domenica 12 aprile 2015



Nel 2045, il pianeta Terra fu condannato. Il surriscaldamento globale aveva avuto inizio, e la razza umana era ormai quasi vicina all’estinzione. Solo che l’uomo questo non lo accettò. Le più grandi nazioni mondiali finanziarono uno studio atto a modificare l’atmosfera terrestre, senza però curarsi dei danni che avrebbero portato al pianeta. La razza umana, in men che non si dica, arrivò al massimo potenziale quando effettivamente il loro piano riuscì. Si prosperava una nuova era per l’umanità, ma qualcosa andò storto: la natura non si lascia manipolare facilmente, e in breve tempo cominciarono ad  avvenire terremoti continui, numerosi continenti sparirono negli oceani, e in una decina d’anni la Terra divenne una landa desolata fatta di ghiaccio. Durante quel lungo inverno, durato 100 anni, la razza umana si decimò drasticamente, e i pochi rimasti si riunirono per formare una nuova società. Furono radunati scienziati, pensatori, uomini di un certo livello intellettivo, per far in modo di far fiorire nuovamente una nuova civiltà, anche se furono costretti a una rapida regressione. Costruirono una nuova città sulle fondamenta di una vecchia, ormai divorata dalla vegetazione. Una volta trovata una sistemazione per quei pochi sopravvissuti, fecero la loro comparsa delle strane bestie provenienti dai boschi vicini. Queste bestie avevano fattezze umane miste ad animali di varie specie. Li chiamarono i Bestiamorfi. Queste creature cominciarono a razziare la città e ad uccidere numerose persone. Sopravvisse soltanto un bambino e la sua madre. Entrambi scapparono da quell’inferno, e iniziarono a vagabondare. La donna protesse il figlio fino alla sua morte, quando egli compì il 13esimo anno di età. Da quel momento, il ragazzo riprese a vagare nelle lande deserte del mondo, combattendo per la sopravvivenza contro il clima da lui avverso, e le bestie che ormai sembravano essere la nuova specie dominante sul pianeta.

Ma questa è soltanto una delle tante storie che circolano nel Nuovo Mondo.
Numerose comunità sono nate dopo quella tremenda Apocalisse scatenatasi sul nostro pianeta, ma molte di queste non esistono più, oppure sono soltanto leggende. Si narra di una leggendaria Città d’Oro, la più grande delle Nuove Città mai costruite, circondata da grandi mura per tenere fuori le creature infernali. Questa città si dice che rifletta la rigogliosità della razza umana di un tempo, dove la tecnologia non sia mai scomparsa, e il tenore di vita è alto grazie ai campi messi su apposta per la popolazione. Ma, ahimè, forse si tratta solo di una leggenda. E questo lo sa benissimo Wiglef, un giovane ragazzo abitante di un piccolo villaggio protetto soltanto da una trentina di guardie, e popolato da un centinaio di persone, la maggior parte tutte donne e deboli. Wiglef è un appassionato di queste leggende, e ha passato tutta la sua vita a studiare la storia della sua civiltà, recuperando vecchi libri da città in rovina. È un ragazzo sveglio, non avrà un fisico da combattente, ma ha una grande forza di volontà. Suo padre, è il regnante del suo villaggio, il quale lo ha cresciuto da solo quando sua madre fu uccisa da un Bestiamorfo. Da allora, il suo popolo si nasconde da queste creature nascondendosi in passaggi sotterranei nascoste nelle loro abitazioni. Solo in pochi hanno il coraggio di affrontare le creature, ma nessuno ne esce mai vivo. Wiglef ricorda come Sadley, una delle guardie più forti e possenti, per difendere sua moglie provò ad affrontare un Bestiamorfo armato di numerosi oggetti da taglio. Provò a ferirlo in numerosi modi, ma la creatura non venne mai abbattuta. Sadley morì smembrato, aperto in due come se fosse una lattina di alluminio. Wiglef assistette la scena spiando dalla botola in cui era nascosto, prendendosi anche un bello spavento perché la creatura lo vide, ma non riuscì a prenderlo. Da quel momento, nessuno più del suo villaggio osò affrontare il Bestiamorfo. Eppure passò soltanto un anno, e la bestia in questione, che aveva un aspetto a dir poco spaventoso, con le fattezze di cervo, continuava a far visita al villaggio regolarmente, spaventando la povera gente. Forse dovevano scappare da lì, ma non avrebbero poi avuto altro posto dove andare. Wiglef propose al padre di mettersi in viaggio verso la Città d’Oro, che secondo lui era identificata come la vecchia New York, ma egli rifiutò. Era troppo rischioso avventurarsi fuori dal villaggio, e ormai era quasi del tutto sicuro che al mondo non era sopravvissuto più nessuno. Era convinto che se non si era fatto vivo nessuno per salvarli, allora non esistevano altri sopravvissuti. Secondo lui, una probabile civiltà avanzata sarebbe stata in grado di sconfiggere i Bestiamorfi e avrebbero cercato altre civiltà per offrire il loro aiuto. Se ciò non era accaduto, non aveva motivo di credere che la Città d’Oro esistesse. Wiglef non era d’accordo, e la sera stessa in cui litigò col padre, decise di prendere e partire alla ricerca da solo. Ma durante il suo tentativo di fuga, fu scoperto dal padre che tentò di riportarlo in casa, ma sfortuna volle che la bestia che faceva visita ogni notte il suo villaggio era appostato nelle vicinanze. Il padre di Wiglef lo mise in salvo, ma fu ucciso dalla creatura, che quella notte – non si sa come o perché – sembrava avere più appetito del solito, e iniziò a stanare tutte le persone nascoste nel villaggio, eliminandole una alla volta. C’era qualcosa di strano, di solito i Bestiamorfi non erano così svegli e bravi nella caccia. Si limitavano a smembrare le vittime, erano selvaggi. Ma quella notte, la creatura sembrava essere più razionale che mai. Wiglef capì che il suo momento era vicino, e tentò di scappare, ma fu abbrancato dalla bestia che gli saltò addosso e lo immobilizzò. Prima che questi potesse lanciargli una zampata per ucciderlo, Wiglef raccolse un pezzo di vetro infranto e lo conficcò nell’occhio della creatura che si contorse per un singolo istante, il giusto che bastò al ragazzo per sgattaiolare via e scappare. Ma stava solo scappando dal suo destino, la creatura era più veloce di lui, e in men che non si dica lo raggiunse, ma Wiglef non stava correndo a vuoto: si diresse verso un torrente, e si gettò in acqua, dando per scontato che la creatura non sapesse nuotare. Fu fortunato, era così. Wiglef venne trasportato dall’acqua, ma una brutta botta in testa gli fece perdere conoscenza. L’acqua lo trascinò a riva, privo di sensi, dove un grosso uomo lo raccolse, e lo medicò. Quando Wiglef si risvegliò, si ritrovò davanti questo grosso uomo, alto più di 2 metri  e con dei muscoli scolpiti. Aveva dei lunghi capelli castani e una barba foltissima, sulla sua pelle c’erano numerose cicatrici, chiari segni di lotta. Wiglef identificò in lui il bambino della leggenda, colui che vagabondava nel Nuovo Mondo da solo. L’uomo ascoltava il giovane interessato, ma non gli rivelò nulla. A dir la verità, neanche parlava, e Wiglef capì subito che forse non sapeva farlo. Il ragazzo gli raccontò di come la bestia avesse ucciso il suo villaggio e il suo stesso padre, e scoppiò in lacrime. Forse l’uomo si sentì impietosito, e fece capire al ragazzo di portarlo al villaggio, ma ormai Wiglef non sapeva più come tornare: chissà quanto lontano la corrente lo avesse trasportato via! Subito dopo, gli venne in mente di chiedergli se avesse mai sentito parlare della Città d’Oro. L’uomo non capì, e quando Wiglef gli narrò la storia, l’uomo manifestò uno sguardo spaventato e proferì una sola parola: Grendel. Che fosse stato quello il nome della Città? Wiglef gli chiese di portarlo lì, ma l’uomo si rifiutò, e iniziò ad urlargli contro e lo legò ad un albero, dopodiché si sedette accanto al fuoco, in silenzio. Non capì proprio il perché di quel gesto, iniziò a pensare che forse quell’uomo era fuori di testa. Però, il fatto che lui esistesse, dava a dimostrare che la teoria del padre era sbagliata: esistevano altri sopravvissuti, anche se il fatto di aver conosciuto quell’uomo non era poi di grande sollievo. Wiglef perse i sensi dopo un po’, a causa del sonno, e si risvegliò la mattina dopo sulla spalla dell’uomo, che ormai si stava incamminando verso un lungo sentiero. Lo stava portando in un piccolo villaggio fatto di capanne improvvisate con delle vecchie case in rovina. La gente lì attorno lo accolse con calore, e gli offrì del cibo. Wiglef conobbe anche l’uomo più influente del villaggio, che non amava definirsi re, anche se gli altri lo vedevano come tale. Egli gli raccontò di come l’uomo che lo aveva portato in salvo fosse il salvatore stesso di quel villaggio, quando questi scacciò via i Bestiamorfi sconfiggendoli uno alla volta armato solo di spada. Raccontò anche di come salvò il suo stesso figlio staccando la mascella ad una delle creature a mani nude. Wiglef rimase sbalordito, e chiese  al re il suo nome. Egli gli rispose che non lo sapeva; si presentò a loro una notte, ferito a morte, mentre pronunciava una sola parola: Grendel. Fu così che decisero di attribuirgli il nome del guerriero che affrontò la creature dallo stesso nome della leggenda: Beowulf. Wiglef disse che secondo lui, Grendel era il nome della Città d’Oro, e parlò a lui della leggenda. Il re disse che tutte quelle storie erano nate da menti deboli, e che in realtà non esisteva alcuna Città d’Oro. Erano tutte menzogne, e proseguì con lo stesso ragionamento del padre. L’uomo, che venne identificato come Beowulf, per la prima volta parlò. La sua voce suonava come quella di un bambino che si sforzava a parlare per la prima volta, e disse che Grendel esisteva. Grendel era la causa di tutto ciò che stava accadendo nel mondo. Disse che era pericoloso andarci, perché è da lì che provenivano le bestie. All’interno della sala calò un silenzio tombale. Dopo aver battibeccato per un po’ sull’esistenza o no della Città d’Oro, Wiglef si disse intenzionato ad andarci, e che nessuno avrebbe potuto fermarlo. Nonostante provassero a dissuaderlo, il giovane non ascoltò nessuno. Ormai aveva perso tutto, e niente e nessuno gli avrebbe impedito di andarci da solo. Chiese a Beowulf di indicargli la strada, ma l’uomo scosse la testa, e si offrì di accompagnarlo. Wiglef chiese il perché, e lui rispose che da solo non avrebbe mai potuto entrare nella città. I due si incamminarono, ci vollero mesi per arrivare alle porte di Grendel, e quando finalmente arrivarono il giovane rimase sbalordito. Era davvero immensa, gli ricordava quelle vecchie fotografie trovate sui libri che leggeva. L’umanità, nel pieno del suo potenziale, era lì davanti ai suoi occhi. Come mai una civiltà così avanzata aveva deciso di rimanere fuori dal mondo? Beowulf disse al giovane di accamparsi, e che avrebbero provato ad entrare la notte stessa. Wiglef chiese perché, non sarebbe bastato andare lì e farsi aprire? Beowulf rispose di no, perché loro non accettavano gli stranieri, solo lui sarebbe stato capace di entrare, ma non a quelle condizioni. Wiglef si stancò dell’aria misteriosa del suo compagno di viaggio, e gli chiese di essere più preciso. Beowulf accettò di raccontargli la sua storia, tant’è che erano lì era giusto farglielo sapere. La storia era simile alla leggenda già narrata del bambino messo in salvo dalla madre, solo che questa non morì lasciandolo solo. E non lasciarono mai il villaggio. Sua madre era una delle poche scienziate rimaste in vita dopo l’Apocalisse, nonché la figlia di colui che mise in atto proprio il progetto per cambiare l’atmosfera terrestre; quando l’umanità iniziò a decimarsi, iniziò a studiare un metodo per allungare la vita degli esseri umani, rinforzandone il DNA, la resistenza e la struttura fisica. Purtroppo, ciò non funzionò mai a dovere, e le vittime morivano dopo poco. Lei stessa, alla fine, provò a sviluppare una formula tutta per sé partendo da un campione del suo stesso sangue, e riuscì finalmente ad arrivare al risultato che tanto sperava. Anche se ad un prezzo. La donna creò una sorta di siero del lupo mannaro, aveva la capacità di trasformarsi quando il suo corpo iniziava a riposare. In pratica, ogni talvolta che dormiva, ella si trasformava. Arrivò ad uccidere i suoi compagni di lavoro, e ciò la portò alla pazzia. Tentò di imparare a controllare la bestia, e non seppe come ma ci riuscì. Nel frattempo, la gente della città continuava a invecchiare, tranne lei, e questo fu un fattore importante per la sua ascesa: cominciò a fare in modo che la città venisse costruita rigogliosa come un tempo. Creò i Bestiamorfi clonando il suo stesso sangue per far sì che questi attaccassero la città per spaventare gli abitanti e convincere loro di costruire quelle grosse mura attorno alla città. Così, nacque la Città d’Oro, rinominata come Grendel, dal nome della bestia mitologica che fu sconfitta da Beowulf.
Wiglef rimase impietrito dinnanzi a questa storia, e gli chiese perché mai se tutto ciò fosse vero e Grendel una città pericolosa, lui avesse deciso comunque di accompagnarlo anziché impedirglielo. Beowulf disse che in realtà aveva capito che sarebbe stato impossibile fermarlo. Rivelò che a lui piacevano tantissimo quelle storie, e desiderava che Wiglef narrasse l’ultima leggenda della caduta di Grendel. Di come il guerriero arrivò ad uccidere la sua stessa madre per salvare l’umanità. Wiglef rimase in silenzio. Gli chiese chi fosse lui, in realtà, e Beowulf disse che era il figlio della stessa donna che aveva negato la libertà a quel popolo solamente per seguire i suoi stupidi sogni di “rinascita della razza umana”, condannando chi ne era all’esterno ad un’esistenza di terrore. Ormai i figli di Grendel, le creature, i Bestiamorfi, erano a migliaia e si stavano riproducendo, e a quanto pare stavano anche iniziando ad evolvere. Per fermare tutto ciò avrebbero dovuto fermare la sua stessa madre. Wiglef rimase impressionato; nonostante in realtà Beowulf fosse un mostro modificato geneticamente, aveva a cuore le persone. Si chiedeva come fosse possibile che neanche le altre creature potessero essere così. Ma il tempo delle domande era finito, così come quello delle storie. Era calata la notte, e Beowulf era pronto ad entrare tra le mura di Grendel!

Wiglef rimase impressionato quando vide la mutazione di Beowulf, avvenuta di sua spontanea volontà. Insieme, i due si recarono verso i cancelli, e con una forza impressionante, Beowulf li squarciò, nonostante questi fossero chiaramente fatti di un materiale indistruttibile. Quanta forza possedeva, questo Beowulf? Wiglef rimase incantato, una volta dentro le mura di Grende. Vide una città futuristica, forse anche più avanzata di come era la civiltà umana prima che questa venisse cancellata. In città risuonava solo l’allarme che stava a indicare l’intrusione tra le mura. Beowulf si fermò di scatto, qualcosa non andava. Richiamò così l’attenzione di Wiglef, che ancora fissava meravigliato quella magnifica struttura che era Grendel, intimandogli di nascondersi. Da un altoparlante si udì una voce femminile, che si presentò come “La Madre di Grendel”. Quella voce tanto calorosa quanto terrorizzante, salutò il proprio figlio dandogli il bentornato. Molte cose erano cambiate durante la sua assenza, e aveva ormai deciso che la razza umana ormai doveva passare allo stadio successivo. Aggiunse che era un peccato che aveva spoilerato così il tutto, aveva intenzione di allargare le mura di Grendel presto o tardi, mobilitando il suo esercito per distruggere quel poco che rimaneva della razza umana, e prendere il controllo del pianeta per costruire il Nuovo Mondo. Wiglef ascoltò il tutto terrorizzato, e chiese a Beowulf cosa stesse accadendo. Le strade si riempirono di Bestiamorfi, ma questa volta erano diversi: erano non solo dotati di speciali armature, ma si ergevano in maniera eretta; erano chiaramente più evoluti. La Madre disse a Beowulf di incamminarsi verso il palazzo reale, dove lo avrebbe accolto per parlare di vecchie questioni di famiglia. E gli disse anche che sarebbe stata magnanima e avrebbe lasciato in vita il suo amico umano. I due così furono scortati fino al palazzo, dove si ritrovarono al cospetto della Madre, una donna bellissima, vestita in una maniera insolitamente elegante. La Madre chiese a Beowulf di manifestarsi nella sua forma umana, e quando questo lo fece lo abbracciò calorosamente dicendogli che gli mancava il suo amato figlio. La Madre espose ai due il suo progetto Grendel, la nuova razza che presto avrebbe ripopolato il pianeta. Il suo sogno era quello di dominare il mondo, insieme al figlio, visto la loro immortalità. La Madre rivelò che aveva il perfetto controllo su ogni creatura, dentro e al di fuori delle mura di Grendel, aveva con loro un contatto telepatico. Lo stesso contatto che avrebbe potuto avere anche Beowulf, se solo non avesse deciso di reprimere la bestie. Wiglef interruppe il discorso della Madre, dicendo che tutto questo non aveva senso, e che ciò che aveva creato erano delle aberrazioni genetiche che erano rivoltanti. La Madre disse che si aspettava tutta questa cocciutaggine da parte degli umani; da sempre questi non erano stati grati del fatto che avevano impedito l’estinzione della propria razza, manipolando l’atmosfera. Quegli stessi pensatori che stavano costruendo la Nuova Civiltà erano interdetti, e prediligevano un ritorno alle radici, come per abbracciare il Ciclo Naturale, ma tutto ciò non aveva senso per lei. L’umanità era destinata a rifiorire, e ciò poteva avvenire solo grazie a lei, che dal suo stesso sangue aveva permesso la nascita dei Bestiamorfi, e con quel potere aveva ormai il potere di dominare la Natura e creare una società perfetta, immaginando anche di colonizzare altri pianeti. Per Wiglef era chiaro che ormai la donna era uscita fuori di testa, ma a questa affermazione, Beowulf si infuriò. La Madre disse al giovane che niente poteva spegnere l’amore che un figlio aveva per la propria madre. Ma Beowulf era interdetto, non approvava per niente i suoi piani. Fu ordinato alle guardie di uccidere Wiglef, ma questi ricordò a Beowulf del suo desiderio di far nascere una nuova leggenda. Furono parole a vuoto, Wiglef si stava dirigendo verso morte certa, mentre Beowulf si preparava a prender posto sul trono accanto a quello della madre.
La Madre riprese il suo monologo, gli rinfacciò il fatto di essere scappato per proteggere gli umani, ma era pronto a perdonarlo, e gli stava offrendo il suo stesso potere di controllare i Bestiamorfi. Beowulf accettò, per farsi impiantare il chip di controllo mentale, ma alla condizione che questi uccidesse Wiglef. Nel frattempo, Wiglef era in cella. Beowulf non dimenticò la sua amicizia col ragazzo, e andò a fargli visita. Dopo una apparente discussione amichevole, però, egli dichiarò che lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani di fronte a sua Madre, per dimostrargli la sua totale devozione. Non appoggiava la sua causa, ma era pur sempre sua madre, disse.

Beowulf andò nella camera dove una volta alloggiava, e aspettò il sorgere del sole. Una volta giunto il mattino, la Madre lo chiamò per l’esecuzione di Wiglef. Il ragazzo rimase inginocchiato di fronte alla donna, con lo sguardo rivolto verso il basso. La Madre gli chiese se volesse prima pregare, ma il giovane non sapeva nemmeno cosa fosse una preghiera. La donna sorrise e non perse tempo a sottolineare quanto debole fossero gli umani, ormai anche incapaci di credere a qualcosa di irrazionale come degli dèi. Ordinò quindi al figlio di ucciderlo, dandogli l’appellativo di Grendel, ma lui si fermò. Gli disse che Grendel, nella leggenda era il figlio di Caino, ed era una creatura infernale, la cui malvagità era soltanto seconda a quella di sua Madre. La donna rimase sbigottita, si complimentò per essere a conoscenza della vecchia leggenda di Beowulf, poi gli disse di non badare a queste sottigliezze e di procedere con l’esecuzione. Ribadì che preferiva il nome di Beowulf a quello di Grendel, ma la Madre gli disse che era una creatura, non un guerriero o un eroe. Era suo Figlio, e come tale gli spettava di diritto il trono. “Grendel” fece cenno di sì con la testa, si trasformò nella creatura, e protese la zampa pronto ad uccidere Wiglef, ma con un gesto veloce, anziché sgozzare il ragazzo, fece fuori le due guardie alle sue spalle, sotto gli occhi sbigottiti della Madre. La donna iniziò a inveire contro di lui, dicendogli che lo aveva profondamente deluso. Si disse decisa ad uccidere lei stessa suo figlio, e si alzò in piedi, ma Beowulf gli staccò entrambe le braccia lasciandola agonizzante a terra, in un lago di sangue. Beowulf si girò verso Wiglef, e lo liberò scortandolo verso i tunnel dalla quale riuscì a scappare da piccolo che portavano direttamente fuori le mura di Grendel. Gli diede precise indicazioni di come ritornare al villaggio, e di raccontare a loro cosa stesse accadendo, dicendo che Grendel era stata spazzata via per sempre. Wiglef gli chiese il perché, e lui rispose che c’era sempre bisogno di raccontare storie, per dare speranza ed aiutare gli umani a lottare. In questo nuovo mondo mancavano nuove leggende, ed era giunto il momento che lui stesso ne creasse una. Intimò a Wiglef di fuggire, e nel frattempo si preparò ad attendere le guardie che stavano andando verso di lui, facendogli scudo. Il giovane si recò nei sotterranei, mentre Beowulf uccideva con facilità i Bestiamorfi, che anche senza l’influsso mentale della Madre, lo attaccavano senza tregua. Wiglef, nel frattempo, procedeva verso l’uscita da quel tunnel, ignaro che una delle bestie lo stesse seguendo. Lo spazio era abbastanza angusto, e impediva i movimenti di entrambi, perciò la creatura non aveva abbastanza mobilità vista la sua possente mole, e faceva fatica a raggiungerlo, mentre Wiglef invece era chiaramente avvantaggiato, ma nonostante ciò, la sua vita era comunque in pericolo. Nel frattempo, la lotta di Beowulf continuava, le creature iniziarono a fare irruzione nel palazzo facendo enormi balzi direttamente dalle strade sfondando le finestre. L’intera città di Grendel era contro di lui, che fu costretto a nascondersi nella sala della Madre. Le creature lo seguirono fin lì dentro, ma si fermarono d’improvviso: ignaro di cosa stesse accadendo alle sue spalle, Beowulf doveva affrontare qualcosa di ben peggiore che l’orda di Bestiamorfi. La Madre si rialzò in piedi, aumentò la sua stazza e si trasformò in una creatura enorme, alta 5 metri e più spaventoso di qualsiasi bestiamorfo. Le sue fattezze non ricordavano nessun animale in particolare, era qualcosa di veramente strano e mai visto; aveva delle enormi corna che ricordavano quelle del diavolo, e un corpo peloso come quello della Bestia. Le sue braccia, allo stesso tempo, ricrebbero. Beowulf era spacciato, ma ciò non lo avrebbe fermato, anche se si trattava di sua madre, Beowulf era intenzionato ad ucciderla. Wiglef, nel frattempo, quasi raggiunse l’uscita, e la creatura alle sue spalle, ormai spazientito iniziò a distruggere le mura causandosi da solo numerose ferite. Wiglef si prese un bello spavento, ormai la creatura era vicina, e lui era ad un passo dall’uscita. Una volta sgattaiolato fuori, poco prima che la zampa della bestia raggiungesse la sua gamba, si girò e vide il Bestiamorfo dimenarsi tra le macerie che poco a poco gli cadevano addosso. Wiglef tirò un respiro di sollievo era ormai fuori dalle mura, ma anziché scappare via subito, approfittò di uno scorcio tra le macerie per vedere cosa stesse accadendo all’interno delle mura. Beowulf e la Madre si davano battaglia senza pietà, con Beowulf che era in chiaro svantaggio verso l’enorme creatura. Wiglef provò ad avvicinarsi ma una delle creature si avvicinò allo scorcio e il ragazzo decise di darsela a gambe levate. Nel frattempo, la battaglia infuriava, e la città di Grendel veniva poco a poco fatta a pezzi. I boati di distruzioni giungevano fin nel bosco, rimbombando nella desolazione di questo, e Wiglef ormai nemmeno si interessò di guardarsi indietro, voleva solo mettersi in salvo. A Grendel, la Madre era una furia e aveva ormai ridotto in fin di vita il figlio, nel frattempo tornato alla sua forma umana, infilzandolo con un corno. Sollevò la carcassa del figlio con lo stesso facendolo penzolare, con il sangue che sgorgava sul suo viso, lanciando delle enormi urla. Le altre creature attorno, si mostrarono stranamente impietrite. Erano terrorizzate, e la Madre le osservava ridendo. Lasciò cadere il corpo esanime del figlio, e si guardò attorno, e intimò alle bestie di inginocchiarsi a lei. Lo fecero, ma con esitazione, e uno sguardo palesemente terrorizzato. La Madre si lasciò andare in una risata, dando le spalle a Beowulf, che nel frattempo raccolse le sue ultime energie e trafisse con entrambe le braccia la Madre da una parte all’altra, e la squarciò in due dall’interno, sotto lo sguardo impaurito delle altre creature. La Madre non fece nemmeno in tempo di esalare un ultimo respiro, morì all’istante. Beowulf , ancora nella sua forma umana e lanciò un ultimo sguardo alle creature. Si trascinò verso le porte di Grendel, si inginocchiò, e si accasciò a terra, morente. I Bestiamorfi accerchiarono la sua carcassa, quasi come segno di rispetto, mentre nel frattempo Wiglef proseguì la sua corsa verso il villaggio senza guardarsi indietro.

Si fece notte, e il giovane si accampò per riprendere le forze. Mentre era davanti al fuoco, cibandosi di ciò che aveva raccolto, notò che una delle creature si avvicinò a lui. Una parte di Wiglef voleva essere terrorizzato, ma nemmeno provò a difendersi. Osservò la bestia girargli attorno con fare minaccioso, si sedette accanto a lui e passò parecchi minuti ad osservarlo. Dopodiché se ne andò, lasciandolo in vita.

Qualche mese dopo, Wiglef fece ritorno da solo al suo villaggio. Raccontò agli altri cosa fosse successo. Non sapendo cosa raccontare, visto che non seppe mai che fine fece Beowulf, disse che lui ormai era lì a regnare le creature, e che fin quando ci fosse stato lui a proteggerli, non avrebbero dovuto più temere le bestie. Fu grazie a quella leggenda, che l’umanità seppe rialzarsi tendando di far rifiorire da capo una nuova civiltà. Certo, col tempo vennero fuori altre nuove storie, addirittura anche più leggendarie, ma tutto ciò era simbolico. Beowulf, o Grendel, qualunque sia il suo vero nome, morì per far in modo che accadesse proprio ciò che stava accadendo. Non si seppe mai cosa accadde veramente a Grendel. Si sa solo che la Città d’Oro venne spazzata via del tutto, e le creature a poco a poco sparirono, e l’umanità riprese a fiorire come un tempo.



Più o meno un anno e mezzo fa, in preda ad una pura crisi esistenziale (avevo appena lasciato la mia ragazza in situazioni molto, molto spiacevoli) mi domandavo quale fosse il mio scopo nella vita. All'epoca avevo 25 anni e giuro che ero stanco della vita che facevo... monotona e senza alcuno sbocco; decisi che dovevo trovare qualcosa che mi piacesse fare e che mi aiutasse a sentirmi realizzato. Capii che avevo una grandissima passione che mi portavo dietro sin da piccolo, anche se con un silenzio durato quasi 10 anni: il fumetto. Decisi, così, di intraprendere un corso privato di sceneggiatura presso una struttura a caso in cui si insegnava principalmente disegno e lì mi sentii quasi a casa. Non tanto per l'ambiente, ma perché avevo finalmente capito che avevo realmente una passione; non una di quelle passeggere le quali mia sorella da piccolo era capace di farmi sentire un idiota solo perché passavo da una "fissa" ad un'altra con estrema facilità. Con questa esperienza crebbi. Riuscii finalmente a capire come espandere la mia mente, mi avvicinai più a me stesso comprendendo che era la scrittura l'unica cosa capace di rendere concreti, mantenere saldi e tenere ordinati i miei pensieri. È stata un'esperienza folle, dopo tutto. Non rimpiango i soldi buttati (letteralmente), nemmeno i sogni infranti per colpa di persone incapaci di mantenere i propri impegni perché la testa viaggiava verso altri luoghi, restando ferma ad un punto solo per brevi tempi salvo poi ricordarsene sporadicamente a entusiasmo spento. Cosa rimpiango, allora? La mia inettitudine a non aver capito subito quale fosse la mia strada, o forse l'inettitudine dei miei genitori a non capire che era un liceo, che fosse classico o artistico, la mia strada e non un istituto tecnico solo perché l'informatica è il futuro.

Non voglio piangere sul latte versato. Voglio solo sfogarmi.

Sfogarmi, sì. Ho sempre sognato scrivere fumetti.
Da piccolo, oltre alle millemila storie sugli zombie (tra cui una reinterpretazione di Resident Evil ancora conservata!) avevo scritto una storia di fantasmi che feci leggere a metà degli amici in classe alle elementari e piacque a tutti. Scrissi una storia di draghi antropomorfi che vivevano avventure da supereroi simil-Tartarughe Ninja con una rottura della quarta parete non indifferente: durante lo svolgersi dell'avventura, sopra i balloon degli omini stilizzati commentavano la scena e ridicolizzavano gli avvenimenti, criticando di tutto, dai disegni alla calligrafia. E non solo mi limitavo ai fumetti. Da piccolo, prendendo pari pari il libro di storia, dopo aver visto La Pazza Storia del Mondo di Mel Brooks decisi di scrivere la mia Pazza Storia del Mondo, e ne feci un mini-racconto che conquistò e fece piegare in due dal ridere anche la mia insegnante di italiano. Come non capire che era questo che mi piaceva fare, non lo so. Andare a rinfacciare questa cosa ai propri genitori non è una cosa molto matura. Ahimè... è andata così. Fine del discorso.

Mi avevano detto che non è mai troppo tardi per cominciare. Per questo decisi di intraprendere questo corso di sceneggiatura. Lavorai anche ad un paio di progetti. Ho realizzato anche una mini-storia a fumetti, con tanto di tavole, di un cane alieno parlante atterrato sulla Terra e in cerca di un amico in una storia che sarebbe dovuta essere tra il "citazionismo" di opere del fumetto mainstream e un racconto esistenziale che avrebbe dovuto parlare di amore, amicizia e solitudine. Ho vari file Word con un bel po' di idee abbozzate. Esistono solo 10 pagine di introduzione, nemmeno tanto completate, poi fine. Sia chiaro, non credo di aver avuto l'idea originale del secolo, anzi sarò parecchio autocritico: il fumetto autoreferenziale con protagonisti sé stessi sono una botta nei coglioni. Sì, ci sta facendo una fortuna Zerocalcare, ma non è il genere che a me piace fare... anche se lo avessi effettivamente realizzato, non sarebbe (a mio parere) nemmeno 'sta grandissima idea.

Dopo la "scuola di sceneggiatura", ho provato a restare in contatto con disegnatori.
Mi son guardato in giro. Ho realizzato che la possibilità di realizzare qualcosa c'è realmente. Il web aiuta tantissimo, poi. Basti vedere quante porcate stanno vendendo un botto e riscuotono successo, tipo per citarne alcuni Sio con il suo Scottecs (che per carità, qualche vignetta è pure carina, ma non è un fumetto) o A Panda Piace che sinceramente mi astengo anche dal commentare. Andando oltre, stesso qui in Campania ci sono i ragazzi di 47 Dead Man Talking che han realizzato Vrenzole vs. Kitammuorti che, cioè, solo l'idea è figa ma a contenuti avrebbe potuto dare di più, ma ancora una volta: le possibilità di realizzare ci sono. Bastano contatti. Voglia di fare. Voglia di creare. Alla fine, o si crea qualcosa di figo o si finisce tra gli autori dei Fumetti Disegnati Male, dove spicca tra tutti Davide La Rosa che è, a mio avviso, il miglior fumettista italiano che non lavori per fumetti seriali.

Sto scrivendo di getto. Dove voglio arrivare?
Certo, sembrano le parole di uno che rosica a morte e perché negarlo? Rosico. Rosico perché vedo gente incapace fare fortuna con idee sceme, o ancora gente che potrebbe far di più con idee geniali. Magari, ecco, forse vorrei esser io tra quelli. Avrei desiderato saper disegnare, anche male, così che avrei potuto sentirmi più sicuro e buttarmi a capofitto in un ambiente che - sia chiaro - da quel poco che vedo mi fa abbastanza incazzare (ma solo perché sono così misantropo che mi sta sul culo sia l'ambiente intellettuale che quello da nerd). Chissà cos'avrei potuto fare a quest'ora? Magari, starei realizzando il mio Vodoo Zombies affianco alle vrenzole e i kitammuorti? O avrei rotto la quarta parete con gli omini che vivevano sui balloon dei draghi? Frequentare disegnatori, dentro e fuori le pseudo-accademie, mi ha fatto capire che l'ambiente creativo è pieno di gente con la testa fra le nuvole. Che vorrebbero realizzare cento cose ma non ne riescono nemmeno una.

La cosa triste è che io faccio parte di questa stragrande maggioranza di stronzi illusi e senza paura di esserlo. Alla fine ciò che conta è sopravvivere alla vita vera. Basta sognare, dicono. Basta inseguire i propri sogni. Ma alla fine, le opportunità si creano o ti vengono servite su un piatto d'argento? Credo che tutto sia possibile, con un po' di impegno e fiducia in sé stessi. La seconda mi manca. Nel mio piccolo provo a darmi una spinta. Ma ancora una volta, faccio parte dei fumettisti wannabe, quella fetta di persone che si alimentano delle proprie illusioni.
Un uomo diventa un critico quando non può essere un artista così come un uomo diventa un traditore quando non può essere un soldato.

venerdì 3 aprile 2015



Chi non ama gli slasher movie?
Per far chiarezza, uno slasher movie altri non è che il classico film horror all'americana dove, per così dire, i protagonisti assoluti sono i serial killer. Serial killer che sono una sorta di non-morti, non veri e propri zombie, ma esseri effettivamente morti in circostanze atroci e tornati in vita per reclamare vendetta. Jason Voohrees, Michael Myers, Freddy Krueger, per farne un esempio. Tormented non è un film americano e di sicuro non presenta un nome altisonante come i suddetti serial killer, ma diavolo se non è uno slasher movie fatto con i controcoglioni!

Film completamente inglese, sceneggiato da Stephen Prentice e diretto da John Wright, Tormented è incentrato sul ritorno dalla morte di Darren Mullet, ragazzo impopolare e preso di mira da un po' tutto il liceo - e ucciso proprio da alcuni dei suoi compagni. Le vittime, sono per l'appunto gli artefici del tremendo scherzo e la bella protagonista, Justine (interpretata da Tuppence Middleton), per la quale Mullet aveva una cotta, non è da meno. Come ogni buon slasher movie, il film parte da strani sms inviati ai cellulari di alcuni ragazzi e finisce con un po' di uccisioni random ben studiate, senza dimenticarci di una lenta indagine a ritroso su chi fosse Mullet e come siano collegati a lui le vittime. Un ottimo tema, a mio avviso, affronta il film che non è nemmeno tanto quello del bullismo di per sé, ma del vittimismo che viene appunto a crearsi nella vittima che a sua volta diviene l'assassino. Un finale forse un po' cinico e che può far storcere il naso ai buonisti è la perfetta conclusione di un film che risulta uno dei migliori, nel genere slasher movie.

Personalmente, ho visto Tormented la scorsa estate nel mio periodo di "fissa" per i film brittanici. In quel periodo cominciai ad apprezzare il cinema inglese in quanto producono sempre materiale più che buono e veramente ben fatto, sotto ogni aspetto. Negli horror, poi, san sempre come rendere perfetta un'atmosfera, e Tormented non è da meno. Ma tralasciando aspetti tecnici, la sceneggiatura è veramente un qualcosa di eccezionale, la storia che racconta ha alti livelli di psicologia sia nella caratterizzazione della protagonista che in quella dell'assassino, il quale passa da "povera vittima degli eventi" con cui magari percepire un briciolo di empatia, ad assassino senza alcuno scrupolo di uccidere anche coloro che considerava amici. Questo perché, in un finale che torno a ripetere può essere considerato abbastanza cinico, rivela un po' l'animo umano - quello incapace di rialzarsi campando semplicemente sul vittimismo, puntando sempre il dito verso gli altri e mai verso sé stessi, giustificando il proprio odio e le proprie azioni rivelandosi, infine, peggiore di coloro che hanno abusato di lui e della sua ingenuità. Un film che condanna il bullismo, sì, ma che non vuole affatto vittimizzare chi ne è stato vittima.

Infine, si è capito quanto mi è piaciuto Tormented, quindi non c'è neanche bisogno di dirlo che ne consiglio la visione. Un horror veramente fatto bene, per coloro che si sono un po' stancati degli innumerevoli Venerdì 13, Halloween o Nightmare e ricercano qualcosa di più psicologico pur mantenendo gli standard di un film che in fin dei conti resta pur sempre destinato ad un pubblico adolescenziale. Da una scala da 1 a 10, questi film merita un 10 pieno, ma facciamo anche un 12.

sabato 28 febbraio 2015



Okay, mi ero ripromesso di evitare per un po' le recensioni, ma eccomi qui.
Quello di cui voglio parlare oggi è l'adattamento a fumetti del famosissimo romanzo di Stieg Larsson Uomini che odiano le donne curato da Denise Mina per la Vertigo. Andando per gradi, inutile dire che questa è un'opera che mi piace moltissimo; ho conosciuto prima il film del 2011 con Daniel Craig e Rooney Mara e solo da poco ne ho letto il libro acquistato assieme, appunto, alla graphic novel. Assortito dalla lettura, ho a dir poco amato il romanzo tanto che ho iniziato, appena conclusolo, il graphic novel. Ebbene, recensirò questo tralasciando, magari, il mio consueto riassunto della trama sicché The Girl With The Dragon Tattoo (questo il titolo in lingua inglese) va letto esclusivamente se si conosce il romanzo.

Ed è appunto da questa mia ultima affermazione che voglio partire. Per leggere il graphic novel bisogna aver letto prima il romanzo per capire cosa stia succedendo. Sì, perché le azioni si spostano su un piano molto frettoloso, tralascia parecchi dettagli e arriva a conclusioni senza dar alcuna spiegazione. Diamine, non dico debbano per forza seguire i ritmi a rilento del libro, ma un po' d'aiuto al lettore? Ho trovato una pecca assurda e cioè quella di lasciar poco spazio ai racconti dei singoli personaggi della famiglia Vagner, come per esempio - il fatto che Herald era un nazista convinto così come il fratello qui viene accennato più in là ma nemmeno preso più di tanto in considerazione, così come la scarsa considerazione dei genitori di Harriett e Martin verso i propri figli. Ma fin qui, possiamo anche chiudere un occhio, perché in fin dei conti il tutto cerca di essere fedele al racconto originale. Se non che, beh, se non che salti delle parti fondamentali come il primo atto di sottomissione di Lisbeth, costretta dal suo nuovo tutore a praticargli del sesso orale; il graphic novel invece accenna un semplice interesse (mano sul seno) e quando Lisbeth è a casa dell'avvocato è già munita di telecamera che filma il suo stupro. Perché Lisbeth era già pronta con la telecamera? Non era pronta, seguendo la logica della sceneggiatura applicata al fumetto. Ma ad ogni modo, la scena della vendetta di Lisbeth sul suo tutore chiude praticamente il primo volume, mentre il secondo ne vede la conclusione. Una conclusione che, beh, è completamente diversa da quella del film e tutto perché? Perché han voluto incentrare la sceneggiatura sul personaggio di Lisbeth. Fin qui tutto bene, visto che è lei il personaggio principale nella saga Millennium, ma ahimè, qui viene completamente ridimensionato.

Se nel libro Lisbeth viene messa in risalto per il suo modo di fare taciturno e per il suo evidente problema di autismo, Denise Mina ha deciso che Lisbeth deve essere un personaggio autonomo e non convenzionale. In poche parole, prende il personaggio unico di Lisbeth e lo trasforma in un anti-eroe quasi conformista, con spiccate doti sociali e una psicologia indipendente che, levati, non ha bisogno di niente e di nessuno. Esattamente, smontando così la complessità psicologica data da Larsson nel suo romanzo originale. La relazione tra Lisbeth e Mikael era sincera, almeno da parte sua. Lisbeth tenta di allontanarlo perché si rende conto che ne è innamorata. Qui, invece, decide di smettere di far sesso con Mikael perché lo ha deciso lei (poi perde anche la fidanzata, Minni, che nel libro non è che una semplice compagna di giochi) e inchioda Wennerström solo per il suo spiccato senso di giustizia. E sì, va beh che Vertigo è casa DC Comics, ma non è che il complesso del supereroe lo debbano avere anche i personaggi Vertigo. Oltre a questo, non ho ben capito il perché della censura sugli abusi di Harriett perpetuati dal fratello, questo è inspiegabile e smonta totalmente la trama rendendo la fuga della ragazza quasi suerflua. Boh.

In linea di massima, reputo The Girl With The Dragon Tattoo un graphic novel discreto, sicuramente quasi immancabile per i fan della saga Millennium visto che i disegni di Leonardo Manco e Andrea Mutti (che si sono dedicati rispettivamente e unicamente alla parte su Lisbeth e Mikael) sono un qualcosa di magnifico agli occhi. Anche se, a parer personale, ho preferito molto di più i disegni di Leonardo Manco anche se, beh, la caratterizzazione storpiata e pompata di Lisbeth non mi è andata proprio giù. Insomma, la sceneggiatura pecca - si riesce a seguire perfettamente se si conosce il libro, i disegni sono magnifici. Io lo custodirò gelosamente solo perché amo le copertine di Lee Bermejo.

lunedì 26 gennaio 2015



Aveva passato tutta la notte a scopare, la povera Gina. Non ce la faceva proprio più! Quella casa era un continuo via vai di gente, venivano in continuazione, senza sosta. Da dove prendevano tutte quelle energie, nemmeno Gina sapeva spiegarselo. Comunque, a lei non dispiaceva scopare, d’altronde era ciò che sapeva far meglio e quindi… via la tuba, giù con la tromba, piano e forte, nei posti più bui e sperduti dove nessun umano aveva mai osato avventurarsi. Gina era una grandissima avventuriera, le piaceva esplorare luoghi nuovi per riscoprire i gusti più disparati, ogni volta sempre diversi perché si scocciava di mangiar sempre le stesse cose. Sì, era anche golosa di calippo! Ah, che sbadato. Ho dimenticato di descrivervi il personaggio di cui stiamo parlando. Gina era un cazzo.

E così, mentre Gina và alla scoperta di nuovi gusti e sapori, noi spostiamoci verso l’altro protagonista della nostra storia, Nello, e vediamo se riuscite a stare attenti e scoprire chi è il nostro amico, che di professione fa il pittore!

Nello, a differenza di Gina, non amava molto spolverare. Non aveva poi ‘sta gran necessità, usava spesso l’aspirapolvere. Molti di voi potrebbero pensare che Nello fosse una persona solitaria, ma tutt’altro! A Nello piaceva tanto conversare con cazzi, culi, tette e fighe diverse, solo che non riusciva proprio a trovare la sua giusta dimensione! Alla fine, cazzi culi e tette per lui non facevano differenza, per lui erano tutti uguali. Il suo cespuglio barboso necessitava sempre un po’ di cura in più, ma non tanto quanto necessitavano gli altri cespuglietti, e a lui seccava che nessuno si accorgesse che i suoi capelli pubici fossero speciali. Si sentiva uguale a tanti altri ma allo stesso tempo diverso! Cioè, il suo mondo era fatto da gente di varia natura, cercava di diffidare da chi era cazzo e faceva il cazzo e da chi era la vagina e faceva la vagina. Lui era una vagina, ma era molto cazzo, così come Gina era un cazzo ma era molto figa. Insomma, non c’erano molti giochi di ruolo, e lui era felice di ciò! Anche se, ahimè, non aveva ancora trovato un cazzo che fosse molto figa inside. Ebbene, lui lo stava per trovare. Trovò Gina, anche se Gina… beh, qui entriamo nel vivo della storia!

Come abbiam già detto, a Gina piaceva cambiare tanti sapori e non perdeva tempo a scopare. Non si faceva poi tanti problemi! Fin quando aveva il rispetto per sé stessa, che male c’è? E provava di tutto, cazzi fighe culi tette… ma proprio tutto tutto tutto! Ciò aveva fatto di lei un’esperta di vita, ma aveva provocato in lei un forte senso di smarrimento, e si sentiva solo… ecco. Sì sentiva sola, anche se non lo dava a vedere. Un giorno, mentre era di ritorno da un’orgia con tre cazzi, cinque fighe e un vibratore, incrociò Nello e fu amore a prima vista! Chi l’avrebbe mai detto! Nello rimase a bocca aperta, voleva offrirle un caffèsborra, ma era troppo impietrito, gli capitava sempre quando incontrava chi realmente gli piaceva. Gina, dall’alto della sua esperienza, con la sua schiena inarcata, decise di far lei il primo passo e gli offrì uno Squirtz (vino e acqua frizzante) e così riuscirono a rompere il ghiaccio! Era così bello, sembravano fatti l’uno per l’altra, ed entrambi lo sapevano! Alla fine scoprirono che erano tanto diversi, ma erano fatti della stessa consistenza. E in più, lui era una figa ma dentro un cazzo, mentre lei un cazzo ma dentro figa, era un rapporto perfetto! I due si frequentarono, erano così tanto felici, ma poi… eh, poi Nello si impaurì quando scoprii che Gina s’era fatta praticamente tutta Sborrolandia e decise di rompere. Gina gli corse dietro, cercando spiegazioni e rivelandogli, tra le righe, che a lei importava veramente tanto di lui, e il fatto di aver messo apposto casa con una scopa anziché con un aspirapolvere, mezzo più rapido e meno efficace seppur tecnologico, non voleva assolutamente dir nulla, e che anzi.. magari gli avrebbe insegnato! Ma niente, Nello era ottuso, e scappò via, lasciando Gina incazzata. Così incazzata che alla fine pensò “sticazzi” e continuò a far quello che faceva prima. Nello, che guardava sempre da lontano, si chiedeva perché si comportasse così.

Poi l’illuminazione. Capii tutto.

Lei era un cazzo nell’involucro, ma in realtà era figa. Si mostrava cazzo solo perché Sborrolandia era un luogo infido pieno di persone malvage. E così scoprì che lui, nel suo involucro di figa, era un grandissimo cazzo alla John Holmes, e allora si decise. Corse subito da lei e scoparono così tanto che Sborrolandia sbiancò. Fine.



Quella notte, era una come tante altre nelle strade di Londra. La pioggia batteva forte, sui vetri delle finestre, e le strade erano desolate per via del coprifuoco. Vigeva un silenzio assoluto, che venne rotto solo dalle grida acute di una donna; una donna che, come suo ultimo atto, donò la vita a due gemelle, il cui nome si è andato a perdere nel tempo, perdendo anche la loro importanza, di fronte alla leggenda che le due avrebbero creato attorno a loro.

Le due bambine non crebbero di certo in un clima tranquillo; cresciute in fasce dalla loro zia, che morì poco dopo che le bambine compiessero due anni, furono poi affidate dal padre alcolista, il quale le lasciava spesso e volentieri in compagnie di donne di facili costumi. Le due sorelle crescevano quasi ignorando che quel mondo fatto di gente eccentrica, sbandata e decisamente poco affidabile fossero il “lato brutto” della società; non essendo mai uscite dal loro quartiere, non potevano sapere cosa ci fosse al di là dell’incrocio che il padre espressamente vietava alle due di visitare.

Le due bimbe crescevano l’una sulle spalle dell’altra, le loro uniche amiche erano le prostitute e le tossiche, delle giovani ragazze adolescenti che erano finite per un motivo o per un altro sulle strade a battere. Le storie che si sentivano raccontare per andare a dormire, erano racconti di sesso, droghe e omicidi; racconti che a qualsiasi bambino avrebbe inciso in maniera negativa, ma non a loro. All’età di 8 anni, con la scomparsa del padre, le due iniziarono a frequentare spesso il “mondo esterno”, per la precisione, il parco giochi situato a due passi da casa loro; chiunque le guardasse, si chiedeva cosa ci facessero due ragazzine così piccole, con l’aria innocente, da sole in un posto malfamato come quello. E di fatti, non si fece aspettare il primo pedofilo, che, intenzionato a portarsi a casa almeno una delle due gemelline, provò ad avvicinarsi alla più piccola offrendole un gelato, approfittando dell’assenza momentanea della sorella. Sarebbe potuta andare molto peggio, quella volta, ma in quell’occasione la fortuna assistette la ragazzina che venne salvata da Lucy, una giovane prostituta molto vicina alle due ragazze (e che talvolta fungeva anche da insegnante privata), che portò le due sorelline con sé e diede loro dei coltelli mettendole in guardia dei pericoli che avrebbero potuto trovare nel quartiere.

Quei coltelli, furono la loro rovina.

La più grande era solito fissare il coltello, come se ne stesse studiando la forma, mentre l’altra iniziò ad usarlo per infilzare qualsiasi cosa trovasse a tiro, provando un morboso piacere nello sbudellare gatti. Quando la più grande scoprì cosa stesse facendo la sorella, tentò di fermarla, salvando un piccolo gattino (ma, ahimè, non il suo occhio), che da lì divenne il suo miglior amico. Quell’evento, cambiò definitivamente il loro rapporto. Le due bimbe diventarono ragazzine, e con l’uscita dalla fase infantile in quella adolescenziale, i loro interessi iniziarono a mutare. A 13 anni, persero la verginità assieme, nello stesso momento, con lo stesso uomo. Una semplice dimostrazione di quanto le due fossero unite. Ma in realtà, tra le due c’era parecchia rivalità, soprattutto per parte della più piccola. Al loro 15esimo compleanno, decisero di uscire finalmente dal loro quartiere. Raccattarono qualche soldo rubandoli dalle borse delle loro “amiche”, e presero la metro. La serata non fu delle migliori. Vestite proprio come prostitute, perse nella metro di Londra, furono fermate da un gruppo di ragazzi che tentarono uno stupro di gruppo. Non andò come sperato. Le due non avevano mai smesso di girare con i coltelli, e non ebbero paura di utilizzarli. Soprattutto la più piccola delle gemelle. Se la prima uccise gli assalitori con precisione quasi chirurgica, per fare in modo di non sporcarsi di sangue, l’altra non aveva problemi a sgozzarli senza pietà, e a infierire ulteriormente su di loro una volta a terra; provava una morbosa eccitazione, nell’omicidio. La sorella la fermò in tempo, e la convinse di forza a tornare a casa, dove ebbero una lite molto accesa che finì con l’uccisione del povero gatto, ancora in vita da quello spiacevole incidente di pochi anni fa. La sorella, era colma di rabbia, ma si trattenne e non mosse un muscolo, mentre l’altra, resasi conto del suo errore, prese in braccio la carcassa del micio, corse di fuori, e lo seppellì nel parco. La sorella la seguì, ma non proferì parola. “Scusa…” mormorò la ragazza, con la voce rotta dalle lacrime. Non ricevette risposta, le due tornarono a casa. Dinnanzi la porta di casa, trovarono una sorpresa: un uomo robusto, con barba incolta e capelli bianchi, fermo ad aspettarle. Si avvicinò poi alle due, e mise una mano sulla spalla alla gemella più grande.

“Vi ho visto, alla metro. Ho visto cosa avete fatto a quegli uomini. Lo hanno visto tutti. Non sapevate delle telecamere, vero? No, ovviamente. Come potevate, cresciute in un modo barbaro come questo? Eppure, la barbaria stessa può diventare raffinata. Voi non meritate di marcire in prigione. Avete un dono. Vedete il mondo in maniera differente, e questo vi rende speciali. Presto verranno a cercarvi, e le vostre abilità verranno sprecate in maniera indecente. Venite con me. Vi mostrerò la via della perfezione, vi aiuterò a migliorare ciò che realmente siete”. Disse l’uomo, con le due ragazze che lo fissarono come pietrificate.

Una pattuglia passò nelle vicinanze. Non c’era tempo per decidere. Presto o tardi le avrebbero trovate. Queste due ragazze, senza nome e identità, dovevano prendere una decisione: vivere da criminali per tutta la vita, o scegliere di unirsi a quest’uomo misterioso. La scelta finale, si può facilmente dedurre.

Scoprirono che l’uomo in realtà era uno dei maestri di un’antica setta segreta di assassini al servizio di uomini potenti. Una sorta di organizzazione mercenaria al servizio di politici e figure di spicco dell’alta società inglese, o almeno era così che l’uomo la descrisse. Le due gemelle affinarono l’arte nell’uso dei coltelli; i maestri insegnarono loro come essere silenziose, letali, e precise. Dieci maestri, insegnarono loro l’arte di uccidere.

La ragazza più grande era la preferita del Gran Maestro; con i suoi movimenti sinuosi, felini, quasi “graziosi”, mischiata ad una capacità naturale di rendere un omicidio pulito, preciso, divenne l’assassina perfetta. L’unica rivale, era proprio sua sorella, che peccava di un comportamento fin troppo impetuoso; era sin da piccola che era desiderosa di sangue, di uccidere, e questa sua passione per la violenza si trasformò in una vera e propria perversione. Ciò la spinse, in età matura, a divenire l’amante dell’uomo che recuperò lei e sua sorella dalla strada. Le due sorelle, si separarono proprio per colpa di questa unione; era la prima volta che non condividevano qualcosa assieme. Il loro legame si spezzò, la rivalità tra le due stava finalmente per prendere forma. Nella testa della gemella primogenita, tale atto era visto, tuttavia, in maniera più chiara e limpida: conosceva sua sorella, sapeva che il suo era un atto di trasgressione, che in realtà aveva iniziato ad odiarla, e che sentiva la necessità di distaccarsi da lei, e fare di tutto per riuscirci. Lei voleva salvarla, perché sapeva che allontanandosi, la sorella non sarebbe durata a lungo.

La mattina del loro 23esimo compleanno, ci fu una festa atta a festeggiare il loro ingresso ufficiale nella loro setta. Le due migliori assassine dopo decenni, tuttavia, non potevano coesistere, non potevano essere allo stesso livello, necessitava la presenza di un superiore e del suo secondo. Necessitava una sfida. La sorella minore, non vedeva l’ora di affrontare il suo stesso sangue; da tanto aspettava quel giorno. Ma tanta preoccupazione c’era da parte dell’altra, e questa traspariva agli occhi di tutti. La sfida, ebbe inizio. Iniziarono con una serie di colpi a vuoto, atti a “sgranchirsi” prima di iniziare la vera lotta; la primogenita non era sicura di ciò che stava per fare, ma l’altra sì: farle male, forse sarebbe arrivata anche ad ucciderla. Un colpo, sulla spalla. Uno solo, causò una lieve ferita. Capì che la sorella minore stava facendo sul serio; questa iniziò ad attaccarla con veemenza, e la sorella, in preda al panico, chiuse gli occhi, la disarmò, e la buttò a terra con solo due semplici mosse. Una volta a terra, prese il coltello e glielo poggiò alla gola. “Sorella, basta”. Il Gran Maestro, aveva visto abbastanza. Nominò la primogenita caporale, senza volere ulteriori dimostrazioni, e tuttavia, la sorella sarebbe rimasta la sua seconda.

Questa situazione, non le andò a genio, ma la affrontarono come tutte le altre cose. Fu un anno intenso, persero il conto di quante persone uccisero. Molte di loro era gente altolocata, ben vestita e dell’alta società, ma c’erano quei rari casi in cui le vittime erano solo dei poveri. Spesso, erano anche costrette a far fuori dei bambini innocenti, e anche se indossavano una maschera, la sorella maggiore sapeva perfettamente che sotto di essa, sua sorella rideva. Godeva, nell’uccidere, e non le importava chi fosse. Una sera, si fermò a guardare fuori dalla finestra, presa dai suoi pensieri. Quell’uomo che li prese dalla strada, l’amante di sua sorella, si avvicinò, e le chiese che cosa avesse. Ebbe anche la sfacciataggine di parlarle affermando di essere “come un padre” per lei.

“È mia sorella. Ho paura per lei. Ho sempre saputo chi fosse, siamo l’una parte dell’altra, abbiamo vissuto assieme per tutta la vita, e so esattamente cosa pensa e cosa prova, in ogni istante della giornata. Ma, per quanto gemelle, io e lei abbiamo reagito in maniera differente alle avversità della vita. Questa vita, non mi appartiene. Forse nemmeno a lei, anche se a volte mi rendo conto di come uccidere sia la sua unica ragione di vita. Io non ho mai voluto questa strada. Tutta la mia vita, sono stata a proteggere mia sorella. Da piccola, aveva questa strana fissa con lo scuoiare gatti; ne salvai uno. Era Felix, il mio migliore amico. Mi seguiva ovunque, e credo che io fossi l’unica persona che quel gatto che avesse mai amato. Ne passò veramente tante. Gli diedi la forza di andare avanti; quando lo trovai era messo male, pensavo sarebbe comunque morto di lì a poco, e invece con la mia presenza, lui si riprese e decise di lottare per vivere. È vissuto per tanti anni, fin quando mia sorella non lo uccise per una stupida lite. Fu la stessa notte in cui incontrai te. Quella notte, smisi di amarla. Giuro… non ce la faccio più a guardarla negli occhi. La odio. Eppure, rimane sempre mia sorella, e sento di volerla aiutare. Quella notte, la seguii senza proferire parola, fino al giardino in cui seppellì Felix. Non perché volevo dirle che non mi importava, e che la volevo perdonare… in realtà, ero lì per proteggerla. Non volevo che qualcuno le facesse del male. Volevo esserci, per lei. Per questo ho seguito lei fin qui, in questo posto. Volevo seguirla, proteggerla. Volevo restarle vicino, convinta che potessi persuaderla, e darle uno scopo di vita, come feci con Felix. Ma, così facendo, ho tolto la vita a me stessa, e non sono riuscita a salvarla”.

L’uomo le disse che non era colpa sua, e che lei ormai era diventata migliore di sua sorella. Frasi di circostanza. L’uomo non aveva la benché minima idea di cosa avesse detto la ragazza finora. Provò a baciarla sul collo, ma prima ancora che la ragazza (che aveva un’aria molto infastidita) potesse girarsi e allontanarlo, entrò la sorella che gli conficcò il coltello nella schiena. Lo estrasse e lo colpì ripetutamente. “No, basta! Fermati!” disse la sorella. “Stà zitta, ne ho anche per te!”, rispose. La immobilizzò a terra, e iniziò a farle scivolare il coltello sul viso, fino a fermarsi all’occhio. “Amavi quel gatto più di tua sorella, allora?” disse con le lacrime agli occhi, ormai aveva perso la ragione. “Forse ti sentirai più a tuo agio se assomigliassi più a lui che a me”. Le strappò via l’occhio e lo schiacciò tra le dita. “L’ordine mi disconoscerà. Sarò esiliata, alle buone, ma io credo opteranno per darmi la caccia. Ho ucciso uno dei Maestri, è alto tradimento. Spero che sia tu a darmi la caccia, sorella”, disse andando via pulendo il coltello con uno straccio, lasciando la sorella sanguinante a terra, senza occhio.

Come predetto, l’Ordine dichiarò guerra alla ragazza, incaricando personalmente la sorella di occuparsene. Non solo, sapeva della setta, ma rischiava di mettere al servizio di persone inappropriate quanto appreso tra quelle mura. Ciò non poteva accadere, secondo il loro Codice. Lei accettò, a malincuore. Non poteva fare altro.

La caccia durò anni, 3 per l’esattezza. Scoprirono che si nascondeva in una locanda in Norvegia, lontana da occhi indiscreti. Fece l’errore di lasciare il marchio di fabbrica degli assassini che la addestrarono, era questione di tempo prima che arrivassero a lei seguendo le sue tracce. Nei primi tre mesi, fu inattiva. Decise di guadagnarsi da vivere in maniera onesta, adoperando una parrucca e degli occhiali, lavorando in un pub inglese; la notte, condivideva la camera con alcuni studenti, trovata dopo che la ragazza “persuase” uno di questi facendosi offrire un rifugio. Racimolato qualcosa, girò l’Inghilterra, guadagnandosi da vivere in modo pulito. Quando riconobbe un membro della setta, capì che le stavano alle costole, e che forse erano arrivate a lei da molto tempo. Molto probabilmente, la sorella decise di farle guadagnare tempo e non attaccarla subito. Decise di scappare, e si imbarcò di nascosto sulla prima nave che trovò; lì ebbe la fortuna di incontrare un ricco uomo che la nascose nella sua cabina, attirato dalle forme della ragazza. La nave era diretta in Norvegia, dove l’uomo aveva una grande villa. Forse, trovò la fortuna di sistemarsi a vita. L’uomo, se pur non affascinante, godeva di una certa ricchezza che a lei faceva molto comodo, e anche di parecchi “amici di famiglia” che trovava molto interessanti. Fece la bella vita per 2 anni e mezzo, fin quando un giorno, origliò una conversazione tra l’uomo e uno dei suoi più fedeli amici. Parlavano di uccidere qualcuno. L’amico, era in guai seri con l’amante e cercava chi potesse uccidere sua moglie per lui; lui lo liquidò in malo modo, dicendo che non si sarebbe mai immischiato in certe faccende, ma altro discorso era per la sua “compagna”.

Scese in giardino di nascosto, e si avvicinò all’uomo senza farsi vedere. Entrarono in auto e le propose l’affare. Due milioni, per uccidere la moglie e farlo sembrare suicidio. I due trattarono, e trovarono un accordo. Fece il lavoro in maniera pulita, ritrovò l’antico piacere dell’omicidio, e fu ripagata. Ma fece un grosso errore: fare in modo che si spargesse la voce sul suo conto. In 6 mesi, ricevette un discreto numero di offerte, ma l’inesperienza ripagò a caro prezzo: lasciò tracce riconducibili a lei alla polizia, e cosa ancor peggiore, alla setta.

Di fatti, a Londra, avevano occhi e orecchie bene aperti, e le modalità di quegli omicidi erano chiaramente sul loro stile di agire. Bastava dare un’occhiata ai minimi dettagli. Sua sorella, quindi, partì per la Norvegia. Quando finalmente trovò la sua abitazione, dopo mesi di ricerche, fu battuta dal tempo: la polizia aveva già fatto irruzione poche ore prima. Numerosi cadaveri erano presenti in casa. La ragazza, insanguinata e con una katana tra le mani, uscì allo scoperto e sorrise quando vide la sorella. “Oh, sorellina cara. Quasi ti avevo scambiato per il tuo gattino. Sei venuta qui a fare cosa? Salvarmi? Oppure uccidermi?”.

- “Ho smesso di cercare di salvarti molto tempo fa. Ormai, sei già persa”, rispose la sorella.
- “In quanti siete, lì fuori? Centinaia? Mille? In dieci?”
- “Solo io. Mi hanno incaricato di ucciderti personalmente”
- “E sono così sicuri che tu ce la possa fare? AH AH AH!”

La primogenita socchiuse l’unico occhio che le rimase, pronta a parlare, ma la sorella la attaccò ferocemente, spingendola a tirare fuori il coltello. Coltello contro katana. Incredibilmente, la sorella riusciva a tenerle testa, sebbene la sua lama fosse decisamente più piccola. Quello che ne seguì, fu una battaglia all’ultimo respiro, dove nessuno riuscì a spuntarla. Si ferirono a vicenda, persero tanto sangue, ma erano alla pari. “Io non ti ucciderò. Ma non ho intenzione di salvarti”, disse la sorella maggiore. “Puoi solo salvare te stessa. Io ne ho abbastanza. Avevo intrapreso questo viaggio solo per dirti questo, ma tu… sembra che non voglia ascoltarmi. A questo punto va bene così. Ho addosso il marchio del mio… del tuo fallimento, e per me è sufficiente”.

“Sai… se solo tu decidessi di fingerti morta, e iniziare da capo la tua vita, mi darebbero l’opportunità di lasciare l’Ordine. Ho giurato fedeltà, e ho avuto modo di dimostrare la mia fiducia a loro. Si fidano di me. Se ora torno a mani vuote, e tu resti in vita… mi aspetta la morte”.

Rimase ferma dando le spalle alla sorella, quasi come se fosse in attesa di una ulteriore attacco alle spalle. Ma la reazione fu inaspettata. “Siamo già morte. Dal momento in cui siamo state messe al mondo. Non c’è niente di vivo. Siamo morte, questa è la verità”. Disse la sorella, lasciando scivolare la katana per poi andarsene. Una lacrima sul volto della primogenita scese lentamente, mentre la sua gemella spariva nell’ombra.

Tornata  a Londra, fu accolta da una suora, in realtà una sua compagna della setta in incognito. “Ti aspetta la morte”, disse. “Non so quando, ma il Gran Maestro vorrà esserci di persona. Penso voglia…. Ascolta, mi ha detto che ti aspetterà in un luogo pubblico, a te molto importante. Così ha detto. Io non so altro. Sei stata un grande leader. È stato un piacere combattere al tuo fianco”. Un abbraccio inusuale. Sapeva donare voglia di vivere.

Il messaggio, era tuttavia chiaro. Il parco dove lei e la sorella giocavano era il luogo che più significava per lei. Lì, oltre ai ricordi gioiosi della sua infanzia trascorsa con la gemella, era seppellito anche il suo migliore amico, Felix. Il quartiere era più silenzioso del solito. Probabilmente era evacuato. Il Gran Maestro non si fece attendere, e si presentò davanti alla ragazza.

“Qui fosti concepita. Due giovani consumarono il proprio amore proprio qui, in questo parco. Poco più avanti, sei stata data alla luce con tua sorella. Una delle due, uccise sua madre, al momento del concepimento. L’altra, nacque quando essa era già morta. Come faccio a saperlo, non è mistero. La Setta ha occhi ovunque, e tu e tua sorella siete state osservate molto da vicino. Nulla, nella vostra vita è stato casuale. Il vostro destino era già stato scritto dal momento in cui la morte fu fonte della vostra vita. È questo il nostro segreto, ed è questo che rende speciali i nostri adepti. Ognuno di noi è nato dalla morte stessa. Ma voi siete speciali; voi, personificate la Morte stessa. La Morte dello spirito, nell’animo, nell’essenza stessa. Ma tu, mia cara, sei ancora più speciale. Tu sei capace di dare Vita a chi ti sta attorno; quella vita che tu stessa strappi dalle tue vittime. E tu, figlia mia, sei l’assassina perfetta. Racchiudi Morte e Vita, e hai doti naturali per donare entrambe. Persone come te, nascono una volta ogni millennio. Sei la prescelta!”

“Io non ho questo dono”, esclamò la ragazza. “Avrei salvato mia sorella, se lo avessi avuto realmente”.

“No, mia cara.”, replicò il vecchio. “A discapito di quanto ti hanno voluto far credere, sei sempre stata la secondogenita, quella nata dalla Morte. Non puoi apprezzare qualcosa, se non te la si strappa via. Tua sorella, ha ucciso tua madre, ed ha servito al suo scopo: far nascere te, e renderti ciò che sei! E non puoi salvarla, perché non c’è niente da salvare, in lei!”

Le parole del vecchio erano pieno di delirio, e la ragazza non le accettava. Erano solo un mucchio di stupidaggini. “A me non importa di nessun altro, se non di mia sorella”, disse. “Devi ancora comprendere il significato del Grande Disegno, figliola”, rispose l’anziano. “E non le comprenderò mai. Non voglio farlo, perché ai miei occhi sono un mucchio di grosse puttanate!”

L’anziano scosse la testa, e fece un cenno ai suoi uomini, che in tutta fretta portarono la gemella, legata. “Speravo tu fossi pronta per condividere il tuo dono con noi”, disse il vecchio, “Ma credo che tu debba ancora decidere da che parte stare. Ora, hai di fronte l’ultima prova: donerai Vita o Morte? Quale scelta, secondo te, porterà tua sorella alla salvezza?”

La ragazza rimase a fissare la sorella in silenzio, che a sua volta era in lacrime, e spaventata. Guardò il luogo dove era sepolto Felix, e poi di nuovo la sorella. Chiuse l’occhio, e pensò. “Scegli saggiamente”, disse il vecchio. Il silenzio fu lunghissimo, durò parecchi minuti. L’unica cosa a spezzare quel silenzio, era la pioggia. Dopo vari minuti, la ragazza parlò.

“Sia ben chiaro. Non credo a tutte queste cazzate, e mi rifiuto di credere che io sia destinata ad un ruolo superiore. Io non sono Dio, e non spetta a me decidere chi vive o muore. Io non sono la personificazione di un bel niente. Sono una ragazzina strappata via alla Vita, e che ha passato la sua intera esistenza a cercare di aiutare la propria sorella. Avrei potuto scegliere una vita migliore, onesta, nonostante gli sbagli che avrei commesso, ma ho scelto di stare al fianco di mia sorella, per salvarla. Per darle uno scopo di vita. Quando la strappò via a Felix, interpretai quel gesto come un totale disprezzo verso di essa. Ma, mi rendo conto che lei non è mai stata attaccata a tutto ciò. Ed è solo oggi, quindi, che tutto ciò può avere realmente valore, ed incidere positivamente su di lei. Ho dato via me stessa per lei, e un ultimo gesto estremo potrà soltanto donarle consapevolezza; se andrà male, il mio sarà un gesto esclusivamente egoista, poiché io non ce la faccio più, a vivere in questo modo. Ogni ragazzino ucciso, diamine, anche ogni porco riccone che uccido… se ne va via un pezzo di me. L’unica cosa che posso fare, è aiutare mia sorella. E chiedo un ultimo favore, e so che lo manterrete perché credete nell’onore: cancellate il suo tradimento, datele nuova identità, e lasciatela in pace. Merita una vita lontano da tutto questo male. Che impari a vivere, con questo mio ultimo atto. Uccidetemi, perché è ciò che voglio. Per me, e per mia sorella”


L’anziano fece cenno con la testa, visibilmente addolorato. “Così sia”, disse. Gli uomini chinarono il capo della donna, ed estrassero una spada. La sorella, con le lacrime agli occhi, chiuse per la prima volta i suoi occhi di fronte ad una scena del genere. Per la prima volta, pianse, non vide la testa della sua gemella rotolare a terra. Smise di godere, all’odore del sangue. L’anziano e i suoi adepti andarono via, ordinando di slegare la ragazza, che rimase in ginocchio, piegata su se stessa, a piangere.

giovedì 18 dicembre 2014


La guardavo tutte le mattine alla fermata del bus.
La notai perché rispecchiava il mio gusto per le ragazze “alternative”.
Capelli tinti color verde acqua, magra, poco seno.
Non ricordo gli occhi, perché sono una di quelle persone che non ci da importanza.
C’è chi dice siano lo specchio dell’anima, ma io noto ben altro.
Di fatti, notai il suo portamento composto.
Da ragazza educata, “a modo”.
Ne ebbi conferma quando la sentii parlare in perfetto italiano, con alcune sue amiche.

Non so chi fosse, vorrei saperlo.

Eravamo al terminal dell’università. Lei eri di fronte a me, a studiare.
Indossava dei leggings, degli anfibi e un completino bordeaux.
Era proprio graziosa.

Non so perché ho questo termine in mente.
Potrei dire che era bella, ma no. “Graziosa” è quello che sento più appropriato a lei.

Potevo avvicinarla. Volevo farlo. E dirle che pensavo fosse molto bella.
Ma il mondo è una merda, e io non so come qualcuno potrebbe reagire, se mi presentassi così.

Se fossi sembrato idiota? Se mi avesse riso in faccia?
O se anche avesse apprezzato, avrebbe avuto senso quell’approccio?

Oggi, provo a immaginare una scena in cui io ho il coraggio di avvicinarmi.
In maniera molto impacciata, le dico che è molto carina.
Lei mi guarda con aria stranita, ma poi mi sorride. Mi trova adorabile.

E io inizio a parlare a ruota, per far vedere che non sono solo un ragazzo timido e impacciato.
Poi non so come va a finire.
Pensarci mi fa star male.

Dio, eri così bella…

giovedì 4 dicembre 2014



Harry e Lloyd sono tornati!
Dopo la bellezza di ben 20 anni, Jim Carrey e Jeff Daniels tornano a ricoprire il ruolo "dei due scemi" protatonisti di uno dei film cult della storia del cinema, Scemo & Più Scemo 2, sequel diretto della prima pellicola (perché quell'altro prequel ce lo vogliamo dimenticare tutti) dove regia e sceneggiatura sono affidati agli stessi del primo film, Peter e Bobby Farrelly.

Sarò brevissimo, questa volta. Anche perché non è che ci sia molto da dire, ma non che il film sia stato un completo disastro, anzi. Scemo & Più Scemo 2 inizia già col botto, e in un certo senso parte esattamente da dove finì il primo, con una delle migliori gag del film (secondo me, rovinata dal trailer, ma tant'è). Subito dopo apprese le basi della trama, ovvero Harry scopre di avere avuto una figlia in gioventù e decide di andare a scoprire chi è, il film parte e si avvia verso numerose gag divertentissime, e a tantissimi richiami alla prima pellicola, per poi concludersi in una sequenza ai limiti del non-sense con una parodia ad un determinato tipo di film (non faccio spoiler).

Ero al cinema, quando ho visto Scemo & Più Scemo 2, e sono riuscito a godermelo nonostante avessi un gruppo di ragazzetti alle mie spalle che commentavano (e a volte spiegavano) ogni battuta; sì, insomma non ho perso le staffe, perché personalmente odio chi parla al cinema, e tutto questo è per dire che alla fine sì, fa ridere, non scade mai nella volgarità gratuita e le battute non sono forzate, a differenza di una o due situazioni dove -a discapito del riproporre la stessa comicità nel primo- i fratelli Farrelly hanno provato ad utilizzare una comicità nonsense tipica "dei giorni nostri" che, a mio parere, stona parecchio con quanto provato a fare per l'intero film, e chi lo ha visto magari potrebbe capire di che parlo se faccio riferimento a quella sorta di riferimento a Breaking Bad. Insomma, a parte questo, Scemo & Più Scemo 2 ripercorre esattamente gli stessi passi del primo film, attraverso situazioni analoghe, riferimenti e riciclaggio di battute ma con dovute modifiche apportate. In linea di massima, non credo che Scemo & Più Scemo 2 sia un totale fallimento, più che altro un tentativo fiacco di un elogio ad un film cult che ha fatto la storia, che poi si rivela solo un film sbiadito rispetto al precedente, ma che comunque riesce a far ridere, ma neanche più di tanto.

Insomma, Scemo & Più Scemo 2 è un film che andrebbe comunque visto, però non tanto da spendere soldi al cinema. Io personalmente ho riso parecchio, ma non mi ha molto entusiasmato. Mi sarei aspettato qualcosa in più; va bene, era ovvio che avrebbero ripercorso la stessa strada del primo, ma anziché basare l'intero film su quello mi sarei aspettato un qualcosa di "epico", ai pari della comicità del primo film. Ma tuttavia, siamo in un periodo storico in cui è davvero difficile far ridere senza per forza tirare le battute forzatamente, e in questo il film riesce abbastanza bene.

sabato 29 novembre 2014



Era il mese di maggio quando recensii i primi due capitoli di V/H/S.
Quella volta ne parlai veramente bene, anzi sebbene non mi entusiasmò il secondo capitolo, riuscii in qualche modo ad apprezzarlo, tant'è che espressi il desiderio di vederne altri, comparandolo ed elogiandolo per originalità ad altre saghe horror di successo. Ne avrei voluto vedere una serie, ebbene è uscito il terzo film, e già mi sono ricreduto.

Andando per gradi, riassumiamo il tutto? V/H/S: Viral non ripercorre le vicende come i due precedenti film, o meglio, abbandonato il tema delle cassette su V/H/S stavolta hanno prediletto il digitale, e in un susseguirsi di uccisioni caotiche in giro per la città, i vari cortometraggi vengono trasmessi in maniera virale su ogni cellulare della città, quasi come a fare una critica sulla società di massa che, di fronte a un evento drammatico, preferisce filmare il tutto anziché intervenire, quasi come una sorta di voyeurismo macabro. I cortometraggi, per l'appunto, questa volta ne son veramente pochi, ne contiamo tre in tutto: Dante the Great, Parallel Monsters e Bonestorm. Il primo, narra di un mago e del suo "mantello magico" posseduto da un'entità maligna che divora le sue assistenti; girato interamente come se fosse un documentario, inizialmente può risultare anche carino e originale. Ma tutto scade sul finale, quando il documentario stesso diventa una ripresa diretta in cui il senso stesso di mockumentary va a farsi fottere grazie al continuo stacco delle riprese. Perché la troupe continua a riprendere? E com'è che c'è addirittura una colonna sonora in sottofondo? Mistero. Il secondo corto, invece, ci parla di un bizzarro "scambio di mondi": un tipo costruisce nel suo scantinato un macchinario che apre un varco in una realtà parallela (LOL) dove si scambia col suo opposto solo per farsi ammazzare la moglie mentre dall'altra parte trova una società al rovescio dove la gente ha dei peni antropomorfi tra le gambe. E con questa, stendiamo un velo pietoso, che per quanto di base l'idea è caruccia e divertente, si poteva fare di meglio. Il terzo e ultimo episodio è interamente girato con delle Gopro attaccate ai caschi di ragazzini che si dilettano a fare skate. L'episodio più brutto di tutti perché privo di ogni significato e logica di base, dove anche se l'idea sarebbe potuta svilupparsi meglio perché -e qui bisogna dirlo- il trucco dei demoni è veramente fatto bene, il tutto scade per vari motivi: introduzione lunghissima e pressoché inutile, facce di cazzo dei protagonisti inespressivi sulla quale le riprese si soffermano fin troppo tempo, dialoghi veramente scemi e personaggi che alla vista di mostri, anziché scappare attraverso vie di fughe liberissime, si divertono a uccidere i mostri.

Ora, sembra ci stia prendendo gusto a recensire film brutti, il fatto è che avrei benissimo evitato perché no, non sono in un periodo apatico, semplicemente quest'ultimo V/H/S non ha niente di interessante, ha delle idee che potrebbero anche andare bene, ma sono sviluppate così male che potrebbero piacere soltanto a chi ama vedere film senza seguire la sceneggiatura. E a proposito di sceneggiatura, l'episodio che trascina l'intero film è scritto e diretto da Marcel Sarmiento, lo stesso di Deadgirl, altro film che ho lodato un bel po' di tempo fa; sceneggiatore che, in un'intervista rilasciata addirittura prima di avergli affidato V/H/S: Viral dichiarò che per lui i mockumentary sono sì spettacolari, ma hanno stancato. E questo la dice tutta su quanta voglia e quale spirito ci abbiano messo nella realizzazione di ques'ultimo capitolo. Insomma, terzo capitolo lasciato al caso, sviluppato completamente male, ma così male che anche i titoli di coda son stati orribili.


E non credo che debba aggiungere altro.