venerdì 20 maggio 2016



Una sola parola: capolavoro.
Riassumo così ciò che penso di Scream Queens, serie tv nata dal genio di Ryan Murphy e dai suoi colleghi Brad Falchuk e Ian Brennan, tutti e tre già autori di un'altra serie di successo, American Horror Story. Ma prima di cominciare, partiamo con delle note personali.

È un po' di tempo che sto trascurando il mio blog a causa di impegni personali e me ne dispiaccio. Avrei voluto parlare di Batman v Superman, del nuovo X-Men di Bryan Singer e di tante altre cose ma confesso che non ero molto ispirato a scriverne. Gli ultimi mesi mi hanno visto impegnato in alcune faccende che, spero, abbiano uno sbocco lavorativo, il tutto inerente all'ambiente "artistico", per così dire. Non ho scritto di alcunché questi mesi per un semplice motivo, la mancanza di ispirazione sopra riportata. Il non aver visto materiale che mi stimolasse nel parlarne è stato non dico un problema, ma un'impedimento nella stesura di almeno qualche rigo per quanto ne avessi avuto voglia di parlarne. Come mi ricollego a Scream Queens, con ciò? Beh. Scream Queens mi ha riportato qui, con la voglia di scriverne, con la voglia di trasmettere le sensazioni che ho provato e, soprattutto, la voglia di riuscire a spronare qualcuno a vedere una serie che, secondo me, rappresenta una delle migliori a livello creativo in questo nuovo millennio.

Fatta questa breve parentesi, cercherò di stare ben attento a non fare spoiler.
Però, una breve introduzione alla serie devo farla. Di cosa parla Scream Queens: una serie di delitti stanno avvenendo in un campus universitario, in particolar modo sembra aver preso di mira una confraternita (una sosority, a dire il vero), la KKT. L'unica cosa di cui tutti sono al corrente è che l'assassino si aggira con un costume da diavolo rosso, la mascotte del campus. Il tutto, contornato da alcuni misteri che si aggirano all'interno della sorority che pongono radici in un evento avvenuto nel 1995. Emma Roberts è Chanel, presidentessa della confraternita, accompagnata dalle sue "fedeli" minions alle quali vengono ironicamente affibbiate il suo stesso nome accompagnate da un numero di riconoscimento. Skyler Samuels è Gracem la recluta intenta a svelare misteri e omicidio per riportar un briciolo di dignità alle confraternite. Infine, Jamie Lee Curtis è la preside femminista dell'università, Cathy Munch. Con un cast veramente all'altezza, Scream Queens utilizza gli stessi cliché dei classici thriller e horror, ispirandosi per modus operandi all'opera di Agatha Christie Dieci piccoli indiani, smontandoli, rimontandoli in un sinuoso vortice di non-sense per poi plasmare l'opera satirica cui poi si tratta.

Io stesso ero un po' scettico sulla pretenziosità della serie, non credevo si trattasse di vera e propria satira in quanto, sì avevo apprezzato American Horror Story in passato, ma non reputavo produzione e sceneggiatura all'altezza di tale obiettivo. E invece, con mio sommo piacere, la serie riesce in pieno nel suo intento! Scream Queens si lancia quindi nella descrizione di una società moderna bombardata dalla troppa informazione le cui generazioni, le stesse di Twitter, Tumblr e vari social media, sono diventate egocentriche, superficiali, prive di talune emozioni e, soprattutto, vittima delle mode del momento - e il finale di stagione riassume in pieno questo concetto. Il tutto, adoperando uno stile folle e nonsense che magari potrebbe far storcere il naso a chi si aspetterebbe qualcosa di meno eccentrico, ma è proprio l'eccentricità a rendere Scream Queens speciale.


I personaggi sono volutamente sopra le righe, alcuni sono delle vere e proprie macchiette, altre prive di coerenza e il tutto per legare alla satira mirata di cui sopra ma soprattutto anche per smontare, anzi, ridicolizzare la logica nelle sceneggiature di genere. Le scuse che i personaggi utilizzano come alibi, persino gli spiegoni sono montati su con una logica spicciola, che fa acqua da tutte le parti, lasciandosi andare in un nonsense esageratamente esilarante creando un'atmosfera di follia, sfruttando anche dei momenti di tensione montati in maniera ridicola, così privi di logica che lo spettatore deve solamente lasciar correre e accettare la realtà, un po' come accade in questa nuova società dove ogni regola sembra essere priva di significato.

Ed è proprio questo concetto che, a mio parere, sembra che sia il vero punto forte. Abbiamo personaggi mossi da una forte morale ma che sono facilmente corrompibili. Gli unici che portano avanti la loro causa sono sempre messi da parte o ridicolizzati. Il personaggio interpretato da Jamie Lee Curtis è simbolico: femminista convinta, viene continuamente presa di mira dagli sceneggiatori per i suoi modi di fare eccentrici, quasi sempre riguardanti la sfera sessuale. Una femminista mossa da reali valori che si vede sempre contrapposta a Chanel (Emma Roberts), altro personaggio femminile dal carattere forte e indipendente ma pur sempre dipendente dalla popolarità e dal restare nelle grazie di Chad, il suo fidanzato che ha rapporti sessuali con tutte le donne del campus (ma proprio tutte). Insomma, per farla breve, Scream Queens contrappone quasi sempre una morale forte al suo esatto opposto che a sua volta risultano entrambi muoversi in una maniera paradossalmente speculare, sottolineando come tutto sia corrompibile e di come, per raggiungere i propri obiettivi, ognuno si macchia (anche solo pensandoci) di un delitto.

Il tutto, cimentandosi in una non tanto grottesca caricatura della società moderna.

Un paragrafo andrebbe speso anche per il cast. Partiamo da Emma Roberts, non avrei mai pensato di dirlo ma in Scream Queens è veramente fenomenale. Il ruolo da lei interpretato le calza divinamente, per quanto interpreti un personaggio veramente odioso, riesce ad appassionare, a far ridere. Stesso discorso va per il fidanzato Chad, interpretato da Glen Powell, vera e propria macchietta della serie, il personaggio più stupido di tutti (non che ce ne sia uno sano). Discorso inverso è per quella che dovrebbe essere la protagonista Grace (Skyler Samuels), il quale risulta un po' anonimo anche se mi vien da pensare sia voluto, in quanto nello spirito della serie, sarebbe colei che dovrebbe rappresentare la Final Girl degli horror che viene "schiacciata" dal carisma delle cosiddette Regine dell'Urlo, personaggi quasi sempre prive di spessore.
Infine, io spendo una parola anche per Abigail Breslin e Billie Lourd (rispettivamente le Chanel #5 e #3), due personaggi che ho veramente apprezzato e che mi hanno divertito fino alla fine. Le caratterizzazioni dei personaggi sono come già detto sopra le righe e prive di alcuna logica ma l'abilità delle attrici (soprattutto loro due!) ha reso la serie ancora più godibile in quanto sono riuscite alla perfezione nell'interpretare il loro ruolo di ragazze, sì frivole e stupide, ma ugualmente complessi in quanto vittime di veri e proprio disturbi psicologici.

In conclusione.
L'ho già detto in apertura. Per me, Scream Queens è un capolavoro. Promosso a pieni voti, da una scala da 1 a 10, gli darei 11. L'abilità di creare una serie per ragazzi che strizzasse l'occhio anche a chi è cresciuto con la cultura anni '90 è stata magistrale, così come il modo scelto con cui fare satira riuscendo a smontare, a sua volta, concetti e cliché tipici dei film di genere. Anche l'idea stessa di far morire in ogni episodio un personaggio chiave, che potrebbe risultare banale, funziona così alla grande che risulta una motivazione in più per guardare l'episodio successivo. Non ho memoria dell'ultima volta in cui mi sono divertito così tanto nel guardare una serie, Scream Queens è riuscita nell'intento, al punto anche da farmi tornare nel mio blog appositamente per parlarne. Non so se la seconda stagione, già annunciata, sarà all'altezza, rimpiango quasi la seconda stagione di AHS, ma se gli sceneggiatori continueranno su questa strada, credo possa essere davvero una delle serie più divertenti in circolazione.

Spero che, grazie a queste righe, abbia convinto qualcuno a guardare questa serie.
E se lo fate, guardate il terzo episodio e pensatemi.
Pensate che è stato l'episodio più bello.

Ricordatevi che Coney è la cosa migliore apparsa in quella seria.

domenica 3 aprile 2016



Con sommo piacere e infinita gioia, ritorna la "rubrica" dedicata a Bruno Mattei!
Nel primo numero, mi concentrai su tre titoli in particolare collegati tra loro, a parte dalle stesse scene, da uno stile optato dal Fu Maestro Mattei quale il riciclaggio. Ebbene, per questa seconda parte andremo ad esplorare un altro aspetto del cinema dimmerda di Mattei: l'erotismo. Erotismo che, a parte nel primo film in cui è assente, ci si aspettava un lavoro almeno decente, sia sotto il punto di vista stilistico che narrativo e invece... eh, è invece è sempre 'na merda. I tre film selezionati per questo weekend sono: Rats, Snuff Killer e Capriccio veneziano. A seguire ad ogni mia recensione , il commento del mio "compagno di visioni"-barra-ispiratore di filmacci brutti, Marcello. Senza troppi indugi, quindi, cominciamo!

Rats: Notte di terrore
Rats è forse uno dei film più famosi di Mattei, qui firmatosi ancora una volta come Vincent Dawn. Uscito nel 1984 e sceneggiato assieme a Claudio Fragasso, altro Maestro de lammerda Made in Italy, è un potenziale capolavoro dei cosiddetti "b-movies". E forse lo è, ma non sono sicuro a riguardo. La storia di Rats è ambientata nel futuro, cioè nel nostro passato ma nel loro futuro... il 2015, insomma. Dopo una guerra nucleare avvenuta perchébohchilosa tutti e 5 i continenti sono stati distrutti lasciando l'umanità sull'orlo dell'estinzione. I fatti narrati avvengono ben 225 anni dopo... nel 225 A.B., esattamente: After Bomb. I protagonisti, un gruppo di motociclisti lavati e con vestiti puliti, trovano una cittadina abbandonata che a tutti gli effetti è una strada (l'unico set che funge per le scene di esterno in tutto il film) e decidono di accamparsi in un palazzo abbandonato che non si capisce bene se sia una base militare o un hotel o un bar. Il motivo per cui decidono di restare è legato alle razioni di cibo che sbafano come i peggiori trogloditi e lanciano in aria senza ritegno, tra cui un pacco di farina - un bene di lusso in un futuro post-apocalittico - che versano sull'unica donna di colore del gruppo, Chocolat (ottima scelta del nome, molto razzista) la quale subito dopo esclama, con immensa gioia: "Sono bianca! Sono bianca!". Come non voler bene ai dialoghi di Fragasso? Ad ogni modo, gli attori stessi vogliono prendersi gioco della sceneggiatura facendo notare che un tipo è stato divorato dai topi sotto le coperte. Chi gliele ha messe sotto le coperte? L'unica domanda intelligente in tutto il film e non trova nemmeno risposta! Dopo aver esplorato l'edificio, aver trovato una specie di serra e un depuratore d'acqua, decidono di accamparsi per la notte, ignorando con superficialità il fatto che quell'edificio sia infestato dai topi. Vabbè, è l'apocalisse, sticazzi suppongo, no? Quando cacciano dalla stanza due personaggi che scopavano come conigli davanti a tutti senza problemi, i topi cominciano ad attaccare e fanno fuori tre personaggi biblici: Lucifer, Lilith e Noè. Da lì, i topi si infilano nei corpi della gente e li fanno esplodere dall'interno (!) e comincia il delirio, da ratti che spostano cadaveri e li utilizzano come arieti per sfondare porte (impliciti, ma è ciò che accade) a persone incendiate che in meno di 5 minuti si riduce già in cenere. La vera e propria chicca, però, è la scena in cui aprendo una porta vengono investiti da un potente vento che rende difficile anche richiudere la porta arrivando alla conclusione che in quella stanza ci siano migliaia di ratti. I ratti generano vuoti d'aria. Perfetto.

Il cast riassume tutti i peggiori cliché degli anni '80.
Miglior frase: Computer e cadaveri formano una pessima mistura
Al di là dei commenti inerenti a coerenze di sceneggiature, Rats è fondamentalmente un film inutile che non ha né capo né coda, interamente fine a sé stesso. Gli stessi spiegoni fanno acqua da tutte le parti e sono 1) approssimativi, 2) così stupidi che manco io a 9 anni tiravo giù cagate così abnormi come "tutto il mondo è esploso per le bombe atomiche" ma i palazzi sono ancora intatti. Gli stessi topi vengono presentati come topi giganti ma in realtà sono comunissimi topi domestici... anzi, no. Mattei fece "dipingere" di grigio degli innocui topi da cavia. Altra manifestazione di genialità è l'omaggio fatto a La notte dei morti viventi di Romero con i protagonisti che sbarrano porte e finestre con tavole di legno. Peccato che non ci fossero zombie ma dei topi che potrebbero benissimo entrare da qualsiasi buco in una parete a caso. Ecco, qui forse la scusa di usare dei topi assassini sarebbe stata anche intelligente, in quanto sono animali imprevedibilissimi ma il film in toto è proprio senza alcun phatos, con un ritmo così spento da non potersi nemmeno catalogare nel genere horror.  Da questo punto di vista, un film veramente pessimo che potrebbe anche avere un valore come b-movie. Cosa che non è. Lo sarebbe potuto essere se fosse stato impostato il tutto come nella scena finale:


Ad ogni modo, noi il Maestro Mattei non lo amiamo soltanto perché ci regala dei film veramente brutti sotto il punto di vista della sceneggiatura: è nel complesso, che sbaglia! Qui, essendo forse un film degli anni '80, è presente una cura più minuziosa nel comparto tecnico. Se non fossero per strafalcioni come utilizzare del trucco su una mano per farla sembrare fosse ferita PRIMA che questa venga a tutti gli effetti, appunto, ferita oppure i titoli iniziali realizzati sovrapponendo una pellicola SPORCA contenente il testo introduttivo ad una inquadratura del deserto. Insomma, la scena dei titoli è l'apice dellammerda mentre il finale fa' in modo che 1 ora e 20 non siano state sprecate effettivamente. Insomma, per concludere, al di là del classico problema degli attori cani espressivamente esagerati e osceni, facendo i complimenti alla costumista (#sarcasmo), archiviamo Rats una volta per tutte e passiamo ai due titoli erotici a mio dire più validi, tra tutte le opere di Mattei.

Il commento di Marcello: soffrono i protagonisti del film uccisi dai topi, soffrono i topi che vengono sbattuti a destra e a sinistra e gettati addosso a cose e attori, soffrono gli spettatori per la totale mancanza di ritmo e consistenza della storia: è tutta una continua grande sofferenza comune. Giustificata dal solo finale.


...e si presenta così: grafica da WordArt e titolo addirittura differente.
Snuff Killer - La morte in diretta
Qui da dove cazzo comincio? L'immagine sopra dovrebbe già presagire la qualità di merda che si va ad assaporare: un titolo differente da quello che è in realtà, una grafica che manco la Cento-X-Cento si sognerebbe. E l'accostamento al porno è di dovere, perché TUTTO riconduce ad un film porno. Dalla regia, alla fotografia, alla scelta degli attori a tutto! Ovviamente, anche al tema del film stesso che gira attorno al mondo degli snuff movie che ha comunque uno sfondo più legato alla sessualità che alla violenza vera e propria. La storia in breve: una ragazza va in discoteca, viene rapita, la madre spende il patrimonio economico del marito, un noto politico che glienefregancazzo che la figlia è stata rapita ci sono le elezioni, per ritrovarla ma anche per farsi stuprare (ci arriveremo poi) venendo poi a conoscenza del mondo illegale legati al sesso estremo e agli snuff, finendone immersa. Perché il viaggio verso gli snuff movie è un viaggio di sola andata, una delle tante belle frasi che vengono utilizzate durante il film e che comunque non vuol dire proprio nulla. Io, davvero, non so da dove cominciare. Anche la descrizione di nobiltà che attraversa ogni cliché, dall'amica snob che invita la protagonista a giocare a bridge con un finto accento inglese, alla cameriera Charlotte fino all'arredamento da fine '800 sono tutti elementi che rendono godibile un film che si muove con delle transizioni a dissolvenza che manco Windows Moviemaker! Fa schifo, non sto cercando di dire niente, ma fa schifo da essere bello! Attori cani che recitano da cani, scene fine a sé stesse e un ritmo narrativo così di merda che gli sceneggiatori stessi dimenticano cosa stia accadendo nel film. Il punto centrale del film è la ricerca della figlia da parte della madre e fin qui ci siamo, ma poi si sposta sull'esplorazione del mondo degli snuff movie e alla voglia di cazzo della protagonista che, una volta trovata la figlia, questa sparisce. Nemmeno riunirsi con la figlia, alla fine. Niente.

Un gran bel cast. Da destra: Hades, un clone donna del sig. Burns,
la milfona protagonista del film e, direttamente da Alladin, Jafar.
Miglior frase: "Un ultimo avvertimento, signora: ballando col diavolo, il diavolo non cambia... è lui che cambia te." (un 'ultimo' avvertimento ripetuto altre 100 volte nel film.
Sul reparto tecnico e sulla scelta degli attori, spenderò ben poco. È girato male, è recitato male, è tutto fatto male. Ergo, soffermiamoci ancora un poco sulle scelte di sceneggiature e sulle scene che mi sono rimaste più impresse. E sono veramente tante, cioè, Snuff Killer resta il mio film preferito di Mattei, al momento. Perché non puoi non voler bene ad una persona che decide di inserire una transizione ad una donna che si ferma davanti al bagno e riprendere subito dopo questa che esce o gestire un momento di azione quale un inseguimento in auto nel peggior modo possibile: riprendere la stessa auto che sfreccia in posti sempre differenti e un uomo, palesemente in un'auto ferma, gridare "Dai, presto che la perdiamo!". Anche l'ignoranza, poi, fa da padrone all'intero film. Il buon Mattei (pace all'anima sua) non era davvero preparato sul mondo illegale degli snuff o quanto meno della pornografia estrema e quindi dipinge con una fantasia innocente (a suo modo fanciullesca) questo mondo descrivendolo come un circolo dove ogni santo giorno, la gente va a scopare trucidando altre persone. Una scena epica a riguardo è quando nel momento in cui la protagonista sta ancora agli inizi delle investigazioni, entra in questo locale dove comunque non sa ancora cosa viene praticato e si imbatte in un tipo che con molta naturalezza le dice "Sono un sadico, violento e pedofilo. Pratico anche stupri di gruppo". Mi chiedo cosa sarebbe successo se una persona fosse passata di lì solo per andare al bagno. Ad ogni modo, tralasciando queste piccole accortezze che comunque sono una goduria per un palato fine, passiamo al lato erotico. Perché sì, Mattei decise più o meno a metà pellicola che questo sarebbe stato anche un film erotico. Quindi via a scene di nudo gratis, e si comincia con scene del tipo una in cui infilano nel culo di una povera ragazza delle forbici enormi e un'altra in cui la protagonista decide di scopare con uno appena conosciuto lamentandosi nella scena dopo di non amarla e di aver ferito i suoi sentimenti. Ok.

La scena del forbicione nel culo!
Miglior scena: la protagonista si sveglia nel cuore della notte. Il telefono squilla. Alza la cornetta. "Pronto?". Dall'altro lato del telefono. "Sei sveglia? RISPONDI, PUTTANA!"
L'erotismo, secondo Mattei, si sofferma al mostrare due persone alle prese con atti sessuali o a un paio di tette e culi in bella mostra. Sia chiaro, l'erotismo qui alla fine non ci sarebbe dovuto nemmeno esserci, ma le scene cominciano a spostarsi di binario dal momento in cui non c'è più la ricerca della figlia ma l'esplorazione di questo mondo illegale che arriva al suo culmine quando, dopo aver assistito a scene di inaudita violenza ed essere stuprata (senza il minimo danno psicologico) la donna ricerchi il piacere andando con uno sconosciuto. Cazzo c'entrava? Boh. Ad ogni modo, Mattei decide di introdurre poi il cattivo di turno. Una scelta interessante, perché che ci sia una donna dietro al mercato illegale di sesso estremo ci sta pure, ma al personaggio non viene dato il benché minimo spessore, è affascinante solo per il suo aspetto un po' tetro molto simile al signor Burns dei Simpsons. Insomma, scazza anche nella caratterizzazione di un potenziale personaggio interessante che, a fine film, dopo aver ricevuto uno schiaffone dalla protagonista se ne esce con la battuta fanciullesca "Il dolore non è bello se non sono io a darlo". Quindi noi archiviamo Snuff Killer (o Snuff Movie?) etichettandolo comunque come il miglior film di merda e procediamo verso la conclusione. Non prima, però, di aver dato un elenco dell'enorme spesa che ha affrontato la protagonista nella ricerca della sua amata figliola che alla fine manco l'abbraccia, chissenefrega.
    • 1 milione di Euro per un detective che non verrà mai chiamato in causa.
    • 150 € per una settimana in un albergo in cui dormirà solo una notte.
    • 2.000 € per l'aiuto di un commesso in un pornoshop che, ovviamente, non la aiuta.
    • 1.500 € per una VHS snuff che si rivela poi essere un falso.
    • 20.000 € per il pazzo stupratore che chiede del sesso orale come anticipo e, in seguito, la stupra.
    • 100.000 € in anticipo per produrre un film snuff con la figlia.
    • 100.000 € per completare la transazione del film di cui sopra.
    • Viaggi vari, tra cui ad Amburgo, e alberghi.
    • 0,80 € per un bicchiere d'acqua. Presa per il culo fino alla fine.
        • SPESA TOTALE: su per giù un milione e mezzo, più 80 centesimi.

Smithers, libera i cani!

Il commento di Marcello: Il peggio del meglio del Maestro Mattei: lunghe passeggiate erotiche e costose, ignoranza totale dell’argomento trattato e ceffoni con effetto audio alla Bud & Terence. Cosa volere di più? La morte. (in diretta.)

Capriccio Veneziano
Ora vorrei fare un discorso serio. E so che potrei offendere l'intelligenza di molta gente. Ma avendolo già fatto recensendo positivamente Dragon Ball Evolution e quell'altra puttanata di Chicken Park su questo blog, mi lancio in un sonoro "STICAZZI" e io lo dico. Valuterò Capriccio veneziano come un potenziale film d'autore e di spessore. Dico potenziale perché stiamo comunque parlando di Bruno Mattei, uno che i film non sa farli e prende nel cast dei veri e propri incapaci. Inizierò col dire che, inizialmente, ho immaginato in via scherzosa come questo film potesse essere un omaggio a Vacanze Romane di Dalton Trumbo in quanto, come visibile nel trailer, l'atmosfera creata attorno al film vorrebbe essere spudoratamente naturale e spontanea. Cosa che, ovviamente, non riesce. Gli attori protagonisti si spostano nella città di Venezia passeggiando continuamente tra folle numerose, quasi come a mostrare la mondanità della città, fermandosi ad interagire di tanto in tanto con persone del posto che rispondono con un fintissimo accento veneto. Devo per forza rimarcarne la qualità della merda, ma secondo me Capriccio veneziano cerca di avere un'impronta più autoriale, arrivando anche a toccare degli omaggi -o analogie, a questo punto- più che con Vacanze Romane, con La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock.

Spero che Alfred non si stia rivoltando nella tomba per quanto abbia appena scritto!

I due protagonisti alle prese con una scena pseudo-erotica.
Come nell'opera di Hitchcock, Mattei contrappone il personaggio di Lorenzo a sé stesso. Come? Bruno Mattei più volte ha dichiarato che il cinema, secondo lui, non è arte bensì un modo di fare soldi. Ed è proprio con questa stessa affermazione che l'abbinamento mentale è avvenuto in me. Anche Lorenzo considera la pittura non un'arte ma come un mezzo per far soldi e predilige disegnare/dipingere/scolpire donne nude. La relazione stessa con Roberta, insegnante di musica (cagna fino al midollo, totalmente incapace di far credere al pubblico che il suo personaggio capisca cosa stia facendo!) è costruita su una serie di affermazioni imperative, quasi a darle degli ordini, per far sì che questa donna... o queste donne... lo eccitino. Un po' come un regista fa con le sue attrici, per l'appunto. E così come accadeva nella pellicola di Hitchcock, Mattei in un modo o nell'altro è riuscito a far trasparire questa cosa. Che sia voluto, ne dubito, ma c'è riuscito. Male, il film è 'na merda atroce, ma è quello che traspare maggiormente. Tra l'altro, ci sarebbe anche da farsi due domande dal momento in cui in una scena, Lorenzo fa travestire Roberta da uomo e attacca briga con due gondolieri. Ad ogni modo, sebbene il film può avere un'ottica da film d'autore, la protagonista è Roberta. Roberta s'innamora di 'sto Daniel Craig con la faccia da scemo e palestrato con la stessa delicatezza de La Cosa dei Fantastici 4, nonostante sia uno stronzo immane e scappa da lui per non legarsi soltanto perché lo arrapa da morire. Smontatemi la tesi, perché il film parla di questo!

...dei richiami anche ad Eyes Wide Shut? (lol)
Insomma, Capriccio veneziano si muove come un film erotico, ma i protagonisti non hanno alchimia e l'attore maschile è un pezzo di legno. L'impronta autoriale che viene accennata (perché c'è, odiatemi e gettatemi merda, ma c'è!) sarebbe potuta essere imperativa e dare un significato più intellettuale ad un film che, sinceramente, di erotismo non ha proprio un cazzo. Due tipi che scopano in maniera irrealistica non è erotismo. Tra l'altro in una scena credo che lui stesse scopando con un piede.

Concludendo con Capriccio veneziano, il film fa schifo ed è una palla.
Ecco di seguito le migliori frase tirate fuori in tutto il film. Dialoghi bellissimi.
    • "Tutti quanti dobbiamo perderci qualche volta, per poi ritrovarci insieme"
    • "Ci sono cose che ti appartengono e poi volano via"
    • "Fianchi snelli e un culo a forma di cuore"

Roberta si esibisce in uno striptease davanti ad un green screen.
Lo sfondo inserito successivamente è una ripresa fuori fuoco e mossa.

Il commento di Marcello: Cosa succede quando i "film della notte" di Retecapri incontrano i filmini delle vacanze della zia Castalda? Esce fuori questa roba.

In conclusione, posso dire che questi tre film mi hanno ispirato.
Ho già in mente una sceneggiatura intitolata Capriccio Cannibale in cui la protagonista è una missionaria che salva un giovane africano albino cannibale dalla sua tribù che voleva mangiarlo. Una volta salvato, tenterà di cambiare le sue abitudini alimentari iniziandolo alla cucina francese. Una storia con elementi horror vista in chiave romantica ed erotica. Potete anche rubarmi l'idea, se volete.

Il momento clou della serata. Da lì non ci siamo più ripresi.
Viva Mattei!

giovedì 4 febbraio 2016



È successo ciò che non volevo che accadesse.
Abbandono ufficialmente la serie dedicata al Velocista Scarlatto dopo ben 11 episodi di caos creativo e trame così infantili che i Teletubbies a confronto sono un thriller psicologico ben articolato. Questo spiega perché ho voluto specificare nel titolo che qui "recensirò" solo metà della seconda stagione in quanto mi ha fatto così schifo che l'ho abbandonata del tutto. E le possibilità gliene ho date, anche troppe! Ma andiamo per gradi. Ripercorriamo cosa è accaduto al mio indice di gradimento dalla prima stagione all'episodio 11 della seconda.

A dire il vero, non ci sarà proprio bisogno di un recap totale, la recensione della prima stagione l'ho già scritta in un post precedente, se devo essere breve riassumerei dicendo che la prima stagione iniziò in un modo totalmente anonimo. Episodio pilota un po' spento ma che gettava delle basi interessanti al punto di incuriosire per guardare gli episodi successivi, il resto invece un po' altalenante. Tanta carne al fuoco, alcuni elementi apparentemente giocati benissimo e qualcosa che, se pur con delle lacune e degli elementi di fastidio (Iris West nera) riusciva a reggersi perché era qualcosa di bello! E la conclusione della prima stagione aveva lasciato intendere degli interessanti sviluppi ed è infatti proprio da quella conclusione che inizia la seconda stagione (più o meno) peccato però che quegli interessanti sviluppi non siano stati interessanti ma così banali che mi ha fatto rimpiangere gli inutili finali di stagione di Smallville.

Ricapitolando, Eobard Thawne era l'Anti-Flash e aveva preso le sembianze di Harrison Wells. Eddie Thawne, il suo pronipote e fidanzato di Iris, decide di uccidersi per fermare Thawne eliminandolo dall'esistenza, ma questo evento crea un'anomalia: un buco nero si forma su Central City e l'esistenza stessa rischia di collassare. L'unica soluzione sensata è tornare indietro nel tempo, impedire a Eddie di suicidarsi e spedire a suon di pugni l'Anti-Flash nel suo futuro. Ma, ovviamente, no. Gli sceneggiatori di Flash devono avere qualche ritardo e decidono che l'anomalia va fermata semplicemente correndoci attorno e con Firestorm che si fa esplodere al suo interno. Va bene. Qui la mia prima delusione, perché l'unica scelta sensata viene ridotta a un finale così infantile che fa cascare le braccia, ma decido ugualmente di proseguire la serie, però... senza alcun senso, Eobard Thawne decide di "confessare" (mantenendo le sembianze di Wells) l'omicidio dei genitori di Barry - come se avesse senso, visto che lui era sparito da tutt'altra parte - scagionando così suo padre che, appena uscito di prigione, senza alcun motivo decide di andarsene perché "deve vivere la sua vita e non può intralciare il figlio Barry nel suo nuovo ruolo da supereroe". Vabbè. Nel frattempo, l'esplosione del buco nero (o anomalia, chiamatela come volete) ha creato dei portali a Terra-2, luogo da cui provengono i nuovi cattivoni tra cui Atom Smasher (interpretato dall'ex wrestler Adam Copeland, alias Edge), Dr. Light che in realtà è la Linda Parker di Terra-2 e King Shark che, devo dirlo, in quei 30 secondi di apparizione ha fatto la sua porca figura, bellissima CGI, ma viene eliminato così, a culo, con un colpo di fucile futuristico e rinchiuso (a detta loro, ma noi non lo sappiamo) nella prigione degli Star LABS. Vabbè. Ovviamente, da Terra-2 provengono anche il nuovo cattivone, Zoom, e l'Harrison Wells di Terra-2 che dà la caccia a Zoom perché ha rapito sua figlia Jesse (colei che dovrebbe divenire Jesse Quick, altro velocista nei fumetti). Zoom è un altro nemico che, devo dire, convince. Ottimo costume, ottima presenza scenica e Tony Todd a dargli la voce (sublime!) mentre Harrison Wells non ne capisco il senso. Proviene da Terra-2 e la gente non si fida perché teme potesse essere cattivo come il suo "gemello", dimenticandosi a tratti che l'Harrison Wells da loro conosciuto non era lui per davvero ma Thawne. Per tutto. Il santo. Tempo. Vabbè.

Il resto è tutto nella narrazione. Dialoghi veramente al limite del ridicolo, in men che non si dica è diventato un surrogato di Arrow, con le infinite citazioni al DC Universe fatte a caso (il Flash-segnale, cazzo) e uno sviluppo della trama così lineare da non lasciare nemmeno uno scorcio di varie possibilità di sviluppo. Se la prima stagione aveva delle lacune facilmente passabili vista la qualità dello show, questa seconda stagione è messa su così male che rende intollerabili anche il più piccolo difetto. Ma poi, i personaggi sono snaturati in una maniera allucinante. Joe West è diventato un personaggio caricaturale, un uomo che non sembra più un detective ma un adolescente che crede di essere un detective; la futura Killer Frost, Caitlin, poi... snaturata è dir poco! Nella prima stagione lei era reduce da un temibile lutto, il suo fidanzato Ronnie era stato dichiarato morto proprio il giorno in cui lui le aveva chiesto di sposarlo e, con coerenza, il suo personaggio era diventato freddo (questa, signori, è una citazione fatta bene riferendosi al suo futuro ruolo da Killer Frost!), distaccata e poco propensa a nuovi interessi amorosi. Nel corso della prima stagione aveva sì manifestato un'apertura, ma ciò era dettata dalla speranza che potesse riavere il suo fidanzato. Ma, ahimè, Ronnie muore di nuovo e stavolta lo stesso giorno in cui si sono sposati e come affronta Caitlin questo secondo e definitivo lutto? Si trasferisce in un nuovo laboratorio e si innamora follemente del Jay Garrick di Terra-2 solo perché lui è uno scienziato (!!!) e difende quel rapporto con le unghie e con i denti. Molto coerente. Così come è coerente la battutina fatta da Cisco nel primo episodio riguardo il nuovo lavoro di Caitlin rimarcando come nella prima stagione la gente entrava e uscire dagli STAR Labs con estrema facilità... salvo poi per riportare Caitlin al suo vecchio posto, senza lasciare il suo nuovo lavoro, dove trascorre la maggior parte del suo tempo. Dimenticandosi, in 11 episodi, che lei un lavoro ce l'ha ancora ma è ancora a perder tempo agli STAR Labs! Vabbè!

E qui torno sulla questione dell'abbandono dopo l'episodio numero 11. Episodio in cui ho riposto le mie ultime speranze di riuscire a vedere qualcosa di differente, qualcosa che mi facesse rivalutare l'intera stagione, qualcosa che mi facesse vedere una speranze di poter vedere delle sotto-trame interessanti, dei vincoli. E invece niente. Il ritorno dell'Anti-Flash (Eobard Thawne, che fortunatamente si son ricordati non era Wells, lol) è stato spiazzante, lui risulta come un'anomalia temporale, non dovrebbe essere lì perché Eddie ha cancellato la sua esistenza! Ma come hanno risolto intelligentemente questi autori geniali? Eddie deve continuare a esistere perché lui è tornato indietro nel tempo a uccidere sua madre ma no, comunque proviene da un'altra linea temporale. E i personaggi come reagiscono a questo paradosso che non dovrebbe nemmeno esistere? "Ah, ok, rispediamolo nel suo tempo allora!". Vabbè!!

Conclusioni.
No, vabbè, c'è bisogno che tiri fuori delle conclusioni?
Sono veramente rammaricato che la serie abbia preso questa piega perché la prima stagione era veramente bella! Tutto scorreva lentamente, tutto dava l'impressione di un qualcosa di ben studiato, anche gli easter eggs erano messe lì con un senso. Questa seconda stagione se è possibile è diventata anche peggio di Arrow. Cattivi inseriti senza alcuno scopo, trovate narrative veramente squallide. "C'è questo nemico che avremmo dovuto trovare un anno fa, non ha senso inserirlo adesso ma c'è sempre stato e solo ora ne parliamo per la prima volta. Uh guarda, sta rapinando la stazione di polizia proprio ora!". Di nuovo, vabbè. C'è da dire poi che nemmeno l'idea di un episodio diretto da Kevin Smith mi fa venir voglia di proseguire. Nemmeno il crossover con Supergirl (serie che non seguo perché non m'attira). Proprio zero. L'inserimento di Wally West ci sta, mentre il debutto di Patty Spivot è avvenuto troppo presto ed è finito altrettanto presto. L'idea generale è che si sono così concentrati sull'incremento della CGI che hanno deciso di spendere i soldi del budget aumentato per elementi futili a ciò che dovrebbe reggere una qualsiasi produzione televisiva: lo sviluppo della storia. Ben venga trovarsi King Shark (anche se per 20 secondi), nuove sfide tra velocisti ed effetti visivi in CGI fatti bene ma se manca l'elemento di base cade tutto e succede che dopo un po' perdi spettatori. A me han perso sicuramente. La mancanza di una storia e di qualcosa che ti tenga incollato allo schermo fino alla settimana successiva qui è sostituita da elementi che -a detta dei produttori- debba affascinare, da Kevin Smith al ritorno di Mark Hamill nei panni di Trickster. Ma manca la base, tutto questo diventa merda. È diventato merda.

In definitiva, cosa è The Flash? Una serie adolescenziale, fatta pure male.
Adatta ad un pubblico dai 10 ai 17 anni, l'età in cui frega un cazzo di cosa si sta guardando, basta che ci siano drammi familiari, cattivi strani, villain divenuto anti-eroi che avranno un ruolo in spin-off buttati giù a culo (Legends of Tomorrow) dove non c'entrano una beneamata mazza... ma sto divagando. Questa è solo la linea guida dei produttori di questa immonda stronzata che va avanti dai tempi di Arrow. Spero finisca tutto subito, perché - davvero - la Marvel sulle serie TV rompe il culo alla DC Comics. iZombie a parte, ovviamente.

P.S.: Tony Todd è veramente l'unica nota positiva di tutta 'sta seconda stagione!

lunedì 18 gennaio 2016



Anno nuovo, stesso blog.
Al momento in cui scrivo questo post, il 2016 è iniziato da ben 18 giorni, ma equivale al primo dell'anno per l'Oblivion Bar, quindi buon anno a tutti i lettori (strano ma vero, sembra ci siano, lol). E con questa premessa, parto direttamente in quarta con l'ultimo capolavoro video-ludico da me giocato: Alien Isolation. Prodotto dalla Sega, è forse (e a detta di molti) il gioco definitivo di Alien, quello che tutti aspettavano e, sebbene abbia recuperato la saga nonché meno di un mese fa, devo dire proprio che tale tentativo di pompare il titolo ci sta tutto! Un gioco che a tutti gli effetti risulta canonico con la saga di Alien e che richiama alla perfezione le atmosfere e ambientazioni della prima pellicola di Ridley Scott. Trattasi un survival horror in prima persona, genere da me prediletto anche se non ne ho giocati a molti, l'ho provato su PlayStation 3 e, anche se me ne son pentito per motivi che spiegherò tra qualche riga, devo dire che è un gioco di tutto rispetto, il suo punto forte è la capacità di riuscire a comunicare delle emozioni. Ma andiamo per gradi.

Come al solito quando mi ritrovo a "recensire" videogiochi, non mi soffermo molto sulla parte tecnica sicché non sono un player esperto, ma più al parere soggettivo che riguarda la mia esperienza di gioco e la trama, soprattutto. Ed è proprio la storia che, a mio avviso, nonostante non presenti chissà quanti intrecci complicati presentandosi scorrevole e molto semplice, sia il cardine che trascina il giocatore passo passo durante quest'avventura. La protagonista altri non è che Amanda Ripley, figlia di quella Ellen Ripley interpretata da Sigourney Weaver, già introdotta a suo modo (nominandola) nel secondo capitolo della saga, che parte alla ricerca di sua madre ben 15 anni dopo la sua disavventura sulla Nostromo con lo xenomorpho, assieme al suo equipaggio (assemblato dalla solita Weyland-Yutani). La loro missione è venire in possesso della scatola nera della Nostromo, trovata dall'equipaggio della nave Anesidora, a sua volta attraccata sulla nave spaziale Sevastopol, una vera e propria cittadella il quale ospita dei coloni, luogo sulla quale si svolgerà gran parte dell'azione, sulla quale però è scattato un isolamento non previsto dovuto ad un guasto del sistema AI Apollo che, non soltanto interromperà le comunicazioni esterne, ma renderà inspiegabilmente gli androidi estremamente aggressivi. Impersonificando Amanda, quindi, la nostra missione sarà recuperare la scatola nera per scoprire che fine abbia fatto la madre di Ripley, affrontando androidi, coloni umani che tentano la sopravvivenza a causa dell'isolamento e, ovviamente, lo xenomorpho, l'Alien. Xenomorpho che, attenzione, non può essere ucciso ma solo allontanato o con il fuoco o semplicemente raggirandolo nascondendosi.

Con un solo Alien presente in tutto il gioco, quindi, l'atmosfera richiama già alla perfezione la pellicola diretta da Ridley Scott nel 1979, senza però dimenticarsi di avere quel tocco di originalità che deve contraddistinguere un'opera dal semplice richiamo all'identità vera e propria. Alien: Isolation, anzitutto non si presenta come un FPS ma più come un survival horror; le sequenze di shooting sono veramente ridotte, nemmeno molto elaborate, questo perché tenta di concentrarsi più sull'aspetto intellettivo e intuitivo del giocatore, trovando percorsi alternativi, studiando i movimenti dei nemici, alieni o umani o androidi che siano, per proseguire. La colonna sonora, poi, che si sposa perfettamente con i rumori di sottofondo e che aumenta di tensione in prossimità dell'Alien, aumentano il ritmo facendo restare il giocatore costantemente in tensione. Per buona parte del gioco, tra l'altro, dovremmo star attenti a non far troppo rumore, in quanto lo xenomorpho potrebbe venirne attratto e far la sua comparsa costringendoci a trovare il primo punto adatto a nasconderci! Insomma, ben studiato dal punto di vista di emozioni che, sempre a mio parere, sono gli aspetti fondamentali della buona riuscita di un gioco. Emozioni che sono trasmesse alla perfezione grazie al più che ottimo doppiaggio di Amanda, Gea Riva, regalando un ulteriore punto a favore dell'esperienza di gioco, in quanto proprio grazie alle sue doti di doppiaggio è stata capace realmente di farmi immedesimare nel personaggio e nelle emozioni che essa provava in alcune scene, dalla paura alla rabbia.


Tornando al gameplay, confesso che avevo un po' il terrore di ritrovarmi in un gioco abbastanza ripetitivo, di ritrovarmi ogni volta in scenari sempre simili in cui il tutto si sarebbe risolto in un semplice scappa e nasconditi, ma fortunatamente così non è stato. Prima di tutto, la dinamica dello stealth varia a seconda dei nemici da cui stiamo scappando (ho trovato più complicato fuggire da umani che androidi, per dire), poi più avanti si va nel gioco più il tutto cambia, costringendoci anche ad affrontare i nemici, per spezzare appunto quel ritmo che alla lunga potrebbe stancare. La storia, come già detto, trascina il tutto e lo fa alla perfezione. I colpi di scena ci sono, non molti, ma ci sono, così come i plot twist o i cambi improvvisi di scenario che ho particolarmente gradito.

Non graditi, invece, sono stati gli innumerevoli bug, più fastidiosi che altro. Come detto in partenza, mi son pentito di aver preso la versione per PS3, proprio per colpa di essi. Porte che non si aprono in fretta e restano bloccate (capitandomi una volta di troppo durante una fuga!), pavimenti che scompaiono e personaggi che restano immobili o appaiono e scompaiono all'improvviso. Inoltre, la versione PS3 presenta dei tempi di caricamento molto, anzi troppo lunghi. Una versione per PlayStation 4, ad ogni modo, sarà d'obbligo alla prossima che vedrò un prezzo vantaggioso, visto e considerato che mi ritroverei con un doppione per due console.

Ridley Edition
Ho insistito che avrei preso la Ridley Edition e così è stato.
Questa altri non è che una versione del gioco che comprende due DLC ambientati durante il primo film: Equipaggio sacrificabile dove è possibile prendere il controllo di tre personaggi della Nostromo per tentare di intrappolare "la bestia" e Ultima sopravvissuta dove, nei panni di Ellen Ripley, si ha l'obiettivo di innescare l'autodistruzione della Nostromo e scappare... ovviamente sempre sfuggendo dalla creatura! E che dire... nonostante il già elogiato doppiaggio (che comunque si estende soltanto a Gia Riva), consiglio di giocarci con il doppiaggio originale che è stato effettuato per l'occasione dal cast originale, Sigourney Weaver inclusa che ha delle parti anche durante la campagna principale attraverso alcuni messaggi audio. Le missioni altre non sono che un rifacimento del primo film che hanno lo scopo di accontentare i fan della saga e offrire a sua volta un'ulteriore esperienza di gioco ancora più spaventosa - perché sì, anche questi DLC riescono a discostarsi di molto dalla campagna principale, pur restando con le dinamiche di gioco invariate.


Curiosità e conclusioni
Sono rimasto così colpito da questo gioco che sono anche corso a guardarmi qualche curiosità riguardante lo sviluppo e sono rimasto colpito ancor di più quando ho notato quanta cura si siano presi per la realizzazione, dall'inserimento della colonna sonora originale ai particolari più piccoli e accessibili ad occhi più attenti, come l'inserimento di numerosi richiami ai lavori di Joseph Conrad come accaduto nel primo Alien alla scelta del cast. Il volto di Amanda Ripley, ad esempio, è stato preso dall'attrice Elizabeth Inglis vera madre di Sigourney Weaver e apparsa, tramite fotografia, già in Aliens - Scontro Finale mentre la voce di Waits è di William Hope già apparso sempre nel secondo capitolo. Insomma, aggiunto anche al fatto che la Fox ha anche dato accesso al team di sviluppo a materiale come pellicole, contenuti extra e vari concept originale del film di Ridley Scott, Alien: Isolation è a tutti gli effetti un videogioco che merita di essere chiamato capolavoro vista la cura ad esso dedicato. Per approfondimenti riguardo queste curiosità, consiglio la pagina dedicata su IMDb.

In definitiva, senza lasciare tanto spazio agli spoiler, sono convinto che ci sarà un sequel in quanto il finale lascia presagire questo e la Sega stessa lo ha confermato, ricredendosi guardando i risultati di vendita aumentati di netto nel 2015 dopo scarsi risultati nel 2014. Insomma, che ci siano speranze di avere una saga su console di Alien è nell'aria ma, in attesa di conferma e anche se nel caso così non fosse, rimango del parere che Alien: Isolation sia un'opera imperdibile. Non so bene se possa parlare di qualcosa di diverso in quanto non sono molto ferrato in argomento video-ludico, ma almeno per me così è stato.

Con una storia avvincente, dei ritmi veramente al limite della tachicardia, lo promuovo con un 9/10, ma solo perché quel punto è rubato dai bug. Sono convinto che, se su PS4 questi siano spariti con dei tempi di caricamento brevi, possa aspirare anche ad un 10/10. Soggettivamente parlando.


giovedì 31 dicembre 2015



Una serie tv che mi ha colpito particolarmente.
Esordisco così per mettere già in chiaro che ciò di cui andrò a parlare in questo ultimo post del 2015, dopo un mese di silenzio, è una delle cose più belle che abbia mai visto e non tanto per la narrazione e le dinamiche di essa in sé, ma per le emozioni che mi ha dato. Personalmente, se pure sia una persona emotiva trovo difficile che qualcosa mi colpisca a livello di emozioni, ma Sense8 ci è riuscito se pure forse non ci si trova nemmeno a un gran capolavoro, visto che nonostante il successo avuto, non se ne stia parlando più di tanto rispetto a tante altre serie. Insomma, premesso ciò e ricordando che comunque io non sia un gran patito di serie tv (ergo, potrei forse esagerare con ciò che andrò a scrivere), parliamo di Sense8. Diretta dai fratelli Watchowski e co-sceneggiata insieme a J. Michael Straczynski, narra delle vicende di 8 persone, nate lo stesso giorno -l'8 agosto- che in apparenza nulla sembrano condividere tra loro, tranne un particolare: sono tutti collegati telepaticamente.

Definire un protagonista assoluto è un po' difficile, in quanto le vicende girano attorno agli 8 sensate, i quali tutti giocano il loro ruolo sia nella storia principale, vissuta principalmente dal poliziotto di Chicago Will, la DJ islandese Riley e la transessuale Nomi alle prese con Whispers, un altro sensate con la missione di trovare ed eliminare quelli come lui. Al fianco del trio, come detto, giocano i loro ruoli fondamentali anche Sun, donna d'affari coreana ed esperta in arti marziali, "Van Damme" Capheus originario del Kenya e autista di matatu, Kala, di Mumbai, in procinto di sposarsi con Rajan ma innamorata di Wolfgang, altro sensate di Berlino nonché scassinatore e infine Lito Rodriguez - attore omosessuale e forse il personaggio un po' più inutile di tutti, ma su questo torneremo più tardi. Le vicende, grosso modo girano attorno alle storie di questi 8 personaggi, i quali, condividendo il loro legame psichico, saranno sempre vicini nei momenti di difficoltà e si aiuteranno "prestandosi" a vicenda le loro personali abilità - come per esempio, Sun leverà parecchie volte dai guai i suoi compagni della Cerchia grazie alle sue doti di combattimento, eccetera.

Non mancheranno nemmeno gli amori nati proprio grazie a questo legame psichico così come non mancherà una profonda empatia tra i personaggi che, oltre a tirarli fuori dai guai salvandosi la vita a vicenda come già detto, si scruteranno dentro aiutandosi nelle loro vicende personali. Ed è proprio sul piano emotivo che il sensate che più gioca il suo ruolo è Riley Blue, il quale ha l'inconsapevole compito di rasserenare il resto della Cerchia anche solo grazie ad una semplice canzone. Riley che a mio avviso è il personaggio più complesso di tutti, con il suo carattere solitario ma comunque a suo modo triste e sereno allo stesso tempo. Il lavoro fatto dai Watchowski, poi, fa in modo che questi personaggi non siano unilaterali e, qui complice anche il lavoro dello sceneggiatore Straczynski che ha una laurea in psicologia e sociologia, si mostrano a tutto tondo e presentano una caratterizzazione reale e coerente con la psiche umana, andando cioè a mostrare ogni singolo aspetto ed emozione dei personaggi.

Il primo punto forte di questa serie, quindi, è proprio la caratterizzazione dei personaggi, mai scontati e approfonditi quel che basta per dare un quadro completo per far capire allo spettatore chi siano. Il loro ruolo, poi, gioca comunque un fattore importante sia nella trama principale che in quelle secondarie che riguardano ogni singolo protagonista, facendo in modo quindi di risultare il tutto qualcosa di ben sensato e costruito. Mi è piaciuto molto anche come i personaggi abbiano interagito tra loro, quando questi mettono le proprie abilità in aiuto degli altri personaggi senza nemmeno sapere il perché. Il personaggio di Capheus, per esempio, è il primo a sfruttare le abilità di Sun per tirarsi fuori dai guai, e mentre Sun è in carcere a scontare una pena di cui non ha alcuna colpa, non negherà un aiuto al resto della Cerchia perché è ciò che fa lei, aiuta le persone. Capheus stesso, una volta capito il meccanismo dei suoi poteri, si mette a disposizione come può per dare una mano ai suoi compagni sensate. Kala, la farmacista di Mumbai, appare forse meno rispetto ad altri personaggi e la sua utilità si restringe ad un singolo evento, ma a suo modo serve a trascinare lo spettatore attraverso quella visione differente che i Watchowski hanno intenzione di dare, mettendo a nudo realtà differenti mostrando queste come siano tutte uguali, sotto la superficie. E stiamo parlando sempre dal lato emotivo. Perché Sense8 parla proprio di questo, alla fine. Emozioni umane.

Il personaggio di Lito, che un po' serve ad alleggerire i toni della serie con la sua storia che contiene un po' di dramma e commedia, ne è la chiara dimostrazione. Se Riley fa da trascinatrice nell'intera serie come personaggio rassicurante, Lito spesso e volentieri condivide con gli altri la sua frustrazione - e in un determinato momento, la sua passione - scombussolando un po' gli equilibri emotivi degli altri personaggi, risistemati poi da Nomi, un altro personaggio chiave ma a mio avviso un po' troppo vittimizzata nel complesso, se pur viene mostrato di lei un carattere forte e combattivo.

Come dicevo, Sense8 parla di emozioni umane.
Ed è il motivo per cui mi è piaciuto veramente tanto.

Sense8, nel suo complesso, analizza la mente umana e ne mette in mostra le emozioni, ci fa vedere come tutti, dal pilota di matau africano all'attore omosessuale, sotto la superficie siamo tutti uguali. Il fatto di aiutarsi a vicenda dovrebbe essere un fattore del tutto naturale e invece nella società di oggi viene messa in disparte per l'egoismo (messo in risalto anche da Lito, l'ultimo sensate ad avere un reale contatto con gli altri). Non a caso i sensate ci vengono presentati come lo stadio evolutivo successivo all'essere umano e Whispers, il cattivo di turno e i suoi sottoposti, ritengono la Cerchia un nemico da eliminare in quanto possono realmente fare la differenza, nella società di oggi. Questo aspetto, comunque, non viene approfondito in questa prima serie, in quanto in risalto ci sono solo le singole storie dei personaggi principali, ma con un occhio più introspettivo è facile andare sotto la superficie e capire di cosa questa serie voglia parlare perché, in fin dei conti, è facile che possa colpire chiunque, vista la sua struttura narrativa e il suo modo di concentrarsi su ogni singolo personaggio.

In definitiva e in conclusione continuo a ribadire per l'ennesima volta che Sense8 è stata una rivelazione. Veramente bella. E per il motivo elencato poco sopra, ovvero il messaggio di uguaglianza, il modo di smontare la concezione del diverso e presentarlo come normalità, utilizzando come espediente narrativo la percezione psichica tra soggetti differenti provenienti da diversi contesti sociali e soprattutto culturali. Sense8 è quindi l'ultima serie di questo 2015 che condivido e che "promuovo", sperando che a molti faccia lo stesso effetto che a me, perché come messaggio è forte ed è qualcosa a cui io stesso tengo veramente molto. Guardate quindi Sense8 in questo prossimo 2016 mentre nel frattempo vi auguro un buon anno!

giovedì 12 novembre 2015



L'ho detto molte volte su queste pagine: non sono un appassionato di videogiochi.
Lungi da me il voler essere un gamer accanito o un espertone del joystick, faccio parte di quella categoria che, di tanto in tanto, si getta su di un videogioco e se lo spolpa finché può. E principalmente, come più volte ribadito, spesso e volentieri mi concentro più sulla storia che sul gameplay in generale. E insomma, con la dovuta premessa (che lo so, è trita e ritrita) quest'oggi voglio parlare di Diabolik: The Original Sin, un punta-e-clicca rilasciato dalla software house italiana Artematica nel 2007 e, com'è ovvio, ispirato al personaggio creato dalle sorelle Giussani, Diabolik - che tra l'altro è l'unico personaggio seriale italiano a fumetti che a me piace.

Diabolik: The Original Sin è una storia ambientata ai giorni nostri, con un tocco stilistico anni '60 sia nella narrazione che nelle ambientazioni e narra dell'impresa di Diabolik nel tentativo di salvare la sua compagna Eva Kant, rapita da un'organizzazione misteriosa che sembra voler manipolare il famigerato ladro per via delle sue innate abilità. Detto ciò, muovendosi attraverso diversi scenari, tra cui anche l'abitazione di Diabolik ed Eva e il loro rifugio, avremo la possibilità di manipolare entrambi i personaggi più un terzo, il tutto per far scorrere la trama che si muove esattamente secondo le dinamiche del fumetto edito da Astorina. E chi ha letto le storie di Diabolik conosce bene il ritmo veloce delle sue storie, gli intrecci che si vengono a creare e le caratteristiche di ogni personaggio che, ovviamente, racchiude i tre principali protagonisti delle storie: Diabolik, Eva e Ginko.

In linea di massima, le mie considerazioni a freddo sul gioco è che... è bello, ma nulla di eccezionale. Mi spiego, perché assolutamente non voglio affatto sminuire il lavoro fatto dalla software house, ANZI! Ma voglio andare per gradi. La storia di per sé, come ho già detto, si muove esattamente come un racconto di Diabolik, veloce e incisivo, anche se a mio avviso un po' tirato nel finale, risultando approssimativo e con l'impressione che sia stato fatto alla svelta, per quanto riguarda la grafica non posso esprimermi, diciamo che per essere una produzione italiana è abbastanza soddisfacente nonostante il numero di pixel veramente limitato. Ottime, però, le texture dei personaggi che, sebbene lasciano desiderare un po' nei volti, sono veramente soddisfacenti soprattutto nel personaggio di Diabolik! Le animazioni, vale a dire i filmati di intermezzo, sono sviluppate a mo' di motion comic e devo dire che riescono nell'impresa nel dare quel tocco stilistico ben caratterizzante, ma tutt'altro discorso sono le animazioni ingame, un po' macchinose e lente - ma per fortuna è necessario lasciar premuto il tasto sinistro del mouse per far dare uno scatto al personaggio! Infine, per quanto riguarda gameplay e dinamiche di gioco, qui alzo le mani. Il gioco, essendo un punta e clicca, necessita solamente l'uso del mouse più qualche scorciatoia dalla tastiera (il tasto spazio per l'inventario ed F5 per salvare) e ovviamente richiede la risoluzione degli enigmi per procedere nel gioco.

Gli enigmi, appunto.
Enigmi che sono proprio il punto cruciale del gioco e che possono risultare banali, difficoltosi perché pur semplici nella loro difficoltà nella risoluzione e - taluni, specialmente l'ultimo - veramente ma veramente da grattacapo! Per chi ha già giocato a numerosi punti e clicca, il gioco potrebbe risultare nemmeno quello dei più difficili, io che sono un giocatore occasionale e amante del genere, per certi aspetti ho trovato certi enigmi un vero e proprio dito nel culo. In totale, il gameplay richiede un bel paio di ore di gioco per essere concluso e credo non sia poco, anzi.

In definitiva, posso dire che Diabolik: The Original Sin è un gioco che va giocato ma solamente se si è fan del personaggio, come dovrebbe essere ovvio. Ha moltissime pecche, sia a livello grafico che di gameplay, ma sono tutte superabili visto e considerato che il numero di bug è veramente molto limitato, anche se tuttavia comparandolo ad un qualsiasi videogioco non è nulla di eccezionale. Consigliato quindi agli amanti del fumetto, in quanto le ambientazioni e la dinamica riesce a richiamare l'atmosfera di questo. Per chi, come me, alla fin fine vuol passare solo qualche ora di svago.

DA COMPRARE, non da downloadare.
Fidatevi di me. Il prezzo non è nemmeno altissimo.
Considerato che all'interno della scatola di gioco c'è un prequel e un indizio fondamentale per la risoluzione del gioco... va comprato. Son soldi spesi bene! E poi, diamo più soldi alle software house italiane!!!

domenica 18 ottobre 2015



Dopo Sunstone, rimaniamo in tema storie d'amore lesbo.
Qualche settimana fa, incappai casualmente nel film The Blue is the Warmest Color (La vita di Adele, in italiano) e, al di là delle scene erotiche molto esplicite, ne rimasi in qualche modo colpito tanto da andare ad informarmi, scoprendo che altri non è che una trasposizione di un graphic novel francese. Scritto e disegnato da Julie Maroh, Il blu è un colore caldo è un'opera che non mi ha particolarmente affascinato al punto di adorarlo ma, riconoscendone l'importanza e il successo, ho avuto voglia di scrivere per condividere tra queste pagine ciò che mi ha colpito di più e il mio personale pensiero riguardo al fumetto e al film da cui ne è stato tratto.

Il graphic novel.
La protagonista assoluta de Il blu è un colore caldo è Clémentine, una ragazza di 15 anni che riscopre la sua omosessualità quando fa la conoscenza di Emma, una bellissima ragazza dai capelli blu poco più grande di lei, incrociandola per strada prima per poi re-incontrarla in un night mesi dopo. Le due vengono colpite dal fatidico colpo di fulmine e dopo mesi di frequentazione e flirt, le due finalmente sfociano in un bacio e da lì è tutta in discesa. Le due finiscono con il diventare una coppia fissa, con le dovute difficoltà: Clémentine fa fatica a riconoscere che lei sia lesbica, in quanto molto sofferente dei pregiudizi sia della sua famiglia che dei suoi amici, mentre per Emma è il contrario e vive il suo amore in una maniera molto più aperta di come faccia la sua ragazza. E sarà proprio questo il motivo della loro rottura, con Clémentine che arriverà addirittura a tradire Emma con un uomo. Infine, quando diversi anni dopo la loro rottura andranno a incontrarsi nuovamente, con Clémentine sull'orlo della depressione, questa ha un attacco di cuore e muore, lasciando in eredità ad Emma i suoi diari, i quali ci accompagnano sin dall'inizio del graphic novel come voce narrante.

Il film.
La protagonista qui è Adèle, una ragazza di 15 anni che riscopre la sua omosessualità quando fa la conoscenza di Emma, una bellissima ragazza dai capelli blu poco più grande di lei, incrociandola per strada prima per poi re-incontrarla in un night poco tempo dopo. La relazione che lega i due si basa palesemente su un'intesa sessuale molto forte, ma al di fuori delle lenzuola, Emma e Adèle sono due persone completamente opposte, a partire dal loro ceto sociale di provenienza. Il loro rapporto è vissuto quindi in maniera molto fredda, arrivati ad un certo punto della loro vita, e sarà proprio per questa freddezza che Adèle, spinta dalla solitudine, arriverà a tradire Emma con un uomo. Una volta rotto il loro rapporto, le due si incontreranno nuovamente ma capiranno entrambe che il loro rapporto si basava solamente sul sesso e prenderanno strade differenti.

Le notevoli differenze.
Le due opere, oltre alle notevoli differenze riportate già nella trama, si distinguono fondamentalmente dal messaggio che questi vogliono trasmettere. Il film, sostanzialmente parla di un amore che va al di là di una semplice concezione etero/omosessuale, figurando la protagonista Adèle come una ragazza insicura sulla propria sessualità, ma palesemente bisessuale, mentre il graphic novel parla della condizione di una ragazza, in questo caso Clémentine, che non riesce a vivere a pieno la propria sessualità perché condizionata dalle etichette sociali e dai pregiudizi della gente. Se Clémentine, quindi, non riesce ad accettare la sua omosessualità per colpa del mondo che la circonda, Adèle non trova spazio nel mondo perché è lei stessa a non riuscire a definirsi. Sono molto pesanti, quindi, le differenze che Julie Maroh e Abdellatif Kechiche vanno a porre l'opera, che al di là di ogni forzato paragone che ne scaturisce - e le critiche giustissime mosse contro la pellicola - qualitativamente sia film che graphic novel si fanno forza e lasciando dei buchi reciprocamente.

Tenendo sempre a mente che quanto segue è semplicemente la mia personale opinione, ritengo che il graphic novel presenti un pesante buco narrativo che manda all'aria praticamente quanto ben fatto sin dagli inizi. Mi spiego. Ne La vita di Adèle si vive la storia tra le due ragazze passo per passo, viene raccontato con attenzione la provenienza sociale delle due, mettendo in risalto le loro differenze, ma soprattutto viviamo il rapporto dall'inizio alla fine, con sì dei salti temporali ma sempre coerenti e lineari alla storia. Ne Il blu è un colore caldo, invece, il salto temporale è bello grosso, andiamo dai 17 ai 30 anni in una sola vignetta dove ciò che è accaduto in quell'arco di tempo è raffigurato in una sola tavola lasciando le spiegazioni ad un riassunto che definire sommario è dir poco. Che Clem sia divenuta un'insegnante lo si deve capire da una vignetta in cui lei è di spalle di fronte ad una lavagna e che questa abbia tradito Emma con un uomo lo si riconduce ad un dialogo. Ma il come ci si è arrivati non c'è. Perché Clémentine ha tradito Emma? Perché è insicura della sua sessualità, non si accetta per come è, questo è chiaro... ma c'è di più. E il film questo di più lo narra, spiega come il rapporto tra le due si sia raffreddato, come accade in ogni tipo di coppia, e di come Adèle tradisca Emma con un uomo perché si sentiva sola e trascurata. Questo passaggio, a mio dire, è fondamentale e lasciarlo da parte ha lasciato un buco non indifferente spezzando bruscamente un ritmo narrativo che fino a quella fatidica tavola era a dir poco perfetta.

Un altro punto a favore del film, inoltre, è il riuscire anche a dare un messaggio più chiaro sul significato del blu, il colore che ha colpito sia Clémentine che Adèle, andando a ricollegarlo alle opere di Picasso e dal significato che questo diede al colore per definire un determinato periodo della sua vita. Andando, quindi, a sommare questo e i numerosi elementi che vanno a definire le differenze tra le due protagoniste, La vita di Adèle guadagna qualche punto. Ma ne perde nel momento in cui va a stravolgere il significato della storia e il messaggio che lancia il graphic novel. Ciò che dovrebbe essere una storia d'amore, Kechiche lo trasforma in un film erotico, basato di più sulla sintonia sessuale. 
Solo l'amore può salvare questo mondo. Perché dovrei vergognarmi di amare?
In definitiva.
Ritengo che Il blu è un colore caldo sia un graphic novel forte, con un messaggio che riesce a farsi ascoltare. Non sono rimasto molto colpito dai disegni, tuttavia, i quali a tratti li ho trovati eccessivamente grotteschi soprattutto nelle espressioni, ma è un tratto comunque distintivo e va anche bene così com'è. La vita di Adèle, invece, non trova un riscontro negativo in quanto ritengo che sia molto più "lavorato" e di conseguenza dettagliato a livello narrativo nonostante abbia di contro il fatto che stravolga ciò che Il blu è un colore caldo è in realtà, trasformandolo in un mero film erotico. Che sia stato diretto da un uomo, infatti, si nota, in quanto le scene di sesso sono anche fin troppo lunghe, come per soddisfare un pubblico maschile, lasciando proprio in disparte l'elemento romantico che avrebbe dovuto essere la forza principale a muovere la storia, ma tant'è. Non credo sia giusto, comunque, gettar via la pellicola (che ha comunque vinto la Palma d'Oro) assecondando i pareri pesantemente contrari - arrivati anche da Jule Maroh stessa -, ritengo che graphic novel e film siano due opere di una certa importanza, con due significati differenti ma belli se presi da sé. Consigliato.

venerdì 16 ottobre 2015



È stato uno dei fumetti più attesi in Italia negli ultimi periodi.
Personalmente, non ne conoscevo nemmeno l'esistenza, eppure Sunstone è un fumetto che ha goduto di un'incredibile fama prima come web-comics e poi come fumetto vero e proprio negli Stati Uniti. Scritto e disegnato da Stjepan Šejić e sua moglie Lisa Luksic, Sunstone è a tutti gli effetti un fumetto erotico ma anche romantico. Parla di BDSM ma anche di amore. Sembra qualcosa atta ad attirare esclusivamente lettori e lettrici dall'ormone attivo ma si presenta ben più di un fumetto per "pervertiti". Ho notato la pubblicità che se ne è fatta nel web alla pubblicazione in Italia dalla Panini e ho voluto leggerlo semplicemente per curiosità, visto il prezzo relativamente basso, partendo però con i piedi di piombo e ora sono qui, a parlarne, perché credo proprio che quest'opera meriti un po' d'attenzione.

La storia di base è semplice. Ally e Lisa sono due ragazze con la passione del BDSM, ma sono alle prime armi e non hanno mai avuto modo di sperimentarlo sul campo. Le due si conoscono in una chat, praticano sesso virtuale anche via webcam fin quando non decidono di incontrarsi. Le due, imbarazzatissime, scoprono di avere la stessa chimica trovata nel virtuale anche dopo essersi conosciute di persona se non addirittura più intensa. Infatti, basterà poco tempo che le due scopriranno di provare un sentimento ben più forte del sesso e del gioco a cui prendono parte.

Quando ho cominciato a sfogliare le pagine di Sunstone ammetto di provare un leggero imbarazzo verso me stesso. Una storia d'amore lesbo, okay, e 50 Sfumature di Grigio ci ha insegnato che bisogna stare alla larga dalle storie romantiche a tematica BDSM, in quanto fin troppo romanzate e destinate ad un pubblico adolescenziale. Non me ne vogliano i/le fan di 50 SdG, ho difeso quel film da ogni tipo di commento ignorante riconoscendo la capacità di riuscire a toccare una tematica fino ad oggi considerata un tabù; ciò non toglie, che quell'opera è 1) scritta male e 2) troppo romanzata (e qui mi si perdoni la ripetizione). Sunstone, a sua volta, è sì analoga alle 50 Sfumature ma tratta l'argomento in una maniera totalmente differente, con più naturalezza e un approccio decisamente più leggero. C'è sì il contorno da romanzo rosa un po' tirato con una psicologia dei personaggi un po' spicciola e frivola, ma l'indifferenza con cui l'argomento viene trattato è ciò che fa la differenza. L'accuratezza nel descrivere cosa sia davvero il BDSM, specificare come non sia una pratica da pervertiti e che si basa principalmente sulla fiducia e sul rispetto reciproco e, soprattutto, la capacità di far trasmettere questo messaggio utilizzando paragoni così semplici e che sono facilmente accettabili dalla nostra società moderna, come paragonare il mondo del BDSM ad un MMO, affiancare il sesso a qualcosa di nerd. Naturalezza, questa mi ha colpito maggiormente. Le due protagoniste, che rispecchiano un po' gli stereotipi geek e nerd, hanno un ruolo fondamentale nella trasmissione stessa del messaggio.

In definitiva, tutto ciò che posso dire di Sunstone è che è tutto sommato un fumetto all'apparenza frivolo, leggero, ma con una forte tematica che riesce a stare in piedi per conto suo. I disegni sono poi la parte forte di tutta l'opera, comprese le scene di nudo che sono sì complete ma mai volgari. L'espressività delle protagoniste sono sempre messe in risalto, sottolineando appunto l'accuratezza con cui l'intero fumetto è stato concepito. Non un semplice fumetto erotico con una parentesi da romanzo rosa, ma qualcosa di trascinante e che ha la forza tale di elasticizzare le menti più bigotte, con il lavoro di Šejić che, ancora una volta, risulta ben curato, genuino e simpatico.


lunedì 12 ottobre 2015



E sono già alla seconda parte della saga di White Trash Zombie.
La saga scritta da Diana Rowland è iniziata con My Life as a White Trash Zombie, di cui ho già avuto modo di parlarne precedentemente, e dopo aver riscontrato un discreto successo, si è protratta per altri tre capitoli. Quello di cui andrò a parlare quest'oggi è per l'appunto Even White Trash Zombies Get the Blues, titolo che richiama una serie di strisce a fumetti molto popolari agli inizi degli anni '90, Even white boys get the blues e traducibile come Anche "i white trash zombie" vanno in depressione - traduzione sommaria, il termine white trash lo abbiamo già analizzato nella recensione precedente ed è usato per identificare un certo basso ceto sociale.

E il titolo segna un interessante sviluppo, in questo secondo capitolo che vede ancora come protagonista Angel Crawford, ragazza-zombie poco più di vent'anni che lavora in un obitorio, ottima copertura per procurarsi i cervelli, suo alimento fondamentale per mantenersi umana... o almeno per quel poco che potrebbe sembrare. Attenzione agli spoiler, se avete intenzione di leggere il primo libro se ancora non lo avete fatto.

Even White Trash Zombies Get the Blues inizia poche settimane dopo la conclusione di My Life as a White Trash Zombie. Scampato il pericolo del cacciatore di zombie Ed, partner e migliore amico del neo-fidanzato di Angel Marcus, la nostra protagonista si ritrova coinvolta sin dagli inizi con un nuovo caso tra le mani: uno zombie di loro conoscenza viene ritrovato morto e Angel si ritrova ad indagare completamente da sola in un caso in cui nessuno vuole venir coinvolto. Né gli amici dell'obitorio, che reputano la sua storia troppo assurda, né il suo fidanzato-partner Marcus e dello zio Pietro Ivanov (entrambi zombie). Angel con l'andare avanti della storia si ritroverà ad affrontare quella che sembra essere una vera e propria mafia zombie, ma avrà anche vedersela con i suoi problemi personali derivati dalla sua precedente vita incasinata che, sebbene lei abbia intenzione di sistemarla, gli errori del passato continuano a tormentarla. Non mancano quindi problemi interpersonali infine, rendendo appunto la vita di Angel più che difficile, ma saranno proprio questi problemi a rendere Angel una ragazza più forte e indipendente che mai.

Considerazioni.
Questa seconda parte l'ho trovata avvincente tanto quanto lo è stata la prima. Il tutto è ancora scritto in prima persona, permettendo un collegamento diretto con la personalità di Angel, la protagonista assoluta, senza lasciar da parte dubbi e insicurezze, riuscendo a farci entrare in contatto con lei esplorandone punti di forza e debolezze. Encomiabile ancora una volta, quindi, il lavoro fatto dalla Rowland, che riesce a dare ancora più spessore ad un personaggio che, se pur di poco, è mutato di poco a poco. La storia scorre abbastanza bene, ha dei ritmi molto veloci e lascia parecchi buchi che però vanno subito a richiudersi anche se in maniera repentina. Ed è proprio qui che secondo me la scrittura di Rowland va un po' a perdersi. O meglio, la maniera repentina con cui conclude "senza concludere" va anche bene visto che la saga ha altri due capitoli a disposizione, il problema è il modo. Diana Rowland ci butta dentro troppo buonismo. Descrive la vita di Angel come piena di merda (parole sue!) e, per indicarne il cambiamento in positivo, utilizza un buonismo così finto da risultare fastidioso. Angel impara che le persone attorno a lei ci tengono, fin qui va anche bene, ma non fino a toccare il ridicolo. Queste piccole parti, come il finale per l'appunto, mi hanno lasciato un po' indifferente, ma questo è un semplice parere personale, anche se credo potrebbe ritrovare parecchi riscontri.

In definitiva, Even White Trash Zombie Get the Blues si mantiene sugli stessi standard del primo capitolo, anche se qui il tono da urban fantasy si fa sentire maggiormente dal momento in cui viene plasmato il sottomondo degli zombie, solamente accennato nel primo capitolo. L'elemento horror viene trasformato in fantasy, quindi, mentre quelli drammatici e thriller fanno da contorno all'intera storia dove però, a differenza del primo libro, assumono quei toni adolescenziali da cui sfuggivo. Una lettura ugualmente adatta ad ogni età, leggerino e accattivante. Eliminando il fastidioso buonismo, è una saga che vorrò assolutamente concludere. Ci ritroviamo sicuramente tra queste pagine con White Trash Zombie Apocalypse, quindi - ma con una dovuta pausa di almeno un mesetto (o anche più) per dar spazio ad altri libri che ho ancora da parte.

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La saga incentrata su Angel Crawford di Diana Rowland vede al momento quattro libri, ma non è una pubblicazione italiana bensì esclusivamente americana, quindi è disponibile solo in lingua originale che potete trovare o su Amazon oppure sul sito della Rowland, dove inoltre potete trovare il link per ascoltare il libro su Audible, nel caso vi stanchiate troppo a leggere.