sabato 22 agosto 2015



Della serie: "anche Danjel legge libri".
Ebbene sì. Ma non sono molto propenso a scriverne su queste pagine, a meno che non sia una di quelle cose non alla portata di tutti, esattamente come è My Life As A White Trash Zombie, primo libro di una saga urban fantasy a tema zombie scritta da Diana Rowland, autrice statunitense ed ex coroner appassionata di horror, demoni e - appunto - zombie. L'avvicinamento a questa serie di libri è avvenuta grazie a comicbookgirl19, la quale, oltre a prestare la sua immagine per le illustrazione delle copertine, in un suo video affiancò quest'opera ad un'altra di mio assoluto gradimento: iZombie, precisamente alla serie tv, facendo notare alcune similitudini. Similitudini di cui andrò ad affrontare anche io. Ma per il momento, cominciamo a parlare del libro e dei miei pensieri al riguardo.

My Life as a White Trash Zombie è traducibile in italiano come La mia vita come uno zombie povero, anche se ciò è impropriamente incorretto. Nello slang, l'espressione white trash è usata per indicare quel tipo di persone che solitamente vivono in periferia, solitamente all'interno di camper o roulotte, pochi inclini all'igiene personale i quali spendono i propri soldi in oggetti costosi quali impianti stereo o tv anziché badare alle tasse e che quasi sempre sono sotto dipendenze di alcol e/o droghe. Questo tipo di persone solitamente è di carnagione bianca. Questo è il quadro d'insieme della definizione di white trash. E Angel Crawford, la protagonista di questa storia, è proprio una di queste disadattate; picchiata dal padre perennemente ubriaco, fidanzata con un perdente con il quale una sera sì e l'altra pure ci fa a botte, Angel si renderà conto che dovrà morire, per rimettere apposto la sua vita.
"Yeah, right. I'm finally getting my life together. Too bad I had to die first."
Angel è stata presumibilmente violentata e mandata in overdose, poi è stata ritrovata nuda sul ciglio della strada, ritrovata da un agente di polizia e portata in salvo. Ma di tutto questo, Angel non ricorda assolutamente nulla, se non aver litigato col Randy, il suo ragazzo, la sera prima ed aver bevuto qualche cocktail con uno sconosciuto solo per farlo ingelosire. Come se non bastasse, una lettera misteriosa le rivela che in realtà lei è morta e che se non si ciba di cervelli ogni qualvolta avrà "Fame" potrebbe ritrovarsi in seri guai, ovvero perdere la ragione e diventare un vero e proprio zombie, senza identità alcuna. Oh, questo e che ha ottenuto un lavoro in obitorio come autista e aiuto del coroner. Ottenendo così facile accesso ai cervelli, cibo primario e fondamentale per uno zombie, Angel scoprirà vantaggi e svantaggi dell'essere uno zombie, in più verrà coinvolta in una serie di indagini riguardanti dei cadaveri decapitati commessi presumibilmente da un altro zombie! Tutto questo, ovviamente, di contorno al personaggio di Angel, la quale come già detto si ritroverà a rimettere in piedi la sua vita sistemando i casini col padre, i suoi problemi con droghe e alcol e riflettendo sull'intero senso della sua vita. O quella che è. E ci riuscirà grazie a personaggi comprimari, come i detective Marcus Ivanov ed Ed Quinn e al coroner Dr. LeBlanc, oltre all'intero staff dell'obitorio che riusciranno a farla sentire più "normale" e meno freak.

Quel che Diana Rowland racconta attraverso 310 pagine in My Life As a White Trash Zombie è una sorta di thriller drammatico con elementi horror (gli zombie, duh), dove si va ad esplorare non solo un personaggio nella sua interezza e totalità emotiva, ma anche un mondo immaginario dove gli zombie vivono tra noi e che addirittura hanno costruito uno schema sociale per sopravvivere nel mondo e, ultimo ma non ultimo, la Rowland per dare un tocco di realismo alla struttura narrativa, utilizza un ambiente da lei ben conosciuto, l'obitorio (l'autrice, come già detto, ha lavorato in un obitorio!) andando ad inserire piccole curiosità su come si svolgano autopsie più altre varie sul come funziona grosso modo il sistema americano riguardo a morti e funerali organizzati dallo Stato. Il tutto tenendo un tono lievemente cinico, riuscendo a dare un'identità forte al racconto. Identità che si ha anche grazie al modo di esprimersi molto pittoresco della protagonista, Angel, il quale - viste le sue origini sociali - si esprime in maniera piuttosto colorita ma mai volgare, risultando quindi anche divertente, su certi aspetti. Diana Rowland, per dirla in sommi capi, fa un lavoro molto particolare con My Life as a White Trash Zombie, dalla presentazione ed evoluzione del personaggio analizzandone ogni aspetto caratteriale dovuto allo shock della scoperta dell'essere uno zombie, alla struttura narrativa che, sebbene sul finale sembra voler spingere forzatamente sull'acceleratore pur di concludere, risulta molto solida. Insomma, non annoia. E se devo essere sincero, ho acquistato i quattro libri andando un po' a fiducia, avendo però paura che si rivelasse un'opera troppo adolescenziale, semplicistica e priva di contenuti. Ebbene, mi sono dovuto in parte ricredere. Semplicistica sì, contenuti ce ne sono e non sono per niente banali e frivoli, e non mi è risultata affatto adolescenziale, anche se comunque non è che stiamo parlando proprio di un'opera "adulta".

comicbookgirl19 ha prestato la sua immagine
per l'illustrazione delle cover, realizzate da Dennis Hansbury
Purista o meno?
Questa è una domanda che mi sono posto ripetutamente. Diciamo che, in linea di massima, per quanto riguarda gli zombie io sono un purista. Se sono cannibali, Romero senza batter ciglio. Senza andare troppo nel dispersivo, diciamo che sono molto legato alla versione classica dello zombie, vale a dire completamente morto, putrefatto, lento e senza alcuna capacità di pensare. Così come nelle storie, il mio tipo di film preferito sono quelli dove appunto gli zombie sono più un contorno alla storia, dove non sono presenti solo per fare inutili spargimenti di sangue. Però, è anche vero che il mito degli zombie non si è mosso solo grazie a Romero. Come non dimenticare Dan O'Bannon e il suo The Return of the Living Dead (Il Ritorno dei Morti Viventi), pietra miliare dei film trash, dove non solo è famoso per scene cult come quella in cui uno zombie poliziotto prende una radio della polizia e chiede esplicitamente "servono più poliziotti" ma anche per aver introdotto il mito dello zombie mangia-cervelli - è di fatti di conoscenza comune che gli zombie mangino cervelli, ma in realtà questo è solo nelle trasposizioni pariodistiche (vedi I Simpson), in tutte le altre pellicole mangiano semplicemente carne, umana e non. Quindi, ritornando alla domanda se è giusto essere puristi o meno giudicano My Life As a White Trash Zombie la risposta resta un no, nonostante numerosi elementi come la società formata da zombie e il loro traffico di cervelli sono palesemente fuori contesto in quanto lo schema strutturale è molto simile a quello dei vampiri. E vampiri e zombie non c'entrano praticamente nulla, tra di loro. Gli zombie sono più fighi, i vampiri fanno schifo. Okay, questo era un parere personale non richiesto, ad ogni modo che l'opera di Diana Rowland si distacchi di parecchio dalla concezione originale degli zombie è palese, ma considerando comunque che ci sia l'elemento parodistico (cervelli) che tenta di smorzare un po' il tono che rischia di sembrare troppo serioso, questo non fa solo che riuscire a dare un'identità forte al romanzo. Non è assolutamente qualcosa che pretende di essere un libro da best seller, semplicemente cerca di essere qualcosa di maledettamente diverso e che risulti divertente, qui l'inserimento anche del personaggio e dell'elemento white trash messo in risalto anche nel titolo.

Il paragone con iZombie.
E qui siamo al piatto forte. Ebbene, il paragone qui ci sta tutto ma - attenzione - non va fatto con l'opera a fumetti di Allred e Robinson, che nel loro tono voleva essere un'accozzaglia di elementi horror buttati nella mischia per creare un caos pandemonico che generasse ilarità e follia allo stato puro, ma con la serie TV. Per chi se lo fosse perso, io ho fatto già un'analisi completa della serie tv iZombie, dove ho già avuto modo di esporre le differenze tra serie tv e fumetto; dal momento in cui iZombie è stato deciso solo dopo l'uscita dei quattro romanzi, questo ci lascia proprio un punto interrogativo enorme. La serie tv a cosa si ispira, al fumetto o al romanzo di Diana Rowland? Se la risposta non è tutte e due, mi chiedo se sia stata voluta dagli autori, senza citare la Rowland o ringraziarla per l'idea, o che sia stato casuale. Il fumetto di iZombie, ricordiamo, parlava di Gwen Dylan, becchina che si procurava cervelli riesumando cadaveri, mentre la serie TV vede Liv Moore lavorare in un obitorio, come Angel. Ma non solo, la faccenda non si limita solo a questo. L'esplorazione del sottomondo degli zombie, il traffico di cervello per far sopravvivere la comunità degli zombie e convivere in segreto con gli umani non è qualcosa di unico creato per la serie TV; in vie trasverse, con modalità un po' più differenti, Diana Rowland inserisce questo concetto per prima. Insomma, non è ben chiaro se la serie TV di iZombie abbia presto spunto dalla saga White Trash Zombie, fatto sta che la Rowland ci ha pensato prima, anche se questo non va a intaccare assolutamente nulla. iZombie e My Life As a White Trash Zombie sono comunque due opere distinte, con due personaggi differenti che si muovono in elementi analoghi ma non uguali.

In definitiva.
Insomma, dopo questa disanima sulle analogie con iZombie, e sugli zombie come icone culturali, passiamo al mio parere definitivo sull'opera in argomento. Come già detto, mi aspettavo che My Life As a White Trash Zombie fosse una lettura un po' più adolescenziale, come ogni urban fantasy che si rispetti. E invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. I toni vagamente cinici, quel tentativo ben riuscito di uscire fuori da ogni schema e l'adoperazione di un personaggio decisamente fuori dalle righe sono un qualcosa che riesce a dare identità al romanzo. In poche parole, è scritto così bene che anche essendo un romanzetto del cazzo riesce a soddisfare le aspettative. Sempre se le aspettative siano quelle di leggere un racconto drama-thriller con elementi horror, sia chiaro.


Se per caso parlandone sono riuscito a interessare qualcuno, ecco le indicazioni su come poter leggere My Life As a White Trash Zombie. Innanzitutto, iniziamo col precisare che non è una pubblicazione italiana ma americana, quindi solo lingua originale sorry. Detto ciò, la saga incentrata su Angel Crawford di Diana Rowland vede al momento quattro libri e sono disponibili su Amazon.it. Per ogni informazione, il sito della Rowland è più dettagliato e in più c'è anche il link per ascoltare il libro su Audible, nel caso vi stanchiate troppo a leggere.

giovedì 20 agosto 2015



Ciò di cui andrò a parlare oggi è un fumetto che custodisco gelosamente. Il mio piccolo tesoro.
Ho dovuto aspettare anni per reperirlo. Ho dovuto metterci tanti soldi e, ancora, ho dovuto aspettare. Perché ne parlo come se quest'opera fosse oro? Perché il Flash di Geoff Johns è parecchie cose. Non solo è il fumetto che ha consacrato definitivamente Johns come autore di punta di casa DC, ma rappresenta anche una delle migliori run in assoluto sul Velocista Scarlatto seconda solo a quella di Mark Waid, se non addirittura superiore. L'Omnibus, pubblicato da Planeta diversi anni fa, è un "fumettone" di un migliaio di pagine (800 effettive) che raccoglie i numeri dal 165 al 200 della seconda pubblicazione di Flash americana, più due speciali: Iron Heights e DC Special: Flash vs. Superman. La prima, nemmeno a dirlo, è forse la storia che ha servito a mitizzare concretamente il supereroe Scarlatto, introducendo il penitenziario di Iron Heights che sarebbe un po' l'Arkham Asylum di Central City e Keystone.

Ma freniamo un attimo e passiamo ad una descrizione più o meno dettagliata. Quest'Omnibus, come già detto, è l'opera di riferimento per Geoff Johns il quale subentra in primis come autore passeggero in attesa di trovarne uno affermato da affiancare alla testata, ma che ne diventa l'autore di punta vista la bravura e la sua innata capacità di raccontare storie avvincenti e piene di fantasia. Affiancato, quindi, dal disegnatore Scott Kolins per tutta la serie (eccetto per i due speciali), da' vita a un'incredibile run piena di colpi di scena, sentimenti e personaggi carismatici. Il Flash protagonista di queste storie non è, ovviamente, Barry Allen ma Wally West - ex Kid Flash, nipote della moglie di Barry, Iris e successore dell'eredità dello zio dopo che questi sacrifica la sua vita durante Crisi sulle Terre Infinite. Stiamo parlando quindi di un Flash decisamente diverso, meno cupo e forse il supereroe meno segnato dalla tragedia e di questo Geoff Johns non si dimentica mai; il modo in cui dipinge Wally è magistrale, mette in risalto la sua solarità, il suo lato divertente e meno cupo rispetto a tanti suoi "colleghi". Racconta di un supereroe che vive la sua vita senza nascondere la sua identità di supereroe, tutti sanno che Wally West è Flash e la sua vita è perfetta così com'è. E Wally non è più un ragazzino testardo o irruento ma un adulto, un Flash più maturo che, nonostante viva una vita altrettanto perfetta, accoglie il suo potere e quindi la sua responsabilità di supereroe senza alcun peso. Flash è un eroe positivo, nonostante le cose brutte che tentano di stravolgere la sua vita, lui ne esce sempre a testa alta, sempre pronto a rimediare ai suoi errori e a migliorarsi. Questa è la figura che Johns riesce a dare a Wally West. In maniera impeccabile.

Ma Flash non è soltanto l'unico personaggio di cui ci viene data una coerenza narrativa perfetta; anche sua moglie, Linda Park, viene descritta in maniera egregia. Una giornalista che decide di mettere da parte il suo lavoro da reporter pur di non intralciare la vita da supereroe del marito. Il detective Chyre, testardo ma uno dei migliori poliziotti anche ha un ruolo marginale, ma è sempre presente ed è uno dei personaggi che Johns riesce a farci amare. Altri personaggi introdotti da Johns sono nuovi Nemici, come Cicada, Blacksmith e il nuovo Anti-Flash, il Professor Zoom, ma di lui ne parleremo più avanti. Johns introduce questi nuovi cattivi riuscendo comunque a dare loro uno spessore, basti pensare a Blacksmith che è praticamente l'antagonista principale della saga Rogues War, una metaumana che riesce a metter su un'attività criminale senza eguali capace di mettere in scacco il buon Wally - salvato soltanto da una minaccia più grande: il Pensatore, altro villain introdotto a sorpresa e che risulta un po' come il Brainiac della situazione, capace di ribaltare la storia e renderla meno prevedibile possibile. Insomma, personaggi che si muovono all'interno di una storia che riesce ad appassionare ogni pagina sfogliata. Personaggi che, alla fine di tutto, risulterebbe difficile dimenticarsene, per quanto bene sono caratterizzati. Ma la miglior caratterizzazione di tutti i Nemici, forse, è quella di Leonard Snart alias Captain Cold, sempre in bilico tra il bene e il male, carismatico al punto da riuscire a trasmettere quel carisma anche agli altri colleghi rendendo i Nemici di Flash affascinanti tanto quelli di Batman. Nemici che in questa run vede ben due incarnazioni: la prima quella di Blacksmith che vede come membri Girder, Magenta, Mirror Master, il Mago del Tempo, Catrame, Murmur e il nuovo Trickster, Axel Walker; la seconda, invece, capitanati da Captain Cold vede la reunion dei Nemici classica, eccezione del Pifferaio, Heat Wave e del primo Trickster, James Jesse, passati tutti e tre "al lato dei buoni" (il primo, addirittura alleato di Flash!).

E se Johns riesce a introdurre nuovi villain dando loro un più che buono spessore, non si dimentica di valorizzare i nemici classici. Oltre al già citato Cold, ritroviamo anche Gorilla Grodd, il mio villain preferito; intelligente, spaventoso e distruttivo, Grodd appare in una breve storia in tre parti, ma lascia il segno. Il tutto, per portarci alla conclusione della run di Johns, quella che ha visto la sua costruzione lentamente, sin dai primi numeri (nel caso dell'Omnibus, dalle prime pagine): l'introduzione del nuovo Anti-Flash, il Professor Zoom. Il villain definitivo, quello capace di portare alla strema l'eroe e smontare il suo intero mondo, metterlo in dubbio, quello capace di aver vinto anche se subisce una sonora sconfitta. Wally, supereroe solare e sempre positivo, dopo lo scontro cio Zoom si vedrà costretto a prendere una decisione difficile, forse la più difficile tra tutte, ovvero rinunciare ad essere Flash, o meglio a ciò che rappresenta.

Questa è la motivazione del perché io reputo quest'Omnibus un'opera da custodire gelosamente. Il Flash di Johns è un'opera che è più che giusto raccoglierla in un unico volume, anche se risulta scomodissimo da leggere. Un'opera che va assaporata per intera, che deve essere presa nella sua interezza e non per ogni singola mini-storia presente tra le sue pagine. Un'opera perfetta, un volume da custodire come oro. La storia del supereroe definitivo, di un supereroe diverso che lotta contro nemici che tentano di far crollare il suo mondo sotto i piedi. Ma anche una storia in cui ogni singolo avvenimento, anche quello apparentemente più futile, ha il suo preciso scopo. Questa si chiama coerenza narrativa. E tutto questo è Geoff Johns.



Si ritorna a parlare di DC Universe Original Animated Movies.
E in effetti era da parecchio che non lo facevo, in quanto -e devo essere sincero- da quando si è optato per il rilancio del Nuovo Universo Animato, la qualità è scesa parecchio. I film di Batman sono osceni, quelli della Justice League divertenti ma privi di sostanza, ma fortunatamente dei tre film annuali previsti, quelli "fuori continuity" con storie originali (e non) sono parecchio apprezzabili. Assault on Arkham, con protagonisti la Suicide Squad ambientato nell'Arkhamverse è stato godibile, e nel futuro ci aspettano numerose chicche come un probabile adattamento di Superman: Red Son e il già annunciato riadattamento di The Killing Joke di Alan Moore; nel presente, tuttavia, c'era parecchia curiosità sul tentativo di proporre qualcosa di nuovo con Bruce Timm a tenere le redini con un progetto tutto suo. Sto parlando, ovviamente, di Justice League: Gods and Monsters un vero e proprio elseworld animato che propone la Trinità della DC sotto nuove, originali e inusuali spoglie raccontandoci una storia che attraversa un mondo completamente nuovo.

Esattamente, novità è la parola chiave per Gods and Monsters. Diciamocelo, la DC è odiosa: se da una parte ci propina sempre le solite storie banali che fan venire voglia di abbandonarla, dal nulla tira fuori delle genialate originali che riesce a rialzare il livello. Questa cosa avveniva sempre con i fumetti, stavolta è un discorso che fa capolino anche nell'ambito film animati. In un Universo DC totalmente diverso da come lo conosciamo, Bruce Timm ci presenta Superman, Batman e Wonder Woman... in maniera del tutto differente. L'ultimo figlio di Krypton non è Kal-El, bensì il figlio di Zod, Batman è un vampiro nonché il Dr. Kirk Langstrom (nell'Universo DC classico è Man-Bat) e Wonder Woman è la nipote di Altopadre, sposa di Orion, proveniente da Apokolips. I tre sono decisamente diversi dalle loro controparti che conosciamo; oltre alle loro origini, anche i loro metodi si distinguono: loro uccidono, loro sono al potere in un mondo che non vede bene la loro presenza sulla Terra. Per capirne un po' i toni sul quale si muove la storia, propongo uno dei tre cortometraggi rilasciati su Machinima, quello dedicato a Batman alle prese con una inquietante Harley Quinn.


Ebbene, come si può da subito notare, oltre al tratto indistinguibile di Bruce Timm, la storia è caratterizzata da dei toni decisamente più maturi, così come l'intero film animato. Dalle battutine a sfondo sessuale alla violenza, Gods and Monsters non è il tipo di film animato DC che siamo abituati a vedere. Numerosi elementi sono presenti nella caratterizzazione dei personaggi, la più di impatto forse riguarda il triangolo amoroso con annessa bisessualità di uno dei protagonisti, piccole cose che, a mio parere, riescono a rendere interessante maggiormente un lavoro che sostanzialmente ha una storia che sarebbe potuta essere più articolata ma che viene comunque ben raccontata in un'ora e dieci di film. Insomma, se non fosse la novità a riuscire ad attirare l'attenzione, sono i contenuti, quelle piccole cose che riescono a ridimensionare quel mondo che tutti noi conosciamo attraverso i fumetti a fare il resto del lavoro. Il tutto sposandosi con coerenza e impeccabile logica, richiamando numerose volte il DC Universe originale per poi rielaborarlo in un'ottica del tutto nuova.

Della storia, come vedete, ne ho parlato ben poco. Questo perché credo che Justice League: Gods and Monster vada vissuto come esperienza nuova, perché è esattamente ciò che la DC ha proposto: novità. Qualcosa di cui abbiamo disperatamente bisogno, qualcosa che si può ancora ottenere anche manipolando ciò che è già tra le nostre mani raccontando la storia in maniera diversa.

Il mio parere? È da non perdere.

venerdì 7 agosto 2015



E dopo un anno, torniamo a parlare di Faith Erin Hicks.
Quasi un anno fa parlai di Zombies Calling proprio tra queste pagine, in cui lodai l'autrice canadese anche se in quel fumetto era abbastanza chiaro che questa fosse alle prime armi sia a livello di sceneggiatura che di disegni; ciò che apprezzai maggiormente era la sua genuinità e il suo tentativo di risultare "originale e particolare" omaggiando numerosi film horror, in quell'opera. Oggi, a distanza di un anno appunto, torno a parlare di lei ma stavolta di Friends With Boys, graphic novel pubblicato nel 2012, vale a dire 5 anni dopo Zombies Calling, dove possiamo guardare una Hicks più matura e con più esperienza.

Faith Erin Hicks usa un espediente della sua vita reale in Friends With Boys; Maggie, come l'autrice, è una ragazza che ha avuto un'istruzione scolastica a casa, con la madre da insegnante. Ritrovatasi poi a dover affrontare le superiori per la prima volta, Maggie dovrà vedersela con le sue paure nel dover affrontare un'esperienza tutta nuova per lei. Ad aiutarla, comunque, ci sarà il fratello maggiore Daniel. La particolarità di Maggie è che è praticamente cresciuta solo tra maschi, tra tre fratelli (di cui due gemelli) e il padre, un poliziotto della sua cittadina. Una volta a scuola, Maggie fa amicizia con Lucy e suo fratello Alistair, due emarginati che l'accompagneranno nella sua bizzarra avventura per rubare la protesi di una mano appartenuta al capitano della Reaper, una nave che vide scomparire il suo equipaggio misteriosamente alcuni secoli prima. Tutto questo per far sì di scoprire l'identità del fantasma che segue Maggie da quando era piccola, probabilmente la moglie proprio del capitano della nave. Friends With Boys si muove, come si può facilmente notare, su dei ritmi bizzarri; la stessa famiglia di Maggie viene presentata in maniera alquanto particolare. I temi affrontati in questo fumetto sono numeresosi e tra questi spicca appunto la diversità ma forse più di tutti il saper affrontare dei cambiamenti.

L'opera d Hicks stavolta è decisamente un po' più matura, se a tratti il tutto può sembrare troppo buonista e in qualche modo "perfettino" per quanto riguarda il modo in cui i personaggi interagiscono tra loro, non viene comunque messo da parte il cosiddetto "mondo reale", dove le persone si comportano in maniera stupida e crudele in maniera immotivata, soprattutto nelle high school americane. Tuttavia, la storia si circonda di un'esasperante ottimismo e da una genuinità pura da parte dei personaggi coinvolti, e forse è proprio questo che Faith voleva far trasparire. Maggie cresce in un ambiente difficile, a lei non piacciono le cose che piacciono alle comuni ragazze. Lei ama gli horror, il suo film preferito è Alien e, come Sigourney Weaver, lei non vuole essere la principessa che viene salvata bensì l'eroina che prende parte all'azione. Un tema che a me sta molto a cuore, la distruzione dei canoni sessisti. La Hicks riesce a parlare di tutto questo mettendo in risalto l'emotività della protagonista, mostrando come in fin dei conti ognuno ha le proprie debolezze e non c'è bisogno di nascondersi dietro uno stereotipo per giustificarle o tentare, appunto, di nasconderle.

Come in Zombies Calling, i disegni ricordano un po' quelli di Bryan Lee O'Malley, un po' manga ma con tratti più occidentalizzati, ma stavolta si vedono notevoli miglioramenti rispetto l'opera già citata. In definitiva, Friends With Boys è un fumetto che parla di alienazione, di cambiamenti e soprattutto di amore, fraterno, tra amici e romantico, il tutto in maniera genuina. Come, d'altronde, dovrebbe essere il nostro mondo. Senza tante complicazioni, vedere tutto in maniera positiva anche se la vita ci ha soltanto riservato esperienze catalogabili come negative.


giovedì 6 agosto 2015



Reinterpretazione dei classici.
Questa è la parola chiave che da un decennio a questa parte è diventato quasi un tormentone. In un periodo in cui è difficile trovare nuove idee o riuscire ad accattivare il pubblico, prendere un concept conosciuto e stravolgerlo completamente è quasi una regola per far sì che il lettore medio occasionale venga attratto da un'opera. Nulla di dispregiativo, io stesso son stato attirato da quest'opera per lo stesso motivo. Pinocchio - Storia di un bambino è un fumetto italiano scritto e disegnato da Ausonia, nome d'arte di Francesco Ciampi che racconta in chiave moderna e grottesca la favola di Pinocchio, il quale da burattino di legno viene trasformato da ammasso di carne marcia.

Ausonia, in quest'opera, non si limita a raccontare una versione distorta della fiaba di Collodi, anzi lo ribalta completamente, lo rende opposto. Geppetto è un burattino che costruisce da un pezzo di carne parlante il figliolo Pinocchio, il quale viene rappresentato come l'unico "umano" in un mondo di burattini. Il suo naso, anziché crescere quando questi dice una bugia, gli cresce quando accade l'opposto, quando dice la verità. La Fata Turchina non è colei che aiuta Pinocchio a divenire un bambino vero, ma colei che lo sfrutta per poter far sì che a suo discapito lei si arricchisca per poter vivere una vita adagiata. Pinocchio diventa quindi una fiaba inquietante, dai toni pesantemente grotteschi (basti vedere la sua immagine, come viene presentato, un ammasso di carne putrida) e con una forte critica sociale. Ed è proprio sull'ultimo punto che s'incentra l'intera opera: Pinocchio, paradossalmente a quanto scritto da Collodi, è l'unico essere vivente che adopera la sincerità e l'onestà in un mondo dove addirittura queste sono considerate fuori legge ed è proprio qui che Ausonia propone la sua visione di (in)giustizia sia a livello sociale che burocratico, mostrando come il mondo si regga sulle bugie e come le persone preferiscano vivere, appunto, come burattini.

In definitiva, il Pinocchio di Ausonia è un'opera validissima, l'autore riesce ad esprimere il suo punto di vista sul mondo in maniera egregia e riesce a lasciare il segno, sia a livello narrativo che grafico, il quale direi che l'intera opera si regga proprio sui disegni. Cinico e grottesco al punto giusto, Pinocchio - Storia di un bambino è stato pubblicato dalla RW Lion sotto l'etichetta Lineachiara, io ci farei un pensiero perché - a mio parere - è uno di quei fumetti che se riescono ad attirare la propria attenzione, è giustissimo acquistarlo per custodirselo gelosamente.

martedì 16 giugno 2015



Ultimamente sto un po' facendo pena, riguardo i film.
Ne sto vedendo pochissimi, molti dei quali sono film un po' vecchiotti (mi sto un po' rifacendo) ma ogni tanto trovo del tempo per alcuni horror, che è un po' il genere che nell'ultimo anno ho riscoperto un po' come il mio genere preferito. Tra titoli visionati e gettati nella spazzatura, altri di cui vorrei parlare ma ho un po' paura a farlo (potrebbe risaltare la mia ignorantosità!) ho scelto The Pyramid perché 1) l'ho visto solo ieri, 2) anche se non mi è piaciuto molto, mi sono reso conto che effettivamente ne vale la pena parlarne. E siccome stasera avevo voglia di scrivere, eccoci la mia consueta pseudo-recensione!

The Pyramid è uno pseudo mockumentary horror ambientato in Egitto e gira attorno alla scoperta di una nuova piramide la cui particolarità è che questa abbia tre lati. Perché "pseudo mockumentary" ci arriverò più tardi. Ritengo ci sia poco da scrivere a riguardo, in quanto la cosa bella di questo film è che gran parte dell'hype su questo film lo ha fatto il trailer, cosa da non sottovalutare. Ultimamente si è un po' perso il senso del trailer, il quale fondamentalmente dovrebbe dare uno spunto per far interessare la gente a vedersi il film mentre ora c'è quel tentativo di creare hype con millemila trailer diversi dove, alla fine, ci si spoilera mezzo film. Insomma, spariamoci 'sto trailer (ve lo metto in italiano, perché so che quei miei 3-4 lettori abituali sono, almeno 2 o 3, pigri).



Interessante? No? Ci ho provato.
The Pyramid parte con questa presupposta delle antiche leggende "reali" che ancora oggi si tramandano e che sono entrate nell'immaginario più comune, ma nel film non c'è traccia, anzi la storia si concentra proprio sulla scoperta di questa nuova piramide e non c'è traccia alcuna di insulsi spiegoni, buttandoci direttamente all'interno del film che, ricordiamo, è diretto da Grégory Levasseur sulla sceneggiatura di Daniel Meersand e Nick Simon. Prodotto da quelli de Le colline hanno gli occhi, piccola nota inutile ma comunque da annotare.

Il film, come già detto, dovrebbe essere un mockumentary ovvero, quei film che vogliono farci credere che sia tutto un filmato amatoriale. Però, tendo a precisare che dovrebbe esserlo, in quanto a tratti prima e per gli ultimi 10 minuti di film poi, i registi si saran dimenticati cosa stavano girando e il film ha ripreso a scorrere come un film qualunque; potrebbe risultare anche una scelta stilistica voluta, ma secondo me spezza parecchio. Ci ritroviamo in un film dove sembra ci vogliano regalare qualcosa di curioso, introducendo la telecamera dal "robottino" Shorty, che altri non è che una di quelle sonde che inviano su Marte, per poi passare alla ripresa più classica da "telecamera in spalla e via". Di solito odio a morte i paragoni, però qui è dovuto visto che le atmosfere ricordano molto quelle di Necropolis, film bellissimo che consiglio a tutti (anziché guardarvi The Pyramid!), solo che qui le aspettative calano parecchio. Da degli effetti che ricordano una computer grafica  da inizio anni 2000 a una trama che, se pur nel fascino da "antico mistero", finisce nel banale in maniera molto grezza. Non mi sento di salvare molto di questo film, lo reputo come un qualcosa che può facilmente lasciarsi scivolare via e perderselo senza nemmeno essersene pentiti, però credo sia un peccato perché elementi interessanti nella sceneggiatura ce ne sono eccome.

Oltre proprio al già citato fascino che possa ispirare l'antico Egitto (io stesso ne sono accanito), la storia introduce delle origini sugli antichi déi che spaziano da antiche culture popolari di epoche antiche anche di tribù differenti all'astrologia. Anubi (l'amatissimo dio cane, sì sono caduto anche io in questa battuta ignorante e scontata ghgh) viene rappresentato come un dio "cattivo" proveniente, forse, dallo spazio ed è interessante notare a riguardo come non abbiano nemmeno voluto dare una spiegazione vera e propria lasciando intendere due spiegazioni differenti di diversa natura, mistica o ufologica (si può dire?) che sia. Insomma, gli elementi ce li ha tutti per risultare un bel film, ma nel complesso credo che non ci si perda assolutamente nulla perché, appunto, numerose sono le pecche di questo film, compresi dei grossolani buchi di sceneggiatura o alcune illogicità. Peccato.

In conclusione, The Pyramid lo consiglio per una serata tranquillissima e a chi guardando un film non ha molte pretese. Dal canto mio, che cerco sempre di non buttar via nulla di ciò che guardo, dico che purtroppo ci ritroviamo a un genere di film che vuole ricalcare il successo di altre pellicole trattanti lo stesso tema da "antico mistero" risalente a culture popolari e leggende metropolitane, ma ci riesce proprio poco. Una bella idea sviluppata un po' malaccio, ma tant'è.

giovedì 11 giugno 2015



Giuro che stavolta non so da dove cominciare.
Allora, iniziamo col dire che io, iZombie, l'ho adorato. E sto parlando del fumetto di Roberson e Allred (ne scrissi anche in passato, elogiandolo a dovere). Questa serie TV, diciamocelo, non ha NIENTE a che vedere con la serie se non per: il titolo, l'idea, la sigla - che è disegnata da Mike Allred. Fine, nient'altro. Detto ciò, è possibile che un fissato come me con l'idea che una qualsiasi opera derivante da un fumetto debba almeno avvicinarsi di parecchio alla sua base si appassioni ad una serie che parla praticamente di tutt'altro? La risposta è un . Direi meno di un no, anzi, perché lì dove la serie decide di perdere parte della sua identità che ha decretato il successo riesce comunque a cavarsela bene e a proporre qualcosa che si adatti maggiormente al gusto di un pubblico di massa, cosa che fondamentalmente, diciamocelo, è necessario per far soldoni ma soprattutto per mandare avanti una serie, senza però perdere quel tocco di originalità che riesca ad accattivare e a tenere incollati allo schermo ogni settimana. Ma come al solito, andiamo per gradi.

La protagonista di iZombie è Olivia "Liv" Moore, studentessa di medicina che dopo una festa in barca vede la sua vita completamente sconvolta. Dopo esser stata graffiata da uno zombie, questa viene infettata e tramutata in uno di questi; nonostante il suo aspetto da morta-vivente, Liv riesce a mantenere la sua umanità. Come? Mangiando cervelli! Oltre a riuscire a mantenere il controllo di sé, questa particolare dieta le conferisce anche momentaneamente i ricordi della vittima e alcuni tratti della sua personalità. Quest'ultima è l'elemento che causerà numerosi siparietti divertenti nel corso della serie, mentre il primo dono sarà quello che permetterà a Liv di vivere in pace con sé stessa aiutando le vittime a scoprire i loro assassini, perché a proposito, Liv oramai lavora in obitorio insieme al collega Ravi (che conosce il suo segreto) ed è a stretto contatto col detective Babineaux che, sebbene non conosca la vera natura di Liv, si serve di lei credendola una sensitiva. Questi tredici episodi ci hanno raccontato, in breve, un caso da risolvere in ogni puntata, i rapporti di Liv con la sua coinquilina, col suo ex-fidanzato Major, con la sua famiglia e infine una battaglia contro Blaine, lo zombie che l'ha tramutata che nel frattempo ha infettato mezza città creandosi una sorta di piccolo impero sul traffico di cervelli umani. Non mancano ovviamente le storie d'amore e le multinazionali che ci sono dietro all'epidemia zombie.

Per chi avesse familiarità col fumetto,
ha appena notato che con esso la serie TV non c'entra assolutamente N I E N T E. Gwen Dylan è diventata Liv Moore, i ricordi sulla sua vita passata svaniti mentre Liv addirittura è ancora in contatto con la sua famiglia; niente cani mannari o fantasmi spuntati dagli anni '50, niente mummie, vampiri, Abramo Lincoln e via dicendo. Tutto questo, però, trova un riscontro positivo in quanto il fumetto proposto da Chris Roberson è effettivamente troppo folle per un pubblico di massa, facendo di conseguenza in modo che il tutto venisse fatto in modo che il pubblico potesse digerire quell'accenno di folle che comunque la serie innegabilmente possiede, una piccola porzione rispetto al caos generatosi nel fumetto. Quindi niente persone reincarnate in scimpanzé parlanti o cervelli nelle caffettiere, sì a una società di zombie senzienti che si muovono all'interno della società all'oscuro di tutti e di una detective improvvisata che cambierà atteggiamento verso il mondo in ogni episodio generando un personaggio poco complesso, forse, ma decisamente ironico e carismatico. Personaggio, comunque, che per dovere di notifica che per critica, viene ricomposto prendendo anche un po' spunto dal personaggio di Angela Crawford della serie di My Life as a White Trash Zombie di Diana Rowland, serie di libri mai arrivata in Italia che narra di una ragazza zombie, emarginata dalla società e con lo stesso problema di Gwen e Liv, la quale per avere libero accesso ai cervelli decide di lavorare in un obitorio. Esatto, proprio come Liv, al contrario di Gwen che lavorava in un cimitero, una scelta decisamente più macabra rispetto all'obitorio.


Per chi non lo avesse letto,
invece, iZombie è una serie che gioca un po' con il cinismo anche se non del tutto in maniera pesante. Ha anche del black humor, ma non esagera mai. È una serie che fa del grottesco un'arma di ironia irriverente, un elemento che riesce a donarle un'identità tutta sua e che, se pur mantenendo dei toni molto leggeri, può risultare godibile anche per chi l'adolescenza l'ha superata anni e anni fa, come me appunto. Sicuramente non ci si trova di fronte ad una serie che possa rivoluzionare il modo di fare TV, forse non arriva nemmeno ad essere una di quelle che riesce ad appassionare a tal punto da non vedere l'ora che esca l'ultimo episodio ma dal canto suo riesce ugualmente a creare suspance, i climax sono gestiti in maniera coerente e lineare, in poche parole non cerca di superare le aspettative e non è una nota negativa, tutt'altro. Anziché strafare, cerca di restare coerente, e questo non può che essere una cosa bella.

In definitiva.
Ho sempre paura quando devo dare il mio parere, perché quasi sempre riesco a dare due pareri contrastanti che possano sembrare il mio modo di pensare incoerente. Cominciamo col dire le cose che non mi sono piaciute. Avrei voluto vedere Gwen Dylan, il terrier mannaro ed Ellie - soprattutto Ellie. Tuttavia, come già premesso poco su, capisco i motivi della scelta di eliminare alcune caratteristiche della serie quindi diciamo che queste note negative le ho superate e ho cercato di godermi la serie, che ad essere sincero, per me ci ha messo tanto a decollare. Sono stato in stand-by per i primi sette episodi, cercando di capire su cosa volesse puntare la serie e quando l'ho capito, non sono rimasto molto colpito, ad essere sincero è capitato moltissime volte di essermi distratto, però tutto sommato mi ha divertito. Non c'entrerà un cazzo col fumetto, ma è una serie TV che è riuscita a possedere un'identità tutta sua, che sia andata anche oltre al target adolescenziale sul quale vuole puntare. Forse di detective dell'ignoto (scusa DyD) ne abbiamo visti a bizzeffe... ma uno zombie, mai. E non con l'umorismo grottesco che possiede iZombie. A braccia aperte attenderò questa seconda serie, perché a dirla tutta, Rose McIver ci sta dannatamente bene nei panni di Liv Moore, e nel complesso mi sono divertito. Commento finale: iZombie non è una serie che tenta di stupire, è semplicemente qualcosa di dannatamente nuovo che è adatto per una serata tranquilla per chi si è stufato di serie TV che possiedono fin troppe pretese.

martedì 9 giugno 2015



Continua la carrellata di emozioni.
C'è chi direbbe che magari sono io in un periodo di eccessiva sensibilità, ma ciò di cui parlerò stavolta è un'altra opera che a mio avviso merita di esser letta. Sia chiaro, ben lungi dall'essere quell'opera matura ed epica a-là Wonder Woman di Azzarello, tutt'altro; stiamo parlando comunque di un fumetto con toni se vogliamo adolescenziali, molto più leggera. E stavolta non stiamo nemmeno parlando dei Nuovi 52, bensì del pre-Flashpoint (o pre-reboot, che dir si voglia) e vale a dire le avventure dell'ultima Batgirl, Stephanie Brown, prima di sparire nell'oblio con il reboot che ha restituito il mantello a Barbara Gordon, la Batgirl originale della Silver Age (perché, ricordiamo, la prima Batgirl è in realtà Betty Kane).

La storia di questa nuova Batgirl va a ripescare un personaggio ricorrente nelle storie di Batman; Stephanie Brown, che in passato si era fatta un nome con l'identità di Spoiler prima e passato un giorno come Robin poi. Personaggio che fu tutt'altro che di nicchia, in quanto protagonista nella famosissima Trilogia della Guerra narrata da Bill Willingham. In quell'occasione, Stephanie arriva addirittura a vestire il manto di Robin rischiando quasi la vita. La storia narrata da Brian Q. Miller fa numerosi accenni a quanto avvenuto, ma precisamente ha il suo inizio nel momento in cui Cassandra Cain, la precedente Batgirl, decide di abbandonare l'identità di Batgirl dopo la morte di Bruce Wayne avvenuta sulle pagine di Crisi Finale. È quindi Stephanie che ne raccoglie l'eredità, e tenta di riscattare sé stessa sia nella sua vita privata, dove si è riconciliata con la madre e frequenta l'università, sia nei panni di Batgirl, dove grazie all'aiuto di Oracolo/Barbara Gordon riuscirà ad ottenere più fiducia in sé stessa e finalmente ad avere il controllo totale della sua vita.

Come già accaduto in passato con Helena Bertinelli (Cacciatrice) e Cassandra Cain, Barbara non accetta con facilità che qualcun altro si appropri dell'identità da lei costruita nel passato e tenta in ogni modo di dissuaderla, fin quando non accetterà anche lei la verità, ovvero che Stephanie è un'ottima erede per quel ruolo che una volta fu suo. Affiancata da Oracolo e dalla figlia di Calculator, Proxy, Stephanie Brown intraprende questo viaggio affrontando sia nemici classici del bat-verso (Clayface, Roxy Rocket, Dr. Phosphorus) che una setta segreta creata apposta dall'autore che vedrà tra le proprie fila un personaggio ben noto e tutt'altro che scontato. Con dei toni molto leggeri, le avventure di Batgirl vengono raccontate con una leggerezza disarmante, dove l'umorismo che ne fa cornice è un tocco in più che è capace di far amare il personaggio di Stephanie Brown al punto da far rimpiangere la sua scomparsa nei Nuovi 52, nonostante la sua ricomparsa solo due anni dopo ma con il manto di Spoiler, perdendo un po' quell'aura magica e divertente attorno al personaggio tra le pagine di Brian Miller.

Aver letto questa run mi ha causato nuovamente il rammarico di aver abbandonato il vecchio Universo DC in un momento in cui tutto stava riacquistando coerenza e aveva autori decenti nella stragrande maggioranza delle testate. Non solo Batgirl è a sé stante una run molto divertente che, se pur leggera, ha una filosofia di base accattivante ma riesce anche a incastrarsi in una continuity non molto facile da gestire: quella della Batman Inc., dove si vedono numerosi personaggi di Gotham City coinvolti. La capacità, poi, di utilizzare personaggi esistenti anziché crearne di nuovi come ora sta accadendo nel Nuovo Universo DC il quale crea solo scompiglio e caos, è ancora di più un'idea intelligente in quanto va a ripescare personaggi carismatici nati dalle serie TV, come Livewire e Roxy Rocket, e non, evitando così di farli cadere nel dimenticatoio e dare ai lettori una voglia in più di leggerli. Voglio dire, meglio Roulette che un altro villain a caso di cui non sentiremo la mancanza perché probabilmente non verrà più rivista, no? A tal proposito, degno di nota anche come l'intera serie tenti di omaggiare il buon caro The Adventures of Batman degli anni '90 arrivando anche a inserire non solo i personaggi già citati, ma anche Gray Ghost, personaggio televisivo fittizio nato per l'appunto nella serie animata.

Insomma, Brian Miller ci regala l'ultima Batgirl, una ragazza solare e impossibile da non amare. Ci dona delle storie fantastiche, una di quelle che i fumetti al giorno d'oggi hanno disperatamente bisogno, e a dimostrazione di ciò è proprio l'ultimissmo numero della run dove c'è un ultimo omaggio nientemeno che a Per l'uomo che ha tutto di Alan Moore. Tra nemici bizzarri, dialoghi che spezzano la quarta parete in maniera intelligente e team-up divertenti, ricordiamo questa run come l'ultimo addio, almeno per il momento, ad un personaggio carismatico e, non da meno, alla fantasia.




Quante storie avete letto di Wonder Woman?
Che siano "tutte" o solo quelle importanti, la run di Azzarello rientra a mani basse fra le migliori storie di Wonder Woman mai raccontate. E non parliamo di una run come quella di Straczinsky con Odissea, che ben riuscito a celebrare la storia di Diana donandole un nuovo appeal, e nemmeno di un George Pérez o di un qualsiasi autore che sia approdato su Wonder Woman e abbia fatto bene. Azzarello, in una run durata ben tre anni è riuscito ridefinire l'eroina ridimensionandola e allo stesso tempo celebrarla inserendo lei stessa e la mitologia da cui il personaggio stesso deriva nell'epoca moderna.

Quando nel 2011 la DC Comics rilanciò tutte le sue testate ai numeri uno, cancellando quanto fatto finora in 75 anni, Wonder Woman non fece parte di quei pochi (Batman e Lanterna Verde) che non dovettero subire l'azzeramento totale. Forte dall'ultima run già sopra citata di Straczinsky, la DC Comics ebbe la buona idea di affidare l'eroina ad Azzarello e al suo collega disegnatore Cliff Chiang la testata dandogli campo libero, senza dover a tutti i costi far partecipare la testata ai vari crossover e agire di testa sua. Il risultato è un'opera al pieno del suo potenziale, che la sua interezza va esplorata sin dalle prime pagine dei primi numeri, cosa che va scovata ovviamente una volta rilettasi l'intera opera (cosa che io ho fatto) sia dal punto di vista narrativo, che stilistico che nella caratterizzazione dei personaggi. Ma andiamo per gradi, senza correre troppo.

La storia.
La storia di Azzarello parte su uno scenario desolato, una casetta sperduta in Virginia e una strana donna che decapita dei cavalli per poi farli rinascere come centauri solo per uccidere una giovane donna, Zola. Al suo fianco, uno strano uomo blu con i piedi d'uccello, Ermes il messaggero degli dèi, che mette in salvo la donna inviandola da Wonder Woman la quale mette alla fuga i due centauri e inizia così la sua missione. Scopre, così, che Zola porta in grembo l'ultimo figlio di Zeus, il quale è ben noto per le sue scappatelle terrene già nella mitologia, e viene a sapere non solo che proprio Zeus è scomparso ma anche di una profezia che vede un trono dell'Olimpo minacciato da un nuovo dio che ne ucciderà un altro. Per questo, sulle tracce del bambino non ancora nato di Zola ci sono Era, la quale ha come missione l'uccisione di ogni figlio bastardo nato da una relazione fedifraga del marito infedele, e Apollo il quale ambisce al trono stesso ponendo fine alla vita del bambino in modo tale da cancellare la profezia. Abbiamo, quindi, una prima fase della storia dove si andranno a scoprire i personaggi quali ruoteranno attorno alla storia (Diana, Zola, il fratellastro Lennox sempre nato da una relazione di Zeus con una mortale), le rivisitazioni degli dèi del Pantheon riadattati visivamente all'epoca moderna, e infine vengono rivelati i legami di sangue, ovvero una sorta di presentazione alle varie faide familiari che magari chi conosce la mitologia ne è già a conoscenza. Ultima ma non ultima, infine, vengono svelate le nuove origini di Diana, ovvero non più una statua di argilla ma figlia di Zeus e Ippolita.

Dopo aver esplorato l'Olimpo, l'Ade e fatto conoscenza col Re dei Mari, la seconda parte vede l'introduzione del villain, il Primogenito, colui che darà filo da torcere all'Amazzone e che reclama l'Olimpo per sé. Nel mentre, Azzarello decide di introdurre anche una chicca, ovvero i Nuovi Dèi di Nuova Genesi, nello specificio Orion il quale si risulterà un perfetto alleato per Diana e soci. Con l'aiuto di quest'ultimo, infatti, la seconda fase si conclude con la prima caduta del Primo Genito e il passaggio di ruolo di dio della Guerra da Ares a Diana. Infine, c'è una terza fase che avrà come centralità la preparazione della guerra e il rivelarsi della profezia già narrata nel primo numero. Non mancano i colpi di scena nel finale, uno di quelli che davvero è capace di creare un nodo alla gola, non tanto per le emozioni che riesce a dare anche per la capacità con cui, alla fine e con un po' di memoria ricordandosi frasi dette e avvenimenti nei numeri precedenti, tutto scorre in maniera logica e soprattutto coerente. [SPOILER] Atena, l'unica dèa lasciata da parte in tutta la storia e di cui si fa solo un accenno a metà storia, si rivela essere Zola anche se questa ne è ignara, mentre il suo figlio, Zeke, altri non è che una reincarnazione di Zeus, tutto questo solo per il suo semplice "sfizio", uno di quegli infiniti giochi da immortali che noi non potremo mai capire perché "non sappiamo cosa voglia dire convivere con l'immortalità", proprio come accadeva nei vecchi canti greci. [FINE SPOILER]

I personaggi.
La vera chicca di questa run, oltre alla coerenza e alla linearità narrativa, è nello sviluppo dei personaggi. Non solo perché ogni personaggio ha una sua individualità forte e incisiva ma anche il modo in cui questi interagiscono in maniera del tutto naturale tra loro. Questo crea dei siparietti divertentissimi tra, per esempio, Diana e Orion o Zola ed Era quando quest'ultima viene tramutata in mortale da Apollo e, paradossalmente, diviene amica della stessa ragazza che aveva tentato di uccidere. Personaggio di Zola che, alla fin fine, è protagonista assoluta capace di incidere positivamente su Diana stessa, dotata di una forza tanto quanto lo è la principessa delle Amazzoni anche senza mai entrare veramente in battaglia. Ben fatto anche la capacità di rendere questi personaggi completi, ovvero non soltanto mostrati unilateralmente, ma anche nei loro difetti oserei dire nella loro completezza. Non c'è personaggio che questi non vengano messi in discussione, Era compresa pur trattandosi di una dèa e ovviamente anche la protagonista Wonder Woman che dovrà fare i conti più volte con i suoi toni troppo freddi e autoritari che infastidiranno un po' tutti. Vorrei poter continuare, ma rischierei veramente di soffermarmi su ogni singolo personaggio, cosa che non voglio fare per problemi di spazio. L'unica nota la voglio spendere su Eris, dea della discordia, una figura onnipresente che crea solo casini ovunque vada che definire neutrale non è neanche giusto. Come giusto che un dio faccia, agisce solo per la sua natura e suo divertimento, il ché rende tutto più stuzzichevole.

Il "cattivone di turno".
E il personaggio del Primogenito merita un paragrafo tutto suo. Introdurre nuovi personaggi è un azzardo, così come ridefinirli. Se nelle storie classiche di Wonder Woman abbiamo un Ares come nemesi, qui ne è alleato, una figura quasi paterna che addirittura cede il suo trono a lei. Anziché cadere sul banale, quindi, la scelta è ricaduta sull'introduzione di un nuovo villain: il Primogenito, appunto. Primo figlio di Zeus ed Era, il primo decide di esiliarlo quando viene a sapere che questi potrebbe spodestarlo dal suo trono; questo però non basta a fermare il Primogenito il quale prima dichiara guerra all'Olimpo scatenando una carneficina e poi viene esiliato da Ade e Nettuno al centro della Terra, dove per settemila anni scava fino alla superficie e fa il suo ritorno. Perché è un personaggio riuscito? Perché la prima regola di un villain perfetto è che questo debba essere la versione opposta all'eroe protagonista, e qui viene rispettata alla grande. Non mancano le somiglianze tra i due personaggi: entrambi lottano per la verità e la coerenza di sé stessi, con la differenza è che se Wonder Woman è mossa dall'amore e dalla compassione, il Primogenito vive solo di odio. Se pur banale, la contrapposizione dei due personaggi vi è anche nelle piccole cose: Diana è conosciuta con il suo nome, come Regina delle Amazzoni, Dea della Guerra, Wonder Woman.. mentre il Primogenito non ha un nome. Aspetto messo in risalto stesso da Azzarello in maniera del tutto spudorata, ma ecco sono anche queste piccole cose che danno la loro impronta incisiva!

Scelte stilistiche.
Se Azzarello nella sceneggiatura ha cercato di tener fede al mito greco raccontandoci le bizzarre avventure narrate nei canti antichi, lo stesso i disegnatori han cercato di restare coerenti con quanto cercato di fare nell'opera in toto. Il disegnatore di punta, Cliff Chiang, accompagna Wonder Woman sin dagli inizi, alternandosi con Toni Akins, Kano e tantissimi altri che insieme tentano, anzi riescono perfettamente a dare dei tratti "greci" ai disegni, quasi a rivivere delle raffigurazioni dell'epoca ma a fumetti. Menti poco squadrati, nasi a punta, profili ben studiati... insomma, ci siam capiti. Le scelte stilistiche, ad ogni modo non si fermano qui, perché sempre a livello di sceneggiatura Azzarello riesce a spaziare anche in una piccola parentesi "classicheggiante" da fumetto Golden Age nel numero zero, dove vengono narrate le avventure della giovane Diana dando l'impressione di leggere appunto un fumetto anni '50. Piccole chicche anche nei tratti di alcuni personaggi: se il personaggio di Milan, Brian Azzarello ha dichiarato chiaramente di aver omaggiato il jazzista Wesley Willis, il disegnatore Cliff Chiang ha bizzarramente omaggiato Azzarello stesso dando ad Ares le sue stesse sembianze.

In definitiva.
Ecco, non credo ci sia bisogno di dare un parere definitivo. Ho decantato le lodi di questa run dall'inizio e dire che mi è piaciuta è riduttivo. Molti, spulciando vari commenti in rete, non sono rimasti contenti di questa run perché ha abbandonato i toni classici di Wonder Woman, dando più spazio al Pantheon che ai vari villain storici come Cheetah, Giganta o il Dr. Psycho. Sicuramente ne abbiam sentito la mancanza, Wonder Woman ha ben pochi nemici carismatici, ma quei pochi fanno, per così dire, la loro porca figura, io stesso vorrei vedere più storie con Cheetah e Giganta, ma sticazzi. L'opera di Azzarello è qualcosa di unico, un qualcosa che ha ridefinito Wonder Woman per quello che è in realtà, stiamo pur sempre parlando di un'eroina che ha le sue origini nella mitologia greca, il fatto di aver esplorato questo suo aspetto rende già di suo interessante questa run, il modo lineare e coerente rende tutto perfetto. Ogni avvenimento, ogni personaggio che appare anche per una sola pagina ha la sua finalità (il Minotauro!!!) e se nel finale mi è scappata una lacrima non ho vergogna di dirlo. Quindi, voglio chiudere questa recensione allo stesso modo con cui Brian Azzarello ha concluso la sua run.

GRAZIE.

sabato 23 maggio 2015



Da dove posso cominciare?
Okay, è finita la prima stagione di The Flash, lo spinoff di Arrow la serie su Freccia Verde che tanto successo ha fatto... ma che io proprio non sono riuscito a farmelo piacere nemmeno un po'! Ed erano queste le premesse con cui ho iniziato a guardare Flash, immaginavo l'ennesimo buco nell'acqua, una serie con un bel po' di potenziale ma pieni di buchi logici nella sceneggiatura e riferimenti al DC Universe a muzzo senza alcuna logicità proprio come in Arrow. Sarò rimasto della medesima idea?

Innanzitutto, iniziamo con l'analizzare l'intera serie (non episodio per episodio, altrimenti non ne uscirei più). Prodotta da Geoff Johns, il quale ha scritto anche alcuni episodi, il Flash che vediamo protagonista in questa serie è Barry Allen, il Flash della Silver Age e assoluto protagonista nei Nuovi 52. Un Barry Allen giovanissimo, per giunta, molto nerd e affamato di giustizia a causa della sua tragedia familiare: da piccolo sua madre fu assassinata da un velocista e suo padre venne incolpato ingiustamente e rinchiuso nel carcere di Iron Heights. Con la promessa di dargli giustizia, appunto, Barry si arruola nella polizia, non senza ringraziare il suo patrigno, il detective West - padre di Iris, il suo interesse amoroso, fin quando un giorno l'acceleratore di particelle degli STAR Labs non ha un malfunzionamento e genera il fulmine che lo colpisce in pieno donandogli i poteri che lo trasformano, per l'appunto, nel super-velocista scarlatto. Ma non solo, numerose sono le vittime colpite dall'onda d'urto, donando loro dei superpoteri derivati dal tipo di shock subito quando questi son stati colpiti, dando così vita ai metaumani. E lì dove Arrow tenta insistentemente con un tono puramente realistico, richiamando molto le atmosfere (se non addirittura copiando l'intera struttura narrativa) dei Batman di Nolan, The Flash espande il suo universo e si confronta con uno molto più variegato, fatto di supereroi e supercriminali con superpoteri.

La struttura della serie si concentra sul "criminale della settimana", introducendo ogni volta un "cattivo" apparso almeno una volta nel corso della vita editoriale a fumetti di Flash, senza disdegnare alcuni cameo (quello di Mark Hamill soprattutto, ma ne parlerò più tardi), ma segue parzialmente almeno due storie di base: l'introduzione dei Nemici (in inglese Rogues) e la caccia all'Anti-Flash. E la parte bella è che The Flash non è come Arrow in cui tutto avveniva in maniera troppo veloce bruciandosi ottimi personaggi e possibilità di storie a lungo termine sensate, ma preferisce andare lento! Certo, con numerosi tentativi di "scatti in avanti", ma mai senza azzardare troppo. Ci hanno dato in pasto subito la vera identità dell'Anti-Flash, e lì dove ogni amante del fumetto si sarebbe arrabbiato per una sbagliata identità, ecco invece che la storia viene approfondita. L'Anti-Flash è stato sconfitto? Può darsi, ma non sarà sicuramente quella l'ultima volta. L'idea di base che la serie lancia è che ci sia numerosa carne a fuoco ma niente è banale o scontato, il tutto prosegue con una logica che in Arrow se ne va a puttane di puntata in puntata. E se abbiamo cominciato soltanto a intravedere quanto l'Anti-Flash sia malvagio aspettiamo le prossime serie per scoprire chi sia in realtà, visto che quel Eobard Thawne visto alla fine non è altri che un Reverse-Flash il quale ha già avuto modo di scontrarsi ripetutamente, in passato - o meglio, in futuro... va beh, ci siam capiti! O ancora, se già ci hanno affascinato i Nemici, ovvero Captain Cold, Heatwave e Golden Glider, con il loro carisma, aspettiamo quando il gruppo si farà più solido ed entreranno in scena insieme a loro Trickster e Weather Wizard, senza dimenticarci di Mirror Master, villain che non vedo l'ora faccia il suo ingresso nella galleria dei nemici. Senza contare che quel potenziale di cui parlo coinvolge anche il futuro di Cisco Ramone e Caitlin Snow che prenderanno rispettivamente i ruoli di Vibe e Killer Frost - quest'ultima, il mio villain preferito in assoluto nell'Universo DC sebbene sia molto sottovalutata e poco utilizzata.

E lì dove la carne a cuocere è tanta, possiamo anche spendere qualche parola sul cast. Non eccezionale, devo dire. A me Grant Gustin non piaceva a primo impatto, ma per come la serie scorre lo trovo sopportabile, anzi non è per niente un fastidio, considerando il fatto che almeno la sua caratterizzazione è fatta bene e l'attore sembra tagliato per la parte. Invece non sopporto il fatto di dover stravolgere per forza i personaggi donandogli una carnagione scura quando invece la loro controparte cartacea non lo è, e sto parlando di Iris. Attrice che proprio non mi piace, e la caratterizzazione è fastidiosa ma chiuderei facilmente un occhio, visto che di base la serie non ha dei veri e propri toni adulti quindi ci sta che un personaggio debba comportarsi e ragionare come un bambino. Tuttavia, anche questa è sopportabile, vista la qualità che fortunatamente incide così pesantemente sulla serie. Non da meno sono anche i personaggi di Eddie, Joe, Cisco e Caitlin, molto simpatici e ben caratterizzati, ognuno con un proprio ruolo. Tutti sono fondamentali e nessuno è un fastidio, non se pensiamo come ognuno di essi siano collegati indirettamente ad avvenimenti sia presenti che futuri. Come detto, Cisco e Caitlin avranno quasi sicuramente una totale trasformazione, principalmente è molto curiosa la gestione della futura Killer Frost. Nata come nemica di Firestorm, Caitlin Snow non è che l'ultima incarnazione del villain nei Nuovi 52, antecedente a Crystal Frost e Louise Lincoln. Delle tre, Crystal Frost ebbe una infatuazione per Firestorm solamente durante Crisi sulle Terre Infinite, mentre le altre due non hanno un benché minimo collegamento. Non è un fastidio, ma bensì una curiosità che anzi, da un bel po' di pepe. Stuzzica i "fissati" del DC Universe come me e allo stesso tempo anche la voglia di storia rosa delle fandome di adolescenti appassionati di qualsiasi serie TV guardino.

Infine, sublime l'inserimento di John-Wesley Shipp, Amanda Pays e Mark Hamill che avevano lavorato nella primissima serie degli anni '90 dedicata a Flash (misteriosamente mai proseguita ma diventata un cult) impersonando rispettivamente Barry Allen, Tina McGee e Trickster. Molto acuto il modo in cui abbiano fatto interpretare gli stessi personaggi a Pays e Hamill, con quest'ultimo che buca lo schermo. Un bel modo di omaggiare una vecchia serie che non vuole essere fatta cadere nel dimenticatoio e anche un bel modo di creare un cosiddetto easter egg in maniera intelligente.

Conclusione.
Credo che tutto sia ben chiaro. La serie qualche falla ce l'ha, ci sono cose che si potevano evitare (tipo, la pistola che trasforma in oro...) ma nell'insieme tutto funziona, questo perché sembra che dietro la sceneggiatura ci sia davvero qualcosa che sia stata pensata per un lungo termine, a differenza della "serie madre", Arrow. Le produzioni CW si stanno facendo sempre più interessanti, e il cosiddetto "Arrow-verse" è in procinto di espansione, con l'introduzione di nuovi personaggi (Firestorm, Atom) e nuovi spin-off (Vixen in versione animata e Legends of Tomorrow), la speranza è che non scazzino troppo. The Flash ha avuto una prima stagione scoppiettante, capace di generare emozioni forti anche se contrastanti, ma supera il test e la promuovo a pieni voti. Attendiamo questa seconda stagione che sembra voglia introdurci numerose sfide, nuovi personaggi, più effetti speciali e... forse Terra-2 e Jay Garrick?

domenica 10 maggio 2015



Ritorno a dire: non sono affatto un fan accanito di videogiochi.
Però, Beyond Due Anime è un titolo di cui mi va veramente di parlare!

Avendo giocato in precedenza a Heavy Rain, che sono praticamente gli stessi sviluppatori, il quale mi aveva abbastanza preso ho deciso di voler provare Beyond per ripetere l'esperienza aspettandomi un capolavoro almeno superiore ad Heavy Rain, visto che i volti dei protagonisti sono stati prestati da Ellen Page e Willem Dafoe - e non solo, visto che son stati tenuti chiusi in uno studio per diversi mesi per realizzarne il MOCAP - in poche parole, mi aspettavo garanzia. E così è stato! Classifico Beyond tra i miei videogiochi preferiti per diversi motivi. Uno è perché, come già detto, interpretato da due dei miei attori preferiti, il secondo è per l'azione frenetica sempre coinvolgente e il terzo è la grafica stupefacente che riesce a dare l'impressione di star guardando un film!

La trama del gioco è incentrata su Jodie Holmes, ragazza problematica accompagnata da una strana entità chiamata Aiden, tenuta sotto controllo prima da una coppia di scienziati e poi dalla CIA. Il tutto spostandoci da un punto all'altro della vita di Jodie non in modo lineare ma che ritrova un perfetto senso per il significato stesso del gioco. Ciò che si è tentato di fare con questa struttura nella trama è creare quel senso di disordine che la protagonista vive durante tutta la sua avventura, un modo per farci provare una sorta di empatia e devo dire che ci riesce perfettamente. Dal punto di vista della sceneggiatura, il tutto scorre ugualmente in maniera del tutto logico senza buchi nella trama e senza cercare di tralasciare alcun aspetto, anzi andando anche a cercare di approfondire il mondo di Beyond spostandoci in avventure che hanno toni ben diversi. Abbiamo quindi delle ambientazioni differenti per ogni capitolo, per l'appunto, riuscendo a dare l'impressione di spostarsi su tipologie di giochi differenti ad ogni missione, grazie alle ambientazioni veramente curate alla perfezione con la stessa cura che è stata data ai personaggi. Una volta concluso il gioco, prendendo delle accurate scelte che cambieranno lo svolgersi della trama, ci troveremo anche ad un doppio finale che starà a noi decidere quale sarà, ma che riesce comunque ad essere coerente ad ogni decisione presa!

Prima di passare alle note dolenti, perché ahimè ci sono anche cose che non mi sono piaciute, c'è anche da fare un elogio al doppiaggio italiano che, davvero, è ottimo! Anche Heavy Rain non fu male, ma con Beyond: Due Anime è stato fatto un lavoro veramente egregio anche sotto questo punto di vista.

Il lavoro con il MOCAP rende Beyond un titolo veramente stupefacente.
La somiglianza con gli attori è impressionante, nelle espressioni soprattutto
sono facilmente riconoscibili gli attori i quali sembrano realmente
prendano vita attraverso le cutscene di gioco.

Ciò che non mi è piaciuto, sta in alcune scelte di sceneggiatura. Non mi ha dato fastidio lo spostamento temporale che tanto voleva fare una cosa alla Memento ma nettamente lontano anni luce dallo stesso risultato, ma i cliché. Esatto. Heavy Rain era l'emblema dei cliché, delle situazioni scontate e dei personaggi così stereotipati che risultava impossibile anche provare simpatia per i protagonisti. Anche Beyond Due Anime ha la sua buona dose di cliché, se da un lato c'è l'azione frenetica (ne è tanta e fatta bene) che è capace di coinvolgere e regalare emozioni, quelle scelte stilistiche prese per far crescere e mutare il personaggio di Jodie le ho trovate abbastanza banali, poco approfondite e buttate lì a caso dando appunto quella sensazione di già visto. Sto parlando della missione in guerra per conto della CIA ma non solo. L'apostrofo rosa ci sta, in una trama. E Beyond ci regala anche la possibilità di poterlo evitare del tutto ignorando le avances del belloccio di turno (interpretato da Eric Winter), però boh. Ciò che vogliono far apparire come storia d'amore tra i due è invece una semplice infatuazione finita poi in merda perché tu-cattivo-vai-via-sei-un-bugiardo e che poi sfocia in un continuo e fastidioso intervento di lui come per cercare di far colpo. Insomma, sicuramente chi ha scritto la sceneggiatura magari voleva dare quell'impressione, tant'è che ce l'ha data la possibilità di ignorarlo fino alla fine, però il poco approfondimento, secondo me, incide parecchio sulla qualità narrativa. Stesso discorso vale per il cattivone di turno, che non è Willem Dafoe ma il Governo degli Stati Uniti che deve apparire per forza cattivo e manipolatore. Che indubbiamente è così, chi vuole affermare il contrario, però ecco, sa troppo di già visto.

Però, sia chiara una cosa. Queste ultime critiche non incidono affatto sull'intera qualità di Beyond: Two Souls, affatto! Resta la miglior avventura grafica che abbia mai giocata, riesce a regalare emozioni e riesce a dare la sensazione di vivere in un film, senza neanche dimenticarsi che dall'altro lato c'è un giocatore con in mano il controller. Se in Heavy Rain erano presenti lunghe cutscenes e la possibilità di spostare il personaggio era quasi minimo, in Beyond la durata di gameplay scorre praticamente assieme a tutto il gioco. Bellissimo. Consigliato.

sabato 9 maggio 2015



Nuovo Universo DC. Nuovi 52.
Un reboot non necessario, non quando finalmente l'intero Universo DC Comics stava finalmente acquisendo un po' di coerenza grazie a Geoff Johns. Che lo si critichi o lo si acclami, ad ogni modo, è inutile star qui a parlarne; questo è il presente e molto probabilmente il futuro degli eroi DC. Poche testate son riuscite ad essere di qualità e ben pochi personaggi hanno riacquistato nuovo smalto. Dei "magnifici 7" della Justice League, personalmente ho apprezzato tantissimo Flash e Wonder Woman, non senza ringraziare ovviamente gli autori che han lavorato duramente sui due personaggi. E se negli USA al momento sia la run di Manapul e Buccellato su Flash e quella di Azzarello e Chiang su Wonder Woman sono giunte alla conclusione, mi dedicherò esclusivamente solo alla prima (in quanto la pubblicazione italiana l'ha conclusa solo qualche mese fa).

Innanzitutto, iniziamo col dire che io adoro Flash. Se c'è un supereroe che più mi piace, tra Superman e Wonder Woman, in mezzo c'è lui, e che sia Barry Allen o Wally West poco importa. Le storie di Flash sono sempre state caratterizzate da un'ambientazione in bilico tra l'accuratezza scientifica e la pura fantasia, cosa che potrebbe far sorridere come un ebete qualsiasi nerd appassionato di scienza (ma io non rientro tra questi, piccola parentesi); dal canto suo, il supereroe in questione forse incarna appieno il vero potenziale dell'essere umano, è la giusta via di mezzo tra un Superman e un Batman. Un uomo ordinario con dei poteri straordinari. E la sua dedizione all'eroismo, la sua "luce" ha sempre spiccato in ogni sua incarnazione essendo, forse, il supereroe meno "cupo" e complessato tra tutti nonostante la sua buona dose di disgrazie. Ma freniamo. Questa era una premessa, ora che s'è capito che Flash è il mio supereroe preferito procediamo.

Flash, l'artefice principale della creazione del Nuovo Universo DC dopo gli eventi di Flashpoint, rientra in questo reboot con quegli elementi creati da Geoff Johns quando il personaggio di Barry Allen venne riportato alla fine dopo gli eventi di Crisi Finale: sua madre Nora è morta in circostanze misteriose e suo padre, Henry, è finito in carcere ingiustamente. Da qui, la natura del senso di giustizia di Barry che lo spinge a lavorare per la Scientifica di Central City, per indagare sul mistero della sua scomparsa, che se nel vecchio Universo DC venne attribuita ad un'assurda vendetta al rovescio di Eobard Thawne a.k.a. l'Anti-Flash (o Reverse Flash, per chi odia gli italianismi), nei Nuovi 52 non si sa proprio nulla a riguardo, anzi il caso di Nora resta aperto senza alcun legame o indizio e nulla che lasci presagire al coinvolgimento della nemesi del Velocista Scarlatto. Inoltre, se precedentemente al reboot si era lasciato intuire a nuovi elementi sulla Forza della Velocità o presunti cambiamenti futuri ai personaggi chiave (come la natura degli abitanti di Gorilla City), è grazie al reboot che tutto diventa più coerente e riesce ad amalgamarsi al meglio.

Il Flash dei Nuovi 52 è un ottimo inizio per i neofiti, per chi magari ha visto la serie TV e vorrebbe leggere le gesta di Barry Allen rappresenta un perfetto punto di partenza, perché in fin dei conti l'intera run altri non è che una sorta di (re)introduzione di tutti i personaggi chiave, reinventando quelli classici e in alcuni casi dandogli un "upgrade", il tutto facendo il filo conduttore per gran parte della run ad un unico "cattivone", il Dottor Elias, il quale non ha nessun super-potere in particolare e non rappresenta nemmeno una vera minaccia, gioca solo un ruolo di "fastidio" per Flash. Tra nuovi nemici (l'Olocrazia) e vecchie glorie del passato in versioni più aggiornate (Captain Cold e soci), insomma, Manapul e Buccellato ci mostrano questo nuovo mondo in cui Barry ha da scoprire la portata dei suoi poteri. Troviamo quindi un Flash inesperto ma eroico come suo solito. Le storie, per quanto un po' troppo infantili e prive di quel fascino epico caratterizzato alla perfezione da chi ha scritto le migliori saghe sul Velocista, Mark Waid e Geoff Johns, c'è solo l'ombra, restano ugualmente una delle migliori letture per quanto riguardano i Nuovi 52.

Parlando di enormi cambiamenti, come non spendere qualche parola sui nuovi Nemici, i quali si fondono con le proprie armi acquisendo dei super-poteri che li rendono più squilibrati tanto pericolosi.
Fortunatamente, il look moderno e i super-poteri non sfigurano la caratterizzazione iconica dei Nemici e, con qualche modifica al personaggio del Mago del Tempo (Weather Wizard), restano forse il gruppo di villain più carismatici dopo quelli di Batman e qui non mi freno dal consigliare anche la lettura di Forever Evil: La rivolta dei Nemici di Flash, dove appunto tutto il carisma del gruppo si fa sentire. Molto mi è piaciuto anche il nuovo Gorilla Grodd, privo dei poteri telepatici, ma ugualmente pericoloso e antagonista principale nella saga più bella di tutta la run di Manapul e Buccellato, Gorilla Warfare. Grodd ha anch'egli acquisito una nuova origine, di fatti lui e la sua stirpe sono collegati alla Forza della Velocità. Forza della Velocità che, sebbene grosso modo resta invariata, viene quasi riscritta da zero. O meglio, vengono apportate delle modifiche atte ad elevare ancora il ruolo del personaggio di Flash, il quale si scopre essere il portatore del Fulmine che spinge in avanti il tempo. E qui, ci colleghiamo al nuovo Anti-Flash.

Anti-Flash che stavolta rappresenta esattamente il contrario di Flash: se Barry, correndo, porta il tempo in avanti, l'Anti-Flash lo porta indietro. L'identità di questo nuovo antagonista viene ugualmente cambiata, non è Eobard Thawne ma... va beh, risparmierò il lettore dello spoiler, fatto sta che è una vera sorpresa. L'intera saga del Reverse-Flash, tuttavia, non è entusiasmante. Eobard Thawne era veramente un Villain (con la V maiuscola, sì), questo vuol solo rappresentare una versione distorta e al contrario di Barry. Con questa e la storia finale, uno strano team-up con Deadman che serve a farci scoprire che il mistero di Nora Allen resterà sepolto per un bel po' di tempo, la run si chiude un po' fiacca, lasciando il tutto con molto poco, anzi pochissimo entusiasmo. Peccato, perché se da un lato gli autori son capaci di farci digerire qualsiasi tipo di rivisitazione o tentativo di portare le storie ad un livello attuale che si possa sposare con i tempi moderni, ciò che viene raccontato non è una storia ma una introduzione a qualcosa di nuovo. Beh, diciamo che sotto quest'ottica ci sono anche riusciti, tutto sta nel vedere come se la caveranno Van Jensen e Robert Venditti - scrittori a quattro mani con i bruttissimi, orrendi, inguardabili disegni di Brett Booth (sì, non potevo fare a meno di criticarli... odio con tutto me stesso il suo stile di disegno!).


In conclusione.
Ecco, diciamo pure che l'intera run non mi dispiacerebbe rileggerla. I disegni sono favolosi e il personaggio di Flash resta comunque quello che più mi affascina, però se devo proprio dare un voto qualitativo all'intera run dei due, diciamo che si poteva fare di più. Davvero, ho gradito parecchio il nuovo look dei Nemici, Captain Cold è un figo e Lisa Snart finalmente ha dei poteri sensati, solo che non racconta assolutamente nulla se non un tentativo di presentarci un nuovo Universo su cui i futuri autori dovranno muoversi. Metodo di paragone: se Azzarello ha fatto lo stesso regalandoci al contempo una saga epica, Manapul e Buccellato si limitano a raccontarci una storiella senza nemmeno sforzarsi di regalarci qualche emozione o chissà quale colpo di scena. Tra tutti e sei gli archi di storia credo si sarebbe potuto far di più con i Nemici mentre bellissima resta Gorilla Warfare.

Tirando le somme, è una run discreta. La mia idea è stata che in DC le grandi menti, atte a portare i cambiamenti più grossi, han lavorato solo ed esclusivamente su Justice League e alle testate coinvolte nei grandi eventi, mentre in quelle singole ben pochi hanno apportato chissà quale cambiamenti, se non per riscrivere interi personaggi. Certo, abbiamo un nuovo Anti-Flash ma, incappando in qualche spoiler, ho notato come abbiano riportato in vita anche Thawne, l'originale Professor Zoom, quindi BOH. Il lavoro dei due, che nel frattempo si son spostati su Detective Comics, resta ugualmente come un'opera a sé stante, che anche se riesce a farci apprezzare maggiormente Patty come interesse amoroso anziché Iris, resta una run carina non paragonabile alle grandi saghe scritte da Waid e Johns.