso del fenomeno delle sparatorie nei college, non accade nel mio paese quindi non la vivo sicuramente alla stessa maniera. Metto le mani davanti in quanto il peso culturale può fare la differenza. Dal punto di vista umano, però, trovo impensabile le reazioni dei personaggi. Capisco che la cosa sia sconvolgente. Cazzo, la stava pianificando, aveva addirittura portato un fucile a scuola! E l'unico motivo per cui non lo ha fatto è stato perché ce n'era stata una, quello stesso giorno, dall'altro lato della città. L'unica persona che ha una reazione un po' più comprensibile è quella della damigella, forse esagerata anche lì ma tutto sommato umanamente comprensibile. La reazione di Charlie e del suo amico (barra testimone di nozze) no. Soprattutto quando Emma resta sincera con lui.

Ma dove la storia fa acqua da tutte le parti sta proprio sulle motivazioni che spingono Emma. Non vengono date. Vengono accennata l'isolamento e il bullismo, ma in poche frasi. Quindi, voleva ammazzare mezzo liceo e poi suicidarsi. Perché? Il film non indaga sullo stato mentale di Emma. Vengono fatte delle congetture a riguardo, ma sono appunto congetture e non vanno da nessuna parte. Mettere in risalto maggiormente che Emma venisse bullizzata (online o offline) avrebbe avuto molo più senso e, anzi, avrebbe dato più drammaticità al rapporto tra lei e Charlie. Ricordate che lui ammette che ha cyberbullizzato un ragazzino a quattordici anni? Viene liquidata con un "ahaha ma dai avevi quattordici anni!". Io boh. Un bel contrasto tra bullo e bullizzato mostrando fin dove porta a spingere una persona vittima di bullismo sarebbe stato mooooolto più interessante nelle dinamiche di una coppia prossima al matrimonio, e ne sarebbe venuto fuori veramente un dramma degno del titolo.
E invece no. Un'ora e quaranta di drammi passabili, il povero Charlie che impazzisce... e veniva dipinto come una persona intelligente. Non abbastanza da dire "vabbè, che periodo di merda hai avuto, però dai sei cambiata, hai fatto pure attivismo, sei troppo figa" a quanto pare.
Era molto meglio la solita americanata banale delle corna e far finire il matrimonio in una scazzottata, a quanto pare.

Sembra proprio che Borgli volesse parlare di un argomento scomodo, approfittando della commedia romantica per mettere sul piatto questioni socialmente spinose e politiche, ma lui non è Dalton Trumbo e non è un film romantico con Marilyn o Audrey, quindi niente da fare.

Verdetto finale: se non sapete cosa vedere una di queste sere, portate a pisciare il cane.
O fate una passeggiata, se non avete il cane. Nessuno darà indietro il tempo perso a guardare 'sta roba.

domenica 30 agosto 2026

Se dovessi dire di aver visto Thelma con la consapevolezza di cosa stessi per andare a guardare, mentirei. Mi aveva attratto la locandina, sapevo poco e niente della trama, non guardo nemmeno i trailer, però, per una visione di un film a cuor leggero mi sono lasciato trasportare e, dovrò essere onesto: mi aspettavo una cacata. E invece...

Thelma è un film del 2024 scritto e diretto da Josh Margolin con quello che è stato il suo lungometraggio di debutto. Il soggetto, sempre da lui stesso ideato, prende spunto dalla sua vita stessa, la vera Thelma, sua nonna. Il film è dedicato proprio a lei e il personaggio di Thelma, interpretato da June Squibb, è ispirato interamente alla sua figura.

La trama, in breve.
Thelma è una simpatica nonnina di 93 anni rimasta vedova e accudita dal nipote Danny. Un giorno, riceve una telefonata presumibilmente dallo stesso nipote, che le dice di essere in carcere e di aver bisogno di diecimila dollari per pagare la cauzione. Thelma, apprensiva, paga questi soldi. E se stavate pensando ad un probabile scam... è esattamente quello che è successo. Indispettita e sentendosi in colpa di quanto accaduto, decide di trovare chi l'ha imbrogliata e riprendersi i soldi. E sì, il film è davvero tutto qui.

Thelma lo classificherei come film d'azione. Un film d'azione senile, per l'appunto, in cui l'azione frenetica è praticamente sostituita da movimenti lenti e impacciati di una novantatreenne. Un film d'azione che sembra voler parodiare il genere ma non lo fa davvero nelle intenzioni. Perché, al di là della gag a-là Mission: Impossible ma con una vecchietta al posto di Ethan Hunt, Thelma non è una roba che vuole essere "la parodia di". È una storia sulla paura di invecchiare, di quella di essere trattati come incapaci e sul desiderio di voler dimostrare di essere padroni della propria vita. Ma soprattutto, è una lettera d'amore di un nipote verso sua nonna, una donna che nonostante la sua età, era ancora capace di stupirsi e trovare meraviglia nel mondo.

Consiglio Thelma per una visione leggera, in cui si riesce sia a ridere che ad essere toccati emotivamente. Personalmente, non è una cosa che succede spesso quando guardo un film da solo, ritrovarmi a ridere ad alta voce. L'ho fatto. E non solo. Mi sono anche commosso, e la vera forza, per me, sta proprio qui. Non nel riuscirci soltanto nel finale, ma per tutta la durata del film, sempre in modo genuino e naturale. D'altronde, come detto, il personaggio di Thelma è ispirato alla vera nonna del regista e, se questo film ha un'anima, è proprio quella della vera Thelma che Margolin ha voluto condividere con noi.

Per concludere, c'è assolutamente da segnalare la presenza di Richard Roundtree, conosciuto per lo storico ruolo di John Shaft. E vedere l'eroe di Shaft interpretare un anziano che ha ormai accettato l'idea di essere invecchiato e di non essere più al suo apice, ha quasi il sapore di un suo ultimo saluto al cinema.

domenica 23 agosto 2026

 


Il sottotitolo di questa recensione potrebbe essere: L'importanza di dover parlare di qualcosa e come toppare nel tentativo.

Hostile è un film del 2017 diretto da Mathieu Turi, genere horror, nazionalità francese. Gli interpreti, o almeno quelli che ci interessa sapere sono Brittany Ashworth nel ruolo di Juliette e Grégory Fitoussi in quello di Jack, i due protagonisti attorno alla quale gira attorno questa insensata tanto problematica storia d'amore. Ma andiamo in ordine, ci saranno spoiler, vi ho avvertiti.

La storia.

Hostile si muove in due linee temporali: quella ambientata in un futuro post-apocalittico e quella precedente agli eventi che hanno portato il mondo al collasso. Nel futuro c'è ben poco da raccontare. Juliette è in giro a fare scorte quando finisce fuori strada, finendo ferita, e braccata da una creatura, probabilmente infetti che infestano questo mondo. Il film spiega a malapena cosa sia successo, ma va bene così perché la vera e propria storia viene raccontata a frammenti ed è tutta ambientata nel passato.
Juliette, in un giorno di pioggia, trova riparo in una galleria d'arte dove incontra Jack, autore della mostra. Dopo uno scambio di battute pessime, i due trovano non si sa come del feeling e finiscono a passare tutta la notte assieme, persino a casa di lui, a parlare senza nemmeno sapere i loro nomi. Juliette, presa da non si sa cosa, scappa via e sembra che i due non siano destinati a incontrarsi mai più. E INVECE. Jack vede Juliette in un ristorante, poi decide di seguirla fino a casa. Quello che scopre (sì, stalkerandola) è che probabilmente Juliette si prostituisce e fa uso di eroina. La storia d'amore si sposta poi al classico del "io ti salverò" e i due finiscono in questa relazione. Fast-forward, mentre Juliette nel futuro cerca di sopravvivere alla creatura, ci viene mostrato che Jack e Juliette hanno preso casa, Jack vuole dei bambini e Juliette, più avanti, dà alla luce un bambino morto.
La tragedia distrugge entrambi, Jack finisce per attribuire la colpa al passato da tossicodipendente di Juliette, sostenendo che sia quella la causa della morte del bambino.
I due si separano, poi un impianto chimico ha una perdita e Jack finisce nel mezzo. Scena dopo, lui in ospedale, l'epidemia è iniziata e presumibilmente è l'ultima volta che si sono visti.
Si ritorna al futuro post-apocalittico dove Juliette riesce infine ad avere la meglio sulla creatura che l'ha inseguita per tutta la notte. Perfetto. Doveva soltanto sopravvivere fino all'alba, quando sarebbero arrivati i soccorsi, e ce l'ha fatta. Invece il film tira fuori una svolta narrativa che lascia piuttosto perplessi: quella creatura è Jack. Ridotto a mostro, si trascina fino a lei, si accascia sul suo petto, Juliette gli sussurra "Jack, ti amo" e i due si sparano all'alba. Fine.

Non penso di averlo spiegato una merda.
Il film è, grosso modo, una merda. Sicuramente c'è di peggio lì fuori, ma la storia è tutta qui. Passiamo alle note dolenti.

La mia considerazione.
Come ho specificato in apertura, il cinema, secondo me, funziona meglio quando usa una storia come pretesto per raccontare altro, che sia una condizione o dinamiche relazionali. In questo caso abbiamo un horror post-apocalittico con mostri e atmosfere alla Mad Max, ma il film sembra voler raccontare soprattutto una storia d'amore. Il problema non è l'idea. Il problema è come viene raccontata.
Ho voluto ripercorrere tutta la trama proprio per evidenziarne le criticità. Riassumiamo il rapporto tra Jack e Juliette: si conoscono, passano una notte insieme senza sapere nemmeno i rispettivi nomi, Juliette sparisce, lui insiste, la ritrova, la segue fino a casa, scopre il suo passato, decide che sarà lui a salvarla, vanno a convivere, desidera un figlio, Juliette perde il bambino e lui finisce per darle la colpa. Come se non bastasse, trasformato in mostro, torna ad attaccarla proprio nel momento in cui lei è più vulnerabile.
Messa così, sembra la storia di un rapporto tossico. E questo, di per sé, non sarebbe nemmeno un problema. Il problema è che il film sembra trattare quella relazione come qualcosa di profondamente romantico, senza fermarsi davvero a riflettere sulle sue dinamiche più problematiche. Di Juliette sappiamo pochissimo al di fuori del suo passato da tossicodipendente e della relazione con Jack; la sua emancipazione, il suo punto di vista e la sua libertà finiscono sempre in secondo piano rispetto al ruolo di lui, convinto di poterla salvare. Più che una storia d'amore, mi è sembrata la classica fantasia del "I can fix her", arrivando a romanticizzare l'insistenza di Jack e sorvolando persino sulla cosa terribile che questo presunto uomo perfetto e romantico dice alla sua "amata" incolpando il suo passato per l'aborto appena avvenuto, appiattendo di fatto il personaggio di lei che, rispondendo all'allontanamento di lui che afferma "devo schiarirmi le idee", afferma dal nulla "devi schiarirti le idee o svuotarti le palle?". Inutile dire che non v'è traccia di una presunta infedeltà di Jack in questo racconto.

In definitiva.
Il problema non è nemmeno scegliere se parlare d'amore o di dipendenza. Il problema è che Hostile sembra voler affrontare entrambe le cose senza approfondirne davvero nessuna. Ne esce un film narrativamente debole, confuso nelle sue intenzioni e incapace di dare forza ai temi che prova a mettere sul tavolo.
Salvo soltanto il trucco della creatura, realizzato davvero molto bene. Per il resto, il mio falegname con trentamila lire la faceva meglio, per citare il trio.

giovedì 20 agosto 2026


Se un film potesse essere premiato per la semplicità, Strange Darling vincerebbe a mani basse. E non è una cosa negativa. Scritto e diretto da JT Mollner, Strange Darling è un film del 2023 che ha una trama così semplice che si potrebbe riassumere in: una donna sta scappando da un uomo che la vuole uccidere. Tutto qui. Nient'altro.

O meglio, c'è assolutamente dell'altro, ma l'incipit è già di per sé quanto basta per far capire che dietro Strange Darling c'è un lavoro così semplice che dire qualsiasi altra cosa è superfluo. Il montaggio fa la differenza, il modo in cui è narrato pure. Una storia in sei capitoli raccontati fuori ordine cronologico per un'ora e mezza di film che, poco alla volta, rivela qualche informazione in più che fino alla fine fa chiedere allo spettatore "ok, ma come diavolo ci siamo arrivati qui?". Potente. Ben fatto. La dimostrazione che la semplicità è la chiave vincente. Perché, se fosse stato raccontato dal capitolo 1 al capitolo 6 in ordine cronologico, ci si accorgerebbe che è di una semplicità unica. Il punto forte è proprio quella narrazione frammentata che riesce a mantenere viva l'attenzione.

I due attori protagonisti sono Willa Fitzgerald (la Donna) e Kyle Gallner (il Demone), nomi che già lasciano intendere quanto il film scelga di presentarci i suoi personaggi in maniera essenziale, quasi archetipica. Strange Darling è la dimostrazione che si può costruire un thriller anche partendo da una storia che di intricato non ha nulla, il mistero è solo dietro la struttura narrativa. È il punto di vista dello spettatore, il pregiudizio se vogliamo, e la capacità narrativa di offrire ogni volta il punto di vista dell'uno e dell'altro nel tentativo di fottere lo spettatore e lasciarlo con degli interrogativi.

Ma non c'è da elogiarne soltanto la struttura narrativa, la prova attoriale non è da meno. Willa Fitzgerald è magistrale, in questo ruolo. I suoi ultimi cinque minuti sullo schermo sono da brividi, per citare un mio amico attore "è il riassunto del lavoro attoriale di chi sa fare il mestiere". Quando vedrete il film sfido chiunque a non essere d'accordo.

Strange Darling è, per me che ho la passione per la scrittura, una fonte di ispirazione, qualcosa da cui si può solamente attingere e imparare. Perché le idee semplici sono le più forti, bisogna solo saperle raccontare.


Un film di cui mi preme tantissimo parlare è Colossal, scritto e diretto da Nacho Vigalondo con protagonisti Anne Hathaway e Jason Sudeikis. Uscito nel 2016, il film ha avuto un budget di 15 milioni e ne ha incassati solo 4 e mezzo, non proprio un successone. Ma non stiamo troppo a guardare gli incassi, di quelli a me frega ben poco. Colossal è uno di quei film che a mio parere meritano almeno una visione all'anno, non perché sia un film di quelli che cambiano la vita, ma perché rappresenta una piacevole boccata d'aria fresca in un panorama cinematografico ormai saturo di franchise, remake e sequel. Un soggetto originale, divertente e capace di usare una premessa assurda per raccontare qualcosa di profondamente umano.

La trama, in breve.
Gloria è una ragazza disoccupata, festaiola e con problemi di alcolismo. Dopo essere stata lasciata e cacciata di casa dal suo ragazzo, Tim, torna nella casa in cui è cresciuta, nel suo paese natale, dove riallaccia i rapporti con Oscar, un vecchio amico d'infanzia. Contemporaneamente, un evento soprannaturale sconvolge il mondo: ogni giorno alle 20:03 un gigantesco kaiju compare a Seoul. In qualche modo, però, quel mostro sembra essere collegato proprio a Gloria. Come? Quello lo lascio scoprire a voi.


L'idea alla base di Colossal è una delle più originali che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Molti film sui kaiju hanno utilizzato mostri e robottoni come metafora di paure collettive o questioni politiche e sociali: basti pensare alla paura del nucleare che ha dato origine a Godzilla o alle letture sul colonialismo di Mothra. Colossal, invece, sceglie una strada diversa. Il mostro non è semplicemente una minaccia da abbattere né il pretesto per mettere in scena una guerra tra eserciti. Diventa il riflesso dei suoi protagonisti.
È proprio qui che il film riesce a sorprendere. Attraverso questa premessa surreale, Vigalondo racconta dipendenza, manipolazione, bisogno di controllo, fragilità emotiva, senso di colpa e autodistruzione. Il legame tra Gloria e il kaiju non serve tanto a spiegare un mistero, quanto a mettere la protagonista davanti alle conseguenze delle proprie azioni e ai suoi demoni interiori. Senza rinunciare all'umorismo e all'assurdità della situazione, Colossal parla più di persone che di mostri. E il finale? Non voglio spoilerare nulla, ma è qualcosa che non tradisce il tono e quanto raccontato fino a quel momento.

In un periodo in cui il cinema d'intrattenimento tende spesso a riproporre formule già viste, Colossal riesce ancora oggi a distinguersi. Non so dirvi se sia uno di quei film destinati a cambiarvi la vita. So però che è uno di quei titoli che, quando non so cosa guardare, rimetto volentieri senza pensarci due volte.

In conclusione.
Negli ultimi anni gli americani, col MonsterVerse, hanno anche rotto tre quarti di minchia. Anche il Giappone continua giustamente a reinventare Godzilla, ma il rischio di vedere sempre le stesse dinamiche è dietro l'angolo, che siano monologhi politici o scazzottate tra mostri. Colossal, invece, prende un genere che sembrava aver detto tutto e lo piega a qualcosa di completamente diverso. Non rinuncia al divertimento, non rinuncia ai kaiju, ma li usa per raccontare persone, relazioni e fragilità.

E per questo, almeno secondo me, resta un piccolo gioiello ingiustamente sottovalutato.

Buona visione

mercoledì 19 agosto 2026

Prima di partire, qualche riga per celebrare il mio ritorno (spero di nuovo più attivo) tra le pagine di questo blog. Devo dire che mi è mancato. Porto dietro tanti ricordi, sono passati ormai otto anni dall'ultimo post, "periodi belli di una volta" in cui avevo tanto tempo libero e tanto più desiderio di scovare film quasi sconosciuti e la santissima pazienza di guardarmi film atrocemente brutti, di quelli che se li guardi un giovane regista muore (grazie al cielo non ho mai ucciso Ari Aster).

Tante cose sono successe, dal 2018. Una pandemia, il dominio dei governi di destra in gran parte del mondo, Donald Trump, l'ascesa delle IA e l'apice e la caduta (per fortuna) del "cinema" Marvel. Anche i miei gusti sono cambiati. E spero di non essere tanto arrugginito nella stesura di una recensione.

E qui mi ricollego ai gusti. Sì, non sono quelli di otto anni fa. Ma sarebbe stato un ritonro in grande stile recensendo l'Odissea di Christopher Nolan? Col cazzo! Tra le tante cose che amo, in questo mondo, i dinosauri e i viaggi nel tempo occupano sicuramente i primi posti. Ce ne sarebbe una terza, che fortunatamente il film che andrò a recensire ha: Anne Hathaway. Ma i dinosauri, gente, hanno sempre un posto nel mio cuore.


In una stagione estiva stranamente ricca (almeno in Italia) di gran bei film nel palinsesto cinematografico, la mia curiosità, per i motivi sopra citati, è caduta su La Fine di Oak Street, film scritto e diretto da David Robert Mitchell. Un film senza tante pretese, se non per gridare davanti allo schermo "cazzo, guarda, uno stegosauro!". Mitchell è arrivato al grande pubblico dopo il tanto apprezzato It Follows, teen horror cupo - una roba completamente diversa da questa qua - e sicuramente ha avuto la possibilità di poter mettere su un potenziale blockbuster visti alcuni fattori: un budget che si aggira attorno ai 90 milioni di dollari, un cast non proprio di seconde scelte (Ewan McGregor e Anne Hathaway) e, ovviamente, i dinosauri che quelli non stancano mai. Ma se ne è valsa la pena, ci arriviamo con calma.

Partiamo con una breve panoramica, senza dilungarci troppo.
Siamo nel 1982. I Platt vengono presentati come una tipica famiglia borghese, peccato però che sin dall'inizio vengono mostrate delle crepe. Greg e Denise sembrano avere problemi e cercano di tenere all'oscuro i propri figli, Audrey e Brian, di tali tensioni. Greg fa il fattorino delle pizze, Denise scrive segretamente un romanzo nello scantinato. I figli, fanno cose da figli: Brian ha problemi con i bulli e ama alla follia il suo cane, Audrey è appassionata di scienze e non vede l'ora di andare al college. Dopo questa premessa, dei wormhole si manifestano in tutto il quartiere e tutta Oak Street (dove è ambientato il film) viene catapultato nel Mesozoico. E da qui in poi, I DINOSAURI!

La trama è pressoché semplice e lineare. Come ho già detto, sembra non avere tante pretese nonostante provi a mettere della carne a cuocere approfittando dell'intrattenimento per poter parlare di altro, in questo caso le tensioni familiari. Ho detto "prova", perché la tematica c'è, ma non è chissà quanto esplorata. Sembra quasi buttata lì per darci qualcosa da raccontare mentre vediamo un po' di gente inseguita e sbranata dai Coelophysis (qualcuno aveva pensato Velociraptor, e invece no).
La cosa indubbiamente più apprezzabile del film, è l'accuratezza scientifica - e qui parte il mio lato edonista. Sopra ho specificato che vengono spediti nel Mesozoico, non è che il film ce lo dica, ma ce lo fa capire con le specie di dinosauri che vengono mostrati (per i più curiosi, su Dinopedia c'è una sezione dedicata ai dinosauri presenti nel film) e, ovviamente, c'è anche una accuratezza sulla ricostruzione anatomica secondo le attuale conoscenze dei dinosauri - con piume, alcuni peli, eccetera.

Insomma, da un lato, The End of Oak Street ha qualcosa che mi fa godere e mi avrebbe potuto addirittura portato a mandare a quel paese Jurassic Park per il semplice gusto di dire una cosa controcorrente e inimicarmi amici e parenti alle cene, ma dall'altra... eh. Una grandissima occasione sprecata.

Non voglio fare il nerd della situazione, ma quando si toccano i viaggi nel tempo, ci sono alcune regole da seguire. E se fai di testa tua, per darci il finale confettoso e felice, bisogna prendersi la responsabilità di andare fino in fondo con le proprie scelte di trama e almeno mostrare le conseguenze di alcune azioni. Stiamo parlando del finale. Mi presenti questa situazione come una sorta di loop temporale, ma quello che mi mostri genera una contraddizione che il film non risolve. Se mi crei un paradosso, devi spiegarlo bene e andare fino in fondo alla questione. Non uno spiegone, anche una semplice scena - magari una di quelle post-credit che vanno tanto di moda negli ultimi vent'anni. Ma ho come l'impressione che questo grandissimo buco di trama sia la diretta conseguenza del "lieto fine" che ci hanno propinato. Forse un film con un budget medio-alto ha alle spalle i classici produttori che non capiscono una mazza e fanno fare scelte discutibili ai registi. Congetture. Chi può dirlo. Fatto sta che il film intrattiene fin quando non arriva a quel finale che lascia più interrogativi che risposte. E pensare che io stavo accettando senza alcun problema la presenza random di un wormhole in Nord-America. Vabbè.

In conclusione.
Reputo La Fine di Oak Street un'enorme occasione sprecata. Il potenziale per diventare un piccolo cult, magari nel futuro, ce l'aveva, ma viene sfumato per essersi misurato poco la palla e non essere andato fino in fondo con quel tono scanzonato e sopra le righe, che è comunque presente per metà del film. Sfido Spielberg a mostrare dei dinosauri chiavare e cacare sul grande schermo. Mitchell l'ha fatto. E ha anche messo in scena scene atroci, in cui vediamo i nostri protagonisti scappare mentre attorno a loro la gente viene sbranata e muore in maniera violenta. E poi ha l'umorismo, quello che funziona però. Ha due attori bravissimi e che funzionano tantissimo insieme... peccato per quel finale. Un finale che è capace di far tirare fuori anche altre critiche, forse pure peggiori. Sto parlando di sottotrame inutili (Brian con i bulli, Audrey completamente inutile, Jeanette a che diavolo servivi?) e quel pretesto di raccontare dinamiche familiari che non va da nessuna parte se non verso un finale inutilmente zuccheroso, o meglio, costruito molto superficialmente.
Sì, tutta colpa di aver creato un paradosso temporale anziché un loop. Fino a un attimo prima ridevo per un Camarasauro cacare e mi emozionavo per la coda di un Ankylosauro (nella top 3 dei miei dino preferiti) e quello dopo, mi innervosivo perché la sospensione dell'incredulità era finita per aver creato un finale senza senso.

Voto finale: Peccato.
Il film aveva creato delle regole narrative abbastanza solide da farmi accettare qualsiasi stronzata, poi le ha violate proprio per arrivare al lieto fine.

sabato 2 dicembre 2017



Dopo mesi di silenzio, dovuta anche agli impegni portati dalla sponsorizzazione del mio libro (nel caso ve lo foste perso), torno a parlare di film horror tra le pagine dell'Oblivion Bar.
Seppur nei mesi passati non ho disdegnato l'interesse verso film più a portata di mano, come The Bye Bye Man o Auguri per la tua morte, la mia attenzione ricade sempre verso quei film apparentemente di nicchia, dico apparente perché Verónica tanto di nicchia non è, o almeno trovati un po' a caso e non distribuiti in Italia.
Il film di cui andrò a parlare oggi è di origine spagnola, scritto e diretto da Paco Plaza, conosciuto dai più per la trilogia di [REC] e, diciamocelo, già affermato regista di qualità. Come al solito, la mia recensione non vuole essere troppo pretenziosa - ribadiamo che sono le opinioni di un semplice appassionato e non di un cinefilo con vasta conoscenza del settore. Chiarito questo, passiamo alla consueta presentazione della pellicola.

Il film si apre con la premessa che i fatti narrati sono tratti da una storia vera, almeno secondo il rapporto di un ispettore incaricato ad indagare ad uno dei misteriosi omicidi avvenuti nel 1991 in un quartiere di Madrid. Verónica è una quindicenne che vive sola con le sue due sorelle gemelle e il fratello minore, cui accudisce in quanto la madre è perennemente occupata a lavorare nel bar di sua gestione. Durante una giornata di scuola, all'insaputa delle suore, organizza con le sue amiche una sessione spiritica con una tavola Ouija per parlare con il suo padre, deceduto anni prima, ma qualcosa va storto ed evocano una oscura presenza che s'insidierà nella vita di Verónica.

Detto così, sembra la tipica trama scontata, trita e ritrita nel genere horror.
Forse un po' lo è, ma Verónica sa bene distinguersi dalla massa innanzitutto per una regia impeccabile e ben curata, così come la fotografia, e da un cast sì composto da ragazzine alcune addirittura al loro debutto, ma veramente capaci (soprattutto una delle due gemelle, nella scena finale... da brividi). Ma il punto di forza di Verónica qual è, a mio avviso? Il fulcro centrale della narrazione, il non soffermarsi alla semplicistica visione "ragazzine vivono con degli spiriti nella casa/t'oh, un jumpscare", ma il volersi soffermare sull'aspetto psicologico della protagonista. Qui mi verrebbe da spoilerare il finale, ma no... non lo farò, sebbene abbia una gran voglia di parlarne.

In definitiva.
Verónica è un film horror che fa onore al genere. Ben strutturato, anche se con qualche pecca di esecuzione nel finale (ahimè, non è perfetto) ma una introspezione psicologica che salva l'intero lavoro, rendendolo interessante, nonché coinvolgente sia perché i personaggi sono scritti veramente bene, sia grazie alle eccellenti interpretazioni degli attori coinvolti. Verónica, in sostanza, parla dei deliri adolescenziali di una quindicenne intrappolata in un mondo di fantasia perché non ancora cresciuta del tutto, indicherei anche una sottile critica sociale che sono riuscito a ricondurre solo grazie ad una intervista fatta al regista che, anziché riportare, preferisco rimandare al link.

Un 2017 più che buono per l'horror, che di base è un genere abbastanza bistrattato, ma che grazie a registi come in questo caso Paco Plaza, si sta riscattando a dovere. L'horror visto da un'ottica più introspettiva, interiorizzato, che tratta il paranormale non come banalissimo espediente per regalare jumpscare gratuiti ma per narrare effettivamente qualcosa (qui il passaggio all'età adolescenziale) è il genere di horror che a me piace e di cui penso la cinematografia abbia bisogno. Più volte ci siamo ritrovati davanti a film horror che sanno spaventare, addirittura anche risultare divertenti, ma film che raccontano qualcosa negli ultimi tempi sembravano davvero essere rari.

Se dovessi dare un voto a Veronica, darei un 8/10 perché penalizzato da un finale che, secondo me, è stato eseguito male nonostante fosse azzeccato e sensato. Un peccato, perché per me sarebbe stato un 10 pieno. Consigliatissimo, da vedere agli appassionati del genere sicuramente, allo spettatore occasionale sperando non sia tra quelli così esigenti da non sapere neanche quali siano le proprie esigenze.

domenica 8 gennaio 2017


Proprio qualche giorno fa, discutevo con un amico sull'utilità dei remake hollywoodiani di film stranieri, per lo più asiatici. Uno di questi, è il più conosciuto tra tutti e a più riprese gli americani hanno tentato di riproporre in chiave anglosassone e con un punto di vista puramente "all'americana" il famosissimo quanto mostruoso Godzilla. Ci hanno provato nel 1997 e fu un fallimento (se non come incassi, come rappresentazione fedele) mentre nel 2014 ci fu un riavvicinamento al concetto Godzillesco giapponese... ma ancora, non c'eravamo. Nel 2016, il Giappone ha deciso di replicare alle americanate mostrando a tutti come si realizzi un film su Godzilla, distribuendo nelle sale Shin Godzilla (o Godzilla Resurgence, in lingua inglese), un vero e proprio reboot della saga nonché film numero 30 dedicato al mostro più famoso del mondo. Il film è scritto da Hideaki Anno (noto ai più come la mente dietro l'anime Neon Genesis Evangelion) che ne cura anche la regia insieme a Shinji Higuchi.

La storia di Godzilla non è propriamente da presentare. Essendo questo un reboot, non andremo a vedere lotte tra kaiju o Godzilla l'eroe, bensì la prima apparizione del mostro che semina distruzione in quel di Tokyo col Governo nipponico che cerca a tutti i costi una soluzione al problema. Un problema che si trovano ad affrontare per la prima volta, per l'appunto, senza nemmeno andare troppo in là con la fantasia. La particolarità di questa pellicola, è proprio il realismo con cui vengono mostrate il rapporto della burocrazia e dei militari di fronte al problema. Un film molto parlato, quasi difficile da starci dietro (2 ore di film) ma che ovviamente non disdegna le parti con il mostro. Un mostro che, così come il Godzilla di Gareth Edwards, viene mostrato poco dandoci la massima concentrazione sui personaggi alle prese con la crisi.

Ma se il Godzilla americano e questo presentano le stesse dinamiche, dov'è la differenza?
Mettiamola così, non sono amante dei paragoni, specie se forzati, ma qui è doveroso. Il film della Legendary Pictures aveva dal canto suo una forte morale ambientalista ma aveva come pecca il volersi soffermare troppo su dei personaggi con zero caratterizzazione e buttarci in mezzo un sentimentalismo tipico degli anglosassoni che sarebbe anche stato sopportabile, se Godzilla non fosse apparso per 20 minuti scarsi in 2 ore di film. Un altro punto di forza, era la caratterizzazione del mostro, abbastanza fedele e che "faceva la sua bella figura", ma nel complesso, risultò come un film noioso e poco avvincente nonché con tanti (troppi) plot holes. Il Godzilla di Anno e Higuchi ha anch'esso come protagonisti dei personaggi poco caratterizzati ma se non altro funzionali alla trama: c'è un mostro che sta distruggendo Tokyo, loro sono lì per trovare una soluzione. È vero, è un film troppo parlato e dopo un'ora la pesantezza si fa sentire, ma che non si venga a dire che sia fine a sé stessa. Innanzitutto, il mostro appare con un rapporto di minutaggio maggiore rispetto alla pellicola americana, quando poi la sua realizzazione mista tra CGI e stop motion rende la sua caratterizzazione grottesca quanto più imponente. Stiamo comunque parlando anche del Godzilla più gigante della storia, con i suoi 118 metri (quello americano era di 108). Una produzione mostruosa, quindi, che ben si sposa con la storia cinematografica di Godzilla, anche per la cura nel complesso della pellicola - con addirittura un occhio di riguardo per il reparto sonoro, andando a ripescare il montaggio sonoro della pellicola originale! Un lavoro decisamente meno complesso ma più curato e fedele, rispetto al film di Edwards, ma questo si potrebbe già intuire in quanto Godzilla è pur sempre di nazionalità giapponese. Nel complesso, con questo reboot i giapponesi hanno mostrato agli americani come si fa un film su Godzilla, facendo addirittura un lavoro migliore.

In definitiva.
Credo di aver già detto tutto. Il paragone forzato, forse, stona un po' con una recensione che, di base, dovrebbero tutte essere fatte in maniera imparziale e senza andare a far paragoni. Ma tant'è, qui trattandosi di un reboot e di una rivisitazione moderna era quasi inevitabile farlo, soprattutto se pensiamo che sia realizzato soltanto due anni dopo l'uscita del film americano... e che durante il film, i personaggi lanciano giusto alcune frecciatine (del tipo "imparate da questo, USA"), quindi non è stata sicuramente una scelta a caso. Ad ogni modo, il film ha diverse trovate che vanno a differenziarsi parecchio dal concetto di Godzilla iniziale: innanzitutto, qui Godzilla è capace di evolversi autonomamente a più riprese, durante lo svolgimento del film e, a differenza di come ci veniva proposto da una decina d'anni a questa parte, viene mostrato nuovamente come il mostro e non come l'eroe, pur mantenendone le sue origini invariate. Il messaggio, a sua volta, non è ambientalista ma ce n'è traccia se pur in minima parte, ma è più concentrata sulla situazione politica/burocratica giapponese andando poi a far riferimento alla situazione post-Hiroshima riproponendo uno scenario più o meno simile (inevitabile, se parliamo del Godzilla nipponico). Tutto sommato, un film che si lascia guardare sebbene dopo un'ora di dialoghi si inizi a sbadigliare col rischio di perdersi addirittura dei passaggi importanti - vedetelo con molta attenzione, quando saprete che riuscirete a reggerlo, un film dove per il 98% sono solo ed esclusivamente dialoghi tra politici, scienziati e diplomatici.

A tal proposito, vi segnalo che il film verrà doppiato e distribuito anche in Italia, arrivando nelle nostre sale in una data imprecisata alla metà del 2017 ma per un giorno soltanto. Se ne siete incuriositi, dunque, vi invito a restare in attesa e di controllare. Shin Godzilla è sia un pretesto per far vedere agli americani come si realizzi un film su Godzilla che un ottimo film, realizzato egregiamente. E nel caso avessi scordato di dirlo: qui Godzilla, nei suoi 118.5 metri, è più cazzuto che mai!


venerdì 30 dicembre 2016



Come già detto più volte tra queste pagine, il 2016 ha regalato un bel po' di bei film. C'è chi parla di Dr. Strange o Rogue One, ma ringraziando il cielo la scelta è vasta e il film di cui andrò a parlare non è di certo stato molto chiacchierato, nonostante una campagna virale sul web capace di attirare l'attenzione. Sto parlando di Morgan, film che vede il debutto alla regia di Luke Scott, figlio d'arte del già conosciuto e pluripremiato Ridley. Il film, che si basa sulla sceneggiatura di Seth W. Owen, è di genere fantascientifico e vede come protagoniste Kate Mara nel ruolo dell'agente Lee Weathers e Anya Taylor-Joy in quello di Morgan.

Pubblicizzato nei social media con l'hashtag #WhatIsMorgan, il tema centrale di questa storia è proprio questo: capire cosa è Morgan. L'interrogativo, tuttalpiù, se lo pone lo spettatore mentre l'intero cast del film sa già la risposta. Lo sanno l'equipe di scienziati che vivono con Morgan in una casa di campagna (adiacente ad un bunker dov'è rinchiuso il soggetto che porta il titolo del film) e lo sa con certezza l'agente Weathers, che è stata inviata dai suoi superiori per comprendere se il progetto Morgan è un successo o un totale fallimento.

Con questi pochi elementi, viene costruito un soggetto a dir poco interessante che, sì potrebbe risultare abbastanza scarno complice anche la poca durata della pellicola (un'ora e trenta), ma che racchiude un senso profondo, una visione del genere umano che - manco a farlo apposta - rimanda un po' ai temi utilizzati dal papà del regista, Ridley Scott, nella sua pellicola Alien e approfonditi poi in Prometheus. Che sia un caso o meno, poco importa, fatto sta che il figlio Luke ha imparato molto dal padre. La regia è impeccabile, la narrazione procede spedita e non annoia. Un plauso va anche per le (poche) scene d'azione presente nel film, le quali evitano di "strafare" rimanendo su dei binari più semplicisti. Il finale, poi, non è affatto telefonato ma qui evito di fare spoiler. Morgan è in fin dei conti un film corto, senza tante pretese, ma che si lascia guardare con delizia e il messaggio lanciato alla conclusione del film (riassumibile in il genere umano è affascinante tanto quanto orribile e manipolatore) dà quel tocco in più. Se forse sto riempiendo di elogi questo film e, una volta visto, pensate che io abbia esagerato, beh... io ammiro Morgan per la capacità di risultare semplice con una struttura narrativa profonda e un'identità tutta sua.

Come ho detto, per me Morgan è a mani basse uno dei film più belli di questo 2016, uno di quei progetti che - una volta tanto - si è saputo vendere grazie ad un utilizzo ponderato dei social media. Ovviamente, il discorso si pone al contrario per quanto riguarda la nostra penisola, il quale film non ha avuto la benché minima considerazione e nei cinema è passato per un singolo giorno. Vabbè. Un'uscita in home video, comunque, è prevista quindi vi consiglio di recuperarla appena possibile (in realtà in digitale sarebbe anche disponibile, ma ancora, noi italiani abbiamo appena cominciato a saper usare i social network, tempo al tempo).

Infine, chiudo con questa "recensione" un po' corta il 2016 dell'Oblivion Bar.
Ho postato decisamente poco, rispetto al 2015, ma è stato un anno frenetico che mi ha permesso comunque, tra alti e bassi, di poter crescere "artisticamente". Sto parlando del mio desiderio di poter scrivere racconti e, se tutto va bene, avrei alcuni progetti per l'anno in entrata che spero di riuscire a mandare in porto. Salvo ripensamenti, sperando non ce ne siano. Quindi, che dire, prendiamoci una pausa tutti insieme, avrò molto da scrivere, leggere, guardare e giocare, ma per il momento la mente è indirizzata al concludere questo anno in fretta. Ai pochi lettori (che spero ce ne siano, lol) auguro un buon fine anno. Ci leggiamo l'anno prossimo!


lunedì 26 dicembre 2016



L'edizione natalizia di Colazione da Bruno dà il via alla trasformazione definitiva di questa "rubrica" che dal recensire esclusivamente film del fu Mattei Bruno passerà a revisionare tutti i b-movie visionati col mio ormai compagno di visioni orribili, Marcello. I film visionati questo Natale sono stati tre, rispettivamente nel seguente ordine: 7 dell'Infinito contro i Mostri Spaziali, House (a.k.a. Hausu) e A Christmas Horror Story. Solitamente, passo a recensire i film nell'ordine di visione ma stavolta farò un'eccezione, andando per gradi di apprezzamento. Iniziamo, quindi, con...

7 dell'Infinito contro i Mostri Spaziali
Possono mai un'ora e venticinque sembrare otto ore? Ho visto questo film e mi sono sentito invecchiare man mano che s'andava avanti. Oddio, che parolone, non va avanti, non va da nessuna parte. Alla fine non ho capito se i mostri spaziali sono i lucertoloni (draghi di comodo ripresi combattere in una riproduzione su scala), le aragoste giganti con le faccie più simpatiche di sempre o i vampiri coi denti usciti dalle buste di patatine... che poi, ma le fanno ancora le patatine con la sorpresa? Non ne vedo in giro da parecchio, mi ricordo che da piccolino ce n'erano un botto, tipo quelle che portavano come sorpresa degli alieni di nonsochematerialeappiccicoso che mia madre odiava tanto. Se sto divagando con altri argomenti è perché è quello che ho fatto durante tutto il film. Se volete la recensione, compratevi Il dizionario dei film brutti a fumetti, Davide La Rosa è riuscito a renderlo più interessante di quello che è, perché davvero è una martellata nei coglioni. Che poi, la genialata è che il film è stato ripreso in parte a colori e in parte su pellicola in bianco e nero non so perché, così che gli sceneggiatori (delle scimmie ammaestrate, senza offesa per tale categoria) hanno pensato di ribadire a più riprese che degli alieni (forse i vampiri, boh non l'ho capito!) hanno installato un dispositivo che altera le tonalità cromatiche nell'atmosfera. Bella la scena in cui un tipo sulla Terra in due minuti scopre come hanno fatto quegli alieni costruendo un dispositivo simile che va ad alterare il filtro della pellicola della scena in cui appare l'attrice a cui sta facendo l'inutile spiegone. Non sto facendo uno sfottò, davvero in quella scena il tipo utilizza l'arma contro la tizia e l'unica "tonalità cromatica dell'atmosfera" che si va a modificare è la singola inquadratura della donna. Tutto sommato, ha l'idea carina di mostrare come sulla Terra non si usi più "fare l'amore come un tempo": i coniugi, infatti, si collegano le sinapsi in dei macchinari. Interessante, davvero, ricorda Demolition Man però comunque i tizi si toccano e si baciano, quindi che cazzo ne so. Come se non bastasse, il film è intervallato da scene tagliate ma sono così tante che viene il dubbio su quanto sia la durata effettiva del film! Poi abbiamo scoperto che nel DVD c'è proprio l'edizione italiana con scene totalmente nuove (prese poi chissà dove) e un montaggio un po' fatto a cazzo di cane perché troppo frenetico però decisamente meno noioso. A quel punto stavamo pensando di praticare l'Harakiri, però avevamo altri due film da vedere, quindi abbiamo desistito. Prossimamente, recensiremo quella versione. Andiamo avanti.

A Christmas Horror Story
Questo, a dire il vero, è stato l'ultimo film da noi visionato, ma come ho detto, si va per indice di gradimento. Questo film è stato il nostro film natalizio (La spada nella roccia e Una poltrona per due ci ha stufato) e decisamente non si può catalogare come film brutto, perché brutto brutto non è. Realizzato bene, con un tema principale veramente figo, inoltre vede la partecipazione speciale di William Shatner! Di cosa parla, insomma? Questo film ha il poster più figo di sempre, Santa Claus contro il Krampus (un demone natalizio) ma questi due sono soltanto due storie separate, perché questa pellicola racchiude ben quattro storie differenti strutturate non ad episodi ma scorre via via col film. Abbiamo una coppia di colore il cui figlio viene posseduto da un troll natalizio, un trio di adolescenti rimasti chiusi nella loro scuola mentre indagano su degli omicidi avvenuti lo scorso Natale, una famiglia che fugge dal Krampus e Babbo Natale alle prese con i suoi folletti tramutati in zombie! Bello, vero? Infatti, la parte di Santa Claus è la più figa di tutte, il resto del film ha alcune trovate interessanti ma non decolla più di tanto. William Shatner è utilizzato piuttosto male (forse se gli avessero dato un copione con più battute), le varie storie sono originali e accattivanti, tranne per la parte dei ragazzi nella scuola che utilizza un tema trito e ritrito. Il trucco del Krampus e la caratterizzazione di Santa Claus sono quelle che mantengono in vita l'interesse, il film di base però rischierebbe di finire nel dimenticatoio se non fosse per quel finale che cambia le carte in tavola. Si sarebbe potuto fare decisamente meglio, ma questo film è stata una bella rivelazione. Consigliato!

Ora, il piatto forte!

House / Hausu
House è il film di debutto di Nobuhiko Obayashi, regista sperimentale giapponese che realizza il capolavoro di una vita. La trama non è necessaria raccontarla, perché quasi fa di contorno e non è neanche interessante: sette ragazze vanno in una casa infestata dove appare un gatto e un fantasma. In realtà, c'è tutta una storia più articolata di così ma chi se ne frega, perché il film va visto per come è stato realizzato. Scene assurde, psichedelico su alcuni punti e trash in altri, lascia nello spettatore delle emozioni contrastanti. All'inizio sembra un film brutto, realizzato male e con delle scene che sfiorano - no, scusate - toccano il ridicolo... ma la cosa bella è che se pur arriva a toccare il fondo, risulta interessante per vedere cos'altro s'è inventato il regista! In venti minuti, il film è già follia pura, in un'ora e trenta il vostro cervello sarà fottuto completamente. Difficile davvero recensire questa pellicola, racchiude veramente troppi elementi, perché non è un film banale, tocca tematiche interessanti e nella narrazione ci sono frammenti di qualcosa di veramente più grosso di quel che sembra, il tutto contornato da una personalità forte, prorompente e diversa. Diversa in ogni campo, ma principalmente diversa per il panorama del cinema giapponese, strizzando l'occhio al cinema americano ma riuscendo a sua volta a diventare qualcosa di più. Tim Burton, quando parla di liberare la creatività deve chiudere la bocca perché è un signor nessuno, Obayashi è in confronto a lui un Dio e questo film ne è la prova vivente. L'intero film riesce a sembrare una continua sequenza onirica e addirittura in certe parti riesce a dare l'impressione di assistere a scene in dormiveglia - presente quando vi svegliate con la TV accesa e non capite esattamente cosa state guardando? Ecco, quella sensazione lì, solo che voi siete svegli e coscienti! Paragono questo film a due pellicole: la prima, è La Casa 2 per l'ambientazione, la storia e la follia da cazzeggio (è stato realizzato comunque prima). La seconda è Eraserhead per il semplice motivo che le emozioni che ho provato sono state molto simili, sebbene indirizzate verso direzioni differenti. Nel film di David Lynch, rimasi inquietato mentre con Obayashi ho riso tutto il tempo, però mi hanno dato entrambe la sensazione di vivere in un sogno, appunto. Poi, vorrei veramente aggiungere altro, ma credo che questo film vada visto per intero e poi giudicato. Scene memorabili: troppe. Voglio solo ricordarlo così:


Ricordate di tenere d'occhio quello scheletro, durante il film.

E dopo questa splendida recensione (scritta e non riletta, quindi non corretta!), Colazione da Bruno ritornerà l'anno prossimo con altre recensioni di film di merda! Un buon 2017 e... va beh, su vi regalo qualche altra perla da Hausu. Ciao!





domenica 11 dicembre 2016



Era il 2014 quando in questo blog rencesii i primi V/H/S, serie di film antologici che racchiudevano dei cortometraggi realizzati da registi emergenti. Ebbene, è il 2016 e ritorno qui a parlare di quel film, non nel complesso ma per il corto che, guarda caso, mi aveva affascinato di più: Amateur Night, che narrava di quattro amici alle prese con un addio al celibato che portate in camera delle escort, una di esse si rivela essere un demone succubus. SiREN è proprio Amateur Night, insomma e vede alla regia non David Bruckner (che comunque resta alla sceneggiatura) ma da un'altra conoscenza della serie V/H/S, Gregg Bishop, che nel terzo film aveva realizzato il corto Dante the Great, il mockumentary sul mago col mantello indemoniato, per intenderci. Insomma, con quest'accoppiata il film resta il giusto mix di quello che erano stati i due film, ma di questo ne parlerò tra le conclusioni!

SiREN, così come nel corto Amateur Night, ha come protagonisti quattro amici, tra cui Jonah che è prossimo al matrimonio, alle prese con un addio al celibato riuscito un po' male. Abbindolato da un tipo losco, il fratello di Jonah spinge tutti ad addentrarsi in una sorta di pub "mobile" (nel senso che non ha mai dimora fissa) e lì fanno la conoscenza di Mr. Nyx e del suo eccentrico club pseudo-satanico. Jonah, inoltre, fa la conoscenza di Lily, nome dato a questa ragazza - riconosicuta da Nyx e i suoi seguaci come "la Lilith" - che con le sue doti canore (come una sirena, appunto) riesce ad ammaliarlo al punto da farsi liberare. Peccato che Nyx l'avesse imprigionata per motivazioni più che giuste. Parte quindi così una caccia al demone succubus (perché quello resta, anche se lo spacciano come una sirena) mentre Jonah tenta la fuga: Lily, infatti, sembra averlo scelto come partner a vita.

Il film è un mix di sensazioni. Si presenta inizialmente come un b-movie, con scene demenziali, come per accattivarsi un pubblico di nicchia, poi però la fotografia e le riprese cambiano e diventa un film abbastanza mediocre, che più dell'essere accattivante non va oltre. L'attrice scelta per interpretare "la Lilith" è sempre Hannah Fierman, che sembra ritagliata apposta per quel ruolo... e per quel trucco! Resta quindi il fascino dell'estetica con cui è stata caratterizzata la demone, ma resta inspiegabile la connotazione da sirena affibbiatole. Per carità, la figura della sirena nella mitologia greca è anche facilmente ricollocabile alla figura del succubus, ma l'aspetto demoniaco e il canto ammaliante sono due qualità che si accostano proprio male, a mio parere, ma vabbè.


In definitiva.
Ritorniamo un attimo al concetto lasciato a metà in introduzione: con l'accoppiata Bruckner/Bishop si arriva al mix esatto di sensazioni che le pellicole presentate da loro in V/H/S e V/H/S: Viral hanno lasciato. Per Amateur Night mi salì il profondo interesse sia per la caratterizzazione del demone che per il mio amore non tanto velato proprio per il succubus, mentre in Dante the Great non ci ho visto assolutamente nulla oltre quell'aria mistica che, per quanto accattivante, restasse fine a sé stessa. Con questo mix, si raggiunge quindi un giudizio negativo: come già detto, il film parte come un b-movie e poi si discosta totalmente, per poi tornare su una vena più tragicomica per raggiungere lo stesso finale del corto da cui è stato estrapolato questo film. L'intero contesto, a livello di trama e introduzione del demone, è dovuto in quanto parliamo di un lungometraggio e non di un corto e, sostanzialmente, può starci ma le modalità di narrazione sono la vera falla di questo film. Una nota negativa anche al cast e alla caratterizzazione dei personaggi. Quest'ultima è a dir poco macchiettistica e anche se voluta, risulta più ridicola che divertente, mentre per la scelta di attori direi che nessuno spicca per doti recitative se non, appunto, l'attrice antagonista e questa soltanto per la sua "presenza scenica" in vesti di demone, insomma andiamo proprio bene. Di contro, ho visto numerose recensioni positive riguardo questo film, a dimostrazione che magari i gusti stavolta potrebbero far davvero la differenza; apprezzo l'horror come fan e ben venga l'ironia, ma ci sono casi e casi e, per me, qui non regge poi molto. Consigliato? Andateci cauti. Potrebbe risultarvi accattivante soltanto la caratterizzazione di Lilith e, secondo me, è l'unica motivazione valida per guardare questo film.