martedì 29 settembre 2026

 


Parlare di sentirsi intrappolato in una vita, o in un corpo, non proprio, non è propriamente facile. Non perché sia impossibile trattare l'argomento, bensì far arrivare al pubblico quelle esatte emozioni è un qualcosa di pressoché arduo, perché nessuno in verità riesce davvero a comprenderlo fino in fondo. Chi ci riesce bene è Jane Schoenbrun con I Saw the TV Glow (titolo in italiano Ho visto la TV brillare). Una storia dai tratti horror, drammatica, straziante, che parla di disforia di genere (e non solo) con un linguaggio emotivo forte accompagnata da una fotografia che, nel caso non fosse già chiaro, rende visivamente palese ciò di cui si parla.
Prendiamoci una piccola pausa e parliamo del film.

La storia, in breve.
Anno 1996, Owen e Maddy sono due adolescenti che hanno in comune la passione per una serie TV trasmessa il sabato sera dalle 22:30 alle 23: The Pink Opaque. La serie TV parla di due amiche che combattono il mostro della settimana, inviato dalla loro nemesi, Mr. Melancholy, che vive sulla luna. Maddy ha un'ossessione particolare per questa serie TV, confonde la vita reale da quella della fiction ed è convinta che anche Owen ne faccia parte. La successiva scomparsa di Maddy coincide con la chiusura alla quinta stagione della serie TV. Owen prosegue la sua vita, fin quando Maddy fa il suo ritorno ancora ossessionata dalla serie TV. Da quel momento, la connessione di Owen alla serie TV si fa sempre più forte e la realtà e quella della serie TV cominciano a mescolarsi.


La storia è pressoché questa. Parlare di come l'intero film sia una grossa metafora della disforia di genere è inutile, perché solo guardandolo può arrivare ciò che Schoenbrun vuole raccontare. Disforia di genere, ovviamente, è una chiave di lettura. Il film è anche, e soprattutto, un film che vuole invogliare a vivere seguendo sé stessi, non secondo le regole di chi, dall'alto (rappresentato da Mr. Melancholy) giudica e vi impone uno stile di vita che può non appartenervi.
Un film che, inoltre, racconta di come da piccoli vediamo il mondo con occhi differenti e percepiamo le cose in maniera amplificata. Una serie TV scadente può apparire a un bambino come qualcosa di magnifico, di molto più profondo di quanto sia in realtà, perché riesce a trasmettergli qualcosa di vero riguardo alla propria identità. E di come il potere di chi impone agli altri il proprio modo di vivere possa condizionare l'individuo, fino a portarlo a reprimere sé stesso.
Il tutto, infine, accompagnato da una fotografia che ricalca due linee cromatiche: il blu e i colori della bandiera trans, rappresentati attraverso le luci al neon.

Le mie sensazioni.
I Saw the TV Glow non è un film horror classico, non si muove seguendo linee narrative standard. E dovrò essere onesto, di base un film del genere io lo terrei alla larga. Non mi piacciono film in cui la narrazione è completamente sacrificata al senso del film, diventando completamente e unicamente metaforico. Ma qui, si fa l'eccezione. Sarà la regia, la fotografia, la bravura degli attori (di Owen, soprattutto, interpretato da Justice Smith), ma questa roba rimane incollata addosso. Personalmente, ho percepito durante tutta la durata del film un senso di oppressione, sono stato male. E credo che sia questa la vera forza del cinema. E, per fortuna, Jane Schoenbrun ci riesce alla grande.

Sarei potuto star qui a sottolineare di quanto non mi piacciano film sacrificati al "messaggio" e ai dialoghi che secondo me sarebbero potuti essere un po' limati, ma sai che vi dico? Sticazzi. Se tutti i film parlassero con lo stesso linguaggio di I Saw the TV Glow, si potrebbe essere più permissivi.

Consigliato a chi è interessato all'argomento ma anche ai nostalgici degli anni '90, a chi è cresciuto con serie discutibili ma formative, come Buffy, X-Files e compagnia bella.

lunedì 21 settembre 2026

 

Avete mai visto un film con ottime premesse, restare delusi già a metà film, sperare che le cose prendano una piega interessante e, più si va avanti, più la delusione è in crescendo? Beh, se volete vivere questa esperienza mistica, vi consiglio di guardare The Drama, film del 2026 scritto e diretto da Kristoffer Borgli, regista svedese classe 1985 che fa questa esperienza nel cinema americano, con due ottimi attori, adattandosi perfettamente alla loro cultura dell'approssimazione fatta di banalità, politicamente corretto e prosciutto sugli occhi.

Sì, ho spoilerato già dall'inizio cosa penso di questo film, ma non fa niente. Non voglio invogliare nessuno a guardarlo, piuttosto esprimere le mie perplessità riguardanti il film. Come ho detto, The Drama ha un ottimo cast di protagonisti, Robert Pattinson e Zendaya, due attori che a mio parere col tempo hanno dato delle ottime prove attoriali. Ma lì dove un film è scritto con i piedi, non va fino in fondo negli argomenti messi sul tavolo per poi cadere nei soliti cliché da drama americano, il cast fa ben poco a salvare un'opera. Ma andiamo con calma, raccontiamo un po' il film riempendoci di spoiler.

Il film, in breve.
Charlie ed Emma sono prossimi al matrimonio. La loro è una storia d'amore che sembra partire molto teneramente, al limite del film d'amore americano: lei è seduta in un bar leggendo un libro, lui si avvicina a lei fingendo di aver letto quel libro, lei magicamente ci sta e hanno un primo appuntamento. E lui subito ammette di non aver mai letto quel libro, che era una scusa per avvicinarsi a lei. Lei ci passa sopra e, a quanto pare, stanno per sposarsi. Durante una cena con i testimoni del matrimonio, viene fuori un gioco: dite la cosa peggiore che avete mai fatto in vita vostra. Charlie racconta di aver cyberbullizzato un ragazzino a quattordici anni, Emma invece parla di come, al liceo, portò un fucile a scuola dopo aver organizzato un'uccisione di massa. Il gesto, tuttavia, non viene compiuto in quanto quello stesso giorno avviene un'altra sparatoria in città, in un centro commerciale, vanificando i tentativi. La damigella di Emma, Rachel, resta indignata in quanto sua cugina è rimasta paralizzata proprio in seguito ad una sparatoria di massa al college.
Charlie comincia a dubitare di Emma, comincia a credere di non aver conosciuto chi fosse veramente la donna che stava per sposare e il rapporto tra i due, poco alla volta, si incrina. Lei è onesta con lui, racconta persino di come, dopo l'evento, fu trascinata dai compagni di scuola in alcune manifestazioni diventando poi attivista contro le armi da fuoco. Per quanto Charlie tenti di difendere Emma, questa notizia sembra aver incrinato il loro rapporto. Prova persino a chiavarsi la wedding planner, ma non va fino in fondo. Poi, al matrimonio, sputtana tutto e i fatti vengono fuori perché lui è un pesce a brodo e si piglia pure un cazzotto in faccia dal compagno della wedding planner perché il genio, in presa ad una crisi, ammette pure il tentativo di cornificazione.
Scena successiva, lui da solo in un diner ed Emma che lo segue e prosegue il loro gioco fittizio, ripreso sia dal loro primo incontro che a metà film del "facciamo finta che ci stiamo conoscendo per la prima volta". E vissero insieme felici e contenti.

Un po' di idee sparse.
Due cose ha di buono questo film: raccontare in breve, sin dall'inizio, com'è il rapporto tra Charlie ed Emma: piccole verità scomode che vengono a galla perché sono onesti l'uno con l'altro. L'altra è la scena in cui Emma, da giovane, sta cercando di registrare un video che giustifica le proprie azioni e gli aggiornamenti di Windows continuano a disturbare la registrazione. E basta, tutto qua.
Sarò onesto, non sono tipo da trailer ma questo mi era capitato e mi aveva dato vibes a-là Perfetti Sconosciuti, cosa che ovviamente non è neanche lontanamente paragonabile a The Drama. Ora, c'è da mettere sul piatto il piano culturale. Io, italiano, non vivo davvero con il peso del fenomeno delle sparatorie nei college, non accade nel mio paese quindi non la vivo sicuramente alla stessa maniera. Metto le mani davanti in quanto il peso culturale può fare la differenza. Dal punto di vista umano, però, trovo impensabile le reazioni dei personaggi. Capisco che la cosa sia sconvolgente. Cazzo, la stava pianificando, aveva addirittura portato un fucile a scuola! E l'unico motivo per cui non lo ha fatto è stato perché ce n'era stata una, quello stesso giorno, dall'altro lato della città. L'unica persona che ha una reazione un po' più comprensibile è quella della damigella, forse esagerata anche lì ma tutto sommato umanamente comprensibile. La reazione di Charlie e del suo amico (barra testimone di nozze) no. Soprattutto quando Emma resta sincera con lui.

Ma dove la storia fa acqua da tutte le parti sta proprio sulle motivazioni che spingono Emma. Non vengono date. Vengono accennata l'isolamento e il bullismo, ma in poche frasi. Quindi, voleva ammazzare mezzo liceo e poi suicidarsi. Perché? Il film non indaga sullo stato mentale di Emma. Vengono fatte delle congetture a riguardo, ma sono appunto congetture e non vanno da nessuna parte. Mettere in risalto maggiormente che Emma venisse bullizzata (online o offline) avrebbe avuto molo più senso e, anzi, avrebbe dato più drammaticità al rapporto tra lei e Charlie. Ricordate che lui ammette che ha cyberbullizzato un ragazzino a quattordici anni? Viene liquidata con un "ahaha ma dai avevi quattordici anni!". Io boh. Un bel contrasto tra bullo e bullizzato mostrando fin dove porta a spingere una persona vittima di bullismo sarebbe stato mooooolto più interessante nelle dinamiche di una coppia prossima al matrimonio, e ne sarebbe venuto fuori veramente un dramma degno del titolo.
E invece no. Un'ora e quaranta di drammi passabili, il povero Charlie che impazzisce... e veniva dipinto come una persona intelligente. Non abbastanza da dire "vabbè, che periodo di merda hai avuto, però dai sei cambiata, hai fatto pure attivismo, sei troppo figa" a quanto pare.
Era molto meglio la solita americanata banale delle corna e far finire il matrimonio in una scazzottata, a quanto pare.

Sembra proprio che Borgli volesse parlare di un argomento scomodo, approfittando della commedia romantica per mettere sul piatto questioni socialmente spinose e politiche, ma lui non è Dalton Trumbo e non è un film romantico con Marilyn o Audrey, quindi niente da fare.

Verdetto finale: se non sapete cosa vedere una di queste sere, portate a pisciare il cane.
O fate una passeggiata, se non avete il cane. Nessuno darà indietro il tempo perso a guardare 'sta roba.

domenica 30 agosto 2026

Se dovessi dire di aver visto Thelma con la consapevolezza di cosa stessi per andare a guardare, mentirei. Mi aveva attratto la locandina, sapevo poco e niente della trama, non guardo nemmeno i trailer, però, per una visione di un film a cuor leggero mi sono lasciato trasportare e, dovrò essere onesto: mi aspettavo una cacata. E invece...

Thelma è un film del 2024 scritto e diretto da Josh Margolin con quello che è stato il suo lungometraggio di debutto. Il soggetto, sempre da lui stesso ideato, prende spunto dalla sua vita stessa, la vera Thelma, sua nonna. Il film è dedicato proprio a lei e il personaggio di Thelma, interpretato da June Squibb, è ispirato interamente alla sua figura.

La trama, in breve.
Thelma è una simpatica nonnina di 93 anni rimasta vedova e accudita dal nipote Danny. Un giorno, riceve una telefonata presumibilmente dallo stesso nipote, che le dice di essere in carcere e di aver bisogno di diecimila dollari per pagare la cauzione. Thelma, apprensiva, paga questi soldi. E se stavate pensando ad un probabile scam... è esattamente quello che è successo. Indispettita e sentendosi in colpa di quanto accaduto, decide di trovare chi l'ha imbrogliata e riprendersi i soldi. E sì, il film è davvero tutto qui.

Thelma lo classificherei come film d'azione. Un film d'azione senile, per l'appunto, in cui l'azione frenetica è praticamente sostituita da movimenti lenti e impacciati di una novantatreenne. Un film d'azione che sembra voler parodiare il genere ma non lo fa davvero nelle intenzioni. Perché, al di là della gag a-là Mission: Impossible ma con una vecchietta al posto di Ethan Hunt, Thelma non è una roba che vuole essere "la parodia di". È una storia sulla paura di invecchiare, di quella di essere trattati come incapaci e sul desiderio di voler dimostrare di essere padroni della propria vita. Ma soprattutto, è una lettera d'amore di un nipote verso sua nonna, una donna che nonostante la sua età, era ancora capace di stupirsi e trovare meraviglia nel mondo.

Consiglio Thelma per una visione leggera, in cui si riesce sia a ridere che ad essere toccati emotivamente. Personalmente, non è una cosa che succede spesso quando guardo un film da solo, ritrovarmi a ridere ad alta voce. L'ho fatto. E non solo. Mi sono anche commosso, e la vera forza, per me, sta proprio qui. Non nel riuscirci soltanto nel finale, ma per tutta la durata del film, sempre in modo genuino e naturale. D'altronde, come detto, il personaggio di Thelma è ispirato alla vera nonna del regista e, se questo film ha un'anima, è proprio quella della vera Thelma che Margolin ha voluto condividere con noi.

Per concludere, c'è assolutamente da segnalare la presenza di Richard Roundtree, conosciuto per lo storico ruolo di John Shaft. E vedere l'eroe di Shaft interpretare un anziano che ha ormai accettato l'idea di essere invecchiato e di non essere più al suo apice, ha quasi il sapore di un suo ultimo saluto al cinema.

domenica 23 agosto 2026

 


Il sottotitolo di questa recensione potrebbe essere: L'importanza di dover parlare di qualcosa e come toppare nel tentativo.

Hostile è un film del 2017 diretto da Mathieu Turi, genere horror, nazionalità francese. Gli interpreti, o almeno quelli che ci interessa sapere sono Brittany Ashworth nel ruolo di Juliette e Grégory Fitoussi in quello di Jack, i due protagonisti attorno alla quale gira attorno questa insensata tanto problematica storia d'amore. Ma andiamo in ordine, ci saranno spoiler, vi ho avvertiti.

La storia.

Hostile si muove in due linee temporali: quella ambientata in un futuro post-apocalittico e quella precedente agli eventi che hanno portato il mondo al collasso. Nel futuro c'è ben poco da raccontare. Juliette è in giro a fare scorte quando finisce fuori strada, finendo ferita, e braccata da una creatura, probabilmente infetti che infestano questo mondo. Il film spiega a malapena cosa sia successo, ma va bene così perché la vera e propria storia viene raccontata a frammenti ed è tutta ambientata nel passato.
Juliette, in un giorno di pioggia, trova riparo in una galleria d'arte dove incontra Jack, autore della mostra. Dopo uno scambio di battute pessime, i due trovano non si sa come del feeling e finiscono a passare tutta la notte assieme, persino a casa di lui, a parlare senza nemmeno sapere i loro nomi. Juliette, presa da non si sa cosa, scappa via e sembra che i due non siano destinati a incontrarsi mai più. E INVECE. Jack vede Juliette in un ristorante, poi decide di seguirla fino a casa. Quello che scopre (sì, stalkerandola) è che probabilmente Juliette si prostituisce e fa uso di eroina. La storia d'amore si sposta poi al classico del "io ti salverò" e i due finiscono in questa relazione. Fast-forward, mentre Juliette nel futuro cerca di sopravvivere alla creatura, ci viene mostrato che Jack e Juliette hanno preso casa, Jack vuole dei bambini e Juliette, più avanti, dà alla luce un bambino morto.
La tragedia distrugge entrambi, Jack finisce per attribuire la colpa al passato da tossicodipendente di Juliette, sostenendo che sia quella la causa della morte del bambino.
I due si separano, poi un impianto chimico ha una perdita e Jack finisce nel mezzo. Scena dopo, lui in ospedale, l'epidemia è iniziata e presumibilmente è l'ultima volta che si sono visti.
Si ritorna al futuro post-apocalittico dove Juliette riesce infine ad avere la meglio sulla creatura che l'ha inseguita per tutta la notte. Perfetto. Doveva soltanto sopravvivere fino all'alba, quando sarebbero arrivati i soccorsi, e ce l'ha fatta. Invece il film tira fuori una svolta narrativa che lascia piuttosto perplessi: quella creatura è Jack. Ridotto a mostro, si trascina fino a lei, si accascia sul suo petto, Juliette gli sussurra "Jack, ti amo" e i due si sparano all'alba. Fine.

Non penso di averlo spiegato una merda.
Il film è, grosso modo, una merda. Sicuramente c'è di peggio lì fuori, ma la storia è tutta qui. Passiamo alle note dolenti.

La mia considerazione.
Come ho specificato in apertura, il cinema, secondo me, funziona meglio quando usa una storia come pretesto per raccontare altro, che sia una condizione o dinamiche relazionali. In questo caso abbiamo un horror post-apocalittico con mostri e atmosfere alla Mad Max, ma il film sembra voler raccontare soprattutto una storia d'amore. Il problema non è l'idea. Il problema è come viene raccontata.
Ho voluto ripercorrere tutta la trama proprio per evidenziarne le criticità. Riassumiamo il rapporto tra Jack e Juliette: si conoscono, passano una notte insieme senza sapere nemmeno i rispettivi nomi, Juliette sparisce, lui insiste, la ritrova, la segue fino a casa, scopre il suo passato, decide che sarà lui a salvarla, vanno a convivere, desidera un figlio, Juliette perde il bambino e lui finisce per darle la colpa. Come se non bastasse, trasformato in mostro, torna ad attaccarla proprio nel momento in cui lei è più vulnerabile.
Messa così, sembra la storia di un rapporto tossico. E questo, di per sé, non sarebbe nemmeno un problema. Il problema è che il film sembra trattare quella relazione come qualcosa di profondamente romantico, senza fermarsi davvero a riflettere sulle sue dinamiche più problematiche. Di Juliette sappiamo pochissimo al di fuori del suo passato da tossicodipendente e della relazione con Jack; la sua emancipazione, il suo punto di vista e la sua libertà finiscono sempre in secondo piano rispetto al ruolo di lui, convinto di poterla salvare. Più che una storia d'amore, mi è sembrata la classica fantasia del "I can fix her", arrivando a romanticizzare l'insistenza di Jack e sorvolando persino sulla cosa terribile che questo presunto uomo perfetto e romantico dice alla sua "amata" incolpando il suo passato per l'aborto appena avvenuto, appiattendo di fatto il personaggio di lei che, rispondendo all'allontanamento di lui che afferma "devo schiarirmi le idee", afferma dal nulla "devi schiarirti le idee o svuotarti le palle?". Inutile dire che non v'è traccia di una presunta infedeltà di Jack in questo racconto.

In definitiva.
Il problema non è nemmeno scegliere se parlare d'amore o di dipendenza. Il problema è che Hostile sembra voler affrontare entrambe le cose senza approfondirne davvero nessuna. Ne esce un film narrativamente debole, confuso nelle sue intenzioni e incapace di dare forza ai temi che prova a mettere sul tavolo.
Salvo soltanto il trucco della creatura, realizzato davvero molto bene. Per il resto, il mio falegname con trentamila lire la faceva meglio, per citare il trio.

giovedì 20 agosto 2026


Se un film potesse essere premiato per la semplicità, Strange Darling vincerebbe a mani basse. E non è una cosa negativa. Scritto e diretto da JT Mollner, Strange Darling è un film del 2023 che ha una trama così semplice che si potrebbe riassumere in: una donna sta scappando da un uomo che la vuole uccidere. Tutto qui. Nient'altro.

O meglio, c'è assolutamente dell'altro, ma l'incipit è già di per sé quanto basta per far capire che dietro Strange Darling c'è un lavoro così semplice che dire qualsiasi altra cosa è superfluo. Il montaggio fa la differenza, il modo in cui è narrato pure. Una storia in sei capitoli raccontati fuori ordine cronologico per un'ora e mezza di film che, poco alla volta, rivela qualche informazione in più che fino alla fine fa chiedere allo spettatore "ok, ma come diavolo ci siamo arrivati qui?". Potente. Ben fatto. La dimostrazione che la semplicità è la chiave vincente. Perché, se fosse stato raccontato dal capitolo 1 al capitolo 6 in ordine cronologico, ci si accorgerebbe che è di una semplicità unica. Il punto forte è proprio quella narrazione frammentata che riesce a mantenere viva l'attenzione.

I due attori protagonisti sono Willa Fitzgerald (la Donna) e Kyle Gallner (il Demone), nomi che già lasciano intendere quanto il film scelga di presentarci i suoi personaggi in maniera essenziale, quasi archetipica. Strange Darling è la dimostrazione che si può costruire un thriller anche partendo da una storia che di intricato non ha nulla, il mistero è solo dietro la struttura narrativa. È il punto di vista dello spettatore, il pregiudizio se vogliamo, e la capacità narrativa di offrire ogni volta il punto di vista dell'uno e dell'altro nel tentativo di fottere lo spettatore e lasciarlo con degli interrogativi.

Ma non c'è da elogiarne soltanto la struttura narrativa, la prova attoriale non è da meno. Willa Fitzgerald è magistrale, in questo ruolo. I suoi ultimi cinque minuti sullo schermo sono da brividi, per citare un mio amico attore "è il riassunto del lavoro attoriale di chi sa fare il mestiere". Quando vedrete il film sfido chiunque a non essere d'accordo.

Strange Darling è, per me che ho la passione per la scrittura, una fonte di ispirazione, qualcosa da cui si può solamente attingere e imparare. Perché le idee semplici sono le più forti, bisogna solo saperle raccontare.


Un film di cui mi preme tantissimo parlare è Colossal, scritto e diretto da Nacho Vigalondo con protagonisti Anne Hathaway e Jason Sudeikis. Uscito nel 2016, il film ha avuto un budget di 15 milioni e ne ha incassati solo 4 e mezzo, non proprio un successone. Ma non stiamo troppo a guardare gli incassi, di quelli a me frega ben poco. Colossal è uno di quei film che a mio parere meritano almeno una visione all'anno, non perché sia un film di quelli che cambiano la vita, ma perché rappresenta una piacevole boccata d'aria fresca in un panorama cinematografico ormai saturo di franchise, remake e sequel. Un soggetto originale, divertente e capace di usare una premessa assurda per raccontare qualcosa di profondamente umano.

La trama, in breve.
Gloria è una ragazza disoccupata, festaiola e con problemi di alcolismo. Dopo essere stata lasciata e cacciata di casa dal suo ragazzo, Tim, torna nella casa in cui è cresciuta, nel suo paese natale, dove riallaccia i rapporti con Oscar, un vecchio amico d'infanzia. Contemporaneamente, un evento soprannaturale sconvolge il mondo: ogni giorno alle 20:03 un gigantesco kaiju compare a Seoul. In qualche modo, però, quel mostro sembra essere collegato proprio a Gloria. Come? Quello lo lascio scoprire a voi.


L'idea alla base di Colossal è una delle più originali che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Molti film sui kaiju hanno utilizzato mostri e robottoni come metafora di paure collettive o questioni politiche e sociali: basti pensare alla paura del nucleare che ha dato origine a Godzilla o alle letture sul colonialismo di Mothra. Colossal, invece, sceglie una strada diversa. Il mostro non è semplicemente una minaccia da abbattere né il pretesto per mettere in scena una guerra tra eserciti. Diventa il riflesso dei suoi protagonisti.
È proprio qui che il film riesce a sorprendere. Attraverso questa premessa surreale, Vigalondo racconta dipendenza, manipolazione, bisogno di controllo, fragilità emotiva, senso di colpa e autodistruzione. Il legame tra Gloria e il kaiju non serve tanto a spiegare un mistero, quanto a mettere la protagonista davanti alle conseguenze delle proprie azioni e ai suoi demoni interiori. Senza rinunciare all'umorismo e all'assurdità della situazione, Colossal parla più di persone che di mostri. E il finale? Non voglio spoilerare nulla, ma è qualcosa che non tradisce il tono e quanto raccontato fino a quel momento.

In un periodo in cui il cinema d'intrattenimento tende spesso a riproporre formule già viste, Colossal riesce ancora oggi a distinguersi. Non so dirvi se sia uno di quei film destinati a cambiarvi la vita. So però che è uno di quei titoli che, quando non so cosa guardare, rimetto volentieri senza pensarci due volte.

In conclusione.
Negli ultimi anni gli americani, col MonsterVerse, hanno anche rotto tre quarti di minchia. Anche il Giappone continua giustamente a reinventare Godzilla, ma il rischio di vedere sempre le stesse dinamiche è dietro l'angolo, che siano monologhi politici o scazzottate tra mostri. Colossal, invece, prende un genere che sembrava aver detto tutto e lo piega a qualcosa di completamente diverso. Non rinuncia al divertimento, non rinuncia ai kaiju, ma li usa per raccontare persone, relazioni e fragilità.

E per questo, almeno secondo me, resta un piccolo gioiello ingiustamente sottovalutato.

Buona visione

mercoledì 19 agosto 2026

Prima di partire, qualche riga per celebrare il mio ritorno (spero di nuovo più attivo) tra le pagine di questo blog. Devo dire che mi è mancato. Porto dietro tanti ricordi, sono passati ormai otto anni dall'ultimo post, "periodi belli di una volta" in cui avevo tanto tempo libero e tanto più desiderio di scovare film quasi sconosciuti e la santissima pazienza di guardarmi film atrocemente brutti, di quelli che se li guardi un giovane regista muore (grazie al cielo non ho mai ucciso Ari Aster).

Tante cose sono successe, dal 2018. Una pandemia, il dominio dei governi di destra in gran parte del mondo, Donald Trump, l'ascesa delle IA e l'apice e la caduta (per fortuna) del "cinema" Marvel. Anche i miei gusti sono cambiati. E spero di non essere tanto arrugginito nella stesura di una recensione.

E qui mi ricollego ai gusti. Sì, non sono quelli di otto anni fa. Ma sarebbe stato un ritonro in grande stile recensendo l'Odissea di Christopher Nolan? Col cazzo! Tra le tante cose che amo, in questo mondo, i dinosauri e i viaggi nel tempo occupano sicuramente i primi posti. Ce ne sarebbe una terza, che fortunatamente il film che andrò a recensire ha: Anne Hathaway. Ma i dinosauri, gente, hanno sempre un posto nel mio cuore.


In una stagione estiva stranamente ricca (almeno in Italia) di gran bei film nel palinsesto cinematografico, la mia curiosità, per i motivi sopra citati, è caduta su La Fine di Oak Street, film scritto e diretto da David Robert Mitchell. Un film senza tante pretese, se non per gridare davanti allo schermo "cazzo, guarda, uno stegosauro!". Mitchell è arrivato al grande pubblico dopo il tanto apprezzato It Follows, teen horror cupo - una roba completamente diversa da questa qua - e sicuramente ha avuto la possibilità di poter mettere su un potenziale blockbuster visti alcuni fattori: un budget che si aggira attorno ai 90 milioni di dollari, un cast non proprio di seconde scelte (Ewan McGregor e Anne Hathaway) e, ovviamente, i dinosauri che quelli non stancano mai. Ma se ne è valsa la pena, ci arriviamo con calma.

Partiamo con una breve panoramica, senza dilungarci troppo.
Siamo nel 1982. I Platt vengono presentati come una tipica famiglia borghese, peccato però che sin dall'inizio vengono mostrate delle crepe. Greg e Denise sembrano avere problemi e cercano di tenere all'oscuro i propri figli, Audrey e Brian, di tali tensioni. Greg fa il fattorino delle pizze, Denise scrive segretamente un romanzo nello scantinato. I figli, fanno cose da figli: Brian ha problemi con i bulli e ama alla follia il suo cane, Audrey è appassionata di scienze e non vede l'ora di andare al college. Dopo questa premessa, dei wormhole si manifestano in tutto il quartiere e tutta Oak Street (dove è ambientato il film) viene catapultato nel Mesozoico. E da qui in poi, I DINOSAURI!

La trama è pressoché semplice e lineare. Come ho già detto, sembra non avere tante pretese nonostante provi a mettere della carne a cuocere approfittando dell'intrattenimento per poter parlare di altro, in questo caso le tensioni familiari. Ho detto "prova", perché la tematica c'è, ma non è chissà quanto esplorata. Sembra quasi buttata lì per darci qualcosa da raccontare mentre vediamo un po' di gente inseguita e sbranata dai Coelophysis (qualcuno aveva pensato Velociraptor, e invece no).
La cosa indubbiamente più apprezzabile del film, è l'accuratezza scientifica - e qui parte il mio lato edonista. Sopra ho specificato che vengono spediti nel Mesozoico, non è che il film ce lo dica, ma ce lo fa capire con le specie di dinosauri che vengono mostrati (per i più curiosi, su Dinopedia c'è una sezione dedicata ai dinosauri presenti nel film) e, ovviamente, c'è anche una accuratezza sulla ricostruzione anatomica secondo le attuale conoscenze dei dinosauri - con piume, alcuni peli, eccetera.

Insomma, da un lato, The End of Oak Street ha qualcosa che mi fa godere e mi avrebbe potuto addirittura portato a mandare a quel paese Jurassic Park per il semplice gusto di dire una cosa controcorrente e inimicarmi amici e parenti alle cene, ma dall'altra... eh. Una grandissima occasione sprecata.

Non voglio fare il nerd della situazione, ma quando si toccano i viaggi nel tempo, ci sono alcune regole da seguire. E se fai di testa tua, per darci il finale confettoso e felice, bisogna prendersi la responsabilità di andare fino in fondo con le proprie scelte di trama e almeno mostrare le conseguenze di alcune azioni. Stiamo parlando del finale. Mi presenti questa situazione come una sorta di loop temporale, ma quello che mi mostri genera una contraddizione che il film non risolve. Se mi crei un paradosso, devi spiegarlo bene e andare fino in fondo alla questione. Non uno spiegone, anche una semplice scena - magari una di quelle post-credit che vanno tanto di moda negli ultimi vent'anni. Ma ho come l'impressione che questo grandissimo buco di trama sia la diretta conseguenza del "lieto fine" che ci hanno propinato. Forse un film con un budget medio-alto ha alle spalle i classici produttori che non capiscono una mazza e fanno fare scelte discutibili ai registi. Congetture. Chi può dirlo. Fatto sta che il film intrattiene fin quando non arriva a quel finale che lascia più interrogativi che risposte. E pensare che io stavo accettando senza alcun problema la presenza random di un wormhole in Nord-America. Vabbè.

In conclusione.
Reputo La Fine di Oak Street un'enorme occasione sprecata. Il potenziale per diventare un piccolo cult, magari nel futuro, ce l'aveva, ma viene sfumato per essersi misurato poco la palla e non essere andato fino in fondo con quel tono scanzonato e sopra le righe, che è comunque presente per metà del film. Sfido Spielberg a mostrare dei dinosauri chiavare e cacare sul grande schermo. Mitchell l'ha fatto. E ha anche messo in scena scene atroci, in cui vediamo i nostri protagonisti scappare mentre attorno a loro la gente viene sbranata e muore in maniera violenta. E poi ha l'umorismo, quello che funziona però. Ha due attori bravissimi e che funzionano tantissimo insieme... peccato per quel finale. Un finale che è capace di far tirare fuori anche altre critiche, forse pure peggiori. Sto parlando di sottotrame inutili (Brian con i bulli, Audrey completamente inutile, Jeanette a che diavolo servivi?) e quel pretesto di raccontare dinamiche familiari che non va da nessuna parte se non verso un finale inutilmente zuccheroso, o meglio, costruito molto superficialmente.
Sì, tutta colpa di aver creato un paradosso temporale anziché un loop. Fino a un attimo prima ridevo per un Camarasauro cacare e mi emozionavo per la coda di un Ankylosauro (nella top 3 dei miei dino preferiti) e quello dopo, mi innervosivo perché la sospensione dell'incredulità era finita per aver creato un finale senza senso.

Voto finale: Peccato.
Il film aveva creato delle regole narrative abbastanza solide da farmi accettare qualsiasi stronzata, poi le ha violate proprio per arrivare al lieto fine.