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domenica 30 agosto 2026

Se dovessi dire di aver visto Thelma con la consapevolezza di cosa stessi per andare a guardare, mentirei. Mi aveva attratto la locandina, sapevo poco e niente della trama, non guardo nemmeno i trailer, però, per una visione di un film a cuor leggero mi sono lasciato trasportare e, dovrò essere onesto: mi aspettavo una cacata. E invece...

Thelma è un film del 2024 scritto e diretto da Josh Margolin con quello che è stato il suo lungometraggio di debutto. Il soggetto, sempre da lui stesso ideato, prende spunto dalla sua vita stessa, la vera Thelma, sua nonna. Il film è dedicato proprio a lei e il personaggio di Thelma, interpretato da June Squibb, è ispirato interamente alla sua figura.

La trama, in breve.
Thelma è una simpatica nonnina di 93 anni rimasta vedova e accudita dal nipote Danny. Un giorno, riceve una telefonata presumibilmente dallo stesso nipote, che le dice di essere in carcere e di aver bisogno di diecimila dollari per pagare la cauzione. Thelma, apprensiva, paga questi soldi. E se stavate pensando ad un probabile scam... è esattamente quello che è successo. Indispettita e sentendosi in colpa di quanto accaduto, decide di trovare chi l'ha imbrogliata e riprendersi i soldi. E sì, il film è davvero tutto qui.

Thelma lo classificherei come film d'azione. Un film d'azione senile, per l'appunto, in cui l'azione frenetica è praticamente sostituita da movimenti lenti e impacciati di una novantatreenne. Un film d'azione che sembra voler parodiare il genere ma non lo fa davvero nelle intenzioni. Perché, al di là della gag a-là Mission: Impossible ma con una vecchietta al posto di Ethan Hunt, Thelma non è una roba che vuole essere "la parodia di". È una storia sulla paura di invecchiare, di quella di essere trattati come incapaci e sul desiderio di voler dimostrare di essere padroni della propria vita. Ma soprattutto, è una lettera d'amore di un nipote verso sua nonna, una donna che nonostante la sua età, era ancora capace di stupirsi e trovare meraviglia nel mondo.

Consiglio Thelma per una visione leggera, in cui si riesce sia a ridere che ad essere toccati emotivamente. Personalmente, non è una cosa che succede spesso quando guardo un film da solo, ritrovarmi a ridere ad alta voce. L'ho fatto. E non solo. Mi sono anche commosso, e la vera forza, per me, sta proprio qui. Non nel riuscirci soltanto nel finale, ma per tutta la durata del film, sempre in modo genuino e naturale. D'altronde, come detto, il personaggio di Thelma è ispirato alla vera nonna del regista e, se questo film ha un'anima, è proprio quella della vera Thelma che Margolin ha voluto condividere con noi.

Per concludere, c'è assolutamente da segnalare la presenza di Richard Roundtree, conosciuto per lo storico ruolo di John Shaft. E vedere l'eroe di Shaft interpretare un anziano che ha ormai accettato l'idea di essere invecchiato e di non essere più al suo apice, ha quasi il sapore di un suo ultimo saluto al cinema.

domenica 23 agosto 2026

 


Il sottotitolo di questa recensione potrebbe essere: L'importanza di dover parlare di qualcosa e come toppare nel tentativo.

Hostile è un film del 2017 diretto da Mathieu Turi, genere horror, nazionalità francese. Gli interpreti, o almeno quelli che ci interessa sapere sono Brittany Ashworth nel ruolo di Juliette e Grégory Fitoussi in quello di Jack, i due protagonisti attorno alla quale gira attorno questa insensata tanto problematica storia d'amore. Ma andiamo in ordine, ci saranno spoiler, vi ho avvertiti.

La storia.

Hostile si muove in due linee temporali: quella ambientata in un futuro post-apocalittico e quella precedente agli eventi che hanno portato il mondo al collasso. Nel futuro c'è ben poco da raccontare. Juliette è in giro a fare scorte quando finisce fuori strada, finendo ferita, e braccata da una creatura, probabilmente infetti che infestano questo mondo. Il film spiega a malapena cosa sia successo, ma va bene così perché la vera e propria storia viene raccontata a frammenti ed è tutta ambientata nel passato.
Juliette, in un giorno di pioggia, trova riparo in una galleria d'arte dove incontra Jack, autore della mostra. Dopo uno scambio di battute pessime, i due trovano non si sa come del feeling e finiscono a passare tutta la notte assieme, persino a casa di lui, a parlare senza nemmeno sapere i loro nomi. Juliette, presa da non si sa cosa, scappa via e sembra che i due non siano destinati a incontrarsi mai più. E INVECE. Jack vede Juliette in un ristorante, poi decide di seguirla fino a casa. Quello che scopre (sì, stalkerandola) è che probabilmente Juliette si prostituisce e fa uso di eroina. La storia d'amore si sposta poi al classico del "io ti salverò" e i due finiscono in questa relazione. Fast-forward, mentre Juliette nel futuro cerca di sopravvivere alla creatura, ci viene mostrato che Jack e Juliette hanno preso casa, Jack vuole dei bambini e Juliette, più avanti, dà alla luce un bambino morto.
La tragedia distrugge entrambi, Jack finisce per attribuire la colpa al passato da tossicodipendente di Juliette, sostenendo che sia quella la causa della morte del bambino.
I due si separano, poi un impianto chimico ha una perdita e Jack finisce nel mezzo. Scena dopo, lui in ospedale, l'epidemia è iniziata e presumibilmente è l'ultima volta che si sono visti.
Si ritorna al futuro post-apocalittico dove Juliette riesce infine ad avere la meglio sulla creatura che l'ha inseguita per tutta la notte. Perfetto. Doveva soltanto sopravvivere fino all'alba, quando sarebbero arrivati i soccorsi, e ce l'ha fatta. Invece il film tira fuori una svolta narrativa che lascia piuttosto perplessi: quella creatura è Jack. Ridotto a mostro, si trascina fino a lei, si accascia sul suo petto, Juliette gli sussurra "Jack, ti amo" e i due si sparano all'alba. Fine.

Non penso di averlo spiegato una merda.
Il film è, grosso modo, una merda. Sicuramente c'è di peggio lì fuori, ma la storia è tutta qui. Passiamo alle note dolenti.

La mia considerazione.
Come ho specificato in apertura, il cinema, secondo me, funziona meglio quando usa una storia come pretesto per raccontare altro, che sia una condizione o dinamiche relazionali. In questo caso abbiamo un horror post-apocalittico con mostri e atmosfere alla Mad Max, ma il film sembra voler raccontare soprattutto una storia d'amore. Il problema non è l'idea. Il problema è come viene raccontata.
Ho voluto ripercorrere tutta la trama proprio per evidenziarne le criticità. Riassumiamo il rapporto tra Jack e Juliette: si conoscono, passano una notte insieme senza sapere nemmeno i rispettivi nomi, Juliette sparisce, lui insiste, la ritrova, la segue fino a casa, scopre il suo passato, decide che sarà lui a salvarla, vanno a convivere, desidera un figlio, Juliette perde il bambino e lui finisce per darle la colpa. Come se non bastasse, trasformato in mostro, torna ad attaccarla proprio nel momento in cui lei è più vulnerabile.
Messa così, sembra la storia di un rapporto tossico. E questo, di per sé, non sarebbe nemmeno un problema. Il problema è che il film sembra trattare quella relazione come qualcosa di profondamente romantico, senza fermarsi davvero a riflettere sulle sue dinamiche più problematiche. Di Juliette sappiamo pochissimo al di fuori del suo passato da tossicodipendente e della relazione con Jack; la sua emancipazione, il suo punto di vista e la sua libertà finiscono sempre in secondo piano rispetto al ruolo di lui, convinto di poterla salvare. Più che una storia d'amore, mi è sembrata la classica fantasia del "I can fix her", arrivando a romanticizzare l'insistenza di Jack e sorvolando persino sulla cosa terribile che questo presunto uomo perfetto e romantico dice alla sua "amata" incolpando il suo passato per l'aborto appena avvenuto, appiattendo di fatto il personaggio di lei che, rispondendo all'allontanamento di lui che afferma "devo schiarirmi le idee", afferma dal nulla "devi schiarirti le idee o svuotarti le palle?". Inutile dire che non v'è traccia di una presunta infedeltà di Jack in questo racconto.

In definitiva.
Il problema non è nemmeno scegliere se parlare d'amore o di dipendenza. Il problema è che Hostile sembra voler affrontare entrambe le cose senza approfondirne davvero nessuna. Ne esce un film narrativamente debole, confuso nelle sue intenzioni e incapace di dare forza ai temi che prova a mettere sul tavolo.
Salvo soltanto il trucco della creatura, realizzato davvero molto bene. Per il resto, il mio falegname con trentamila lire la faceva meglio, per citare il trio.

giovedì 20 agosto 2026


Se un film potesse essere premiato per la semplicità, Strange Darling vincerebbe a mani basse. E non è una cosa negativa. Scritto e diretto da JT Mollner, Strange Darling è un film del 2023 che ha una trama così semplice che si potrebbe riassumere in: una donna sta scappando da un uomo che la vuole uccidere. Tutto qui. Nient'altro.

O meglio, c'è assolutamente dell'altro, ma l'incipit è già di per sé quanto basta per far capire che dietro Strange Darling c'è un lavoro così semplice che dire qualsiasi altra cosa è superfluo. Il montaggio fa la differenza, il modo in cui è narrato pure. Una storia in sei capitoli raccontati fuori ordine cronologico per un'ora e mezza di film che, poco alla volta, rivela qualche informazione in più che fino alla fine fa chiedere allo spettatore "ok, ma come diavolo ci siamo arrivati qui?". Potente. Ben fatto. La dimostrazione che la semplicità è la chiave vincente. Perché, se fosse stato raccontato dal capitolo 1 al capitolo 6 in ordine cronologico, ci si accorgerebbe che è di una semplicità unica. Il punto forte è proprio quella narrazione frammentata che riesce a mantenere viva l'attenzione.

I due attori protagonisti sono Willa Fitzgerald (la Donna) e Kyle Gallner (il Demone), nomi che già lasciano intendere quanto il film scelga di presentarci i suoi personaggi in maniera essenziale, quasi archetipica. Strange Darling è la dimostrazione che si può costruire un thriller anche partendo da una storia che di intricato non ha nulla, il mistero è solo dietro la struttura narrativa. È il punto di vista dello spettatore, il pregiudizio se vogliamo, e la capacità narrativa di offrire ogni volta il punto di vista dell'uno e dell'altro nel tentativo di fottere lo spettatore e lasciarlo con degli interrogativi.

Ma non c'è da elogiarne soltanto la struttura narrativa, la prova attoriale non è da meno. Willa Fitzgerald è magistrale, in questo ruolo. I suoi ultimi cinque minuti sullo schermo sono da brividi, per citare un mio amico attore "è il riassunto del lavoro attoriale di chi sa fare il mestiere". Quando vedrete il film sfido chiunque a non essere d'accordo.

Strange Darling è, per me che ho la passione per la scrittura, una fonte di ispirazione, qualcosa da cui si può solamente attingere e imparare. Perché le idee semplici sono le più forti, bisogna solo saperle raccontare.


Un film di cui mi preme tantissimo parlare è Colossal, scritto e diretto da Nacho Vigalondo con protagonisti Anne Hathaway e Jason Sudeikis. Uscito nel 2016, il film ha avuto un budget di 15 milioni e ne ha incassati solo 4 e mezzo, non proprio un successone. Ma non stiamo troppo a guardare gli incassi, di quelli a me frega ben poco. Colossal è uno di quei film che a mio parere meritano almeno una visione all'anno, non perché sia un film di quelli che cambiano la vita, ma perché rappresenta una piacevole boccata d'aria fresca in un panorama cinematografico ormai saturo di franchise, remake e sequel. Un soggetto originale, divertente e capace di usare una premessa assurda per raccontare qualcosa di profondamente umano.

La trama, in breve.
Gloria è una ragazza disoccupata, festaiola e con problemi di alcolismo. Dopo essere stata lasciata e cacciata di casa dal suo ragazzo, Tim, torna nella casa in cui è cresciuta, nel suo paese natale, dove riallaccia i rapporti con Oscar, un vecchio amico d'infanzia. Contemporaneamente, un evento soprannaturale sconvolge il mondo: ogni giorno alle 20:03 un gigantesco kaiju compare a Seoul. In qualche modo, però, quel mostro sembra essere collegato proprio a Gloria. Come? Quello lo lascio scoprire a voi.


L'idea alla base di Colossal è una delle più originali che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Molti film sui kaiju hanno utilizzato mostri e robottoni come metafora di paure collettive o questioni politiche e sociali: basti pensare alla paura del nucleare che ha dato origine a Godzilla o alle letture sul colonialismo di Mothra. Colossal, invece, sceglie una strada diversa. Il mostro non è semplicemente una minaccia da abbattere né il pretesto per mettere in scena una guerra tra eserciti. Diventa il riflesso dei suoi protagonisti.
È proprio qui che il film riesce a sorprendere. Attraverso questa premessa surreale, Vigalondo racconta dipendenza, manipolazione, bisogno di controllo, fragilità emotiva, senso di colpa e autodistruzione. Il legame tra Gloria e il kaiju non serve tanto a spiegare un mistero, quanto a mettere la protagonista davanti alle conseguenze delle proprie azioni e ai suoi demoni interiori. Senza rinunciare all'umorismo e all'assurdità della situazione, Colossal parla più di persone che di mostri. E il finale? Non voglio spoilerare nulla, ma è qualcosa che non tradisce il tono e quanto raccontato fino a quel momento.

In un periodo in cui il cinema d'intrattenimento tende spesso a riproporre formule già viste, Colossal riesce ancora oggi a distinguersi. Non so dirvi se sia uno di quei film destinati a cambiarvi la vita. So però che è uno di quei titoli che, quando non so cosa guardare, rimetto volentieri senza pensarci due volte.

In conclusione.
Negli ultimi anni gli americani, col MonsterVerse, hanno anche rotto tre quarti di minchia. Anche il Giappone continua giustamente a reinventare Godzilla, ma il rischio di vedere sempre le stesse dinamiche è dietro l'angolo, che siano monologhi politici o scazzottate tra mostri. Colossal, invece, prende un genere che sembrava aver detto tutto e lo piega a qualcosa di completamente diverso. Non rinuncia al divertimento, non rinuncia ai kaiju, ma li usa per raccontare persone, relazioni e fragilità.

E per questo, almeno secondo me, resta un piccolo gioiello ingiustamente sottovalutato.

Buona visione

mercoledì 19 agosto 2026

Prima di partire, qualche riga per celebrare il mio ritorno (spero di nuovo più attivo) tra le pagine di questo blog. Devo dire che mi è mancato. Porto dietro tanti ricordi, sono passati ormai otto anni dall'ultimo post, "periodi belli di una volta" in cui avevo tanto tempo libero e tanto più desiderio di scovare film quasi sconosciuti e la santissima pazienza di guardarmi film atrocemente brutti, di quelli che se li guardi un giovane regista muore (grazie al cielo non ho mai ucciso Ari Aster).

Tante cose sono successe, dal 2018. Una pandemia, il dominio dei governi di destra in gran parte del mondo, Donald Trump, l'ascesa delle IA e l'apice e la caduta (per fortuna) del "cinema" Marvel. Anche i miei gusti sono cambiati. E spero di non essere tanto arrugginito nella stesura di una recensione.

E qui mi ricollego ai gusti. Sì, non sono quelli di otto anni fa. Ma sarebbe stato un ritonro in grande stile recensendo l'Odissea di Christopher Nolan? Col cazzo! Tra le tante cose che amo, in questo mondo, i dinosauri e i viaggi nel tempo occupano sicuramente i primi posti. Ce ne sarebbe una terza, che fortunatamente il film che andrò a recensire ha: Anne Hathaway. Ma i dinosauri, gente, hanno sempre un posto nel mio cuore.


In una stagione estiva stranamente ricca (almeno in Italia) di gran bei film nel palinsesto cinematografico, la mia curiosità, per i motivi sopra citati, è caduta su La Fine di Oak Street, film scritto e diretto da David Robert Mitchell. Un film senza tante pretese, se non per gridare davanti allo schermo "cazzo, guarda, uno stegosauro!". Mitchell è arrivato al grande pubblico dopo il tanto apprezzato It Follows, teen horror cupo - una roba completamente diversa da questa qua - e sicuramente ha avuto la possibilità di poter mettere su un potenziale blockbuster visti alcuni fattori: un budget che si aggira attorno ai 90 milioni di dollari, un cast non proprio di seconde scelte (Ewan McGregor e Anne Hathaway) e, ovviamente, i dinosauri che quelli non stancano mai. Ma se ne è valsa la pena, ci arriviamo con calma.

Partiamo con una breve panoramica, senza dilungarci troppo.
Siamo nel 1982. I Platt vengono presentati come una tipica famiglia borghese, peccato però che sin dall'inizio vengono mostrate delle crepe. Greg e Denise sembrano avere problemi e cercano di tenere all'oscuro i propri figli, Audrey e Brian, di tali tensioni. Greg fa il fattorino delle pizze, Denise scrive segretamente un romanzo nello scantinato. I figli, fanno cose da figli: Brian ha problemi con i bulli e ama alla follia il suo cane, Audrey è appassionata di scienze e non vede l'ora di andare al college. Dopo questa premessa, dei wormhole si manifestano in tutto il quartiere e tutta Oak Street (dove è ambientato il film) viene catapultato nel Mesozoico. E da qui in poi, I DINOSAURI!

La trama è pressoché semplice e lineare. Come ho già detto, sembra non avere tante pretese nonostante provi a mettere della carne a cuocere approfittando dell'intrattenimento per poter parlare di altro, in questo caso le tensioni familiari. Ho detto "prova", perché la tematica c'è, ma non è chissà quanto esplorata. Sembra quasi buttata lì per darci qualcosa da raccontare mentre vediamo un po' di gente inseguita e sbranata dai Coelophysis (qualcuno aveva pensato Velociraptor, e invece no).
La cosa indubbiamente più apprezzabile del film, è l'accuratezza scientifica - e qui parte il mio lato edonista. Sopra ho specificato che vengono spediti nel Mesozoico, non è che il film ce lo dica, ma ce lo fa capire con le specie di dinosauri che vengono mostrati (per i più curiosi, su Dinopedia c'è una sezione dedicata ai dinosauri presenti nel film) e, ovviamente, c'è anche una accuratezza sulla ricostruzione anatomica secondo le attuale conoscenze dei dinosauri - con piume, alcuni peli, eccetera.

Insomma, da un lato, The End of Oak Street ha qualcosa che mi fa godere e mi avrebbe potuto addirittura portato a mandare a quel paese Jurassic Park per il semplice gusto di dire una cosa controcorrente e inimicarmi amici e parenti alle cene, ma dall'altra... eh. Una grandissima occasione sprecata.

Non voglio fare il nerd della situazione, ma quando si toccano i viaggi nel tempo, ci sono alcune regole da seguire. E se fai di testa tua, per darci il finale confettoso e felice, bisogna prendersi la responsabilità di andare fino in fondo con le proprie scelte di trama e almeno mostrare le conseguenze di alcune azioni. Stiamo parlando del finale. Mi presenti questa situazione come una sorta di loop temporale, ma quello che mi mostri genera una contraddizione che il film non risolve. Se mi crei un paradosso, devi spiegarlo bene e andare fino in fondo alla questione. Non uno spiegone, anche una semplice scena - magari una di quelle post-credit che vanno tanto di moda negli ultimi vent'anni. Ma ho come l'impressione che questo grandissimo buco di trama sia la diretta conseguenza del "lieto fine" che ci hanno propinato. Forse un film con un budget medio-alto ha alle spalle i classici produttori che non capiscono una mazza e fanno fare scelte discutibili ai registi. Congetture. Chi può dirlo. Fatto sta che il film intrattiene fin quando non arriva a quel finale che lascia più interrogativi che risposte. E pensare che io stavo accettando senza alcun problema la presenza random di un wormhole in Nord-America. Vabbè.

In conclusione.
Reputo La Fine di Oak Street un'enorme occasione sprecata. Il potenziale per diventare un piccolo cult, magari nel futuro, ce l'aveva, ma viene sfumato per essersi misurato poco la palla e non essere andato fino in fondo con quel tono scanzonato e sopra le righe, che è comunque presente per metà del film. Sfido Spielberg a mostrare dei dinosauri chiavare e cacare sul grande schermo. Mitchell l'ha fatto. E ha anche messo in scena scene atroci, in cui vediamo i nostri protagonisti scappare mentre attorno a loro la gente viene sbranata e muore in maniera violenta. E poi ha l'umorismo, quello che funziona però. Ha due attori bravissimi e che funzionano tantissimo insieme... peccato per quel finale. Un finale che è capace di far tirare fuori anche altre critiche, forse pure peggiori. Sto parlando di sottotrame inutili (Brian con i bulli, Audrey completamente inutile, Jeanette a che diavolo servivi?) e quel pretesto di raccontare dinamiche familiari che non va da nessuna parte se non verso un finale inutilmente zuccheroso, o meglio, costruito molto superficialmente.
Sì, tutta colpa di aver creato un paradosso temporale anziché un loop. Fino a un attimo prima ridevo per un Camarasauro cacare e mi emozionavo per la coda di un Ankylosauro (nella top 3 dei miei dino preferiti) e quello dopo, mi innervosivo perché la sospensione dell'incredulità era finita per aver creato un finale senza senso.

Voto finale: Peccato.
Il film aveva creato delle regole narrative abbastanza solide da farmi accettare qualsiasi stronzata, poi le ha violate proprio per arrivare al lieto fine.

sabato 2 dicembre 2017



Dopo mesi di silenzio, dovuta anche agli impegni portati dalla sponsorizzazione del mio libro (nel caso ve lo foste perso), torno a parlare di film horror tra le pagine dell'Oblivion Bar.
Seppur nei mesi passati non ho disdegnato l'interesse verso film più a portata di mano, come The Bye Bye Man o Auguri per la tua morte, la mia attenzione ricade sempre verso quei film apparentemente di nicchia, dico apparente perché Verónica tanto di nicchia non è, o almeno trovati un po' a caso e non distribuiti in Italia.
Il film di cui andrò a parlare oggi è di origine spagnola, scritto e diretto da Paco Plaza, conosciuto dai più per la trilogia di [REC] e, diciamocelo, già affermato regista di qualità. Come al solito, la mia recensione non vuole essere troppo pretenziosa - ribadiamo che sono le opinioni di un semplice appassionato e non di un cinefilo con vasta conoscenza del settore. Chiarito questo, passiamo alla consueta presentazione della pellicola.

Il film si apre con la premessa che i fatti narrati sono tratti da una storia vera, almeno secondo il rapporto di un ispettore incaricato ad indagare ad uno dei misteriosi omicidi avvenuti nel 1991 in un quartiere di Madrid. Verónica è una quindicenne che vive sola con le sue due sorelle gemelle e il fratello minore, cui accudisce in quanto la madre è perennemente occupata a lavorare nel bar di sua gestione. Durante una giornata di scuola, all'insaputa delle suore, organizza con le sue amiche una sessione spiritica con una tavola Ouija per parlare con il suo padre, deceduto anni prima, ma qualcosa va storto ed evocano una oscura presenza che s'insidierà nella vita di Verónica.

Detto così, sembra la tipica trama scontata, trita e ritrita nel genere horror.
Forse un po' lo è, ma Verónica sa bene distinguersi dalla massa innanzitutto per una regia impeccabile e ben curata, così come la fotografia, e da un cast sì composto da ragazzine alcune addirittura al loro debutto, ma veramente capaci (soprattutto una delle due gemelle, nella scena finale... da brividi). Ma il punto di forza di Verónica qual è, a mio avviso? Il fulcro centrale della narrazione, il non soffermarsi alla semplicistica visione "ragazzine vivono con degli spiriti nella casa/t'oh, un jumpscare", ma il volersi soffermare sull'aspetto psicologico della protagonista. Qui mi verrebbe da spoilerare il finale, ma no... non lo farò, sebbene abbia una gran voglia di parlarne.

In definitiva.
Verónica è un film horror che fa onore al genere. Ben strutturato, anche se con qualche pecca di esecuzione nel finale (ahimè, non è perfetto) ma una introspezione psicologica che salva l'intero lavoro, rendendolo interessante, nonché coinvolgente sia perché i personaggi sono scritti veramente bene, sia grazie alle eccellenti interpretazioni degli attori coinvolti. Verónica, in sostanza, parla dei deliri adolescenziali di una quindicenne intrappolata in un mondo di fantasia perché non ancora cresciuta del tutto, indicherei anche una sottile critica sociale che sono riuscito a ricondurre solo grazie ad una intervista fatta al regista che, anziché riportare, preferisco rimandare al link.

Un 2017 più che buono per l'horror, che di base è un genere abbastanza bistrattato, ma che grazie a registi come in questo caso Paco Plaza, si sta riscattando a dovere. L'horror visto da un'ottica più introspettiva, interiorizzato, che tratta il paranormale non come banalissimo espediente per regalare jumpscare gratuiti ma per narrare effettivamente qualcosa (qui il passaggio all'età adolescenziale) è il genere di horror che a me piace e di cui penso la cinematografia abbia bisogno. Più volte ci siamo ritrovati davanti a film horror che sanno spaventare, addirittura anche risultare divertenti, ma film che raccontano qualcosa negli ultimi tempi sembravano davvero essere rari.

Se dovessi dare un voto a Veronica, darei un 8/10 perché penalizzato da un finale che, secondo me, è stato eseguito male nonostante fosse azzeccato e sensato. Un peccato, perché per me sarebbe stato un 10 pieno. Consigliatissimo, da vedere agli appassionati del genere sicuramente, allo spettatore occasionale sperando non sia tra quelli così esigenti da non sapere neanche quali siano le proprie esigenze.

domenica 8 gennaio 2017


Proprio qualche giorno fa, discutevo con un amico sull'utilità dei remake hollywoodiani di film stranieri, per lo più asiatici. Uno di questi, è il più conosciuto tra tutti e a più riprese gli americani hanno tentato di riproporre in chiave anglosassone e con un punto di vista puramente "all'americana" il famosissimo quanto mostruoso Godzilla. Ci hanno provato nel 1997 e fu un fallimento (se non come incassi, come rappresentazione fedele) mentre nel 2014 ci fu un riavvicinamento al concetto Godzillesco giapponese... ma ancora, non c'eravamo. Nel 2016, il Giappone ha deciso di replicare alle americanate mostrando a tutti come si realizzi un film su Godzilla, distribuendo nelle sale Shin Godzilla (o Godzilla Resurgence, in lingua inglese), un vero e proprio reboot della saga nonché film numero 30 dedicato al mostro più famoso del mondo. Il film è scritto da Hideaki Anno (noto ai più come la mente dietro l'anime Neon Genesis Evangelion) che ne cura anche la regia insieme a Shinji Higuchi.

La storia di Godzilla non è propriamente da presentare. Essendo questo un reboot, non andremo a vedere lotte tra kaiju o Godzilla l'eroe, bensì la prima apparizione del mostro che semina distruzione in quel di Tokyo col Governo nipponico che cerca a tutti i costi una soluzione al problema. Un problema che si trovano ad affrontare per la prima volta, per l'appunto, senza nemmeno andare troppo in là con la fantasia. La particolarità di questa pellicola, è proprio il realismo con cui vengono mostrate il rapporto della burocrazia e dei militari di fronte al problema. Un film molto parlato, quasi difficile da starci dietro (2 ore di film) ma che ovviamente non disdegna le parti con il mostro. Un mostro che, così come il Godzilla di Gareth Edwards, viene mostrato poco dandoci la massima concentrazione sui personaggi alle prese con la crisi.

Ma se il Godzilla americano e questo presentano le stesse dinamiche, dov'è la differenza?
Mettiamola così, non sono amante dei paragoni, specie se forzati, ma qui è doveroso. Il film della Legendary Pictures aveva dal canto suo una forte morale ambientalista ma aveva come pecca il volersi soffermare troppo su dei personaggi con zero caratterizzazione e buttarci in mezzo un sentimentalismo tipico degli anglosassoni che sarebbe anche stato sopportabile, se Godzilla non fosse apparso per 20 minuti scarsi in 2 ore di film. Un altro punto di forza, era la caratterizzazione del mostro, abbastanza fedele e che "faceva la sua bella figura", ma nel complesso, risultò come un film noioso e poco avvincente nonché con tanti (troppi) plot holes. Il Godzilla di Anno e Higuchi ha anch'esso come protagonisti dei personaggi poco caratterizzati ma se non altro funzionali alla trama: c'è un mostro che sta distruggendo Tokyo, loro sono lì per trovare una soluzione. È vero, è un film troppo parlato e dopo un'ora la pesantezza si fa sentire, ma che non si venga a dire che sia fine a sé stessa. Innanzitutto, il mostro appare con un rapporto di minutaggio maggiore rispetto alla pellicola americana, quando poi la sua realizzazione mista tra CGI e stop motion rende la sua caratterizzazione grottesca quanto più imponente. Stiamo comunque parlando anche del Godzilla più gigante della storia, con i suoi 118 metri (quello americano era di 108). Una produzione mostruosa, quindi, che ben si sposa con la storia cinematografica di Godzilla, anche per la cura nel complesso della pellicola - con addirittura un occhio di riguardo per il reparto sonoro, andando a ripescare il montaggio sonoro della pellicola originale! Un lavoro decisamente meno complesso ma più curato e fedele, rispetto al film di Edwards, ma questo si potrebbe già intuire in quanto Godzilla è pur sempre di nazionalità giapponese. Nel complesso, con questo reboot i giapponesi hanno mostrato agli americani come si fa un film su Godzilla, facendo addirittura un lavoro migliore.

In definitiva.
Credo di aver già detto tutto. Il paragone forzato, forse, stona un po' con una recensione che, di base, dovrebbero tutte essere fatte in maniera imparziale e senza andare a far paragoni. Ma tant'è, qui trattandosi di un reboot e di una rivisitazione moderna era quasi inevitabile farlo, soprattutto se pensiamo che sia realizzato soltanto due anni dopo l'uscita del film americano... e che durante il film, i personaggi lanciano giusto alcune frecciatine (del tipo "imparate da questo, USA"), quindi non è stata sicuramente una scelta a caso. Ad ogni modo, il film ha diverse trovate che vanno a differenziarsi parecchio dal concetto di Godzilla iniziale: innanzitutto, qui Godzilla è capace di evolversi autonomamente a più riprese, durante lo svolgimento del film e, a differenza di come ci veniva proposto da una decina d'anni a questa parte, viene mostrato nuovamente come il mostro e non come l'eroe, pur mantenendone le sue origini invariate. Il messaggio, a sua volta, non è ambientalista ma ce n'è traccia se pur in minima parte, ma è più concentrata sulla situazione politica/burocratica giapponese andando poi a far riferimento alla situazione post-Hiroshima riproponendo uno scenario più o meno simile (inevitabile, se parliamo del Godzilla nipponico). Tutto sommato, un film che si lascia guardare sebbene dopo un'ora di dialoghi si inizi a sbadigliare col rischio di perdersi addirittura dei passaggi importanti - vedetelo con molta attenzione, quando saprete che riuscirete a reggerlo, un film dove per il 98% sono solo ed esclusivamente dialoghi tra politici, scienziati e diplomatici.

A tal proposito, vi segnalo che il film verrà doppiato e distribuito anche in Italia, arrivando nelle nostre sale in una data imprecisata alla metà del 2017 ma per un giorno soltanto. Se ne siete incuriositi, dunque, vi invito a restare in attesa e di controllare. Shin Godzilla è sia un pretesto per far vedere agli americani come si realizzi un film su Godzilla che un ottimo film, realizzato egregiamente. E nel caso avessi scordato di dirlo: qui Godzilla, nei suoi 118.5 metri, è più cazzuto che mai!


venerdì 30 dicembre 2016



Come già detto più volte tra queste pagine, il 2016 ha regalato un bel po' di bei film. C'è chi parla di Dr. Strange o Rogue One, ma ringraziando il cielo la scelta è vasta e il film di cui andrò a parlare non è di certo stato molto chiacchierato, nonostante una campagna virale sul web capace di attirare l'attenzione. Sto parlando di Morgan, film che vede il debutto alla regia di Luke Scott, figlio d'arte del già conosciuto e pluripremiato Ridley. Il film, che si basa sulla sceneggiatura di Seth W. Owen, è di genere fantascientifico e vede come protagoniste Kate Mara nel ruolo dell'agente Lee Weathers e Anya Taylor-Joy in quello di Morgan.

Pubblicizzato nei social media con l'hashtag #WhatIsMorgan, il tema centrale di questa storia è proprio questo: capire cosa è Morgan. L'interrogativo, tuttalpiù, se lo pone lo spettatore mentre l'intero cast del film sa già la risposta. Lo sanno l'equipe di scienziati che vivono con Morgan in una casa di campagna (adiacente ad un bunker dov'è rinchiuso il soggetto che porta il titolo del film) e lo sa con certezza l'agente Weathers, che è stata inviata dai suoi superiori per comprendere se il progetto Morgan è un successo o un totale fallimento.

Con questi pochi elementi, viene costruito un soggetto a dir poco interessante che, sì potrebbe risultare abbastanza scarno complice anche la poca durata della pellicola (un'ora e trenta), ma che racchiude un senso profondo, una visione del genere umano che - manco a farlo apposta - rimanda un po' ai temi utilizzati dal papà del regista, Ridley Scott, nella sua pellicola Alien e approfonditi poi in Prometheus. Che sia un caso o meno, poco importa, fatto sta che il figlio Luke ha imparato molto dal padre. La regia è impeccabile, la narrazione procede spedita e non annoia. Un plauso va anche per le (poche) scene d'azione presente nel film, le quali evitano di "strafare" rimanendo su dei binari più semplicisti. Il finale, poi, non è affatto telefonato ma qui evito di fare spoiler. Morgan è in fin dei conti un film corto, senza tante pretese, ma che si lascia guardare con delizia e il messaggio lanciato alla conclusione del film (riassumibile in il genere umano è affascinante tanto quanto orribile e manipolatore) dà quel tocco in più. Se forse sto riempiendo di elogi questo film e, una volta visto, pensate che io abbia esagerato, beh... io ammiro Morgan per la capacità di risultare semplice con una struttura narrativa profonda e un'identità tutta sua.

Come ho detto, per me Morgan è a mani basse uno dei film più belli di questo 2016, uno di quei progetti che - una volta tanto - si è saputo vendere grazie ad un utilizzo ponderato dei social media. Ovviamente, il discorso si pone al contrario per quanto riguarda la nostra penisola, il quale film non ha avuto la benché minima considerazione e nei cinema è passato per un singolo giorno. Vabbè. Un'uscita in home video, comunque, è prevista quindi vi consiglio di recuperarla appena possibile (in realtà in digitale sarebbe anche disponibile, ma ancora, noi italiani abbiamo appena cominciato a saper usare i social network, tempo al tempo).

Infine, chiudo con questa "recensione" un po' corta il 2016 dell'Oblivion Bar.
Ho postato decisamente poco, rispetto al 2015, ma è stato un anno frenetico che mi ha permesso comunque, tra alti e bassi, di poter crescere "artisticamente". Sto parlando del mio desiderio di poter scrivere racconti e, se tutto va bene, avrei alcuni progetti per l'anno in entrata che spero di riuscire a mandare in porto. Salvo ripensamenti, sperando non ce ne siano. Quindi, che dire, prendiamoci una pausa tutti insieme, avrò molto da scrivere, leggere, guardare e giocare, ma per il momento la mente è indirizzata al concludere questo anno in fretta. Ai pochi lettori (che spero ce ne siano, lol) auguro un buon fine anno. Ci leggiamo l'anno prossimo!


lunedì 26 dicembre 2016



L'edizione natalizia di Colazione da Bruno dà il via alla trasformazione definitiva di questa "rubrica" che dal recensire esclusivamente film del fu Mattei Bruno passerà a revisionare tutti i b-movie visionati col mio ormai compagno di visioni orribili, Marcello. I film visionati questo Natale sono stati tre, rispettivamente nel seguente ordine: 7 dell'Infinito contro i Mostri Spaziali, House (a.k.a. Hausu) e A Christmas Horror Story. Solitamente, passo a recensire i film nell'ordine di visione ma stavolta farò un'eccezione, andando per gradi di apprezzamento. Iniziamo, quindi, con...

7 dell'Infinito contro i Mostri Spaziali
Possono mai un'ora e venticinque sembrare otto ore? Ho visto questo film e mi sono sentito invecchiare man mano che s'andava avanti. Oddio, che parolone, non va avanti, non va da nessuna parte. Alla fine non ho capito se i mostri spaziali sono i lucertoloni (draghi di comodo ripresi combattere in una riproduzione su scala), le aragoste giganti con le faccie più simpatiche di sempre o i vampiri coi denti usciti dalle buste di patatine... che poi, ma le fanno ancora le patatine con la sorpresa? Non ne vedo in giro da parecchio, mi ricordo che da piccolino ce n'erano un botto, tipo quelle che portavano come sorpresa degli alieni di nonsochematerialeappiccicoso che mia madre odiava tanto. Se sto divagando con altri argomenti è perché è quello che ho fatto durante tutto il film. Se volete la recensione, compratevi Il dizionario dei film brutti a fumetti, Davide La Rosa è riuscito a renderlo più interessante di quello che è, perché davvero è una martellata nei coglioni. Che poi, la genialata è che il film è stato ripreso in parte a colori e in parte su pellicola in bianco e nero non so perché, così che gli sceneggiatori (delle scimmie ammaestrate, senza offesa per tale categoria) hanno pensato di ribadire a più riprese che degli alieni (forse i vampiri, boh non l'ho capito!) hanno installato un dispositivo che altera le tonalità cromatiche nell'atmosfera. Bella la scena in cui un tipo sulla Terra in due minuti scopre come hanno fatto quegli alieni costruendo un dispositivo simile che va ad alterare il filtro della pellicola della scena in cui appare l'attrice a cui sta facendo l'inutile spiegone. Non sto facendo uno sfottò, davvero in quella scena il tipo utilizza l'arma contro la tizia e l'unica "tonalità cromatica dell'atmosfera" che si va a modificare è la singola inquadratura della donna. Tutto sommato, ha l'idea carina di mostrare come sulla Terra non si usi più "fare l'amore come un tempo": i coniugi, infatti, si collegano le sinapsi in dei macchinari. Interessante, davvero, ricorda Demolition Man però comunque i tizi si toccano e si baciano, quindi che cazzo ne so. Come se non bastasse, il film è intervallato da scene tagliate ma sono così tante che viene il dubbio su quanto sia la durata effettiva del film! Poi abbiamo scoperto che nel DVD c'è proprio l'edizione italiana con scene totalmente nuove (prese poi chissà dove) e un montaggio un po' fatto a cazzo di cane perché troppo frenetico però decisamente meno noioso. A quel punto stavamo pensando di praticare l'Harakiri, però avevamo altri due film da vedere, quindi abbiamo desistito. Prossimamente, recensiremo quella versione. Andiamo avanti.

A Christmas Horror Story
Questo, a dire il vero, è stato l'ultimo film da noi visionato, ma come ho detto, si va per indice di gradimento. Questo film è stato il nostro film natalizio (La spada nella roccia e Una poltrona per due ci ha stufato) e decisamente non si può catalogare come film brutto, perché brutto brutto non è. Realizzato bene, con un tema principale veramente figo, inoltre vede la partecipazione speciale di William Shatner! Di cosa parla, insomma? Questo film ha il poster più figo di sempre, Santa Claus contro il Krampus (un demone natalizio) ma questi due sono soltanto due storie separate, perché questa pellicola racchiude ben quattro storie differenti strutturate non ad episodi ma scorre via via col film. Abbiamo una coppia di colore il cui figlio viene posseduto da un troll natalizio, un trio di adolescenti rimasti chiusi nella loro scuola mentre indagano su degli omicidi avvenuti lo scorso Natale, una famiglia che fugge dal Krampus e Babbo Natale alle prese con i suoi folletti tramutati in zombie! Bello, vero? Infatti, la parte di Santa Claus è la più figa di tutte, il resto del film ha alcune trovate interessanti ma non decolla più di tanto. William Shatner è utilizzato piuttosto male (forse se gli avessero dato un copione con più battute), le varie storie sono originali e accattivanti, tranne per la parte dei ragazzi nella scuola che utilizza un tema trito e ritrito. Il trucco del Krampus e la caratterizzazione di Santa Claus sono quelle che mantengono in vita l'interesse, il film di base però rischierebbe di finire nel dimenticatoio se non fosse per quel finale che cambia le carte in tavola. Si sarebbe potuto fare decisamente meglio, ma questo film è stata una bella rivelazione. Consigliato!

Ora, il piatto forte!

House / Hausu
House è il film di debutto di Nobuhiko Obayashi, regista sperimentale giapponese che realizza il capolavoro di una vita. La trama non è necessaria raccontarla, perché quasi fa di contorno e non è neanche interessante: sette ragazze vanno in una casa infestata dove appare un gatto e un fantasma. In realtà, c'è tutta una storia più articolata di così ma chi se ne frega, perché il film va visto per come è stato realizzato. Scene assurde, psichedelico su alcuni punti e trash in altri, lascia nello spettatore delle emozioni contrastanti. All'inizio sembra un film brutto, realizzato male e con delle scene che sfiorano - no, scusate - toccano il ridicolo... ma la cosa bella è che se pur arriva a toccare il fondo, risulta interessante per vedere cos'altro s'è inventato il regista! In venti minuti, il film è già follia pura, in un'ora e trenta il vostro cervello sarà fottuto completamente. Difficile davvero recensire questa pellicola, racchiude veramente troppi elementi, perché non è un film banale, tocca tematiche interessanti e nella narrazione ci sono frammenti di qualcosa di veramente più grosso di quel che sembra, il tutto contornato da una personalità forte, prorompente e diversa. Diversa in ogni campo, ma principalmente diversa per il panorama del cinema giapponese, strizzando l'occhio al cinema americano ma riuscendo a sua volta a diventare qualcosa di più. Tim Burton, quando parla di liberare la creatività deve chiudere la bocca perché è un signor nessuno, Obayashi è in confronto a lui un Dio e questo film ne è la prova vivente. L'intero film riesce a sembrare una continua sequenza onirica e addirittura in certe parti riesce a dare l'impressione di assistere a scene in dormiveglia - presente quando vi svegliate con la TV accesa e non capite esattamente cosa state guardando? Ecco, quella sensazione lì, solo che voi siete svegli e coscienti! Paragono questo film a due pellicole: la prima, è La Casa 2 per l'ambientazione, la storia e la follia da cazzeggio (è stato realizzato comunque prima). La seconda è Eraserhead per il semplice motivo che le emozioni che ho provato sono state molto simili, sebbene indirizzate verso direzioni differenti. Nel film di David Lynch, rimasi inquietato mentre con Obayashi ho riso tutto il tempo, però mi hanno dato entrambe la sensazione di vivere in un sogno, appunto. Poi, vorrei veramente aggiungere altro, ma credo che questo film vada visto per intero e poi giudicato. Scene memorabili: troppe. Voglio solo ricordarlo così:


Ricordate di tenere d'occhio quello scheletro, durante il film.

E dopo questa splendida recensione (scritta e non riletta, quindi non corretta!), Colazione da Bruno ritornerà l'anno prossimo con altre recensioni di film di merda! Un buon 2017 e... va beh, su vi regalo qualche altra perla da Hausu. Ciao!





domenica 11 dicembre 2016



Era il 2014 quando in questo blog rencesii i primi V/H/S, serie di film antologici che racchiudevano dei cortometraggi realizzati da registi emergenti. Ebbene, è il 2016 e ritorno qui a parlare di quel film, non nel complesso ma per il corto che, guarda caso, mi aveva affascinato di più: Amateur Night, che narrava di quattro amici alle prese con un addio al celibato che portate in camera delle escort, una di esse si rivela essere un demone succubus. SiREN è proprio Amateur Night, insomma e vede alla regia non David Bruckner (che comunque resta alla sceneggiatura) ma da un'altra conoscenza della serie V/H/S, Gregg Bishop, che nel terzo film aveva realizzato il corto Dante the Great, il mockumentary sul mago col mantello indemoniato, per intenderci. Insomma, con quest'accoppiata il film resta il giusto mix di quello che erano stati i due film, ma di questo ne parlerò tra le conclusioni!

SiREN, così come nel corto Amateur Night, ha come protagonisti quattro amici, tra cui Jonah che è prossimo al matrimonio, alle prese con un addio al celibato riuscito un po' male. Abbindolato da un tipo losco, il fratello di Jonah spinge tutti ad addentrarsi in una sorta di pub "mobile" (nel senso che non ha mai dimora fissa) e lì fanno la conoscenza di Mr. Nyx e del suo eccentrico club pseudo-satanico. Jonah, inoltre, fa la conoscenza di Lily, nome dato a questa ragazza - riconosicuta da Nyx e i suoi seguaci come "la Lilith" - che con le sue doti canore (come una sirena, appunto) riesce ad ammaliarlo al punto da farsi liberare. Peccato che Nyx l'avesse imprigionata per motivazioni più che giuste. Parte quindi così una caccia al demone succubus (perché quello resta, anche se lo spacciano come una sirena) mentre Jonah tenta la fuga: Lily, infatti, sembra averlo scelto come partner a vita.

Il film è un mix di sensazioni. Si presenta inizialmente come un b-movie, con scene demenziali, come per accattivarsi un pubblico di nicchia, poi però la fotografia e le riprese cambiano e diventa un film abbastanza mediocre, che più dell'essere accattivante non va oltre. L'attrice scelta per interpretare "la Lilith" è sempre Hannah Fierman, che sembra ritagliata apposta per quel ruolo... e per quel trucco! Resta quindi il fascino dell'estetica con cui è stata caratterizzata la demone, ma resta inspiegabile la connotazione da sirena affibbiatole. Per carità, la figura della sirena nella mitologia greca è anche facilmente ricollocabile alla figura del succubus, ma l'aspetto demoniaco e il canto ammaliante sono due qualità che si accostano proprio male, a mio parere, ma vabbè.


In definitiva.
Ritorniamo un attimo al concetto lasciato a metà in introduzione: con l'accoppiata Bruckner/Bishop si arriva al mix esatto di sensazioni che le pellicole presentate da loro in V/H/S e V/H/S: Viral hanno lasciato. Per Amateur Night mi salì il profondo interesse sia per la caratterizzazione del demone che per il mio amore non tanto velato proprio per il succubus, mentre in Dante the Great non ci ho visto assolutamente nulla oltre quell'aria mistica che, per quanto accattivante, restasse fine a sé stessa. Con questo mix, si raggiunge quindi un giudizio negativo: come già detto, il film parte come un b-movie e poi si discosta totalmente, per poi tornare su una vena più tragicomica per raggiungere lo stesso finale del corto da cui è stato estrapolato questo film. L'intero contesto, a livello di trama e introduzione del demone, è dovuto in quanto parliamo di un lungometraggio e non di un corto e, sostanzialmente, può starci ma le modalità di narrazione sono la vera falla di questo film. Una nota negativa anche al cast e alla caratterizzazione dei personaggi. Quest'ultima è a dir poco macchiettistica e anche se voluta, risulta più ridicola che divertente, mentre per la scelta di attori direi che nessuno spicca per doti recitative se non, appunto, l'attrice antagonista e questa soltanto per la sua "presenza scenica" in vesti di demone, insomma andiamo proprio bene. Di contro, ho visto numerose recensioni positive riguardo questo film, a dimostrazione che magari i gusti stavolta potrebbero far davvero la differenza; apprezzo l'horror come fan e ben venga l'ironia, ma ci sono casi e casi e, per me, qui non regge poi molto. Consigliato? Andateci cauti. Potrebbe risultarvi accattivante soltanto la caratterizzazione di Lilith e, secondo me, è l'unica motivazione valida per guardare questo film.



Pet



Nella mia continua ricerca di film horror, devo ammettere che raramente trovo qualcosa di veramente valido. Pet non si distingue certo da un film mediocre per qualità o originalità, ma è stata una piacevole sorpresa, la dimostrazione che - di tanto in tanto - qualche idea buona riesce a venir fuori. Il film, uscito nelle sale americane ad inizio dicembre e già rilasciato in versione digitale, vede alla regia Carles Torres, già conosciuto per il corto M for Mom presente in ABCs of Death 2.5 sulla sceneggiatura di Jeremy Slater (Fantastic 4 e la serie L'esorcista). Il cast vede la partecipazione di Ksenia Solo e Dominic Monaghan, conosciuto per il ruolo di Merry ne Il signore degli anelli, non di certo un cast di prima scelta ma, se non altro, nel complesso la produzione - a discapito di diversi titoli simil-indipendenti - è abbastanza buona.

A Love Story, è la tagline del film. No, non è un eufemismo, di base Pet è davvero una storia d'amore mascherata come un horror thriller psicologico. Il protagonista di questa storia è Seth, un ragazzo presumibilmente quasi trentenne che lavora in un canile come addetto alla manutenzione. Seth è una persona sola, vive in un appartamento in cui non gli è permesso neanche avere un cane e questo lo rende conscio della sua passività nei confronti della vita: ci sono cose che non può ottenere ed è d'accordo col lasciarsi scivolare tutto via. Questo fin quando non incontra Holly, ragazza che conosceva già ai tempi della scuola e che, in un primo momento ha una semplice cotta, poi diventa una vera e propria ossessione, al punto da spingerlo di creare una gabbia in uno stanzino nello scantinato del canile appositamente per lei. Seth, quindi, rapisce Holly ma la storia, da questo punto in poi, prende una piega inaspettata. Seth ha scoperto qualcosa di Holly e il suo obiettivo è quello di salvarla...

La frase che riassume il vero senso del film è citato nel diario di Holly: "L'amore è solo un etichetta per i nostri obblighi biologici", ma a mio parere lo si può racchiudere anche in una citazione dei Rammstein: "Amore, amore, tutti vogliono solo addomesticarti". Su questi due aspetti, il film contrappone due figure irrimediabilmente romantiche, due facce della stessa medaglia, ovvero due persone sole e incomprese, chi per un motivo chi per un altro. L'amore, tema centrale di questo film, è vissuto in una maniera romanticamente distorta; da un lato c'è chi desidera l'amore nella sua maniera più pura, dall'altro chi ricerca qualcosa che soddisfi i suoi bisogni biologici ritornando ugualmente, in entrambi i casi al desiderio di "addomesticare" e mantenere una posizione di potere in una relazione. Come si fa con i propri cani, insomma. La violenza, in questo caso, è la perfetta ricetta per tramutare una qualsiasi storia d'amore in un horror che non disprezza l'avventurarsi nei meandri della mente umana. Su questi presupposti, però, il film non raggiunge la mediocrità per degli evidenti difetti che vanno dal montaggio alla sceneggiatura. Passaggi da una scena all'altra sì intuitivi e che non appesantiscono la comprensione del film (che io ho trovato molto semplice da comprendere), però accumulati fanno un po' storcere il naso, mentre per quanto riguarda la sceneggiatura boccerei il finale un po' scontato e dei passaggi nella trama che, per causare il colpo di scena, sfocia nell'esagerazione più eclatante. Nulla che non sia coerente col resto del film, per carità, ma con qualche accortezza credo che Pet avrebbe potuto superare la mediocrità.

In definitiva.
Come detto introduzione, sono alla perenne ricerca di film horror che possano soddisfare il mio palato da appassionato di genere e devo dire che Pet è riuscito ad essere interessante al punto giusto, decisamente sopra la media di molte porcate che escono negli ultimi tempi. Se poi valutiamo il tutto rendendoci conto che il film è del 2016, tanto di cappello. Poi, oddio, Pet non si avvicina molto al genere horror se non per la violenza e la tematica Sindrome di Stoccolma + visione distorta e malata dell'amore, direi che come genere si avvicina molto più al thriller, ma tant'è. Ripeto, comunque, che per me resta un film che, sebbene mi abbia colpito positivamente, resta nella mediocrità per quegli evidenti difetti citati poc'anzi. Non bocciato perché per tematica e qualità resta una spanna sopra rispetto a molte altre produzioni. Consigliato sì, ma non per chi si aspetti il filmone.


giovedì 20 ottobre 2016


Quanto scritto di seguito sono commenti a caldo dopo aver visionato forse uno dei più bei film che questo 2016 ci ha regalato. E non parlo di film di genere, intendo dire il migliore tra tutti!


Prendo fiato, perché ammetto che è dura restare obiettivi e senza alcun tipo di emozione.
Da dove comincio? Sausage Party è un film di animazione sulla falsariga di un qualsiasi film della Pixar dove troviamo articoli da supermercato -per lo più cibo- parlanti intraprendere un'avventura esilarante e piene di emozioni. Cosa lo differenzia da un Cars o un Toy Story qualunque? Che non è un film per bambini, ovviamente - basti pensare che il protagonista è una salsiccia e il cattivo un irrigatore vaginale. Ah, e che sceneggiatura e produzione sono opera di Seth Rogen ed Evan Goldberg, da sempre una garanzia di qualità per film politicamente scorretti, mai banali e sempre sul pezzo.

C'è poco da riassumere con Sausage Party. Non starò qui a raccontare la solita trama perché credo che sia veramente inutile farlo, essendo un film che si presenta già di per sé come un qualcosa di originale, senza aver bisogno di introduzioni sulla trama. Scopritelo da soli! Parliamo piuttosto di cosa lo rende speciale. Innanzitutto, il cast è eccellente, abbiamo Seth Rogen, Kristen Wiig, Edward Norton, James Franco e Salma Hayek, per dirne alcuni. La storia è esilarante, piena di allusioni sessuali, razzismo, violenza e delle stupende tanto quanto spaventose scene da film horror dove praticamente non avviene assolutamente nulla di strano ma contestualizzate assumono un'ilarità non indifferente. Credo che se la Pixar non realizzasse film per la Disney, sarebbe proprio su questo genere che si muoverebbero. Film animati per adulti, con scene altamente demenziali e goliardiche (che funzionano!!!) e con tematiche tutt'altro che banali.

La tematica, ecco qualcosa di cui approfondire.
Sausage Party è un film che sostanzialmente demolisce la struttura morale della società americana per poi ricostruirla pezzo per pezzo e farci capire perché un semplice panino ha bisogno di credere che ci sia un al di là piuttosto che morte sicura. Nel farlo lancia un messaggio fondamentalmente di "leggerezza" e apertura mentale, di amore se vogliamo. Critica sociale, sì, che non dà ragione a nessuna delle parti, scagliandosi violentemente contro il terrorismo e non solo quello islamico. Non a caso, l'intera storia si svolge alla vigilia del 4 luglio. E la bellezza di tutto ciò è che, con le sue allusioni sessuali, con la rinnovata voglia di vedere i nostri due eroi finalmente far sesso, riesce a lanciare questa critica all'apparenza (se destrutturata) incoerente riuscendo ad intrattenere e, ai più sensibili, riflettere.

In definitiva.
Consiglio di guardare Sausage Party, meglio ancora se in lingua originale per non perdere eventuali doppi sensi che nel doppiaggio italiano spariranno o si riadatteranno male al 90%. Lo reputo un film imperdibile, geniale. Non farò spoiler ma ritengo che abbia la miglior sequenza finale di tutta la storia del cinema. Se non mi credete, guardate per credere. E se non siete d'accordo, siete dei fottuti stupidi.

domenica 16 ottobre 2016


Holy bat-trap, Batman!
Diciamoci la verità, da quando la DC Comics ha ottenuto i pieni diritti della serie TV di Batman del 1966 si è data parecchio da fare. Basti pensare le numerose action figures rilasciate, i cofanetti blue-ray, le repliche della Batmobile, i DLC di Batman: Arkham Knight per non menzionare la serie regolare a fumetti che può persino vantare di un crossover con Green Hornet scritto nientemeno che da Kevin Smith! Per non farci mancare altro, nel mese di ottobre è stato rilasciato un film animato, Batman: Return of the Caped Crusaders che vede il ritorno di Adam West, Burt Ward e Julie Newmar nei ruoli (di doppiaggio, ovviamente) rispettivamente di Batman, Robin e Catwoman in quella che, oltre ad essere una sorta di revival, risulta un vero e proprio omaggio alla famosissima serie se non addirittura all'intera storia editoriale e non del Cavaliere Oscuro! Come? Beh, scopriamolo assieme.

La storia è abbastanza semplice: Batman e Robin sono alle prese con le loro nemesi più famose, ovvero il Joker, Pinguino, Riddler e Catwoman i quali hanno rubato un'arma capace di duplicare tutto ciò che si desidera. Il Dinamico Duo ovviamente riesce a fermarli ma Batman viene drogato da Catwoman e poco a poco subisce una metamorfosi che arriverà a farlo diventare "cattivo". Semplice ed efficace, con numerosi grattacapi risolti in maniera del tutto casuale come la serie TV ci ha abituato (e per la quale ogni appassionato l'ha amata), tante battute tristemente divertenti e, ovviamente, le immancabili botte onomatopeiche! Holy faster pussycat, kill kill!

C'è ben poco da dire su Return of the Caped Crusaders. Non aspettiamoci il film animato serio e cupo bensì un'ora e mezza di demenzialità e nonsenso accompagnato da un doppiaggio a dir poco nostalgico per chi è cresciuto con (o ha conosciuto) le voci di Adam West e Burt Ward e la caratterizzazione iconica dei coloriti personaggi. Mancano giusto i baffi del Joker sotto il trucco ma per il resto è pura emozione. Quelli che non mancano invece sono i riferimenti alla serie (quello più geniale, riproporre le tre attrici che hanno interpretato Catwoman!) compresi i vari "holy..." di Burt Ward/Robin e alcuni nemici apparsi sporadicamente nel corso degli anni. Non sono da meno neanche i riferimenti esterni ad essa, come ho detto in partenza risulta un omaggio anche alla storia di Batman come icona pop, sfruttando l'espediente del Batman malvagio per esplorare il suo passaggio da eroe buonista e frivolo a quella versione cupa e oscura che è diventata nel corso della sua storia editoriale, arrivando persino a citare l'opera più famosa scritta da Frank Miller: Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. Non basta? Ci sono riferimenti anche più nascosti, quello che ho più apprezzato (per simpatia, più che altro) è quello del recentissimo The Dark Knight Rises, terzo capitolo della trilogia di Christopher Nolan.

In definitiva.
Avete amato il Batman del 1966 e volete rievocare l'atmosfera demenziale e leggera che si respirava guardandone un episodio? Fa al caso vostro, non delude per nulla le aspettative. Godibile, simpatico e divertente. Ancora più bello è per i fan del Crociato Incappucciato che hanno la possibilità di poter analizzare la mutazione di Batman nel corso degli anni. E se guardandolo vi viene voglia di vederne ancora, la DC ha già annunciato un sequel per il 2017. La storia dovrebbe riguardare uno dei lost episodes della serie TV e vedrà l'introduzione di Harvey Dent, alias Due Facce. E io non vedo l'ora!


PS: sì, c'è anche il Batussi!


Solitamente quando si ricerca un horror ci si aspetta sempre un film che ci regali una tensione costante, che ci faccia saltare dalla sedia e che, a pellicola conclusa ci si renda conto di quanto quel film ci abbia realmente spaventato. Io sono un po' contrario a questa tipologia di film, ritengo che far spaventare le persone sia soggettivo, c'è chi si spaventa per una casa infestata e chi invece per un maniaco omicida in maschera, così come ci si spaventa per delle pentole lanciate per la cucina. Può funzionare ma anche no, il più delle volte è solo fine a sé stesso. Ciò che ricerco io in un film horror è una sorta di "tesi sulle fobie", quando una fobia viene analizzata dal punto di vista psicologico o almeno venga messa in risalto utilizzando espedienti quali entità sovrannaturali o eventi claustrofobici tendenti al realismo. Il film che voglio andare a recensire oggi non è per niente di questo genere, anzi si discosta per bene ed è un film quasi interamente incentrata sulla tensione. Man in the Dark è il titolo dato in Italia per Don't Breathe (più azzeccato del titolo in italiano, poi andrò a spiegare perché), film diretto da Fede Alvarez già conosciuto per aver diretto il remake di Evil Dead (La Casa) e la serie tv Dal tramonto all'alba, ed è a mio avviso uno dei migliori film horror usciti in questo 2016.

La trama del film è veramente molto semplice: Money, Alex e Rocky sono tre ragazzi di Detroit che si dilettano a svaligiare case per accumulare abbastanza soldi per riuscire a fuggire dalla città. Quando scoprono che un vecchio cieco veterano di guerra nasconde una enorme quantità di denaro nella sua casa, posta in un quartiere completamente disabitato, i tre decidono di compiere l'ultimo colpo della loro vita. Durante il furto, però, l'uomo li scopre e i tre dovranno vedersela con lui. E qui mi fermerò evitando spoiler perché, a mio avviso, dovreste godervelo poco a poco, senza sapere oltre.

Qual è la particolarità di questo film?
Una trama più che semplice e una caratterizzazione dei personaggi povera riescono a rendere un film più che interessante. Don't Breathe è l'esempio calzante di come un film possa riuscire bene nonostante si utilizzino pochi elementi, quanto bastano per dare un senso all'intero contesto senza dover necessariamente inserire mille spiegazioni a cosa stia accadendo intorno. Il film si muove su dei binari a velocità spedita, molte scene sappiamo già come andranno a finire ma non sappiamo mai quale strada imboccherà. Una scena di tensione, almeno secondo il mio punto di vista, funziona quando si sa sfruttare bene il cosiddetto jump-scare nei momenti più inaspettati - o non farlo avvenire quando ce lo si aspetta... e Don't Breathe ci riesce alla perfezione. Continuo a riferirmi al film col titolo originale non perché sono un hater di tutto ciò che gli italiani fanno su titoli dei film americani ma perché a mio avviso, anche il titolo gioca il suo ruolo: invito chiunque a guardare questo film tenendo bene a mente che il titolo originale è Non respirare anziché L'uomo nel buio... poi capirete la differenza. Se non aumenterà la vostra tensione, sarà puramente soggettivo. A me ha fatto restare tutto il tempo col fiato sospeso, immedesimandomi in dei personaggi che in un primo momento sai bene che non dovresti fare il tifo per loro (stanno svaligiando sempre una casa) ma più avanti si va col film, più avviene quel senso di immancabile immedesimazione nei protagonisti... fino alla fine.

In definitiva.
Come già detto in partenza, reputo Don't Breathe uno dei migliori film horror di quest'anno. Con una trama semplicissima e un ottimo lavoro di regia si è fatto veramente tanto dandoci la dimostrazione che non c'è bisogno di esagerare con effetti sonori o atmosfere per regalarci qualche brivido. Una buona regia e un buon lavoro sulla sceneggiatura, che non manca affatto di colpi di scena e approfondimenti (sempre semplicistici e funzionali!), possono rendere un film più che spettacolare e risultare godibile anche a chi dell'horror ha una diversa concezione. Consigliato.


domenica 9 ottobre 2016



È passato un anno da quando la famosa e fortunata saga videoludica della Capcom Dead Rising ha visto il debutto della sua prima trasposizione su pellicola con Dead Rising: Watchtower, film di cui ho già avuto modo di parlare nel settembre 2015. Settembre 2016 ha visto il debutto, sempre per mercato digitale e home video, del sequel: Dead Rising: Endgame. Del primo film ne parlai benissimo, descrissi come a mio avviso non si presentasse come un buon film su di un videogioco bensì come uno dei migliori film di zombie. La critica e la fanbase di Dead Rising, però non è stata d'accordo con me, andandolo a stroncare completamente. Gusti, ovviamente. Ciò nonostante, il finale del primo film era aperto ad un sequel... ed eccolo qua. Con Tim Carter ancora alla sceneggiatura, la regia passa a Pat Williams. È stato fatto un buon lavoro? Andiamolo a scoprire.

Ricordate come finì Watchtower? Vi consiglio un re-watch perché la trama parte direttamente da lì, due anni dopo il finale del primo film, con Chase Carter (interpretato sempre dal buon Jesse Metcalfe) ancora alla ricerca della sua collega scomparsa Jordan Blair e l'esercito americano che ha oramai preso il controllo totale sulla popolazione americana con i suoi chip carichi dell'antidoto Zombrex impiantati in tutti i cittadini. Compito di Chase diventa quindi, non solo scoprire che fine abbia fatto Jordan, ma smascherare i loschi piani dell'esercito e fermare una misteriosa operazione chiamata Afterlife. E per farlo, dovranno vedersela con l'intelligence militare e una nuova razza di zombie.

Ebbene sì, una trama completamente differente da quella del primo film e se da una parte ci potrebbe anche stare, per certi versi fa un po' storcere il naso. Ma andiamo per gradi. Il primo film, Watchtower, si può dire che abbia soltanto gettato i semi per la costruzione di un universo narrativo più complesso, permettendo così di esplorare più a fondo il "problema zombie". Ora non sono a conoscenza di quanto sia esplorato a dovere l'universo all'interno del videogioco, fatto sta che a mio parere (da amante di film zombie) questa cosa stona parecchio, ma volendo essere meno critico, potrebbe anche starci. Il primo film si basava sulla semplice sopravvivenza dei protagonisti, ripetere la solita forma sarebbe stato molto azzardata in mancanza di idee innovative, tutte esaurite a mio avviso già nel primo film con la costruzione di armi e gli omicidi fantasiosi, quindi ben venga un cambio di rotta. Poi arrivano gli esperimenti sugli zombie e qui cominciano ad arrivare gli zombie che corrono, cosa che personalmente odio con tutto me stesso e che mi allontana dall'avere un parere oggettivo sull'argomento. Ci può stare? Secondo me, no. Vaffanculo agli zombie che fanno jogging. Endgame si allontana dall'idea Romeriana degli zombie (quelli lenti e che di tanto in tanto manifestano intelligenza tale da utilizzare armi di varia natura) e abbraccia quella vaccata di morte frenetica giustificandola come esperimenti. Proprio no.

Sfogo a parte, vorrei quanto meno restare obiettivo.
Dead Rising: Endgame è, tutto sommato, un film realizzato discretamente ma ha numerose pecche e su tutte la mancanza di un'anima, di una personalità. Watchtower si reggeva su un'ironia sottile, quasi misantropa e senza cura di regalare buonismo random, qui di questa ironia non c'è traccia - forse forse nella scena della bambina zombie ma nient'altro. Poi, il cambio di rotta è ben accettato pur se si fosse trovato qualche espediente interessante, ma qui non c'è. Endgame è solo un film in cui seguiamo i protagonisti fuggire e completare la missione. Nessun phatos, nessun colpo di scena. Niente di niente. Resteranno delusi chi si aspetterà un film di zombie, qui appaiono in totale per 20 minuti e di omicidi fantasiosi e/o armi assurde ce ne sono pochissime. Tutto il resto è una palla, esploriamo un universo narrativo che, personalmente, non sentivo ce ne fosse bisogno. A dare la mazzata finale a questo film sono sia le quasi 2 ore del primo film ridotte a dei miseri 90 minuti che gli zombie che corrono e saltano le auto. Ah, ma erano sperimenti, scusate.