Uno dei principali motivi per cui non ho più scritto recensioni nel mio blog è stato, ahimè, il non essere riuscito a trovare un'opera che mi avesse colpito così tanto da volerne scrivere qualche riga. Quest'oggi invece sono qui, a parlare di The Noise, fumetto horror tutto italiano edito dalla Editoriale Cosmo (e realizzato inizialmente con l'Ora Pro Comics del compianto Ade Capone) con la sceneggiatura di Pietro Gandolfi accompagnato dai disegni di Nicola Genzianella.
Di cosa parla The Noise?
Semplicemente raccoglie, in 160 pagine, tre storie parallele apparentemente slegate tra loro se non per l'evento che sta scombussolando l'intera popolazione americana: un forte rumore assordante e incessante sta portando alla follia le persone. In men che non si dica, le strade diventano teatro di una violenza inaudita e senza ritegno nei confronti di chi non è "influenzato" da questo rumore. Esattamente, perché se questo suono (udibile da chiunque) porta ad una vera e propria follia primordiale ad alcuni soggetti, c'è chi ne rimane misteriosamente immune. I nostri protagonisti, ognuno di una città differente, sono tra questi ultimi e lottano disperatamente per la sopravvivenza. La particolarità di questa storia? Uno dei protagonisti che seguiamo è un serial killer psicopatico e ricercato dalla polizia per violenti crimini verso donne i quali cadaveri vengono brutalmente deturpati.
Inutile dire che le premesse di The Noise sembrano quantomeno banali, ma con un espediente originale, l'atmosfera a-là invasione zombie assume un intrigante spunto iniziale, se andiamo poi a precisare che fin dall'inizio ci viene fatto intendere che un racconto di zombie non si tratta, la voglia di continuare a leggere è tanta per comprendere di cosa realmente si tratti. Specie se contiamo che ha un inizio al cardiopalma, uno dei migliori che io abbia mai letto in un fumetto.
Pochi spoiler sulla storia, se non un paio di commenti a caldo: la sceneggiatura è perfetta, la narrazione scorre bene ed è un fumetto fatto come si deve, ovvero che dà il giusto equilibrio qualitativo tra narrazione e disegni, quindi in nessuno dei due "campi" si va per strafare per dare una impronta che possa far valorizzare maggiormente un aspetto rispetto all'altro. Unica nota stonata? La Cosmo ci piazza in copertina la dicitura STORIA COMPLETA, ma di una storia completa non si tratta in quanto il racconto si conclude sul più bello. Possiamo trarne, però, un aspetto positivo sulla qualità inattaccabile del fumetto di per sé: troppo perfetto per non vederne una continuazione.
Spero vivamente che Gandolfi sia al lavoro con il secondo ciclo narrativo, perché dopo aver letto il primo, si sente la necessità di storie horror a fumetti come The Noise. Così come io ne sento il bisogno di andare a riscoprire questo autore anche come romanziere di genere horror.
Durante una mia "escursione" in una fumetteria di Secondigliano di proprietà di un mio amico, mi sono imbattuto in un volume impolverato, quasi abbandonato, coperto dal volume di Total Overfuck. Avevo cominciato a sfogliare proprio quest'ultimo quando l'occhio mi è caduto su Erotico Nero, un fumetto italiano edito da AbsoluteBlack che, sarà per la copertina minimalista e la mia incondizionata curiosità verso il poco noto, mi ha lasciato completamente indifferente all'opera da me sfogliata quasi come essere attratto da una forza inspiegabile. Completamente differente dal fumetto che stavo sfogliando attimi prima, ho deciso di comprarlo istintivamente, colpito dal fatto che - a differenza di Total Overfuck - intendesse puntare su qualcosa di differente dal semplicistico porno gore. Di cosa tratta quest'opera, dunque? Erotico Nero è un'antologia erotica che racchiude tre storie completamente differenti l'uno dall'altro.
La prima storia, Proserpina e il Principe Nero, è a tutti gli effetti una fiaba erotica (c'è chi direbbe fantasy, ma è chiaramente una fiaba) e vede i testi di Susanna Raule accompagnati dai disegni di Simone Buonfantino. Il breve racconto vede il viaggio di Proserpina assieme al Principe Nero sfociare in un'insolita passione inespressa, raccontando un erotismo più psicologico, ben lontano dall'essere romantico, restando comunque poetico, a suo modo. Segue, poi, Paolo e Francesca di Valentino Sergi, racconto dal tono horror e che ben si distacca dalla visione poetica del racconto precedente. Il protagonista, Paolo, è affetto da una deformazione che gli impedisce di vivere una vita sessuale appagante con la compagna Francesca, fin quando però non fa un patto con un demone.
Prima di passare al terzo racconto, soffermiamoci sui primi due.
Iniziamo col parlare brevemente dei disegni: se in Proserpina e il Principe Nero si distingue per un tratto molto particolareggiato ed elegante e che rende giustizia alla narrazione della Raule, Dario Vitti in Paolo e Francesca ha un tratto decisamente più semplice ma svolge il suo lavoro alla perfezione sia nelle scene erotiche che nella rappresentazione del demone. Per quanto riguarda i temi affrontati, ho già detto come in Proserpina e il Principe Nero si tratti l'erotismo in chiave poetica ma voglio soffermarmi un attimo per elogiare il fatto che tratti il tema erotico nella maniera più giusta e concreta. Si parla di erotismo, attrazione che arriva principalmente da un fattore psicologico, una attrazione che prescinde dalla semplice e scontata attrazione fisica, senza nemmeno sfociare nell'ormai abusato romanticismo, che è a mio avviso un concetto totalmente estraneo, se parliamo di opere erotiche. Non a caso, il finale riassume esattamente questo concetto - pur rimanendo nella concezione fiabesca data alla narrazione - e resta fedele al "Nero" del titolo della raccolta. Ma se Susanna Raule apre con un tono più elegante, Paolo e Francesca ci catapulta in una psicologia più cupa, quello di uno storpio che non accetta la sua deformità e che è pronto a sacrificare ogni cosa pur di raggiungere il suo solo benessere. Di contro, potremmo dire che qui l'erotico è più del lavoro del disegnatore, in quanto la tematica è tutt'altro che incentrata sulla passione vera e propria, anzi vuole più mettere a nudo il lato più oscuro della sessualità. Insomma, possiamo comunque notare come già tra la prima e la seconda storia c'è un enorme distacco di tematica, il ché ci porta alla terza storia.
Tipologie di un amore fantasma: Lydia Schneemann è forse la più forte e ribelle delle tre. Scritta da Andrea Barone sui disegni di Valentino Biagetti, è dichiaratamente dedicata a Carolee Schneemann e Lydia Lunch, due icone del movimento femminista. La protagonista infatti porta il nome di Lydia Lunch, che sembrerebbe aver girato uno snuff porno e ucciso la sua vittima, dopo averla torturata e narra il suo punto di vista ad un interlocutore invisibile durante un interrogatorio. La storia si concentra maggiormente sul ruolo di dominazione nel sesso, lanciando poi un messaggio più ampio e decisamente positivo - o se non altro, che può portare a riflettere. Attraverso la protagonista, l'autore utilizza lo strumento della violenza per lanciare chiaro il suo messaggio per poi mettere in chiaro il vero scopo: smuovere le menti, aprire nuovi orizzonti e accettare il sesso, l'erotismo, in ogni sua forma, senza alcun tipo di convenzione sociale. Il tutto, in un'opera che ha dei toni molto forti e sconsigliati ad un pubblico fin troppo impressionabile ma che non utilizza la violenza fine a sé stessa, il ché non può che essere una cosa positiva.
In conclusione.
Erotico Nero si presenta come un fumetto ben realizzato e che mantiene un buon ritmo di narrazione e un perfetto equilibrio tra qualità narrativa e disegni. Posso solamente dire come Erotico Nero rappresenti in tutto e per tutto la mia visione sull'argomento sesso: dall'erotismo passionale, quello tanto ambito e cui vorresti goderne per l'eternità, a quello egoistico che ci fa sentire solamente meglio con noi stessi e, infine, al sesso puro, senza freni e tabù. L'inserimento della parola Nero all'interno del titolo resta comunque più che azzeccato, in quanto le tre storie trattano l'argomento in una chiave sia cupa che cinica, ma è una vera e propria opera erotica, che non sfocia in banalità o pre-concetti.
In definitiva, fumetto consigliatissimo.
La rilegatura è buona e la qualità della carta è soddisfacente, considerato anche il prezzo abbastanza scarno. E se vi è piaciuto o vi ha convinto, vi consiglierei di farvi un giro sul sito della AbsoluteBlack, il quale pare avere un catalogo abbastanza interessante!
Fu una incredibile sorpresa quando, per puro caso, mi imbattei su Amazon in Fantozzi Forever. In un primo momento, credevo si trattasse dell'ennesima raccolta in volumi di uno dei tanti libri scritti da Villaggio, ma quando scoprii che si trattava di un libro, andai in visibilio. E quindi eccomi qua, dopo averlo letto tutto d'un fiato, con la necessità di parlarne. Perché? Perché Fantozzi è uno dei miei personaggi preferiti, forse uno di quelli che mi è entrato dentro (spesso e volentieri, nelle mie storie, c'è sempre un Fantozzi che salta fuori), ma più di tutti perché con Fantozzi ci son cresciuto. E, a discapito di checché se ne dica in giro (almeno nella mia cerchia di conoscenze), non reputo affatto Fantozzi un personaggio banale, frivolo o di poco valore. Al contrario, Fantozzi è lo specchio di un'Italia sempre attuale, o meglio dell'italiano medio. Una parte di me vorrebbe dire "in pochi", ma fortunatamente non è affatto così: è risaputo che dietro il personaggio di Fantozzi ci sia una forte critica sociale e di costume, o più che critica, un vero e proprio sbeffeggiamento del nostro consueto modo di vivere. Paolo Villaggio, insomma, ritorna grazie ai disegni di Francesco Schietroma col suo personaggio più di successo: il Ragionier Ugo Fantocci! Pupazzi! Fracassi! FANTOZZI!
Il fumetto si apre con nientemeno che Paolo Villaggio in persona fare visita al ragionier Fantozzi in casa sua dove, tra una chiacchiera e un'altra, nascono vari episodi di ilarità assoluta. La prima storia, vede il ragioniere cercare di inserire il suo nipote scansafatiche, Ugo Jr., all'interno della sua vecchia azienda per assicurargli un lavoro; nella seconda è alle prese con un appuntamento galante con la (ex) signorina Silvani mentre nell'ultima si gode un'insolita vacanza con la Pina, la sua dolce metà. Tutto ciò è soltanto il pretesto per raccontare di come Fantozzi se la cavi nel nuovo millennio con le nuove tecnologie, adoperando le sue gag più classiche (e mai troppo abusate) e lo stile inconfondibile che negli anni libri e film di Fantozzi ci hanno abituato a sorridere amaramente.
Inutile dire comunque che il fumetto è indirizzato ai "fan più puri" o almeno a chi abbia saputo e sappia tutt'ora apprezzare il personaggio. Le dinamiche dei dialoghi e della narrazione si mantengono sulla stessa base e, fondamentalmente, non ne esce fuori nulla di nuovo (com'è logico che sia) se non per il contesto che risulta più uno spunto interessante per mostrare come il buon caro vecchio ragioniere (e non solo) se la cavi ai giorni d'oggi tra infernet e social networks. Difficile scovare la storia migliore, credo che vada più secondo i gusti. Personalmente, ho trovato più simpatica la vicenda con la signorina Silvani ma tutte e tre le storie presentano delle tematiche interessanti e che, senza approfondire, toccano dei punti abbastanza dolenti per la nostra società attuale. Non parlo soltanto del messaggio finale che Fantozzi lascia a Villaggio, di come suo nipote - ancora più inutile di quanto sia il nonno - lo invidi perché lui ha avuto occasioni che la nostra generazione ora come ora si sta sognando, ma ci sono realtà anche più grosse, tipo il Megadirettore Galattico, un uomo di 100 e passa anni, candidarsi in politica come se nulla fosse solo per procurarsi un'immunità tale da non mandarlo in carcere. Il tutto mettendo in mostra ogni singolo aspetto della nostra società ipocrita e menefreghista, in cui tutti perdono e a vincere sono soltanto i potenti, i vari Cobram e Megadirettori. Una descrizione amara di un'amara realtà che, anche se ne sfuggiamo con ironia fantozziana, viviamo tutti i giorni.
Discostandomi da un discorso più tecnico, vorrei spendere qualche parola per la qualità del libro. Esatto, dico libro perché - bensì sempre di fumetto si tratti - Fantozzi Forever presenta una cura a livello di rilegatura e carta veramente efficienti. I disegni sono volutamente più curati nel dettaglio dei volti, ma anche per quanto riguarda la rappresentazione dei paesaggi il discorso resta valido; il tratto caricaturale si sposa benissimo con la storia e sebbene ad un primo impatto possano risultare rozzi, nel complesso funzionano alla grande. La stessa impaginazione dona all'opera dei punti a favore, tuttavia non tutto è perfetto e Fantozzi Forever non è da meno. Il lettering è il vero pugno nell'occhio se si ha l'occhio più attento a questi dettagli. Il testo è decentrato non dico per gran parte dei balloon ma copre ugualmente un gran numero, in più sono presenti diversi errori di battitura. Errori che, ahimè, sono nulla se comparata alla qualità della narrazione ma che ugualmente toglie qualche punto per quanto riguarda la cura e l'attenzione.
In definitiva.
Salvo i difetti elencati poc'anzi, reputo Fantozzi Forever un lavoro ben riuscito.
A distanza di anni, possiamo vedere come il personaggio di Fantozzi sia ancora attuale, senza doversi per forza adattare alle regole moderne della nostra società. Al contrario, mostrare lo stesso medesimo personaggio rapportarsi al mondo d'oggi funziona addirittura meglio! Tutto questo, tuttavia si sposa perfettamente con quanto Villaggio e Schietroma ci parlano nel loro fumetto. Viviamo in un Paese dove ogni cosa resta sempre la stessa. Cambiano i tempi, ma l'italiano resta uguale. Un'amara verità, forse. O magari è solo dimostrazione che è veramente il fantozziano ad aver vinto su di noi.
È grazie a Batman che ho cominciato a leggere in maniera più assidua i fumetti. Grazie alle sue storie, ho avuto modo di avvicinarmi ai supereroi, all'Universo DC di cui sono tanto appassionato. E di Batman ho letto parecchio. Così tanto che dopo un po', mi ha stufato. Perché credo che con Batman sia stato fatto tutto: è stato un vampiro, una Lanterna Verde, Superman stesso, è stato un Cavaliere della Tavola Rotonda, un viaggiatore spaziale. Ancora, è stato spezzato, è morto, è tornato dalla morte e ha viaggiato nel tempo... insomma. Che cosa non è stato fatto con Batman? Quando ho visto che la DC avrebbe pubblicato Batman: Europa mi si è accesa la curiosità: un Batman fuori non solo dalla sua Gotham ma addirittura oltreoceano! Una speranza di poter leggere qualcosa di differente, di nuovo, scritto nientemeno che da un autore nostrano, Matteo Casali accompagnato dai layout (e dai disegni, per un capitolo) di Giuseppe Camuncoli. Ebbene, la mia speranza di leggere qualcosa di interessante, bello e soprattutto di nuovo non è stata affatto accontentata. Batman: Europa è un fumetto anonimo, che non racconta nulla di nuovo e che ha la sfortuna di avere una grossa somiglianza con Batman: Arkham City.
Ma andiamo per gradi e ricordiamo sempre che i gusti personali non si discutono.
Non parliamo di soggettività, però, su quanto affermato poc'anzi: Europa è praticamente Arkham City, con le dovute e ovvie differenze, ma la sostanza è praticamente quella: Batman e Joker sono affetti da un virus e sono costretti a collaborare per trovare una cura. In Arkham City, era Joker a iniettare il suo sangue nel corpo di Batman costringendolo a cercare una cura per lui mentre qui i due sono stati semplicemente manipolati da un misterioso nemico che, alla fine, si rivelerà essere un volto noto a noi lettori. La storia è abbastanza semplice, Batman e Joker viaggiano per l'Europa alla ricerca di una cura, visitando Berlino, Praga, Parigi e Roma. Alla fine, una volta scoperto l'identità del villain e delle sue motivazioni, sono rimasto come un fesso in quanto, a mio avviso, non ha il benché minimo senso per quel nemico agire in quel determinato modo per dimostrare ciò che voleva dimostrare. A discapito di quello che vuole essere l'opera completa, Europa, preso a sé stante è una storia scialba, povera, che si regge a malapena e che, soprattutto, non racconta nulla di nuovo né tanto meno riesce ad aggiungere un aspetto interessante alla narrazione.
Una narrazione che mi aspettavo ruotasse attorno ad un Batman in terra straniera, in una città che non fosse sua, totalmente spaesato ed indebolito... e invece no. Ogni numero, ambientato in una città differente, è semplicemente una guida turistica e contrappone quanto accade ai due protagonisti/rivali ad un paragone storico riguardo la città in questione. In maniera molto boriosa, aggiungerei. Volendo essere buoni, potrebbe anche risultare un'opera interessante da un punto di vista artistico in quanto è sicuramente ben curato sia per i disegnatori coinvolti che per l'impaginazione, basti guardare l'impaginazione alla francese nella storia ambientata a Parigi (con dei disegni, che almeno a mio avviso, fanno venire soltanto il mal d'occhio, secondo me le qualità di Latorre sono andate sprecate per quel tipo di layout) ma manca una narrazione solida. In sostanza Batman: Europa è debole, è noioso e ad un lettore casuale può risultare anche pesante in quanto ha la pretenziosità (apparente?) di voler essere un fumetto per "palati fini". Forse io non avrò un palato fine, ma a me ha assolutamente annoiato e i dialoghi, fin troppo articolati per i miei gusti, hanno reso la lettura addirittura pesante.
Insomma, in poche parole, boccio completamente Batman: Europa in quanto lo reputo una guida turistica e non un fumetto e perché, nonostante le basi veramente interessanti, non ha sostanza. L'unico tema "Batmaniano" che affronta è il solito trito e ritrito rapporto tra Batman e Joker e di come uno possa sopravvivere solo grazie all'altro. Emozioni zero, noia tanta. Se volete comprarlo, spero che voi abbiate un palato più fine del mio.
Nella tua vita, ti hanno raccontato decine di storie, ma quante di queste erano realmente senza pietà?
Questo è quanto recita il retro di copertina di Storie Brevi e Senza Pietà e se dovessi rispondere a questa domanda sarebbe nessuna. Regalatomi da una mia amica, Storie brevi e senza pietà è un fumetto realizzato da Marco Taddei e Simone Angelini, che già collaborano insieme per vari progetti e di cui io ero a conoscenza del solo Anubi. Di Storie brevi e senza pietà, invece, non ne avevo mai sentito parlare. E se di mio, Anubi non mi ha mai entusiasmato più di tanto, questo volume mi ha dato una reazione totalmente opposta. In un primo momento, mi ha affascinato per i disegni, leggendolo mi ha colpito sempre più, man mano che sono andato avanti con le pagine. Senza perdere tempo, dunque, andiamo a vedere di cosa si tratta.
Storie Brevi e Senza Pietà è un titolo più che azzeccato visto che raccoglie 9 storie autoconclusive, brevi e con finali amari, senza pietà, appunto. Si parla di una strana razza mutante che vive per almeno due generazioni sulla riva di un paesino,di un uomo seduto al bar a bere Campari, di una invasione di gatti, di un anziano intento a far crescere una agave. E ancora, di un re così pigro da farsi tagliare le mani, dell'esodo, dell'ultimo dinosauro rimasto in vita, di un angelo caduto in un pozzo e, infine, della giornata tipo di un uomo qualunque. Non c'è un vero e proprio tema riguardo ogni singola storia, ognuna è a sé stante, ognuna col suo stile di disegno appropriato. Qualche storia narra di un'avventura - alcune avvengono, altre no. E i finali sono sempre amari, anche quando vige l'ottimismo e si lascia presagire un lieto fine.
Una lettura cinica che, nonostante i temi affrontati e la narrazione tutt'altro che leggera, risulta scorrevole e interessante, intrinseca di una poetica straziante tanto quanto malinconica. E non si limita soltanto a descrivere lo squallore e/o la crudeltà dell'essere umano, ma della società stessa, di come questa funzioni e, a parer mio, questa viene rappresentata alla perfezione nel primo racconto. Il resto è puro cinismo, e non di quelli distruttivi... semplicemente è la pura realtà. Proprio per questo sono senza pietà, i due autori non ci parlano di un punto di vista che possa essere condivisibile o meno, ma della semplice e pura realtà, così com'è. E se qualcuno di noi è come l'anziano che a tutti i costi insegue ciò in cui crede, se una invasione di gatti avverrebbe tutti noi ci ritroveremmo inermi, senza sapere cosa fare.
Dopo Sunstone, rimaniamo in tema storie d'amore lesbo.
Qualche settimana fa, incappai casualmente nel film The Blue is the Warmest Color (La vita di Adele, in italiano) e, al di là delle scene erotiche molto esplicite, ne rimasi in qualche modo colpito tanto da andare ad informarmi, scoprendo che altri non è che una trasposizione di un graphic novel francese. Scritto e disegnato da Julie Maroh, Il blu è un colore caldo è un'opera che non mi ha particolarmente affascinato al punto di adorarlo ma, riconoscendone l'importanza e il successo, ho avuto voglia di scrivere per condividere tra queste pagine ciò che mi ha colpito di più e il mio personale pensiero riguardo al fumetto e al film da cui ne è stato tratto.
Il graphic novel.
La protagonista assoluta de Il blu è un colore caldo è Clémentine, una ragazza di 15 anni che riscopre la sua omosessualità quando fa la conoscenza di Emma, una bellissima ragazza dai capelli blu poco più grande di lei, incrociandola per strada prima per poi re-incontrarla in un night mesi dopo. Le due vengono colpite dal fatidico colpo di fulmine e dopo mesi di frequentazione e flirt, le due finalmente sfociano in un bacio e da lì è tutta in discesa. Le due finiscono con il diventare una coppia fissa, con le dovute difficoltà: Clémentine fa fatica a riconoscere che lei sia lesbica, in quanto molto sofferente dei pregiudizi sia della sua famiglia che dei suoi amici, mentre per Emma è il contrario e vive il suo amore in una maniera molto più aperta di come faccia la sua ragazza. E sarà proprio questo il motivo della loro rottura, con Clémentine che arriverà addirittura a tradire Emma con un uomo. Infine, quando diversi anni dopo la loro rottura andranno a incontrarsi nuovamente, con Clémentine sull'orlo della depressione, questa ha un attacco di cuore e muore, lasciando in eredità ad Emma i suoi diari, i quali ci accompagnano sin dall'inizio del graphic novel come voce narrante.
Il film.
La protagonista qui è Adèle, una ragazza di 15 anni che riscopre la sua omosessualità quando fa la conoscenza di Emma, una bellissima ragazza dai capelli blu poco più grande di lei, incrociandola per strada prima per poi re-incontrarla in un night poco tempo dopo. La relazione che lega i due si basa palesemente su un'intesa sessuale molto forte, ma al di fuori delle lenzuola, Emma e Adèle sono due persone completamente opposte, a partire dal loro ceto sociale di provenienza. Il loro rapporto è vissuto quindi in maniera molto fredda, arrivati ad un certo punto della loro vita, e sarà proprio per questa freddezza che Adèle, spinta dalla solitudine, arriverà a tradire Emma con un uomo. Una volta rotto il loro rapporto, le due si incontreranno nuovamente ma capiranno entrambe che il loro rapporto si basava solamente sul sesso e prenderanno strade differenti.
Le notevoli differenze.
Le due opere, oltre alle notevoli differenze riportate già nella trama, si distinguono fondamentalmente dal messaggio che questi vogliono trasmettere. Il film, sostanzialmente parla di un amore che va al di là di una semplice concezione etero/omosessuale, figurando la protagonista Adèle come una ragazza insicura sulla propria sessualità, ma palesemente bisessuale, mentre il graphic novel parla della condizione di una ragazza, in questo caso Clémentine, che non riesce a vivere a pieno la propria sessualità perché condizionata dalle etichette sociali e dai pregiudizi della gente. Se Clémentine, quindi, non riesce ad accettare la sua omosessualità per colpa del mondo che la circonda, Adèle non trova spazio nel mondo perché è lei stessa a non riuscire a definirsi. Sono molto pesanti, quindi, le differenze che Julie Maroh e Abdellatif Kechiche vanno a porre l'opera, che al di là di ogni forzato paragone che ne scaturisce - e le critiche giustissime mosse contro la pellicola - qualitativamente sia film che graphic novel si fanno forza e lasciando dei buchi reciprocamente.
Tenendo sempre a mente che quanto segue è semplicemente la mia personale opinione, ritengo che il graphic novel presenti un pesante buco narrativo che manda all'aria praticamente quanto ben fatto sin dagli inizi. Mi spiego. Ne La vita di Adèle si vive la storia tra le due ragazze passo per passo, viene raccontato con attenzione la provenienza sociale delle due, mettendo in risalto le loro differenze, ma soprattutto viviamo il rapporto dall'inizio alla fine, con sì dei salti temporali ma sempre coerenti e lineari alla storia. Ne Il blu è un colore caldo, invece, il salto temporale è bello grosso, andiamo dai 17 ai 30 anni in una sola vignetta dove ciò che è accaduto in quell'arco di tempo è raffigurato in una sola tavola lasciando le spiegazioni ad un riassunto che definire sommario è dir poco. Che Clem sia divenuta un'insegnante lo si deve capire da una vignetta in cui lei è di spalle di fronte ad una lavagna e che questa abbia tradito Emma con un uomo lo si riconduce ad un dialogo. Ma il come ci si è arrivati non c'è. Perché Clémentine ha tradito Emma? Perché è insicura della sua sessualità, non si accetta per come è, questo è chiaro... ma c'è di più. E il film questo di più lo narra, spiega come il rapporto tra le due si sia raffreddato, come accade in ogni tipo di coppia, e di come Adèle tradisca Emma con un uomo perché si sentiva sola e trascurata. Questo passaggio, a mio dire, è fondamentale e lasciarlo da parte ha lasciato un buco non indifferente spezzando bruscamente un ritmo narrativo che fino a quella fatidica tavola era a dir poco perfetta.
Un altro punto a favore del film, inoltre, è il riuscire anche a dare un messaggio più chiaro sul significato del blu, il colore che ha colpito sia Clémentine che Adèle, andando a ricollegarlo alle opere di Picasso e dal significato che questo diede al colore per definire un determinato periodo della sua vita. Andando, quindi, a sommare questo e i numerosi elementi che vanno a definire le differenze tra le due protagoniste, La vita di Adèle guadagna qualche punto. Ma ne perde nel momento in cui va a stravolgere il significato della storia e il messaggio che lancia il graphic novel. Ciò che dovrebbe essere una storia d'amore, Kechiche lo trasforma in un film erotico, basato di più sulla sintonia sessuale.
Solo l'amore può salvare questo mondo. Perché dovrei vergognarmi di amare?
In definitiva.
Ritengo che Il blu è un colore caldo sia un graphic novel forte, con un messaggio che riesce a farsi ascoltare. Non sono rimasto molto colpito dai disegni, tuttavia, i quali a tratti li ho trovati eccessivamente grotteschi soprattutto nelle espressioni, ma è un tratto comunque distintivo e va anche bene così com'è. La vita di Adèle, invece, non trova un riscontro negativo in quanto ritengo che sia molto più "lavorato" e di conseguenza dettagliato a livello narrativo nonostante abbia di contro il fatto che stravolga ciò che Il blu è un colore caldo è in realtà, trasformandolo in un mero film erotico. Che sia stato diretto da un uomo, infatti, si nota, in quanto le scene di sesso sono anche fin troppo lunghe, come per soddisfare un pubblico maschile, lasciando proprio in disparte l'elemento romantico che avrebbe dovuto essere la forza principale a muovere la storia, ma tant'è. Non credo sia giusto, comunque, gettar via la pellicola (che ha comunque vinto la Palma d'Oro) assecondando i pareri pesantemente contrari - arrivati anche da Jule Maroh stessa -, ritengo che graphic novel e film siano due opere di una certa importanza, con due significati differenti ma belli se presi da sé. Consigliato.
È stato uno dei fumetti più attesi in Italia negli ultimi periodi.
Personalmente, non ne conoscevo nemmeno l'esistenza, eppure Sunstone è un fumetto che ha goduto di un'incredibile fama prima come web-comics e poi come fumetto vero e proprio negli Stati Uniti. Scritto e disegnato da Stjepan Šejić e sua moglie Lisa Luksic, Sunstone è a tutti gli effetti un fumetto erotico ma anche romantico. Parla di BDSM ma anche di amore. Sembra qualcosa atta ad attirare esclusivamente lettori e lettrici dall'ormone attivo ma si presenta ben più di un fumetto per "pervertiti". Ho notato la pubblicità che se ne è fatta nel web alla pubblicazione in Italia dalla Panini e ho voluto leggerlo semplicemente per curiosità, visto il prezzo relativamente basso, partendo però con i piedi di piombo e ora sono qui, a parlarne, perché credo proprio che quest'opera meriti un po' d'attenzione.
La storia di base è semplice. Ally e Lisa sono due ragazze con la passione del BDSM, ma sono alle prime armi e non hanno mai avuto modo di sperimentarlo sul campo. Le due si conoscono in una chat, praticano sesso virtuale anche via webcam fin quando non decidono di incontrarsi. Le due, imbarazzatissime, scoprono di avere la stessa chimica trovata nel virtuale anche dopo essersi conosciute di persona se non addirittura più intensa. Infatti, basterà poco tempo che le due scopriranno di provare un sentimento ben più forte del sesso e del gioco a cui prendono parte.
Quando ho cominciato a sfogliare le pagine di Sunstone ammetto di provare un leggero imbarazzo verso me stesso. Una storia d'amore lesbo, okay, e 50 Sfumature di Grigio ci ha insegnato che bisogna stare alla larga dalle storie romantiche a tematica BDSM, in quanto fin troppo romanzate e destinate ad un pubblico adolescenziale. Non me ne vogliano i/le fan di 50 SdG, ho difeso quel film da ogni tipo di commento ignorante riconoscendo la capacità di riuscire a toccare una tematica fino ad oggi considerata un tabù; ciò non toglie, che quell'opera è 1) scritta male e 2) troppo romanzata (e qui mi si perdoni la ripetizione). Sunstone, a sua volta, è sì analoga alle 50 Sfumature ma tratta l'argomento in una maniera totalmente differente, con più naturalezza e un approccio decisamente più leggero. C'è sì il contorno da romanzo rosa un po' tirato con una psicologia dei personaggi un po' spicciola e frivola, ma l'indifferenza con cui l'argomento viene trattato è ciò che fa la differenza. L'accuratezza nel descrivere cosa sia davvero il BDSM, specificare come non sia una pratica da pervertiti e che si basa principalmente sulla fiducia e sul rispetto reciproco e, soprattutto, la capacità di far trasmettere questo messaggio utilizzando paragoni così semplici e che sono facilmente accettabili dalla nostra società moderna, come paragonare il mondo del BDSM ad un MMO, affiancare il sesso a qualcosa di nerd. Naturalezza, questa mi ha colpito maggiormente. Le due protagoniste, che rispecchiano un po' gli stereotipi geek e nerd, hanno un ruolo fondamentale nella trasmissione stessa del messaggio.
In definitiva, tutto ciò che posso dire di Sunstone è che è tutto sommato un fumetto all'apparenza frivolo, leggero, ma con una forte tematica che riesce a stare in piedi per conto suo. I disegni sono poi la parte forte di tutta l'opera, comprese le scene di nudo che sono sì complete ma mai volgari. L'espressività delle protagoniste sono sempre messe in risalto, sottolineando appunto l'accuratezza con cui l'intero fumetto è stato concepito. Non un semplice fumetto erotico con una parentesi da romanzo rosa, ma qualcosa di trascinante e che ha la forza tale di elasticizzare le menti più bigotte, con il lavoro di Šejić che, ancora una volta, risulta ben curato, genuino e simpatico.
In questo post mi cimenterò in qualcosa di arduo: quadrupla recensione!
Ciò di cui andrò a parlare è palese nel titolo: la trilogia Millennium di Stieg Larsson, ma non solo valutando i tre libri, bensì tutte le opere ricavatene, o quasi tutte, diciamo quelle che ho avuto tra le mani - la cui foto sotto. Millennium è composto principalmente da tre libri: Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta, in questa recensione andrò a parlare, tenendo sempre come punto di riferimento l'opera originaria:
della serie TV prodotta in Svezia con Noomi Rapace e Mikael Nyqvist;
del film americano diretto da David Fincher con Rooney Mara e Daniel Craig;
del primo volume a fumetti, edito in Francia, Uomini che odiano le donne di Runberg & Homs;
dell'intera trilogia a fumetti, edita negli USA dalla Vertigo, di Denise Mina.
L'opera di Stieg Larsson è indubbiamente una delle più famose e di successo di inizio millennio, anche se spesso e volentieri c'è chi la definisce un pelino sopravvalutata, bello sì ma non 'sto granché, insomma. Prima di andare alle mie conclusioni, uno sguardo all'intera trilogia non fa mai male, sia per chi vuol rinfrescarsi la memoria, sia per chi voglia provare a leggerla per intero. Le vicende dei tre romanzi si svolgono in Svezia e vede come protagonisti Mikael Blomkovist, noto giornalista di una rivista economica - Millennium, appunto - e Lisbeth Salander, misteriosa hacker affetta da Sindrome di Asperger e descritta principalmente con uno stile ribelle e alternativo, piena di piercing e tatuaggi. In America, Uomini che odiano le donne è divenuto The Girl with the Dragon Tattoo proprio per via di uno dei tatuaggi di Lisbeth, un enorme drago che ricopre tutta la schiena; questo titolo, inoltre, è stato dato anche per rimarcare il fatto che, a conti fatti, in Millennium sia Lisbeth la protagonista assoluta. Infatti, anche se in Uomini che odiano le donne la trama si sposta principalmente sul caso della scomparsa di Harriett Vanger a Hedestad, concentrandosi maggiormente su Blomkovist, la figura di Lisbeth è sin dagli inizi enigmatica e accentratrice, poco vien detto su di lei eppure è la figura che manda avanti l'intero romanzo. Di Lisbeth, quindi, in un primo momento si sa ben poco ma è nel secondo romanzo, La ragazza che giocava con il fuoco, dove si viene a conoscenza della sua intera storia e di conseguenza viene conosciuta più a fondo. Qui, a differenza di Uomini che odiano le donne, le vicende vengono mosse principalmente da Blomkovist e dalla sua vicenda sul trafficking, in un intreccio tra trame surreale ma abbastanza lineare, e io giudico La ragazza che giocava con il fuoco un libro di transizione in quanto, alla conclusione del romanzo si salta direttamente a La regina dei castelli di carta, dove ci si concentra ancora una volta sul personaggio di Lisbeth, costretta a vedersela con il suo passato.
La particolarità di Millennium non sta tanto nella costruzione delle storie e degli intrighi, ma quanto più sui personaggi. Se da una parte l'andamento delle storie può risultare un po' ai limiti dell'assurdo, la descrizione di ogni singolo personaggio è quasi impeccabile. Ciò che riuscì a fare Larsson con i suoi personaggi fu un lavoro veramente encomiabile, riuscendo a dare loro uno spessore ma soprattutto una storia e non soltanto applicandolo ai protagonisti, ma anche ai comprimari e alle piccole comparse. In linea di massima, non dico sia sbagliato concentrare l'intera trilogia sul personaggio di Lisbeth: lei resta comunque la protagonista assoluta e forse uno dei personaggi femminili più tosti dell'immaginario collettivo, ma toccherebbe anche soffermarsi su ogni singolo personaggio, anche quelli apparsi per pochi capitoli, notare come siano ben dettagliati per il ruolo che devono andare a ricoprire, senza mai sfigurare o soccombere al carisma dei protagonisti, per riuscire ad apprezzare veramente il lavoro di Larsson.
Però, nulla è tutto bello e devo dire che Larsson è più volte caduto in una spirale senza fine di assurdità lavorando troppo di fantasia. Se in Uomini che odiano le donne l'assurdo era un po' la chiave dell'intera narrazione, facendo agire i personaggi in una maniera abbastanza coerente con ciò che avverrebbe nella realtà, dalla seconda parte in poi si cade in una serie di forzate coincidenze che, per carità funzionano anche e possono trovare il loro senso, ma il numero di queste comincia a divenire abbastanza ridicolo. La ragazza che giocava con il fuoco lo considero il meno scorrevole della trilogia; interessante, sì, ha i suoi momenti in cui riesce a tenere col fiato sospeso, ma in generale è molto, molto lento. Lo stile di scrittura di Larsson, poi, è a tratti pesante. Troppo descrittivo non è proprio l'accusa che gli si potrebbe andare a rinfacciare (anche se sarebbe corretto!), ma ci sono decisamente troppi paragrafi o interi capitoli inutili. La sua ricerca di procedere sempre per due o tre trame parallele funziona, non risulta mai ripetitivo sebbene ci provi in tutti e tre libri, solo che è capace di soffermarsi su particolari inutili, come quali pensieri i protagonisti facciano sul tramezzino che stanno mangiando (davvero, eh) e cose così. Questa innata voglia di descrivere ogni singola azione dei personaggi è presente in tutti e tre libri, ma è nel secondo in cui se ne sente la pesantezza. Diverso il discorso, invece, è per il terzo capitolo, La regina dei castelli di carta il quale, devo dire, è riuscito a tenermi sulle spine dall'inizio alla fine in tutte le sottotrame presentate. Però, sostanzialmente, il finale è quasi amaro, dove da una parte fa chiudere in maniera quasi superficiale una questione lasciata in sospeso mentre, dall'altra, non si ha la benché minima idea di dove si voglia andare a parare con la relazione di Lisbeth e Mikael, il quale sarebbe dovuta essere approfondita, ma chissà cosa è contenuto in quegli appunti di Larsson per il quarto capitolo della saga, mai pubblicato vista la sua prematura scomparsa.
In linea di massima, ciò che penso della trilogia è che sia un'opera che meriti il successo che ha avuto. Non posso dire se sia sopravvalutato o meno, non leggo molti gialli, ciò che posso affermare con certezza, comunque, è che Uomini che odiano le donne è nettamente superiore le altre due opere. Il secondo libro è palloso e pesante per quanto sia bello, mentre il terzo è sì avvincente ma ai limiti dell'assurdo (persone che muoiono d'infarto davanti a tutti, sparatorie in pieno centro e di giorno, rapporti sessuali che avvengono con estrema facilità, e così via). Uomini che odiano le donne, invece, è un racconto completo. Ha un inizio e una fine, e per quanto tratti il personaggio di Lisbeth in maniera sommaria lasciandole un alone di mistero, è perfetto così com'è. Tra l'altro, è l'unico della trilogia che non ha un finale frettoloso. Ma al di là di ogni cosa, tralasciando ogni singola parte, l'intera opera di Millennium rimarrà nel mio cuore guardandola nel suo complesso con ciò che Larsson ha tentato di trasmettere. Al di là della non celata critica al sistema politico ed economico svedese, l'elemento principale che spicca è la sua totale disgregazione della mentalità sessista, cosa che io condivido a pieno essendo un argomento che mi sta molto a cuore. Larsson rilascia nell'intera opera un elemento fortemente anti-sessista, che può essere erroneamente considerato femminista ma, se si va ad analizzare ogni personaggio nella propria integrità si evince come ciò che tenta di fare è mettere Lisbeth e Mikael sullo stesso piano. L'elemento del sesso è presente praticamente in tutti e tre i libri e, come ho già detto, si arriva anche a far sesso con una facilità estrema, ma il tutto è coerente col pensiero dell'autore e di cosa lui stia cercando di far trasmettere, ossia una totale elasticità mentale, quasi a dirsi libera. Sia Blomkovist che Salander sono due personaggi che vanno a letto con chiunque gli capiti, senza farsi problemi. La relazione tra Erika e Mikael, poi, è un'altra espressione del pensiero di Larsson, rimarcata poi quando si va ad esplorare il rapporto della prima con il marito, consensuale al rapporto della moglie con Mikael e apertamente bisessuale. Larsson, in linea di massima, vuole dare da una parte una figura femminile forte e autonoma, ma dall'altra fare in modo di sottolineare che quello che può essere considerato un discorso preconfezionato di figura autorevole femminile è in realtà una linea di pensiero anti-sessista, atta a sgretolare ogni concetto banale e scontato pro e anti femminista e/o maschilista. Il titolo del primo libro, Uomini che odiano le donne, così come la tematica, non è appunto tirato in ballo a caso. Questo, come detto, è un argomento che mi sta molto a cuore ed è il motivo unico per cui reputo Millennium una delle mie opere preferite, passando sopra il fatto che possa essere a tratti assurdo e un po' troppo tirato per le lunghe.
Made in Sweden: la serie TV.
E qui, senza addentrarci troppo e dilungarci, possiamo prima presentare la serie e poi parlarne approfonditamente. Millennium è composta da 6 episodi, due per capitoli di 1 ora e mezza ciascuno e come elementi degni di nota sono: gli attori scelti per il ruolo dei protagonisti e l'inserimento nel cast di Paolo Roberto, vero pugile svedese di origini italiane inserito da Larsson nel romanzo e che nella serie interpreta proprio sé stesso. Il resto, fine. Davvero, non voglio proprio soffermarmi su ogni singolo episodio perché non ne uscirei più, ma non capisco come si faccia a considerare questa mini-serie un capolavoro. Approssimativo in una maniera assurda, recitazione pessima e dialoghi buttati un po' a caso. Chi segue il mio blog e in genere chi mi conosce, sa quanto non mi piaccia parlar male di qualcosa, ma davvero proprio non è riuscita a scendermi giù. Gli attori scelti per il ruolo di Mikael e Lisbeth, Mikael Nyqvist e Noomi Rapace riescono comunque a star su anche se non rispecchiano molto le loro controparti cartacee, soprattutto la Rapace che in abiti goth e truccata pesantemente è pressapoco ridicola e poco rispecchia la Lisbeth del romanzo. Nyqvist, invece, recita il suo ruolo in maniera abbastanza convincente, diciamo che "ce lo vedo bene nella parte", peccato che come ho già detto l'intera serie TV è molto approssimativa e i personaggi sono abbastanza anonimi e poco caratterizzati. Qui vale il solito discorso che ogni film tratto da romanzo non può essere fedele all'opera originale il ché ci sta eh, solo che essere fedeli a qualcosa di cartaceo è quasi improbabile. Diciamo che vedere la serie Millennium è per imparare a capire perché i romanzi si riadattano al massimo, con qualche evidente modifica e per forza di cose. Ciò che qui si cerca di fare è appunto riproporre esattamente ciò che accade nel romanzo... in sole tre ore. Il risultato è che La regina dei castelli di carta si manda avanti a fatica e distrugge sostanzialmente quanto fatto almeno discretamente nei primi due capitoli proprio perché, appunto, la gestione frettolosa dei primi due capitoli ha tenuto da parte alcuni elementi e ne ha tagliati il doppio nella terza parte. Terza parte che manda all'aria completamente la serie. Ma amen. Reputo la trilogia svedese un qualcosa di mediocre, sia in rapporto di comparazione con la trilogia letteraria che come sistema di valutazione globale. Una mini-serie che è proprio adatta alla TV, senza tante pretese, con un cast a tratti azzeccato e a tratti no.
David Fincher, Daniel Craig e Rooney Mara.
Ora, sarà anche vero che forse il mio parere è condizionato dal fatto che è stato Uomini che odiano le donne di Fincher ad avvicinarmi all'opera, ma se devo pensare in maniera obiettiva, non mi sarei mai avvicinato ai romanzi dopo aver visto la serie. Molto più fedele al romanzo, parlando più di ambientazioni che altro, degli attori decisamente più capaci e un ottimo regista. E qui credo proprio di non sapere cos'altro aggiungere. Daniel Craig è comunque azzeccato nella parte di Blomkovist, anche se perde quell'aria da bell'uomo che viene descritta nel romanzo, mentre Rooney Mara - e qui non me ne vogliano gli amanti della serie TV - è decisamente più azzeccata di Noomi Rapace. Di costituzione fisica, di aspetto, tutto. Rooney Mara riesce a trasformarsi completamente in Lisbeth Salander ed è molto più fedele la sua caratterizzazione nel film di Fincher che nella serie svedese. Certo, anche qui ci sono delle notevoli differenze rispetto al romanzo, ma se non altro, l'ambientazione, il messaggio del film in genere così come la rappresentazione di Lisbeth sono decisamente più riuscite. Un film il cui successo è meritatissimo ma che purtroppo non costituirà una trilogia a causa di divergenze creative, nonostante gli studi cinematografici abbiano speso una notevole cifra per finanziare il progetto.
Millennium, Vol. 1: Uomini che odiano le donne di Runberg & Homs.
Sopravvalutato o meno, Millennium ha comunque ricevuto un notevole successo, tale da dedicargli anche un fumetto. Quello di Runberg e Homs è francese, ed è stato pubblicato nel 2013 ma purtroppo in Italia è arrivata solo la prima parte, con un futuro incerto sugli altri due romanzi. Per quanto riguarda quest'opera, c'è ben poco da dire: dei disegni molto belli, una cura dei dettagli sia a livello grafico che di disegno veramente eccezionali e una storia che si regge, tiene fede all'opera originale e riesce anche ad inserire nuovi elementi, come la comparsa della sorella di Lisbeth che nei libri non c'è ma la si nomina solamente, che... beh, a me è piaciuta parecchio. Un'aggiunta che non stona perché nella sua interezza è un fumetto che veramente è ben fatto. Certo, i tratti possono sembrare un po' troppo caricaturali e forse c'è ben troppo colore, in quella che dovrebbe essere un'opera più cupa, ma in linea di massima funziona alla grande. Un fumetto di cui consiglio vivamente la lettura, se si è amati il libro, questo primo volume non delude le aspettative. Sottolineo, "se avete letto il libro", in quanto, per quanto sia bello, resta parecchio riassuntivo.
I fumetti della Vertigo, di Denise Mina.
Di questo ne parlai già tempo fa, esattamente qui. Ma se nella precedente recensione mi sono soffermato sul primo romanzo, diviso occasionalmente in due parti, oggi parlerò dell'opera completa. Come già detto nel precedente post, The Girl with the Dragon Tattoo si salva solamente per le copertine di Lee Bermejo e per i disegni in generale. Denise Mina, che comunque si è fatta notare in passato scrivendo alcune storie per Hellblazer, non riesce molto bene a trasporre il romanzo, sebbene abbia addirittura ben due volumi per farlo. Oltre a una pesante censura riguardante lo stupro della quale non trovo spiegazioni, la figura di Lisbeth qui è veramente estremizzata, ma non nel senso favorevole alla figura originaria del romanzo, ma in maniera stravolta. Il personaggio di Lisbeth, qui, viene fin troppo americanizzato; sì donna forte e autorevole ma niente lato fragile, niente umanizzazione. Onde evitare di ripetermi, ricopio qui quanto scritto nella recensione di qualche mese fa.
Se nel libro Lisbeth viene messa in risalto per il suo modo di fare taciturno e per il suo evidente problema di autismo, Denise Mina ha deciso che Lisbeth deve essere un personaggio autonomo e non convenzionale. In poche parole, prende il personaggio unico di Lisbeth e lo trasforma in un anti-eroe quasi conformista, con spiccate doti sociali e una psicologia indipendente che, levati, non ha bisogno di niente e di nessuno.
Il discorso, tuttavia, si discosta di parecchio nel secondo volume, The Girl who Played with Fire dove stranamente niente viene stravolto e in un unico volume si riesce a raccontare per filo e per segno tutti gli avvenimenti del romanzo (che in questo caso è, appunto La ragazza che giocava con il fuoco). Stesso discorso vale per la terza parte, The Girl who Kicked the Hornet's Nest, il quale riesce ad essere estremamente fedele all'opera originaria, anche se moltissime parti sono velocizzate e ridotte al minimo e alcuni passaggi vengono messi da parte o in altri casi addirittura semplificati.
In linea di massima, le trasposizioni della Vertigo ottengono dei pareri contrastanti. Con Lee Bermejo alle copertine e Leonardo Manco e Andrea Mutti ai disegni (rispettivamente, il primo per le parti di Lisbeth e il secondo di Blomkovist), l'opera dovrebbe avere come punto di forza il lato artistico, vale a dire i disegni e il discorso regge alla perfezione se prendiamo in esame le due parti de The Girl with the Dragon Tattoo. Le altre due parti, invece, subiscono un calo enorme. The Girl with the Dragon Tattoo ha una marcia in più rispetto ai suoi successori, e se The Girl who Played with Fire presenta una trasposizione più fedele con dei disegni inferiori - ma non poco curati, in The Girl who Kicked the Hornet's Nest il discorso va al rovescio, sì alla trasposizione fedele ma disegni poco elaborati, un'impaginazione poco fantasiosa, mancanza di quelle splash-page che in The Girl with the Dragon Tattoo vede il proprio punto di forza, insomma brutto da guardare, un fumetto decisamente mediocre. A questo andiamo ad aggiungerci che la storia ha ben poca fluidità, troppi dialoghi e troppe cose poco approfondite - ma ci sta, se valutiamo che La regina dei castelli di carta son ben 800 pagine di romanzo e il fumetto tenta di riassumere il tutto in poco più di 200. Il tutto sarebbe stato facilmente gestibile se ogni romanzo fosse stato diviso in due parti, ma è innegabile che nella trilogia Millennium è proprio Uomini che odiano le donne ad aver avuto maggior successo commerciale, e di conseguenza è proprio questa l'opera di maggior rilievo ma soprattutto qualità in tutta la trilogia - stravolgimento del personaggio di Lisbeth a parte che, ribadisco, a me non è piaciuto, ma credo che siano gusti, dopo tutto.
Conclusioni.
Ed eccoci qua. Una lunga recensione per un'opera che ho amato così tanto da voler completare una collezione che - tanto per il gusto di ripetermi - ho apprezzato veramente parecchio per il suo messaggio anti-sessista attraverso l'utilizzo di due personaggi al di sopra di ogni preconcetto. Uno un giornalista economico medio-borghese, l'altro una ragazza disadattata dal look un po' troppo sopra le righe e vistoso, ma che insieme rappresentano due facce di una stessa medaglia atte a rompere ogni pregiudizio o concetto preconfezionato. Un'opera che, sopravvalutata o meno, ha certamente una sua identità, che ha meritato almeno in parte il successo che ha avuto. Ritengo sia un peccato non riuscire ad avere ancora in Italia gli altri volumi a fumetti di Runberg e Homs (e io, purtroppo, il francese non lo so!), ma pazienza. Ci rivedremo tra queste pagine se mai in futuro vedranno la luce. O vedrà la luce qualche altra opera derivante Millennium.
Dopo l'avventura al fianco di Ash Williams in Army of Darkness vs. Hack/Slash (e ricordiamo, ogni crossover di Hack/Slash è canonico!), l'intrepida cacciatrice di slasher ritorna in una nuova miniserie di sei volumi, Son of Samhain, scritta stavolta da Michael Moreci e Steve Seeley sui disegni di Emilio Laiso con le cover di Stefano Caselli, co-creatore della serie insieme a Tim Seeley il quale, è da notare, che abbandona per la prima volta le redini della serie. Hack/Slash: Son of Samhain è quindi un inizio tutto nuovo, una sorta di esperimento di rilancio, senza cancellare quanto ciò è stato fatto nella serie regolare. Serie regolare, però, che dopo un buon inizio si perse totalmente e creò un calderone caotico di vari elementi estranei alla saga, spezzando il tono mantenuto agli inizi per dar luce a qualcosa fin troppo differente da come fu proposto in principio. Con il crossover con Army of Darkness si è tentati di restituirci il buon sano vecchio fumetto divertente (ma non Vlad, sigh), questo nuovo rilancio sarà all'altezza? Scopriamolo.
Le vicende di Hack/Slash: Son of Samhain sono ambientate qualche anno dopo la conclusione della regolare e del crossover con Army of Darknes. Cassie oramai ha rotto la sua relazione con Georgia, dopo che i servizi sociali han portato via loro il figlio di Chris e Lisa, e per vivere ora fa la cacciatrice di taglie. Durante uno di questi lavori, s'imbatte in Delroy, un suo collega... ma collega del suo vecchio lavoro. Anche Delroy dà la caccia a creature demoniache, ma se Cassie era alle prese con gli slasher e la Black Lamp Society, lui è alle prese con qualcosa di più grosso, di un male antico tanto quanto l'uomo. I due, quindi, si uniscono insieme per salvare October, il figlio di Samhain, l'antagonista-barra-interesse amoroso di Cassie nella serie regolare, da una setta di mostri atta a risvegliare il Dio Mostro Attan-Soolu, bandito nelle viscere della Terra dagli uomini molti secoli prima. Una volta messo Ocky in salvo, i tre si uniscono per dar battaglia all'orda di mostri, guidata da Morinto, per sventare una minaccia che potrebbe porre fine per sempre all'umanità.
Son of Samhain, in linea generale, è una vera e propria ventata di aria fresca all'intera serie di Hack/Slash. Non dimenticandosi di quanto fatto da Tim Seeley, Moreci e Steve Seeley ci narrano di una Cassie Hack ancora incasinata, ma molto più matura e coscienziosa di sé stessa; superato il dolore per la perdita di Vlad (anche se con qualche ovvia cicatrice), Cassie decide di intraprendere una strada solitaria lasciandosi alle spalle Georgia proprio perché sa chi è e per cosa è nata. Come recita il detto, non puoi fuggire da ciò che sei, ed è la stessa cosa che recita Delroy il quale si presenta come un affascinante modo di comparazione tra due personaggi simili ma con esperienze differenti. Delroy, un personaggio che se pur all'apparenza volesse sembrare sostituire Ash vista la buona dinamica tra i due personaggi descritta nel crossover, si rivela essere ben altro che un personaggio frivolo e comico; non è nemmeno una spalla, semplicemente è un personaggio che ben si affianca a Cassie senza né soccombere al suo carisma restando anonimo, tanto meno cercando di affossarlo imponendolo con la forza. Tutt'altro. Non diverso il discorso è per October, il figlio di Samhain il quale appunto appare nel titolo della mini-serie stessa, con una funzione ben diversa da quella che si può presagire. Inoltre, da apprezzare tantissimo l'abilità con cui gli autori riescano a contrapporre le figure dei tre personaggi a passato, presente e futuro. Il primo è rappresentato da Ocky, figlio di un pazzo omicida - esattamente come Cassie; il futuro è rappresentato da Delroy, il quale potrebbe rappresentare un po' come si evolverà Cassandra. Fondamentale e rappresentativo a quanto appena detto, è proprio l'interazione tra i tre personaggi: Cassie dice a Ocky che non deve spaventarsi dall'essere figlio di un mostro e che può decidere lui stesso se esserlo a sua volta o fare del bene, mentre Delroy insegna a Cassie che per quanto possa provare a fuggire sarà inutile, lei è ciò che è e non deve dimenticarselo. E questo insegnamento lo si vede in atto quando Cassie propone a Ocky di fuggire via che in tutta risposta gli dice che ha deciso di fare del bene, facendo così in modo, e del tutto indirettamente, di ricordare a Cassie chi è lei.
Insomma, Son of Samhain non è solo una storia a sé stante. Rappresenta un nuovo punto di inizio, viene mostrata un'evoluzione del personaggio a partire dalle apparenze: abbandonati gli abiti succinti e appariscenti, Cassie ha ora un look più maturo ma pur sempre badass. C'è poi la crescita stessa del personaggio, non solo una prosecuzione di ciò che è sempre stato, anche se su questo ci sarebbe da ribattere. Il personaggio di Cassie Hack è cresciuto man mano con la sua storia, ed è per questo che a mio parere è uno dei meglio riusciti nel mondo dei fumetti. Oltre alla questione del personaggio, come già detto, rappresenta anche una ventata di aria fresca, viene allargato l'universo narrativo introducendo elementi come appunto l'introduzione del male antico Attan-Soolu che non risulta affatto scontato ma anzi, è una scelta coerente e ben pensata, che lascia nuovi spunti narrativi e getta le basi per una continuazione, come si evince anche nell'epilogo, lasciandoci presagire che il viaggio di Cassie è tutt'altro che finito.
Insomma, Hack/Slash: Son of Samhain è in definitiva un fumetto da non perdere, se si è amata la serie dagli inizi e la si è proseguita nonostante le scarse idee presentate dal momento in cui la serie approdò alla Image. Con la parentesi fuori luogo della lega dei supereroi, delle sette segrete operanti su isole altrettanto segrete, Tim Seeley ci diede un finale emotivamente sconvolgente con la morte di Vlad, e nell'opera successiva, Army of Darkness vs. Hack/Slash, fu l'occasione per mostrarci come Cassie ha reagito alla perdita di Vlad e, chiuso quel capitolo, Son of Samhain è riuscito a raccontarci ancora di più, riuscendo a far evolvere Cassie verso un'ulteriore maturità. Insomma, non è una trovata commerciale atta soltanto a vendere vista la popolarità del personaggio, in quanto è una storia che ha diversi elementi funzionanti: delle solide basi sul quale costruire narrazione, storia e personaggi, il riuscire a raccontare qualcosa di nuovo allargando gli orizzonti tenendo fede alla continuity nella sua totalità e il tutto contornato dalla capacità di mantenere alcuni elementi tipici della saga, come l'elemento splatter.
Son of Samhain è stato pubblicato dalla Image nel 2014 e vede già pubblicato il tutto in un unico volume. Io ho acquistato i sei numeri tramite comiXology e devo dire che è stata un'esperienza veramente interessante. Adoperando la funzione di ingrandimento sulle singole vignette, si ottiene un effetto visivo veramente niente male, creando delle emozioni in più nella lettura. Consigliata anche la lettura tramite App di comiXology.
Ciò di cui andrò a parlare oggi è un fumetto che custodisco gelosamente. Il mio piccolo tesoro.
Ho dovuto aspettare anni per reperirlo. Ho dovuto metterci tanti soldi e, ancora, ho dovuto aspettare. Perché ne parlo come se quest'opera fosse oro? Perché il Flash di Geoff Johns è parecchie cose. Non solo è il fumetto che ha consacrato definitivamente Johns come autore di punta di casa DC, ma rappresenta anche una delle migliori run in assoluto sul Velocista Scarlatto seconda solo a quella di Mark Waid, se non addirittura superiore. L'Omnibus, pubblicato da Planeta diversi anni fa, è un "fumettone" di un migliaio di pagine (800 effettive) che raccoglie i numeri dal 165 al 200 della seconda pubblicazione di Flash americana, più due speciali: Iron Heights e DC Special: Flash vs. Superman. La prima, nemmeno a dirlo, è forse la storia che ha servito a mitizzare concretamente il supereroe Scarlatto, introducendo il penitenziario di Iron Heights che sarebbe un po' l'Arkham Asylum di Central City e Keystone.
Ma freniamo un attimo e passiamo ad una descrizione più o meno dettagliata. Quest'Omnibus, come già detto, è l'opera di riferimento per Geoff Johns il quale subentra in primis come autore passeggero in attesa di trovarne uno affermato da affiancare alla testata, ma che ne diventa l'autore di punta vista la bravura e la sua innata capacità di raccontare storie avvincenti e piene di fantasia. Affiancato, quindi, dal disegnatore Scott Kolins per tutta la serie (eccetto per i due speciali), da' vita a un'incredibile run piena di colpi di scena, sentimenti e personaggi carismatici. Il Flash protagonista di queste storie non è, ovviamente, Barry Allen ma Wally West - ex Kid Flash, nipote della moglie di Barry, Iris e successore dell'eredità dello zio dopo che questi sacrifica la sua vita durante Crisi sulle Terre Infinite. Stiamo parlando quindi di un Flash decisamente diverso, meno cupo e forse il supereroe meno segnato dalla tragedia e di questo Geoff Johns non si dimentica mai; il modo in cui dipinge Wally è magistrale, mette in risalto la sua solarità, il suo lato divertente e meno cupo rispetto a tanti suoi "colleghi". Racconta di un supereroe che vive la sua vita senza nascondere la sua identità di supereroe, tutti sanno che Wally West è Flash e la sua vita è perfetta così com'è. E Wally non è più un ragazzino testardo o irruento ma un adulto, un Flash più maturo che, nonostante viva una vita altrettanto perfetta, accoglie il suo potere e quindi la sua responsabilità di supereroe senza alcun peso. Flash è un eroe positivo, nonostante le cose brutte che tentano di stravolgere la sua vita, lui ne esce sempre a testa alta, sempre pronto a rimediare ai suoi errori e a migliorarsi. Questa è la figura che Johns riesce a dare a Wally West. In maniera impeccabile.
Ma Flash non è soltanto l'unico personaggio di cui ci viene data una coerenza narrativa perfetta; anche sua moglie, Linda Park, viene descritta in maniera egregia. Una giornalista che decide di mettere da parte il suo lavoro da reporter pur di non intralciare la vita da supereroe del marito. Il detective Chyre, testardo ma uno dei migliori poliziotti anche ha un ruolo marginale, ma è sempre presente ed è uno dei personaggi che Johns riesce a farci amare. Altri personaggi introdotti da Johns sono nuovi Nemici, come Cicada, Blacksmith e il nuovo Anti-Flash, il Professor Zoom, ma di lui ne parleremo più avanti. Johns introduce questi nuovi cattivi riuscendo comunque a dare loro uno spessore, basti pensare a Blacksmith che è praticamente l'antagonista principale della saga Rogues War, una metaumana che riesce a metter su un'attività criminale senza eguali capace di mettere in scacco il buon Wally - salvato soltanto da una minaccia più grande: il Pensatore, altro villain introdotto a sorpresa e che risulta un po' come il Brainiac della situazione, capace di ribaltare la storia e renderla meno prevedibile possibile. Insomma, personaggi che si muovono all'interno di una storia che riesce ad appassionare ogni pagina sfogliata. Personaggi che, alla fine di tutto, risulterebbe difficile dimenticarsene, per quanto bene sono caratterizzati. Ma la miglior caratterizzazione di tutti i Nemici, forse, è quella di Leonard Snart alias Captain Cold, sempre in bilico tra il bene e il male, carismatico al punto da riuscire a trasmettere quel carisma anche agli altri colleghi rendendo i Nemici di Flash affascinanti tanto quelli di Batman. Nemici che in questa run vede ben due incarnazioni: la prima quella di Blacksmith che vede come membri Girder, Magenta, Mirror Master, il Mago del Tempo, Catrame, Murmur e il nuovo Trickster, Axel Walker; la seconda, invece, capitanati da Captain Cold vede la reunion dei Nemici classica, eccezione del Pifferaio, Heat Wave e del primo Trickster, James Jesse, passati tutti e tre "al lato dei buoni" (il primo, addirittura alleato di Flash!).
E se Johns riesce a introdurre nuovi villain dando loro un più che buono spessore, non si dimentica di valorizzare i nemici classici. Oltre al già citato Cold, ritroviamo anche Gorilla Grodd, il mio villain preferito; intelligente, spaventoso e distruttivo, Grodd appare in una breve storia in tre parti, ma lascia il segno. Il tutto, per portarci alla conclusione della run di Johns, quella che ha visto la sua costruzione lentamente, sin dai primi numeri (nel caso dell'Omnibus, dalle prime pagine): l'introduzione del nuovo Anti-Flash, il Professor Zoom. Il villain definitivo, quello capace di portare alla strema l'eroe e smontare il suo intero mondo, metterlo in dubbio, quello capace di aver vinto anche se subisce una sonora sconfitta. Wally, supereroe solare e sempre positivo, dopo lo scontro cio Zoom si vedrà costretto a prendere una decisione difficile, forse la più difficile tra tutte, ovvero rinunciare ad essere Flash, o meglio a ciò che rappresenta.
Questa è la motivazione del perché io reputo quest'Omnibus un'opera da custodire gelosamente. Il Flash di Johns è un'opera che è più che giusto raccoglierla in un unico volume, anche se risulta scomodissimo da leggere. Un'opera che va assaporata per intera, che deve essere presa nella sua interezza e non per ogni singola mini-storia presente tra le sue pagine. Un'opera perfetta, un volume da custodire come oro. La storia del supereroe definitivo, di un supereroe diverso che lotta contro nemici che tentano di far crollare il suo mondo sotto i piedi. Ma anche una storia in cui ogni singolo avvenimento, anche quello apparentemente più futile, ha il suo preciso scopo. Questa si chiama coerenza narrativa. E tutto questo è Geoff Johns.
E dopo un anno, torniamo a parlare di Faith Erin Hicks.
Quasi un anno fa parlai di Zombies Callingproprio tra queste pagine, in cui lodai l'autrice canadese anche se in quel fumetto era abbastanza chiaro che questa fosse alle prime armi sia a livello di sceneggiatura che di disegni; ciò che apprezzai maggiormente era la sua genuinità e il suo tentativo di risultare "originale e particolare" omaggiando numerosi film horror, in quell'opera. Oggi, a distanza di un anno appunto, torno a parlare di lei ma stavolta di Friends With Boys, graphic novel pubblicato nel 2012, vale a dire 5 anni dopo Zombies Calling, dove possiamo guardare una Hicks più matura e con più esperienza.
Faith Erin Hicks usa un espediente della sua vita reale in Friends With Boys; Maggie, come l'autrice, è una ragazza che ha avuto un'istruzione scolastica a casa, con la madre da insegnante. Ritrovatasi poi a dover affrontare le superiori per la prima volta, Maggie dovrà vedersela con le sue paure nel dover affrontare un'esperienza tutta nuova per lei. Ad aiutarla, comunque, ci sarà il fratello maggiore Daniel. La particolarità di Maggie è che è praticamente cresciuta solo tra maschi, tra tre fratelli (di cui due gemelli) e il padre, un poliziotto della sua cittadina. Una volta a scuola, Maggie fa amicizia con Lucy e suo fratello Alistair, due emarginati che l'accompagneranno nella sua bizzarra avventura per rubare la protesi di una mano appartenuta al capitano della Reaper, una nave che vide scomparire il suo equipaggio misteriosamente alcuni secoli prima. Tutto questo per far sì di scoprire l'identità del fantasma che segue Maggie da quando era piccola, probabilmente la moglie proprio del capitano della nave. Friends With Boys si muove, come si può facilmente notare, su dei ritmi bizzarri; la stessa famiglia di Maggie viene presentata in maniera alquanto particolare. I temi affrontati in questo fumetto sono numeresosi e tra questi spicca appunto la diversità ma forse più di tutti il saper affrontare dei cambiamenti.
L'opera d Hicks stavolta è decisamente un po' più matura, se a tratti il tutto può sembrare troppo buonista e in qualche modo "perfettino" per quanto riguarda il modo in cui i personaggi interagiscono tra loro, non viene comunque messo da parte il cosiddetto "mondo reale", dove le persone si comportano in maniera stupida e crudele in maniera immotivata, soprattutto nelle high school americane. Tuttavia, la storia si circonda di un'esasperante ottimismo e da una genuinità pura da parte dei personaggi coinvolti, e forse è proprio questo che Faith voleva far trasparire. Maggie cresce in un ambiente difficile, a lei non piacciono le cose che piacciono alle comuni ragazze. Lei ama gli horror, il suo film preferito è Alien e, come Sigourney Weaver, lei non vuole essere la principessa che viene salvata bensì l'eroina che prende parte all'azione. Un tema che a me sta molto a cuore, la distruzione dei canoni sessisti. La Hicks riesce a parlare di tutto questo mettendo in risalto l'emotività della protagonista, mostrando come in fin dei conti ognuno ha le proprie debolezze e non c'è bisogno di nascondersi dietro uno stereotipo per giustificarle o tentare, appunto, di nasconderle.
Come in Zombies Calling, i disegni ricordano un po' quelli di Bryan Lee O'Malley, un po' manga ma con tratti più occidentalizzati, ma stavolta si vedono notevoli miglioramenti rispetto l'opera già citata. In definitiva, Friends With Boys è un fumetto che parla di alienazione, di cambiamenti e soprattutto di amore, fraterno, tra amici e romantico, il tutto in maniera genuina. Come, d'altronde, dovrebbe essere il nostro mondo. Senza tante complicazioni, vedere tutto in maniera positiva anche se la vita ci ha soltanto riservato esperienze catalogabili come negative.
Questa è la parola chiave che da un decennio a questa parte è diventato quasi un tormentone. In un periodo in cui è difficile trovare nuove idee o riuscire ad accattivare il pubblico, prendere un concept conosciuto e stravolgerlo completamente è quasi una regola per far sì che il lettore medio occasionale venga attratto da un'opera. Nulla di dispregiativo, io stesso son stato attirato da quest'opera per lo stesso motivo. Pinocchio - Storia di un bambino è un fumetto italiano scritto e disegnato da Ausonia, nome d'arte di Francesco Ciampi che racconta in chiave moderna e grottesca la favola di Pinocchio, il quale da burattino di legno viene trasformato da ammasso di carne marcia.
Ausonia, in quest'opera, non si limita a raccontare una versione distorta della fiaba di Collodi, anzi lo ribalta completamente, lo rende opposto. Geppetto è un burattino che costruisce da un pezzo di carne parlante il figliolo Pinocchio, il quale viene rappresentato come l'unico "umano" in un mondo di burattini. Il suo naso, anziché crescere quando questi dice una bugia, gli cresce quando accade l'opposto, quando dice la verità. La Fata Turchina non è colei che aiuta Pinocchio a divenire un bambino vero, ma colei che lo sfrutta per poter far sì che a suo discapito lei si arricchisca per poter vivere una vita adagiata. Pinocchio diventa quindi una fiaba inquietante, dai toni pesantemente grotteschi (basti vedere la sua immagine, come viene presentato, un ammasso di carne putrida) e con una forte critica sociale. Ed è proprio sull'ultimo punto che s'incentra l'intera opera: Pinocchio, paradossalmente a quanto scritto da Collodi, è l'unico essere vivente che adopera la sincerità e l'onestà in un mondo dove addirittura queste sono considerate fuori legge ed è proprio qui che Ausonia propone la sua visione di (in)giustizia sia a livello sociale che burocratico, mostrando come il mondo si regga sulle bugie e come le persone preferiscano vivere, appunto, come burattini.
In definitiva, il Pinocchio di Ausonia è un'opera validissima, l'autore riesce ad esprimere il suo punto di vista sul mondo in maniera egregia e riesce a lasciare il segno, sia a livello narrativo che grafico, il quale direi che l'intera opera si regga proprio sui disegni. Cinico e grottesco al punto giusto, Pinocchio - Storia di un bambino è stato pubblicato dalla RW Lion sotto l'etichetta Lineachiara, io ci farei un pensiero perché - a mio parere - è uno di quei fumetti che se riescono ad attirare la propria attenzione, è giustissimo acquistarlo per custodirselo gelosamente.